La stagione dello skialp non è ancora finita, ma per il movimento è già tempo di verdetti e riflessioni.
di Maurizio Torri

Mentre gli atleti si dividono tra ultime tappe di Coppa del Mondo e grandi classiche, il popolo dello skialp è in fermento. Agli strascichi sui format olimpici sono seguiti a ruota i giudizi sulla direzione tecnica, ma si sa, noi italiani siamo un popolo di allenatori e, dal pallone alle “pelli di foca”, è un attimo.
A Bormio si poteva fare di meglio? Forse sì
Una cosa è certa, la dea bendata non ci è stata favorevole perché nella sprint una medaglia era alla portata. Nel 2025 sarei stato molto più sarcastico e disincantato. Quest’anno, invece, i risultati di coppa di Giulia Murada mi avevano convinto che un podio fosse possibile. La portacolori del CS Esercito e leader di coppa nella overall e nelle sprint ha sempre lottato alla pari con le ragazze che a Bormio hanno scritto la storia di questo esordio olimpico. A fregarla, e fregarci, è stata l’emozione. Correre in casa davanti a tutto quel pubblico, alla fine, si è rivelato un boomerang. Peccato, una medaglia avrebbe fatto comodo a tutto il movimento azzurro. Ma facciamo un passo indietro. Avete mai sentito quel detto che alle gare si va solo a ritirare le medaglie? È ovviamente una frase a effetto, ma ha un fondo di verità. Se analizziamo il lavoro svolto dalle altre nazioni di vertice, l’approccio a questo importante appuntamento è stato completamente diverso dal nostro. Hanno saputo focalizzarsi sull’obiettivo senza perdere di vista il resto dell’organico. Hanno lavorato con metodo, cognizione di causa, professionalità e soprattutto con un budget che noi non abbiamo e che, purtroppo, sembra proprio che non avremo anche negli anni a venire. Noi siamo senza medaglie e, non avendo fatto una netta specializzazione tra squadra olimpica e team World Cup, abbiamo gettato alle ortiche una generazione intera di ottimi atleti nelle prove classic o vertical. Non bisogna però essere catastrofici. Giulia Murada è in lizza per la coppa overall, manifestazione nella quale abbiamo conquistato diversi podi, e tra i giovani i talenti non mancano; le potenzialità della squadra under 20 e under 18 sono notevoli.
Cosa non va
La prima cosa su cui il nostro staff dovrà migliorare è la comunicazione interna. Parlando con gli atleti balza all’occhio come tra i tecnici e i ragazzi non ci sia un dialogo aperto e sereno. In questi anni si è creato un solco relazionale a tutti i livelli: verticale, ma anche orizzontale tra i vari componenti della squadra e ricostruire l’armonia di un tempo non sarà facile. Il fatto di avere un contingente così limitato non ha sicuramente aiutato; con l’avvicinarsi dell’esordio olimpico e delle temutissime convocazioni è stato un “tutti contro tutti” che ha lasciato strascichi non facilmente sanabili. Guardando le squadre più organizzate, a noi mancano servizi basilari come uno skiman professionista che, nelle gare veloci, avrebbe fatto la differenza: quando i distacchi sono nell’ordine di secondi, i cambi sono importanti, tanto quanto uno sci veloce. Dietro le medaglie olimpiche c’è poi una pianificazione dei dettagli quasi maniacale. Facciamo l’esempio dello spagnolo Oriol Cardona: le sue attitudini da sprinter sono state affinate ai massimi livelli. Questo ragazzo era anche un ottimo trail runner e un discreto scialpinista nelle gare classiche; da almeno due anni a questa parte ha puntato tutto su un unico obiettivo. Un “all in” che ha dato i suoi frutti. Con i nostri giovani si poteva fare qualcosa in più? La risposta è sì, ma scaricare tutte le responsabilità sulla direzione tecnica è semplicistico e sbagliato. Per ottenere risultati importanti e portarsi a casa medaglie serve sì essere messi nelle condizioni migliori, ma bisogna avere fame di vittoria, fare delle scelte che a volte ti allontanano dagli interessi degli sponsor privati, avere un immenso spirito di sacrificio e una voglia infinita di primeggiare. Tutte cose che in molti dei nostri ragazzi oggi faccio fatica a trovare.
Servono un progetto concreto, persone giuste e soldi
Quattro anni passano in fretta, ma abbiamo tutto il tempo per aggiustare il tiro e riportarci in pari. Visto che gli avversari non staranno ad aspettare con le mani in mano, servirà un maggiore impegno e uno sforzo immane per chiudere il gap. Al momento le elezioni FISI tengono tutto in una situazione di stand-by. Che ci sia Fabio Meraldi o meno al timone, sarà importante costruire uno staff giovane, motivato, focalizzato sull’obiettivo, in grado di dare un drastico colpo di spugna alla vecchia guardia, puntare sui giovani e ottenere quel budget senza il quale ogni sforzo sarà vano. Al momento siamo l’ultima ruota del carro: la Federazione si è esposta per sponsorizzare l’ingresso olimpico dello skialp, ma i risultati degli ultimi anni hanno raffreddato non poco gli entusiasmi. Così non va. Vedere talenti del calibro di Davide Magnini (vice campione del mondo) lontano dalla nazionale, contingenti estremamente limitati a ogni trasferta e ottimi atleti come William Boffelli, Nadir Maguet, Ilaria Veronese, Federico Nicolini, Alex Oberbacher troppo presto messi da parte fa male (sarà un caso che cinque su sei di questi ragazzi non fanno parte di un corpo militare? A buon intenditore…). Chiunque sarà chiamato alla guida della squadra azzurra dovrà avere la forza di ottenere quanto serve per lavorare con serenità. Siamo stati a lungo i migliori in questa disciplina. Siamo caduti, ma ora è il momento di dare un colpo di spugna, imparare dagli errori fatti, puntare sui giovani e guardare con fiducia al futuro.
