La società che gestisce la «Via Lattea» acquisita al 100% da un fondo equity britannico. Per la località amata dall’Avvocato si chiude un’epoca.
Il Sestrière passa agli inglesi
a cura della redazione di quotidianocanavese.it
(pubblicato su quotidianocanavese.it il 24 gennaio 2022)
Chissà come avrebbe commentato l’avvocato Agnelli, se fosse ancora qui, una notiziola comparsa poche ore fa nelle pagine di economia. Poca roba, considerati gli immensi capitali che ogni giorno cambiano mano, ma che da queste parti al contrario ha una eco che va al di là delle semplici questioni finanziarie. Sestrière, uno dei vanti del Piemonte e fra le prime stazioni sciistiche a diventare meta turistica d’élite, non è più di proprietà italiana. La “iCON Infrastructure”, un fondo equity inglese, ha annunciato di aver raggiunto un accordo per acquisire il 100% delle azioni di Sestrières SpA.
Un’altra vittima collaterale della pandemia, il rabbioso avvento del Covid che costringendo a chiudere gli impianti di risalita del comprensorio ha fatto crollare miseramente i fatturati delle località invernali, costringendo la società fondata nel lontano 1931 ad alzare bandiera bianca.
“Con l’acquisizione di Sestrieres, attraverso un’operazione dal controvalore di 90 milioni di euro – si legge nella nota ufficiale – iCON Infrastructure ha rilevato una delle più grandi e solide aziende italiane nel settore delle stazioni sciistiche, ponendosi obiettivi a medio-lungo termine per far crescere ulteriormente la società, anche a beneficio delle comunità locali”.

Già annunciati investimenti già pianificati per 30 milioni di euro, che partono dalla sostituzione della seggiovia “Cit Roc” per arrivare a strategie commerciali e processi di digitalizzazione che hanno l’obiettivo di ridare a Sestrière il posto che merita fra le mete turistiche più importanti d’Europa.
Si apre una nuova epoca, ma un po’ nostalgicamente se ne chiude un’altra che era iniziata negli anni Trenta, quando il Senatore Agnelli si innamora in un borgo di case di montagna conosciuto come il comune più alto d’Italia, e suo nipote Gianni lo trasforma in una sorta di Saint-Tropez della montagna. Sono gli Agnelli a portare delle innovative funivie di fabbricazione tedesca e a costruire le due torri che diventano il simbolo di Sestrière, e basta la presenza sempre discreta dell’Avvocato ad attirare il bel mondo italiano, che raggiunge piazzale Fraiteve arrancando sulle Balilla.
Poi arriva lo sport, con Alberto Tomba che al Sestrière spara la storica doppietta del 1987, e tutto culmina con le Olimpiadi Invernali di Torino 2006.
Oggi, la società gestisce la “Via Lattea”: 47 impianti di risalita che collegano 305 km di piste disseminate fra Sestrière, Sauze d’Oulx, Pragelato, Cesana, Sansicario e Clavière.
Il commento
di Carlo Crovella
Pezzo a pezzo, stiamo svendendo l’argenteria di famiglia. Oramai mezza Italia è già nelle mani di altri. Siamo costretti a ciò perchè, come sistema Paese, siamo in brache di tela. Siamo nobili spiantati che, per garantire il precedente tenore di vita, impegnano i gioielli della nonna, sapendo che non li riscatteranno e quindi li perderanno.
Anche se le attuali vendite coinvolgono singoli soggetti e non necessariamente lo Stato, queste vendite sono la conseguenza dell’impoverimento generale. Per far affari in Italia ci vuole un’altra mentalità, una mentalità spietata e affaristica, una mentalità che non ci appartiene e che, invece, caratterizza i capitali che girano per il mondo alla ricerca di occasioni mordi e fuggi.
Pare che la Torre Velasca, in centro a Milano, sia di proprietà straniera, in tutto o in parte. Analogamente le voci, che girano nel quartiere dove abito, sussurrano che gli attici (con terrazzi babilonesi e vista sulla collina torinese) dell’ex Palazzina FIAT di corso Marconi siano appannaggio di nababbi sauditi e cinesi. Le principali società di calcio, ad eccezione per il momento dei bianconeri torinesi, sono in mano di asiatici, anglosassoni e americani.
Ancora ancora quando il detentore, seppur straniero, è una persona fisica, magari tifoso proprio di quella squadra. Ma quando la proprietà è in mano a investitori istituzionali (fondi, banche, aziende…), la gestione si spersonalizza: il profitto è l’unica bussola di questi operatori, che oggi parcheggiano i loro capitali qua e domani, con un colpo di click, li spostano dall’altra parte del pianeta. Magari lasciando tutto prosciugato e senza futuro.
Queste sensazioni di disagio mi ha innescato la recente notizia. Nonostante le iniziali smentite, la compravendita è stata perfezionata. E ciò basta per elaborare dei pensieri foschi.
Chi mi conosce sa che nulla è più distante dal mio modo di vedere la montagna quanto il mondo dello sci di pista consumistico (non lo sci di pista in assoluto, ma quello “consumistico” dominante da un po’). Ciò nonostante sapere che l’area in cui (decenni e decenni fa) ho imparato a sciare, sia passata a un investitore internazionale mi fa davvero male al cuore.
Già così è un mondo incomprensibile per me. Come diventerà quando gli standard aziendali saranno quelli della pura ricerca del profitto? Il fondo in questione fa parte di una società che, a monte, annovera un esercito di investitori: questi, che probabilmente non hanno mai visto una montagna innevata in vita loro, desiderano solo che le quote dei fondi aumentino, mentre importa poco come ciò avverrà, ovvero se nel rispetto o meno della montagna, se nel confronto positivo con i residenti o in contrasto con loro, se nel solco della nostra tradizione sciistica o invece, rendendosi appetibili a clienti lontanissimi (russi, cinesi, sauditi…) attirati qui dalle “belinate in quota” (jacuzzi, massaggi, apericena…) più che dalla bellezza delle sciate…
E soprattutto: che ne sarà “dopo”? Per “dopo” intendo quando il fondo avrà raggiunto i suoi obiettivi finanziari, quando si sarà accorto che il gioco non è ulteriormente strizzabile per ottenere ulteriori profitti marginali… e quindi mollerà per spostarsi chi lo sa dove, magari in Kazakistan o in Polinesia francese…
E poi: “dopo”, che ne sarà delle nostre montagne? Come lasceranno il territorio questi signori: con stazioni fantasma e piloni arrugginiti? Con residenti disoccupati perenni? Con piste costruite in estate attraverso l’uso dei ruspe a go-go e animali fuggiti per sempre?
Temo che il Senatore Giovanni Agnelli (non l’Avvocato, ma suo nonno), colui che ebbe l’intuizione di costruire le prime funivie al Colle del Sestrière, si stia rivoltando per il nervosismo. Intendiamoci: neppure lui era un magnate disinteressato e si imbarcò nell’impresa sicuramente attirato dai profitti, come fa ogni uomo d’affari. Ma aveva un “amore” profondo per le sue terre: Villar Perosa (centro nevralgico della famiglia) è lì sotto in Val Chisone, non distantissima dal Colle. Che “amore” avranno i nuovi eventuali investitori?

Forse mi sbaglierò, ma ho la sensazione che il vero business per i fondi sia la parte immobiliare. Mi sembra che l’investimento negli impianti sia strumentale e di importo molto limitato. Non c’è dubbio che il capitalismo famigliare aveva un radicamento territoriale molto forte. Bisogna però riconoscere che non sempre ha preservato il territorio da alcune brutture, vedi Valli bergamasche ad esempio o alcune zone del Veneto o l’alta Brianza. Come sempre è anche un tema di cultura dell’imprenditore.
A quanto ne so io, ricordo che a Sestriere (mia moglie ha una casa a Salice) da decenni ci andavano a sciare solo inglesi. Il paese è pieno di pub e… di ubriachi dopo una certa ora. Qualcuno meno ubriaco degli altri avrà approfittato del momento favorevole per diventare il proprietario del parco giochi.
Sarà triste ma, business is business dappertutto e lo era stato anche per gli Agnelli, anche se erano altri tempi, che solo visti con gli occhi di oggi appaiono più romantici ma allora gli uomini d’affari erano scaltri come quelli di oggi.