A Kuala Lumpur l’incontro internazionale degli editori (5-9 luglio 2026) si è chiuso con la celebrazione dell’oggi come «momento migliore da Gutenberg in poi» per tutto il settore dei libri. Sarà vero? Ne parlava già Roberto Calasso, in un libro da rileggere perché è sempre molto attuale.
Editoria, il più bel mestiere del mondo
di Mario Baudino
(pubblicato su lastampa.it/cultura il 10 luglio 2026)
Gli editori spesso parlano di crisi (è un settore che a fasi alterne viene considerato più o meno in crisi di tempi di Gutenberg) e qualche volta hanno ragione, soprattutto i piccoli cui si richiede un lavoro sfiancante, una dedizione totale e i risultati spesso non arrivano. Però sotto sotto sono una categoria ottimista. A volte super-ottimista.
A riprova il congresso dell’Ipa, l’associazione internazionale che li riunisce, concluso il 9 luglio 2026 a Kuala Lumpur, la capitale della Malesia. Sia stato il clima (salgariano?) sia stata la bellezza del luogo, insomma gli animi erano, come racconta il Publishers Weekly, abbastanza eccitati: tanto che il discorso di chiusura, affidato Markus Dohle, ex CEO di Penguin Random House, aveva per titolo «Perché questo è il momento migliore per l’editoria da quando Gutenberg ha inventato la stampa». Non c’è Hormuz che tenga, per non parlare di Putin e Trump (che nel 2025 ha tentato una causa proprio contro Random House chiedendo milioni di dollari), del prezzo dell’energia o dell’inflazione, della pirateria e dell’IA.
Dohle ha invitato l’uditorio ad abbandonare il pessimismo e a guardare il lato positivo delle cose, individuando i tre principali punti di svolta: l’avvento dell’e-commerce nel 1995, degli e-book nel 2010 e dell’intelligenza artificiale generativa nel 2025. Sei i motivi di ottimismo: un fatturato globale in continua crescita, modelli di business redditizi, una sana coesistenza tra formati fisici e digitali, un pubblico potenziale in espansione, l’ascesa del segmento libri per bambini e ragazzi e il continuo boom degli audiolibri digitali. Il tutto corredato ovviamente con tabelle e numeri. E ha concluso augurando all’uditorio di svegliarsi felici ogni mattina proprio perché lavorano nel settore editoriale. Esagerato? Forse c’era un po’ di retorica per tirare su gli animi, ma curiosamente Dohle non ha fatto che ripetere qualcosa già scritto e da tempo anche da noi.
Se riapriamo il piccolo volume di Roberto Calasso, L’impronta dell’editore (uscito da Adelphi nel 2013, raccoglie testi che risalgono ad anni precedenti) troviamo infatti argomenti simili, espressi va da sé con una certa ironica finezza. Calasso parte da «un mistero che è racchiuso nella seguente domanda: perché fare l’editore è così divertente?» E prova a rispondersi: «Non voglio certo dire che si tratti di una questione di interesse generale. Dubito infatti che nel vasto mondo ci siano molti che se la pongono. Anzi, secondo alcuni, solo una persona in qualche modo disturbata potrebbe porsi una domanda del genere. Eppure tali persone esistono e, consciamente o inconsciamente, sono ossessionate da quella domanda. Ma di chi si tratta? Degli editori stessi». Ovviamente. E ciò nonostante il fatto che «pubblicare buoni libri non ha mai reso spaventosamente ricco nessuno. O, per lo meno, non in misura comparabile a ciò che può accadere fornendo al mercato acqua minerale o computer o borse di plastica».
C’è infatti un rischio. Se, come sostengono gli esperti di marketing, «a quanto pare un’impresa editoriale può produrre guadagni notevoli soltanto a condizione che i buoni libri siano sommersi fra molte altre cose di qualità assai differente», vero è che «quando si è sommersi, può facilmente accadere di annegare – e così sparire del tutto». Scritto vent’anni fa, sempre attuale.

