Tutto il dolore del mondo in un serpente

Un animale ucciso è il simbolo di quanta sofferenza abbia inflitto l’essere umano. L’unica forza sovvertitrice di questo sistema di dominio è l’amore per chiunque.

Tutto il dolore del mondo in un serpente
di Maurizio Maggiani
(pubblicato su lastampa.it/cultura il 4 maggio 2026)

L’altro ieri ho incontrato un serpe sulla strada della Cornacchia, era nel mezzo e stava morendo, le viscere riverse vibravano al battito lentissimo del suo cuore. Ne ho provato straziante dolore e un po’ di vergogna per questo mio dolore, in fin dei conti non si tratta che di un serpe, un essere che mette in imbarazzo e fa ribrezzo a un sacco di brave persone, e di un automobilista che gli è passato sopra magari senza neppure vederlo. Lo so cosa penserete, dolore sprecato, dolore da destinare alle migliaia di umani che in quello stesso giorno, in quell’esatto momento sono stati calpestati, schiacciati, violentati, squartati e che avrei potuto incontrare per le strade del mondo.

È vero, e dunque è ovvio che provi vergogna, ma io quegli umani non li ho incontrati sulla mia strada, in via della Cornacchia ho incontrato solo un serpe. Io non ho ribrezzo per i serpi e nemmeno paura; dovrei aver paura dei verdoni, dialettalmente fruston, se non sapessi dove mettere i piedi nei prativi durante la loro stagione degli amori quando non intendono essere disturbati, dovrei aver paura delle vipere se non sapessi mettere le mani in cerca di funghi nei boschi. Quello che ho incontrato era un innocuo saettone, innocuo per me ma non per i topetti e gli uccelletti di nidata, e i saettoni mi sono cari. Prigioniero come tuttora sono della superstizione e dell’ignoranza in cui sono nato e cresciuto, incontrare a primavera un saettone è una fortuna, un segno augurale per la floridità della stagione che verrà. Un saettone appena resuscitato dall’inverno nella sua nuova lucente livrea, non spiaccicato a terra, morente; questo non può che essere un fosco presagio di sventura, il mio dolore per lui è il mio dolore per me. In qualche modo io e il serpe siamo legati, ci apparteniamo, questa è l’eredità che mi è stata consegnata, ed è un peso perché mi consegna vergogna per tutto il dolore del mondo, e una grazia perché in quel serpe in agonia si compendia il mondo tutto. Un peso perché l’autista distratto potrei essere io stesso, in una qualunque delle mie mille distrazioni, una grazia perché il serpe è il ritratto fedele dei mille e mille umani calpestati e massacrati che altrimenti non sarebbero che un’astrazione senza carne, confinata, almeno al momento, in un altrove di cui non mi giunge che l’eco digitale. Quell’eco genera indignazione, orrore, disgusto, ma il dolore è un’altra cosa, il dolore è carne ferita, anima che si dissangua, vita che suppura nella morte; il dolore è l’unica, vera fratellanza che ci è consentita quando si inchioda un innocente al supplizio. «Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo, che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera; e chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità…», Sura Al-Ma’ida, quinta sura del Corano, versetto 32. Quanto dolore abbia inflitto l’umano all’umanità è calcolo inestimabile, quanto ne abbia inflitto a tutti i viventi è un calcolo che attende il computer quantico. Ma in cuor mio so di averlo sofferto e inflitto tutto quanto al cospetto del serpe di via Cornacchia, fosse stato anche solo per un attimo.

Come si possa tollerare il dolore, ed edificarci sopra una condizione universale, e uno stato, e una religione, e una civiltà, non riesco proprio a capirlo. Posso immaginare di poterne sopravvivere, ma come viverci e prosperarci è inconcepibile. Allora escogitiamo complesse strategie analgesiche, siamo tutti figli di Caino, e Caino ha fatto grandi cose, ha inventato l’agricoltura, ha fondato la prima città, ha edificato il mondo che ci ha generato; è vero, ha inventato il dolore, ha sacrificato al suo progetto il fratello, ha ucciso l’umanità, ma se lo avesse risparmiato saremmo ancora a pascolare pecore e a contemplare la luna e il divino creatore dell’universo. Naturalmente nessuno tocchi Caino, perché la sua missione è infinitamente più grande del dolore che ha messo al mondo. Se il peccato che ha generato l’umano è stato quello di rinnegare l’immobile perfezione del creato per regalarsi a caro prezzo il libero arbitrio, il peccato che ha generato la civiltà dell’umano è ancora lì, non riconciliato, imperdonabile eppure necessario. E così ci inebriamo di orrore e indignazione intanto che cerchiamo di stare alla larga dall’intollerabile certezza di appartenere a una stirpe di assassini. Ci adoperiamo in splendide costruzioni morali, lenimenti dello spirito tanto più estatici quanto meno applicabili alla carne, ci fanno star bene quanto più ci fanno star male al cospetto di un orrendo filmato; noi non siamo loro, eppure loro sono come noi.

A Genova c’è un grande cimitero; no, non dico del famoso Staglieno, ma del cimitero della Castagna, nella collina a ponente, in via alla Porta degli Angeli. Nella sua parte più alta il cimitero è in abbandono; lì le tombe delle famiglie più antiche, disperse, dimenticate, fallite, sono diventate sfacelo in un groviglio di indomata foresta spontanea, nella loro passata grandezza e sfarzo qualcosa di simile ai testi di un’antica civiltà amazzonica, un paesaggio inquietante e fascinoso. Ci sono stato diverse volte con l’idea di documentare senza mai incontrare anima viva, solo qualche anima morta persistente in un marcescente ritratto, in un busto corroso, in un angelo con le ali mozzate. Sul finire di questo inverno invece ho incontrato un vivente, scendeva zoppicante dai resti di una ricca cappella in stile neoegizio, una signora, forse anziana, scapigliata, puzzolente, vestita di stracci alla rinfusa, carica di sporte; aveva trovato un posto dove vivere, agonizzando in una desolata città dei morti strabordante di vita vegetale. Passando l’ho salutata sfiorandola, ho toccato il dolore e ne sono stato inondato. Un altro serpe sulla mia strada, questo eviscerato delle sue interiora ancora più intime, segrete. Ripensandoci oggi credo di aver incontrato l’immagine fedele del prossimo e più probabile destino che mi attende, che attende tutti noi, persone che sentono di essere perbene, che si nutrono della morale più benigna, di noi che giuriamo di lavorare per la vita intanto che loro lavorano per la morte, ridurci a agonizzanti abitatori delle rigogliose rovine della nostra civiltà.

Davvero questo è l’unico destino disponibile? Sempre per restare nell’arretratezza e nell’ignoranza in cui sono stato coltivato, mio nonno Garibaldo, contadino con la terza elementare e dei libri in casa, era al riguardo del destino perentorio, i destin i en sempre do, quer chi vo er tu padron e quer che te va a cercarte te, i destini sono sempre due, quello che vuole il tuo padrone e quello che tu vai a cercarti. È un mandato che mi sento in obbligo di ottemperare. E allora, come? Credo che l’unico modo per non farla finita con l’umanità intera sia spartire il dolore. Non solo sfiorarlo in un cimitero abbandonato, ma fermandosi, e nonostante il tanfo e la sporcizia di tutto quel dolore, caricandoselo sulle spalle, imbrattandosene le mani, facendolo per pura, semplice amicizia per la vita. Il Samaritano non ha salvato in questo modo solo un viandante aggredito, ha salvato l’umanità intera, e dunque anche sé stesso; ha sconfitto l’aggressore, tutti gli aggressori in agguato nelle vie del mondo. La Sumud Flottilla ha cercato di approdare a Gaza per andare incontro al dolore, a spartirlo e farsi carico della sua parte, e se è così odiata, e temuta, da andarla a fermare e tormentarla a mille miglia dall’approdo è perché è una straordinaria forza sovvertitrice del dolore come sistema di dominio. Non c’è altro che l’amore «carnale» per chiunque si incontri, fosse anche un inutile serpe o una perduta pazza, che possa salvare e salvarci. Lo so, suona come pura follia, ma che altro? Sì, essere un pio sacerdote o un solerte levita e passare oltre.

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3 Comments

  1. says: Emanuele Brignoli

    Grazie. Una realistica crudezza che fa bene al cuore. Ieri sono stato ospite in una casa modernissima di giovani amici,tutto perfetto e accogliente,non c’era nemmeno un libro…
    Il nonno con la terza elementare chissà cosa avrebbe pensato.
    Siamo davvero arbitri del nostro destino?

  2. says: Guido

    “L’amore compassionevole verso tutti gli esseri senzienti” (dal Buddhismo Mahayana)

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