L’ingegnere e alpinista Maurizio Gallo ha guidato la commissione che ha redatto il piano dell’area attorno al K2. «Coinvolte le comunità locali». Il nuovo progetto per i 70 anni dall’ascesa di Compagnoni e Lacedelli: «Sarà una scalata di donne pakistane e italiane».
Maurizio Gallo ha realizzato un sogno di Ardito Desio
di Riccardo Bruno
(pubblicato su corriere.it il 22 novembre 2023)
Il destino degli ultimi esemplari di orso himalayano o del leopardo delle nevi, ma anche il futuro dei villaggi che vivono ai piedi delle vette più alte del mondo, dipendono anche dalle regole scritte dagli italiani. Una trentina di nostri studiosi e ricercatori, insieme a esperti pakistani, hanno infatti scritto i «management plan» di quella che, dopo l’approvazione del governo del Gilgit-Baltistan di qualche giorno fa, è adesso la più grande area protetta dell’Asia: 18mila metri quadrati che comprende il Parco nazionale del Karakorum centrale, quello del Deosai e il corridoio ecologico che li unisce.
A guidare il progetto è stato Maurizio Gallo, padovano, 71 anni, guida alpina ed ex docente di pianificazione territoriale. «Un grande parco attorno al K2 era il sogno di Ardito Desio. Ci siamo riusciti, anche se lui immaginava che si estendesse anche nella parte cinese».
Il legame tra Gallo e l’Himalaya inizia alla fine degli anni Ottanta. E proprio grazie a Desio. «Mi contattò per la mia doppia competenza, alpinistica e di docente universitario – racconta Gallo – Mi chiese se volevo partecipare alla costruzione della Piramide al campo base dell’Everest. Una grande impresa, con 1.500 portatori». È ancora oggi uno dei simboli italiani in quelle terre, voluto da Desio e da Agostino Da Polenza nell’ambito del progetto EV-K2-Cnr.
Desio allora aveva già novant’anni, aveva organizzato una miriade di spedizioni e soprattutto nel 1954 la conquista italiana del K2. «Come cultura alpinistica ero più vicino a Bonatti – riprende Gallo – Desio prima di conoscerlo non mi era tanto simpatico. Ma di persona rimasi impressionato dalla sua forza e dal suo entusiasmo nonostante l’età. La sera a cena era affascinante ascoltare i suoi racconti».
Gallo ha lasciato l’insegnamento e si è dedicato a tempo pieno alla montagna. Ha scalato diversi Ottomila, è stato direttore dei corsi per le guide alpine. Sull’Everest ha compiuto esperimenti sull’adattamento all’alta quota. «Ho fatto da cavia, anche per studiare l’invecchiamento. Ho pedalato su una cyclette a 7000 metri, sono rimasto a quelle altezze per quindici giorni di seguito. Quando sono tornato a casa non ricordavo niente, mia madre preoccupata mi disse: “Perché non facevi il professore universitario?”».
Il rispetto dell’ambiente è stata la linea guida del suo impegno. Ha partecipato a campagne per la raccolta dei rifiuti, uno dei grandi problemi delle grandi vette. «Abbiamo recuperato anche due bombole d’ossigeno della spedizione italiana del 1954. A volte si trovano scarponi vecchi, pezzi di attrezzatura, anche resti umani. Ho perso tantissimi amici lassù, ogni volta cerco di capire se c’è qualcosa che apparteneva a loro».

La redazione del piano per le aree protette, realizzato anche grazie alla cooperazione italiana, mette assieme la volontà di rispettare la natura e di garantire una sviluppo sostenibile alle popolazioni locali. «Ci sono circa 150 villaggi attorno all’area tutelata. Quando hanno saputo che veniva impedita la caccia, la raccolta del legname oppure vietati i pascoli, hanno iniziato a protestare. Abbiamo compiuto un grande lavoro di comunicazione, ma anche fatto sì che i soldi degli ingressi al parco o le tasse per le scalate venissero investiti sul territorio».
Gallo adesso si dedicherà a un nuovo progetto, il censimento dei diecimila ghiacciai pakistani. «È il terzo polo, dopo Artico e Antartide. E presenta un’anomalia: la superficie non sta diminuendo, a volte anzi aumenta, anche se si stanno abbassando». Seguirà anche la formazione di 22 guide pakistane che otterranno la certificazione internazionale e contrastare così il monopolio degli sherpa nepalesi.
E il prossimo anno è in programma una spedizione per celebrare i 70 anni dall’ascesa sul K2 di Compagnoni e Lacedelli. «Abbiamo pensato a una cordata di sole donne, cinque italiane e cinque provenienti dai villaggi pakistani. Ragazze abituate alla montagna, ma che non sono mai salite così in alto».


Mauri! Ogni tanto torna, però.