Kairos – 3

Pensieri sparsi di un pesante tratto di vita, la mia vita e quella delle persone care.

Papà dorme sulla poltrona, anche lui povero relitto di tempi splendenti, di momenti facili e di prove tragiche. Certo la vita non gli è stata amica; lui a 20 anni ha perduto il padre e si è ritrovato, lasciata l’università, a lavorare per mantenere un fratello piccolo e una madre.

Poi ha trovato la donna che gli è stata compagna per tutta la vita e ha lavo­rato come non mai portando la famiglia ad uno stato di benessere e, come se non bastasse, si è anche divertito esplorando terreni di avventura allora sconosciuti.

Oggi rifiuta la realtà, insegue un processo autodistruttivo che gli fa vivere e che ha fatto vivere a mia madre anni terribili. Voglio vivere imparando dai suoi errori, percorrendo però una strada di consapevolezza, di rispetto per la mia dignità.

E’ facile lasciarsi andare, me ne rendo conto qui a Velletri immerso nel di­sfacimento fisico di mio padre e in quello della campagna da lui abbando­nata; abbandonata come ha fatto di sé stesso.

Quante cose da fare, quante da programmare! Guardo le carte della tomba, anche questo va previsto! Poi di mio padre che sarà? Dobbiamo trovare qualcuno che lo accudisca, consentendo a me e a mio fratello di vivere la nostra vita. Io ho un meraviglioso sogno di amore e futuro con Elisabetta la donna che amo e desidero come compagna, mio fratello ha la moglie Teresa e tre figlie piccole.

Verranno giorni splendenti? Sì, sento che verranno giorni in giro con un pulmino, verranno momenti in cui guardandoci negli occhi su un terrazzino ci diremo, vai amore e nella mente, diremo “sì vai ma stai attenta che io ho solo te e non rischiare” e lo diremo con un sorriso e un bacio con gli occhi persi nel volto dell’altro, torneranno le magiche albe e le avventure.

Verranno anche giorni brutti perché è nell’ordine delle cose che i genitori scompaiano, perché è nell’ordine delle cose che non tutti i giorni siano a mille, perché la vita è fatta così.

Ma va vissuta e lottata, lottata per prendere il meglio e aumentarlo, per creare le condizioni affinché il saldo sia positivo, lottata per poter dire one­stamente a se stessi “ho fatto e dato tutto quello che avevo”. Neruda ha scritto un libro che ha intitolato “confesso di aver vissuto”, anche io vorrei poter confessare di aver vissuto ma quando tirerò le fila vorrei averlo fatto al massimo delle mie capacità con la coscienza di avere dato con generosità e di aver ricevuto in cambio.

Sembra incredibile ma in questo momento mi è balenata un’idea pazza, forse questo è un periodo bello della mia vita; tutto si sta distruggendo ma la distruzione nella vita ha sempre portato a nuova vita e forse questa è una nascita.

Per non soffrire
Lascerò

dei gelsomini il canto,
Il dolce aspro odore,
Chiuso nel cassetto

20 – Andiamo in Perù
(via Mosca, Shannon,Panama, Cuba, la Cordillera Blanca, Nazca, Cusco e Amazzonia)

La Sfinche, una parete di 800 metri, granito rosso a 5000 metri di | quota ed allora nel 1990 percorsa da una sola via. Il team è presto I fatto: Eugenio Di Marzio e Corrado Pibiri miei compagni di avventure da sempre e di provata fiducia e capacità, Glauco dal Bo, ottimo scalatore milanese, Sergio Soro e Marco Delplano che accompagnano Corrado, Ga­briella Tiberti e naturalmente Fabrizio Antonioli che aveva individuato l’obiettivo.

Come sempre avviene, la preparazione partì dal viaggio aereo. La ricerca del volo più economico diede come risultato le linee aeree dell’Unione So­vietica. Era l’era di Gorbaciov e il mondo sembrava cambiare in meglio ma a prescindere da ciò il volo dell’Aeroflot costava quasi la metà di quello delle altre linee aeree. Quello che non avevamo realizzato era che sarebbe durato quasi tre giorni. Partenza da Fiumicino e dopo poche ore arrivo a Mosca con pernottamento compreso nel prezzo. Facciamo conoscenza con l’edilizia russa.

Le squallide stanzine che ci accolgono con i loro muri di cemento grezzo mi ricordano quelle dell’albergo di Campo Imperatore prima che lo ristrut­turassero. Abbiamo un visto temporaneo di 24 ore, decidiamo di andare a mangiare fuori e di fare una rapida visita alla città. Ci siamo informati di qual fosse il miglior ristorante della città scoprendo che, come specialità, ogni giorno aveva un menù diverso dedicato ad una degli stati dell’URSS. Tuttavia ci avevano detto che per mangiare li si doveva prenotare in anti­cipo. Facciamo la conoscenza del sistema sovietico di prenotazione. Fun­ziona così: si va dal capo maître gli si danno 20 dollari e si è prenotati, poi la cena costerà un massimo di tre dollari a persona. La sera dopo una visita alla Piazza Rossa e un tentativo abortito di vedere la tomba di Lenin an­diamo a piedi al ristorante. Stasera cena in stile georgiano e musica etnica dal vivo. L’ambiente è veramente lussuoso, un’orchestrina suona musica russa da un’altana. Il primo piatto rompe l’incantesimo, un enorme vassoio depositato sulla tavola è colmo di teste di aglio cotte al forno.

La fame è tanta e per questo mangiamo sperando però nel primo piatto. La speranza si rivela mal riposta, all’aglio segue un’ala di pollo a testa con contorno di mezza patata lessa. Il conto poi è bassissimo, meno di 12 $ in totale, in pratica la metà della prenotazione. Al tavolo vicino due bellissime ragazze alle quali uno dei sardi fa una foto; non l’avessero mai fatto, come una furia si alzano entrambe insolentendo in russo il mal capitato foto­grafo.

Il ritorno all’albergo si fa complesso, non ci sono taxi, troviamo finalmente un autobus che va verso l’aeroporto, saliamo e ci accorgiamo che non c’è bigliettaio. Dopo un poco salgono due che ci mostrano velocemente una tesserina e affermando di essere controllori chiedono una multa stratosfe­rica, facciamo finta di non capire niente e alla fermata scendiamo. I due ci seguono e insistono ma ora siamo in otto e loro due in una strada deserta. Il divario numerico li convince che accettare un dollaro a testa è sicura­mente meglio che niente o peggio. Continuiamo a piedi e in una piazza ve­diamo una fila chilometrica che si arrotola su se stessa fino a fermarsi all’ingresso di un Mac Donald, il primo dell’URSS e appena aperto. Ci si avvicina un tizio che ci chiede un dollaro a testa per esser primi nella fila ma pur con i residui della fame rifiutiamo. Siamo tutti stupefatti dell’enorme livello di corruzione esistente. Nel pomeriggio poi avevamo visitato quello che ci avevano decantato come il miglior negozio di Mosca dove si poteva acquistare merce solo con dollari, una desolazione: scaffali vuoti, merci poche, brutte e sciatte. Fuori nel freddo, mendicanti e venditori di bigiot­teria, nell’insieme una delusione enorme, specie per noi di fede comunista che non ci sappiamo dare pace della caduta verticale della nostra illusione. La mattina dopo in aeroporto e dopo una lunga attesa si parte. Venticinque ore di aereo per una rotta a dir poco variegata. Mosca – Shannon con due ore di attesa e poi in volo per il Canada, da lì a Cuba e finalmente atterrag­gio a Lima.

Fabrizio non si sente bene, forse la cena georgiana, decide di tornare a Roma con il primo aereo, cerchiamo di convincerlo a rimanere ma senza successo.

Lima è immersa nella neblina undici mesi l’anno. Questa sospensione ac­quosa che ci circonda chiude il cielo e rende indistinti i contorni di tutte le cose.

Ci siamo affidati per la logistica ad una agenzia diretta da un peruviano di origini italiane; ci organizza tutto, compresa una cena al ristorante la Rosa Nautica di Lima. La sera cena a base di pesce con antipasto di frutti di mare presentati su due cigni intagliati su un finocchio gigante. Terminati i mitili attacchiamo a mangiare anche il primo dei due cigni quando il cameriere di corsa ci porta via l’altro, in quel momento comprendiamo che il loro de­stino non era quello di essere mangiati.

Si parte per Huaraz, allora era ancora una piccola cittadina con pochi al­berghi e qualche rara agenzia per alpinisti. Organizzati viveri e tende par­tiamo seduti sul cassone di tre camionette verso la laguna Parron. Come tutti i bacini della Cordillera Blanca anche la laguna Parron è chiusa da una diga. Fa spavento, giù a valle siamo passati davanti ad un villaggio che qualche anno prima era stato completamente sepolto da un’onda di fango venuta dalla diga soprastante a causa del crollo di parte della montagna; che li ci fosse stato un villaggio si intuiva solo dalla cima del campanile della chiesa che, unico, emergeva dalla spianata di fango disseccato. Alla nostra memoria era ricomparso immediatamente il Vajont.

Da sinistra: Giorgio Mallucci, Gianni Calcagno, Eugenio Di Marzio

Siamo a 4100 metri, Sergio e Marco vorrebbero fare una sgambata di un 500 metri fino ad una sella che credono vicina. Fatico un poco a convincerli che certe performance, appena arrivati in quota, siano da evitare. Alla fine danno ascolto, grazie anche all’intervento di Gianni Calcagno con cui ci eravamo incontrati per caso alla laguna Parron (3).

Con Gianni ci si era frequentati varie volte, l’ultima a casa di Alessandro Gogna a Milano, dove Gianni, a seguito di accessi di tosse da parte sua e mia aveva commentato: “ecco il club degli scalatori di alta quota!”

Il mattino dopo si deve partire, le facce stravolte e i mal di testa fulminanti hanno riportano le velleità di tutti a miti consigli. Prepariamo i carichi e ci avviamo lentamente; cinque ore di cammino per trovare un posto per il campo base che purtroppo è lontano dalla parete. Ogni mattina quindi sarà necessaria un’ora e mezza di cammino. Dopo il campo base il terreno è composto prevalentemente da massi e non vi sono altre sorgenti oltre a quella vicino al campo.

La parete è esposta a est, ottima per la mattina ma sede di un freddo glaciale dalle dodici a sera. Scaliamo i primi 150 metri della parete e lasciamo delle corde fisse, l’alba di ogni mattino ci vede lasciare le tende per arrivare alla parete, risalire le corde fisse e guadagnare con fatica metri dello spazio sopra di noi. Salendo la scalata e l’impegno diventano sempre più duri, le fessure, necessarie per proteggersi con i friends, sono piene di terra, spesso anche di spinose piante grasse. Ogni giorno guadagniamo qualche tiro mentre lunghe placche senza possibilità di proteggersi ci mettono a dura prova. Dopo otto giorni di parete decidiamo che basta, in cordata con Glauco da­vanti all’ennesima fessura intasata di terra e cactus decidiamo di scendere questo sarà per noi l’ultimo tiro.

Con lunghe doppie scendiamo a raggiungere gli altri che sono arrivati al termine delle corde fisse, un rapido consulto e di comune accordo deci­diamo che la via rimarrà incompiuta, si rientra alla base. Per me la spedi­zione termina così; anche altre volte il sentimento provato, sia in caso di riuscita che di rinuncia, è stato simile, pervaso da una calma rilassata, co­sciente di aver dato con determinazione tutto quello che avevo disponibile.

Prima di andare via Eugenio, Corrado e gli altri raggiungeranno la vetta aprendo un nuovo itinerario sul canale di sinistra che delimita il versante Nord.

Torniamo a Lima e ci accordiamo con l’agenzia che ci organizza un pul­mino con il quale gireremo una parte del Perù. Nazca con le sue misteriose linee viste da bordo di un improbabile e rumoroso piccolo Piper, le oasi e i paesi sperduti del Perù ci coinvolgono, così si decide di continuare il viaggio.

Aereo per Cusco, treno per Machu Pichu e salita a piedi alle rovine dove arriviamo prima della massa dei turisti; decidiamo di salire sul Phutuc K’usi che era considerata una montagna sacra. Saliamo su ripidissimi gradini, pra­ticamente una scalata in roccia a volte anche pericolosa, veniamo premiati da una vista stupenda su Machu Picchu.

Ora ci manca solo l’Amazzonia, ci andiamo in aereo da Cusco. La città è a 3399 metri di quota e l’aereo decolla con una difficoltà davvero preoccu­pante, destinazione Puerto Maldonado, capitale della regione Madre de Dios. La regione, ancora oggi estremamente selvaggia, fu esplorata per la prima volta nel 1566 dallo spagnolo Juan Alvarez Maldonado alla ricerca della città mitica di Paititi, naturalmente non trovata.

Si atterra in un paese di frontiera, alloggiamo in una baracca con il tetto di lamiera con una notevole quantità di scarafaggi, la mattina ne troveremo dovunque, anche nello zaino che avevamo chiuso con attenzione.

Giorgio assicura Glauco sugli ultimi tiri prima della rinuncia

Andiamo in giro per trovare una guida, in Amazzonia non si gira da soli se si vuole sopravvivere. La nostra guida si chiama Alejandro e ha vissuto sei mesi con gli indios, ci sembra affidabile. Ci noleggia un’imbarcazione, strette piroghe con un mo­tore a gambo lunghissimo ma che lavora quasi orizzontale pescando così pochissimo.

Puerto Maldonado era stata fondata dal barone peruviano Carlos Fermin Fitzcarrald. Fitzcarrald trovò il passaggio per il fiume Madre de Dios tra­sportando attraverso una collina e la giungla la sua nave, impresa che ha meritato anche un film di Werner Herzog. Comunque la nostra guida ci porta a vedere quella che lui dice essere la nave del barone. Dopo una serie di ca­naletti dove anche la stretta piroga fa fatica a inoltrarsi, si arriva a una nave in secca nella foresta tropicale. Non capiamo assolutamente come abbia fatto ad arrivare lì e Alejandro spiega che un’enorme inondazione aveva sommerso la foresta trasportando la nave che, una volta diminuita la piena, si era ritrovata per sempre inglobata negli alberi.

Torniamo sul fiume principale e vediamo una chiatta ancorata all’altra riva. Alejandro ferma la nostra imbarcazione a rispettosa distanza e portandosi due dita agli occhi chiede se ci possiamo avvicinare, dalla chiatta rispondono di sì e mettono via il fucile. E’ una chiatta di raccoglitori/cercatori di oro. Sulla barca gira una tramoggia che trasporta il materiale che proviene dal fondo del fiume, fondo sul quale sta un palombaro con un aspiratore che manda su il materiale. Fanno dei turni atroci, sei ore sotto l’acqua con il costante pericolo di essere investiti dai tronchi sommersi. Tutto questo per un pugno di oro del quale devono darne una parte consistente, circa del valore di cento dollari, al padrone della chiatta. Inoltre da una rapida oc­chiata in giro vedo che ci sono ben tre fucili, vengo così a sapere che ogni tanto devono anche difendersi dall’attacco di banditi; accidenti che bella vita! Continuiamo per una fattoria nella foresta amazzonica. Il percorso a piedi su una traccia di sentiero è sufficiente a farmi rendere conto che qui le nostre conoscenze sono inutili. Alejandro sa tutto, quali piante incidere per avere acqua potabile, cosa è commestibile e cosa no. Una colonna di grandi formiche va evitata con cura, se disturbate assalgono ferocemente. Dopo due ore arriviamo alla fattoria, piante di ananas e banane. Si dorme in dei lettini completamente ricoperti da zanzariere ma prima di andare a letto veniamo chiamati da Alejandro che ci invita a caccia di caimani.

Siamo piuttosto preoccupati ma saliamo tutti sulla strettissima piroga a remi della fattoria; partiamo e da riva la voce di Glauco ci insolentisce, come al solito era in ritardo e ce lo siamo dimenticati a terra. Qualche colpo di pagaia e Alejandro scende in acqua con una torcia. Ci chiede di non par­lare e, con la torcia a filo d’acqua, illumina intorno. Si sposta piano e silen­ziosamente all’improvviso, torcia in bocca e mani in acqua, esce stringendo il collo di un caimano lungo più di un metro, ce lo passa raccomandandoci di tenerlo sempre sollevato. La stretta piroga si agita un poco e piano piano ognuno passa il mostriciattolo al compagno successivo: è brutto, forse è piccolo ma sicuramente pesante e i suoi denti non tranquillizzano. Nel frat­tempo Alejandro ne ha preso un altro un poco più grande e la piroga co­mincia ad essere affollata. Gli chiediamo di risalire anche perché Glauco che è stato il destinatario finale del caimano, non ce la fa più a tenerlo e minaccia di ributtarlo in acqua. Alejandro risale e ci consente di liberare gli ingombranti ospiti. Ci spiega che la luce gli serve per vedere gli occhi dei lucertoloni, di notte sono a filo d’acqua, gli occhi colpiti dalla luce diventano rossi permettendo così di individuarli.

L’alba del giorno dopo alle cinque del mattino siamo di nuovo sulla piroga in giro per la laguna, c’è un silenzio primitivo e una leggera foschia rende tutto un poco irreale e magico. Sento una grande pace, al centro della laguna un tronco galleggia e un uccello ci si sta posando sopra, tutto è calmo, quasi finto. Poi il mondo si ribalta, il tronco esce dall’acqua per due metri, si man­gia l’uccello e ricade pesantemente in acqua riprendendo il suo camuffa­mento. All’improvviso ci rendiamo conto che qui nulla può essere sottovalutato e questo non è il luogo adatto ai romanticismi, questo è il posto, dove l’alba della lotta per la sopravvivenza è ancora in atto, noi non siamo attrezzati per sopravviverci.

Torniamo a Puerto Maldonado, incontriamo i soliti problemi per ripartire, gli aerei sono piccoli e sembrerebbero presi per mesi ma un poco di cor­ruzione ci fa partire dopo due giorni.

Torniamo a Cusco e da lì a Lima, anche il Perù è finito, rimangono le ami­cizie che si sono formate nel corso di quest’avventura, in particolare con Glauco. Purtroppo due anni dopo Glauco e Giuse moriranno in un inci­dente con l’eligiro, di loro mi rimarranno i bei ricordi e qualche foto.

La Sfinche (sotto) e Glauco Dal Bo (sopra)

21 – Rum Dum (23 km di ghiacciaio)
Avevo raggiunto la rena
Ma senza aver più lena.
Forse era il peso, nei panni,
dell’acqua dei miei anni.
(da Il passaggio di Enea di Giorgio Caproni)

Sono solo, colui che avrebbe dovuto accompagnarmi in questa avventura himalayana ha deciso di tornare indietro con la moglie e Patrizia a Srinagar. Io ho deciso di rimanere, anche se da solo. Mi incammino verso il Rindom Gompa con il mio zaino di 30 kg, ho tutto con me: una tendina leggerissima, un sacco a pelo, l’attrezzatura e il cibo. Dopo una giornata di marcia decido di andare su un ghiacciaio sopra la curva del fiume Suro. Nel 78 le carte erano approssimative, ma sembrava che una vetta mai salita fosse proprio sopra al ghiacciaio. Inizio a salire per una stretta valle, si fa sera e bivacco fra due massi. Una fredda alba mi accom­pagna per un’altra giornata di salita e finalmente metto la tenda sul bordo inferiore del ghiacciaio.

Mi guardo in giro, sono abbastanza preoccupato, sono solo da alcuni giorni e il carico pesante mi ha spezzato. In realtà ho anche la percezione che qui, da solo, qualsiasi cosa è a rischio di vita, insomma ho paura.

Il ghiacciaio per fortuna ha i crepacci scoperti e così riesco ad arrivare alla base dell’ultimo ripido scivolo che porta alla vetta. Salgo il pendio e arrivo sotto la crepaccia terminale, cerco di superarla in più punti ma è difficile, piccole slavine mi sfiorano spingendomi a cambiare idea.

Basta, torno indietro, non reggo più la tensione, scendo.

Due giorni dopo sono di nuovo a valle e le prime persone che vedo mi aprono il cuore. Il cuore sta meglio e l’umore di conseguenza, non così i piedi. Il carico e gli scarponi li hanno ridotti a una massa sanguinolenta, per togliere i calzettoni metto i piedi nel torrente, mi medico e a fatica ri­calzo le scarpe. Camminare con il carico e i piedi in queste condizioni è terribile, così non mi è più possibile.

Cerco una soluzione, alla prima casa entro e con gesti e penose imitazioni di nitriti cerco di spiegarmi, vorrei affittare un cavallo. Capisco che non ce ne sono, cosi accetto con piacere l’offerta di un portatore per il carico. An­cora due giorni di marcia e finalmente arrivo a Kargil.

Kargil è uno dei posti più brutti e difficili del Ladakh. Snodo all’inizio della Suru Valley e del Ladakh vero e proprio è, come in tutti i posti di confine, difficile uscirne. Trovo un passaggio seduto sull’imperiale di un camion, a Das si libera un posto in cabina e, dopo lo Zoji La, restiamo solo io e l’au­tista. Si continua verso Srinagar con una sosta in cui carichiamo il camion di legna e via nella notte. Vedo il fosso a lato che si avvicina troppo velo­cemente, prendo il volante e lo giro disperatamente, con l’aiuto dell’autista, addormentato e rapidamente svegliato, ci salviamo. Finalmente Srinagar, sono le tre del mattino e l’autista mi porta a casa sua, in un’unica stanza vive tutta la famiglia. La moglie ci porta una ciotola di riso e poi a dormire, tutti insieme.

La mattina dopo un autobus mi porta al centro della città. Trascorro i suc­cessivi 20 giorni in giro per i canali con la mia shikara (una piccola imbar­cazione a fondo piatto) assieme agli amici kashmiri, un’occasione per conoscere il paese a fondo e imparare ad apprezzare profondamente que­sto popolo. Le imprese alpinistiche sono rimandate ad altre occasioni senza alcun rimpianto, per ora mi godo appieno il fatto di essere vivo.

Kargil: questo paese è vicinissimo alla frontiera con il Pakistan; allo scio­gliersi delle nevi le truppe indiane e pakistane gareggiano per occupare per prime le posizioni fortificate sulla cresta montuosa che fa da linea di con­fine.

La presenza dei militari, il traffico di camion che portano vettovaglie e il fatto che per andare via dal Ladakh sia obbligatorio passare di lì, fanno sì che trovare un mezzo per Srinagar si trasformi in un’impresa impegnativa. In uno dei vari passaggi per Kargil, cercando inutilmente un trasporto, Paris ed io decidiamo di andare direttamente all’ufficio degli autobus. Una stan­zetta con una scrivania, dietro a questa un giovane uomo che con pazienza ascolta i desideri di tutti e con dolcezza risponde a tutti che non c’è posto. Davanti a noi, ci sono due italiani che, dopo aver implorato a lungo, gli offrono cento dollari, l’impiegato li rifiuta: non avrebbe potuto fare altri­menti, in oriente la mancia è un’arte, non si offre così davanti a tutti!

Subito dopo è il nostro turno: l’impiegato gentilmente ci chiede cosa può fare per noi, ci sediamo e tranquillamente gli diciamo che ci occorrono dei posti sulla corriera. Ci guarda con stupore, non se l’aspettava, davanti a noi aveva appena rifiutato cento dollari. Con la faccia contrita afferma che pur­troppo di posti non ve ne sono; diamo così il via a una contrattazione di qualche ora. Abbiamo tutti sempre il sorriso sul volto ma siamo a un punto morto quando Paris ha un’idea: con la faccia seria guarda l’impiegato e gli dice: “ma tu lo sai chi è lui?” (intendendo me), l’impiegato risponde che no, naturalmente non lo sapeva e Paris: “lui è il direttore di tutte le autolinee italiane!”.

Mi scappa da ridere ma riesco a trattenermi, atteggiando la faccia a un’espressione da mega manager. L’impiegato resta perplesso, non sa se crederci oppure no. Decide per il sì, anche perché tanto male non può fargli mentre, se decidesse per il no e poi fosse vero…

Tralascio le successive schermaglie, fatte di detto e non detto, facendo in­tuire possibili raccomandazioni; alla fine, con grandi strette di mano, ci al­ziamo dalle sedie, con in mano due biglietti per Srinagar.

Il Ladakh è cambiato profondamente dal 1978, anno della mia prima visita, al 2004, l’ultima volta in cui vi sono stato. Nel ‘78 era stato riaperto da soli due anni al turismo, Leh era ancora piena di soldati stanziati li a seguito della guerra sino-indiana. Ricordo le case fatiscenti e le file di soldati davanti al casino, ricordo la gentilezza della popolazione e l’ospitalità dei monasteri con cibo e alloggio. Ventisei anni dopo è cambiato tutto, si arriva a Leh in aereo, sono tanti i turisti. I ladaki sono quasi una minoranza e i negozi sono in gran parte di proprietà dei kashmiri, i monasteri sono visitabili previo pagamento di un biglietto. Tutto si è trasformato ad uso e consumo dei tu­risti, quello che mi dispiace è che la popolazione ladaka non ne abbia tratto un significativo miglioramento delle condizioni di vita.

Il Ladakh mi riporta al ricordo dello Zanskar e delle sue montagne, attra­verso le quali sono passati numerosi ritorni…

Sto scendendo da ore, passi sempre uguali, faccia al ripido pendio: piccozza, mano, piede, piede, mano.

Nella ripetizione meccanica del movimento scompare il pericolo, resta l’au­tomatismo di tanti anni di alpinismo, quella che ti salva la pelle quando, inebetito dallo sforzo, non ragioni più; quella che ti fa arrivare in salvo senza sapere neanche come.

Nella mente, il ricordo di 15 anni prima, agosto del 1980; sono con Paris Simonetti, Eugenio Di Marzio, Massimo Marcheggiani, Carlo Cecchi. Una spedizione leggerissima, senza permesso, senza soldi e senza portatori (4). Materiale di cordata, due tendine in cinque e cibi liofilizzati per 15 giorni, l’obiettivo è il ghiacciaio del Rum Dum nel gruppo dello Zanskar. Usiamo i mezzi locali, dal cassone di un camion che trasporta pezzi di un ponte in ferro; con Eugenio, ci guardiamo spaventati considerando gli orribili dirupi che si aprono sotto di noi mentre il camion arranca su per le contorte vo­lute dello Zoji La. A Kargil affittiamo due jeep che ci portano poco prima del Pensi Là, un passo a 4400 metri.

Siamo soli con i nostri bagagli, circa 50 chili a testa. Abbiamo deciso, anche per l’assoluta mancanza di soldi, di non usare portatori, neanche quelli di valle.

Per più giorni andiamo avanti e indietro schiacciati dai carichi, infine due laghetti blu, quasi delle doline, il campo base. Dopo qualche giornata di riposo saliamo la difficile morena, come al solito carichi come muli, Euge­nio si appoggia pesantemente a un masso erratico strillando: “me vogliu muri” e ognuno di noi gli dà ragione!

Campo sul ghiacciaio Rum Dum, Zanskar, quota 4500 m

Poi la storia di tutte le spedizioni, acclimatazione, vita grama, dormire sco­modi in tre in una tenda da due; esploriamo le possibilità della zona. Tutto è nuovo, mai scalato, ad eccezione dello Z2 salito da Silvia Metzeltin e Gino Buscaini l’anno scorso. Scartiamo alcune cime perché a nostro parere troppo difficili o troppo pericolose. Finalmente ci decidiamo ad affrontare una vetta che la carta del Calciati stima essere alta 6028 metri. Individuo una linea di salita ma gli altri non sono d’accordo, Massimo non si esprime, cedo anche se dubbioso, tentiamo l’ascensione da un altro versante. Siamo alti, mancheranno 300 metri alla vetta, ma uno sbarramento di enormi se- racchi ci chiude la strada, tento più volte ma non se ne esce. Per oggi por­teremo a casa solo una vetta minore.

Riposo e poi su per la via che avevo proposto. Una fascia rocciosa di quarto grado, mettiamo una corda fissa e attrezziamo un terrazzino. Massimo ci raggiunge ma c’è qualcosa che non va, vede tutto attraverso un velo rosso. Gli guardo gli occhi e sono iniettati di sangue, deve scendere! Dice di po­terlo fare tranquillamente da solo e, malvolentieri, lo lasciamo andare, lo vediamo alla base delle corde fisse camminare sul ghiacciaio. Con Eugenio e Paris ci guardiamo, l’angoscia nel cuore. Siamo senza medico e senza por­tatori e campi intermedi, come faremo con Massimo?

Senza neanche dircelo, decidiamo che il nostro compagno è più importante di qualunque vetta, si riscende per raggiungere al più presto un ospedale. Discesa con i carichi pesanti, fra gli innumerevoli crepacci che si erano aperti nel frattempo, la lunga attesa di un camion sulla strada e via verso Srinagar con tutti i mezzi possibili. Di questo viaggio ricordo la polvere e una notte stellata; sdraiato con Eugenio nel cassone del camion su comodi sacconi per controllare i bagagli, eravamo lì a scambiarci sensazioni, ami­cizia e delle cose fritte e piccantissime che Eugenio tirava fuori dalla tasca per aiutarci a superare il freddo. L’alba e i compagni, che avevano dormito in una casa, ci fecero scoprire che i comodi sacconi erano pieni di sterco secco da usare come combustibile. Massimo a Delhi verrà curato con inie­zioni anticoagulanti negli occhi, prescritte dall’oculista consigliatoci dal­l’ambasciata.

Le nostre compagne devono raggiungerci a Bombay (oggi Mumbai, NdR) e noi lì ci trasferiamo con un lungo viaggio in treno. Mentre le aspettiamo, dato che non abbiamo una lira, alloggiamo nei cameroni dell’esercito della salvezza che con poche

rupie ci offre anche una minestrina al giorno che noi integriamo con schi­fezze varie acquistate dai carrettini. Finalmente arrivano, e con loro anche i soldi per continuare il viaggio. Partenza per Varanasi con un treno not­turno. Sono le due del mattino e mentre il treno riparte da una stazione, dall’esterno strappano la borsa di Patrizia. Al suo urlo ci svegliamo tutti, non sappiamo cosa fare, nella borsa aveva tutto, dal passaporto alla sua parte di soldi. Decido di scendere alla prima fermata, gli altri ci danno quello che possono del loro denaro. Scendiamo, non sappiamo dove siamo, di notte nel cuore dell’India. Parlo con il capo stazione che prende a cuore la faccenda, fa accomodare Patrizia e con il primo treno locale ci fa tornare indietro. E’ mattino e ottengo di fare andare piano il treno così che, spor­gendomi da un lato della locomotiva a carbone, posso guardare la massic­ciata nell’improbabile ipotesi che la borsa sia stata abbandonata lì con dentro i documenti. Raggiunta la stazione del furto, senza naturalmente aver trovato nulla, proseguiamo in terza classe per la città più vicina.

Vedo l’India delle zone interne, quella vera; donne coperte solo da una fa­scia intorno ai fianchi, dai seni avvizziti e cadenti e uomini senza denti, tutti magri da fare paura. La povertà senza nessun velo, che a distanza di tanti anni ho ancora vivida nella memoria.

15 anni dopo, questa volta con un permesso regolare, il conflitto latente tra India e il Pakistan ci obbliga a cambiare obiettivo. Subito il pensiero del ghiacciaio Rum Dum mi torna prepotentemente alla mente e lo propongo. Siamo in dieci, Eugenio Di Marzio, io, Gabriella Tiberti, Sandro Momigliano, Jennifer Mariani, Sandra Boi, Corrado Pibiri, Enrico Bernieri e Da­niela Galli. Questa volta è tutto diverso da quella precedente, siamo attrezzati meglio, tende per tutti e mezzi di trasporto decenti e perché no? anche portatori, questa volta va di lusso. Siamo all’inizio della valle e il tor­rente è pericoloso, i portatori si rifiutano di traversare carichi. Noi guadiamo legati e costruiamo una teleferica per i materiali, poi si guada tutti. Sandra per traversare si è spogliata, arriva Sandro gridando che dietro a lui arrivano i portatori ma lei non fa in tempo a rivestirsi. Un portatore dopo l’impre­vista visione si apparta in una buca…

Sistemiamo il campo base e ripartiamo verso l’alto. Anche se più attrezzati dell’altra volta, siamo sempre una spedizione leggera senza portatori di quota.

Qualche giorno dopo siamo di nuovo sotto la prima vetta che vogliamo scalare, il 6028 della vecchia rinuncia, questa volta con gli altimetri tarati scopriamo che in realtà è più alto di 100 m, quindi un 6128.

Risaliamo fino a ritrovare la corda fissa di tanti anni fa. Sopra troviamo Jennifer con Sandro, partiti prima di noi si sono fermati, vediamo anche Eugenio che sta scendendo mentre su in alto Enrico sta continuando a sa­lire. Mi chiedo perplesso cosa stia succedendo e sul pendio vado incontro ad Eugenio.

Con Enrico non si sono trovati e così hanno deciso di separarsi, lo invito a salire con me ma ormai ha deciso per la discesa. Peccato perché è da molti anni il mio compagno nelle spedizioni e valido alpinista ma questa volta è partito lasciando alcuni problemi irrisolti in Italia, problemi che gli hanno tolto entusiasmo e tempo per riprovare. Mi sono ormai reso conto che così come sono composte le cordate non c’è possibilità di vetta, Gabriella e Jen­nifer stanno soffrendo la quota, Sandro si offre di scendere con loro, decido di continuare da solo. Salgo per un poco sulle tracce di Enrico ma la neve sul ripido pendio ha ceduto, non riesco a proseguire. Questa volta però non voglio tornare indietro e decido di proseguire sulla cresta rocciosa che delimita la sinistra della parete. Sono solo, salgo arrampicando su un buon granito, su difficoltà di terzo grado.

Passano le ore e senza neanche rendermene conto sono quasi a 6000 metri, là dove lo sperone roccioso si perde sul pendio di ghiaccio. Vedo Enrico che scende, ci incontriamo, ha raggiunto la vetta. Gli chiedo un poco di acqua, me la dà con titubanza, non capisco perché, lui sta scendendo. E’ tardi e alla vetta mancano ancora 300 metri so che potrei bivaccare, per questo chiedo a Enrico di avvertire gli altri di non preoccuparsi, il tempo è buono e sono ben vestito.

Continuo, sono solo e provato, le difficoltà dello sperone hanno lasciato il segno ma sono determinato. Lo zaino semivuoto si fa insopportabile e lo lascio su un masso del pendio. Dieci passi e mi fermo poi altri 10 e fermata, un orizzonte limitato a 10 istanti di sofferenza! Provo sensazioni di estra­neità dalla realtà, attingo forza da una riserva che non sapevo di avere, sento dentro di me rotta una barriera. Attingo alle forze vitali del mio essere, per­cepisco nettamente che dopo di queste non ci sarà più niente.

Alcune tracce di Enrico, finiscono, dietro il nulla del vuoto, la vetta. Sono le 16.30 e mi aspettano quasi 1300 metri di discesa e ora che sono arrivato voglio anche tornare e allora… Sto scendendo da ore, passi sempre uguali, faccia al ripido pendio: piccozza, mano, piede, piede, mano…
E’ sera e sono giù, salvo.

Scendiamo fino al campo base dove non trovo Eugenio che è dovuto par­tire con urgenza, dalla radio Sandro mi informa di voler provare la vetta in solitaria il giorno dopo. Su non c’è nessun altro, chiedo che qualcuno mi accompagni in alto per controllare che vada tutto bene, non riscontro tanto entusiasmo. Così la mattina alle prime luci di nuovo sulla morena e per il ghiacciaio fortunatamente poco pericoloso. Arrivato al campo intermedio, mi metto su un masso al sole e seguo Sandro con il binocolo, lo vedo in vetta e lo seguo nella discesa fino a che non è al sicuro. Lentamente, tran­quillo, mi incammino verso il basso.
Ancora una volta tutti a casa.

Spedizione 1980, Giorgio verso la vetta di quota 6280 m

Oggi è Natale del 2013 e per una serie di circostanze sono solo, in giro per Roma.
Il Pincio, Piazza di Spagna, il Pantheon e poi Piazza Navona. L’antico stadio di Domiziano è pieno di gente, guardo le bancarelle e ritrovo i giochi di una volta. Le urla che invitano al tiro a segno, i dolciumi, una giostra che gira con i suoi cavallucci; sopra, con i volti sorridenti, grandi e bambini che ruotando mi vengono incontro, piano piano scivolo indietro nell’infanzia. La Befana arrivava con le sacchette colme di dolciumi che lasciava dentro una calza nascosta nel vecchio armadio.

Penso alle mie nipoti e compro tre befane, tre calze e un mucchio di dol­ciumi; forse Zoe, che ha 15 anni, non gradirà la calza della befana ma ho deciso che avrà diritto a non crederci più solo al compimento del diciotte­simo anno, con la maggiore età.

Continuo a girare cercando un posto dove mangiare qualcosa, sono di dif­ficile appagamento, aborro i posti per turisti ma qui al centro sembra pra­ticamente impossibile non caderci dentro. Il Caffè della Pace non ha niente da mangiare ma poco più in là scopro un bar siciliano. Arancino, bicchiere di rosso e cannolo siciliano (grande).

Mangio piano e con la mente torno a tanti anni fa, Palermo con Roby (5). Stiamo arrampicando allo Schiavo sulla via “Daniela” in una di quelle gior­nate di ottobre che solo questa città sa regalare; mentre i tiri si susseguono difficili e splendidi, Roby ed io ci sorridiamo felici.

Poi a Mondello, con arancini, pane e panelle.
Il giorno successivo facciamo ancora qualche monotiro poi un giro nella grotta dell’Addaura nonostante i divieti.

La spiaggia di Mondello, che in ottobre torna al suo splendore di bianco e cobalto senza più gli orribili casotti estivi, ci accoglie nelle sue acque ancora calde, ricordo di estate.

Ma Roby poi è morto, non l’ho più visto; caduto arrampicando in solitaria su una via di roccia al Pellegrino. Poco dopo la sua morte sono andato a ri­petere la via, con noi un’altra cordata guidata da Tonino Paladino. Salendo, ad un momento mi ha invaso la percezione di essere sul passaggio della ca­duta e ho visto Roby lasciare la vita.
Mi scuoto, pago.

Dall’interno di questa pasticceria siciliana a Roma, gestita da un indiano con una cameriera filippina, torno a passeggiare in strada.

Oggi è un Natale strano, tra poco tornerò a casa, lentamente e a piedi cam­minando ripenso a un altro Natale, quello del 2009, l’ultimo Natale di vita di mio padre. Siamo nel soggiorno di casa a Velletri, fuori la nostra campa­gna è immiserita dal freddo ma dentro sono contento. In qualche modo percepisco la fine prossima, ho tentato di far venire qui anche mio fratello ma i suoi impegni famigliari glielo hanno impedito. Portiamo a tavola papà con la carrozzina, poi però lo alziamo e siede con noi, alle sue spalle l’albero di Natale sfavilla debolmente. Mangia qualcosa e lo rimettiamo a letto, ca­pisce poco ma sembra felice, io dentro pieno di tristezza.

Continuo a camminare e la mente va, dove non dovrebbe: è il 5 di febbraio, Elisabetta ed io siamo sul treno da Luxor ad Assuan, stiamo per arrivare alla stazione quando squilla il cellulare.

Natascia con voce affannata mi dice: ‘Alfredo non respira più” e in quel momento dal cellulare odo l’arrivo dell’ambulanza, il tentativo con il defi­brillatore e le parole: “stacca non serve più”.

Così, in diretta, la morte fa anche più male. Arrivati alla stazione con Eli­sabetta, andiamo subito alle linee aeree egiziane e spieghiamo la situazione. A dimostrazione che i valori famigliari sono universali e forse ancora più forti nei paesi del Mediterraneo che in quelli nordici, l’impiegato ci trova immediatamente un volo e ci applica la tariffa riservata ai cittadini egiziani. La sera, in volo per l’Italia e Velletri.

Sono arrivato a casa, questo Natale sta diventando un incubo; per fortuna dopo un poco rientra Elisabetta e il mondo ricomincerà a splendere.

23 – Dal letto
(flashes: Cho Oyu, Sardegna, Shisha Pangma, Stefano che ci ha lasciato)

Sono pigro, lo sono sempre stato. Una delle cose che preferisco nella vita è alzarmi tardi, rimanere a letto a poltrire leggendo o, con gli occhi aperti, fissando le foto dinnanzi a me, ripercorrere avventure e sensa­zioni, finché qualche inderogabile necessità della giornata non mi costringe a lasciare la tranquillità del letto.

Come abbia fatto a scegliere come passione della vita un’attività come l’al­pinismo, che richiede alzatacce e fredde salite alla precaria luce delle frontali, per me rimane ancora mistero.

Questa mattina vagavo con la mente fra le pagine di questo libro ancora da scrivere. Quante spedizioni, molte cose ancora non dette. Non mi va proprio; raccontare ancora di pendii ghiacciati e di valanghe, di ramponi che mordono il ghiaccio, forse alla fine è noioso come i video di arrampi­cata sportiva.

Ma in testa si inseguono ricordi della spedizione del 2000 al Cho Oyu, la prima e per ora unica spedizione romana a un Ottomila; nata da una proposta di Giulio Scoppola recepita dalla scuola di Alpinismo del CAI di Roma “la Croce del Sud”, sofferta, combattuta contro lo scetticismo e l’invidia di piccole persone che nel CAI, come d’altra parte nel resto del mondo, non mancano mai. Partiti soprattutto grazie alla caparbietà mia e di Enrico Bernieri e all’appoggio di Carlo Cecchi, all’epoca presidente del CAI di Roma, siamo arrivati in vetta con tre componenti della spedizione (Guillaume Dargaud, Agostino e Francesco Martinelli); senza ossigeno, senza portatori di quota e, su loro ri­chiesta, collaborando con gli sherpa a sistemare le corde fisse. Il ritorno in Italia allietato dalla personale grande soddisfazione, come capo spedizione, di avere riportato tutti a casa senza danni.

E mica mi fermo qui, quando la mente parte non so mai dove va a finire e mi vedo in aria mentre volo con un masso in mano. Sono in Sardegna con Gianni, Rys e Loretta, abbiamo scoperto l’Aguglia e, assieme a Rys Zaremba, ne stiamo tentando la prima salita. L’appiglione rovescio che trazionavo si è rivelato cattivo e lo porto giù con me. Uno strappo e mi fermo

sotto uno strapiombetto. Chiedo a Rys se va tutto bene e quando lui mi ri­sponde che la sosta ha ceduto mi si gela il sangue. In realtà è proprio così, sono appeso alla corda che si è bloccata sul primo chiodo di protezione, grazie al malloppo formato da chiodi di sosta, cordino e moschettone con mezzo barcaiolo. Rys, autoassicurato su un altro chiodo più distante si è sentito strappare via la corda di mano. Ne usciamo con non semplici ma­novre, scendiamo in doppia. Avendo deciso che oggi la giornata è stata suf­ficientemente interessante ce ne andiamo, torneremo. Invece l’anno dopo ci tornano Alessandro Gogna e Manolo che realizzano la prima salita e trovano il no­stro ultimo chiodo.

Insomma, quanto viaggio questa mattina con la testa! Ora sono di nuovo in Himalaya. Eugenio Di Marzio ed io stiamo riscendendo insieme nella bufera, con gli altri abbiamo raggiunto i 7600 metri, non lontanissimi dalla vetta dello Shisha Pangma ma sta arrivando brutto e i pendìi sono perico­losissimi. Nella bufera ci siamo persi; nella discesa con Eugenio non ab­biamo più visto gli altri, siamo separati da Roberto Rosica, Enrico De Luca e Giuseppe Ricciuti. Non siamo preoccupati, loro hanno una tenda da tre e noi una da due, non ab­biamo campi, siamo come lumache con il nostro guscio, non abbiamo por­tatori.

Vento, neve, non si vede più niente, con difficoltà piazziamo la tenda e ci buttiamo dentro. Un formaggino che impasta la bocca, sciogliamo un poco di neve e aspettiamo che passi la nottata. L’alba, usciamo dalla tenda ghiac­ciata a soli 100 metri da noi la loro tenda, un sospiro di sollievo.

A destra: verso quota 7600 m; a sinistra: la tenda in discesa.

Scendiamo ancora fino a raggiungere l’inizio del pendio, lì dove avevamo lasciato gli sci. Ci leghiamo tutti e cinque insieme, calziamo gli sci; per carità di patria risparmio la descrizione di una discesa più simile a una comica che a una sciata. Questa volta è andata male e non siamo riusciti, comin­ciamo il ritorno a casa tra frane, villaggi distrutti dal terremoto: sì, non era mancato nulla a questa avventura, c’era stato anche il terremoto. Quasi ar­rivati a Tingri, in una baracca al lato della pista, ci concediamo una sbronza colossale di birra. In quel casotto sul bordo del confine con il Nepal, Enrico guardando con gli occhi rossi l’inverosimile montagna di bottiglie vuote dietro a noi urla alle pianure tibetane: “quando si tira la coda al diavolo, se siamo noi a tirarla, lui si deve spaventare!” Quanto ho vomitato quella notte a Tingri.

Dal Tibet alle Calanques, che in un anno lontano hanno visto arrivare sulla costa due strani esseri vestiti da alpinisti, scarponi grossi, piccozza e cervello fino. Gianni ed io arriviamo dal Monte Bianco passando dal Piantonetto e via Torino. Eravamo partiti da Roma con il mio Falcone Guzzi, carichi al­l’inverosimile per una stagione al Monte Bianco. Troviamo posto al vecchio rifugio Torino in camerata con due alpinisti torinesi ma il tempo fa vera­mente schifo, giochiamo a scacchi e facciamo la fame visti i costi del rifugio; una cara ragazza che ci lavora distoglie qualche mela che giornalmente, im­pietosita, ci regala. Cuciniamo di nascosto nella cappella del rifugio ai piedi dell’altare, naturalmente con grande rispetto. Una finestra di bel tempo e via si scappa sul Petit Capucin per salire la via Alberico-De Rege-Mila. Sono su un terrazzino facendo sicura a Gianni e badando che la corda non si sporchi con un’improvvida cacca, ben conservata dalla neve che qualcuno aveva deposto, quando arriva una scarica di sassi che piomba sulla corda e la rompe in due punti. La annodiamo e continuiamo con qualche difficoltà sulle rare sicure. In vetta mini doppie per scendere e numeri di Gianni che, attaccato alla corda, deve mettersi i ramponi sullo scivolo di ghiaccio; te­nendo conto che siamo nel 1970 e che non si usavano discensori, l’eserci­zio non fu affatto banale. La discesa in punta di ramponi là dove due anni dopo scenderò faccia a valle con la neve fresca concluse l’interessante gior­nata. Andiamo a Torino e siamo ospitati da Bimbo Leone che saputo del­l’accaduto ci presta una corda e ci consiglia di andare al Piantonetto per fare la via di Guglielmo al Becco di Valsoera.

Arriviamo in moto alla diga ma è notte e ci buttiamo a dormire per terra all’aperto, domani saliremo al rifugio allora gestito da due ragazze. Un giorno di riposo e poi si parte all’alba, sono le sette del mattino e Gianni è impegnato sulla prima lunghezza, è ghiacciata e deve pulire ogni appiglio, due ore ed è in sosta. Il tempo scorre veloce ed è quasi buio quando rag­giungiamo una cengia che ci permetterà un buon bivacco, attrezziamo il tiro successivo e aspettiamo l’alba con una mezza barretta a testa. La mat­tina, riscaldati dal sole, ripartiamo e finiamo la via, discesa, notte al rifugio e decisione epocale; si va in Calanques! Le falesie rocciose sulla costa di Marsiglia ci accolgono con un sole ridente; ricordo ancora il volto degli stupefatti bagnanti nel veder arrivare due alpinisti con corde, piccozze, martelli, scarponi da ghiacciaio e calzettoni; anche noi in effetti faticammo non poco a mantenere un’espressione seria!

In realtà la storia della disgraziata estate non termina qui ma ha come coda la rottura di 18 raggi della ruota posteriore della moto sul ponte di Genova, la notte trascorsa come ospiti dei bagni della stazione di servizio, lo smontaggio della ruota, la ricerca di un passaggio per Genova con relativa sostituzione dei raggi accroccata da un solerte cicli­sta, rimontaggio della ruota e finalmente partenza per Fi­renze, via strade normali per risparmiare i pochi soldi ri­masti per la benzina.

Piantonetto, Becco di Valsoera. Gianni assicura Giorgio sulla via di Guglielmo

Siamo quasi a Firenze, provo a telefonare a Andrea Bafile ma non è in casa, Gianni ha il numero dei Verin e incrociando le dita proviamo. Mario non c’è ma per fortuna c’è Waldo che subito ci invita a casa ci fa dormire e fi­nalmente dopo due giorni di digiuno ci fa mangiare una ricca carbonara. La mattina seguente il prestito di diecimila lire ci permette di arrivare a Roma. Rispediamo la corda a Torino e i soldi a Waldo e andiamo al Gran Sasso.

Questa mattina la mia testa salta ovunque! I miei primi anni di insegna­mento a scuola, Istituto Tecnico Industriale “Galileo Ferraris”, sede distac­cata di Sabaudia. Autobus da San Giovanni che parte alle 6, arriva a Sabaudia alle 8.30. Allora la 148 Pontina non era stata costruita e il pullman percorreva tutti i Castelli poi Cisterna, Latina e finalmente Sabaudia. Un inverno duro. L’anno dopo fu sicuramente migliore. Mi ricordo come fosse ora; siamo in quattro insegnanti provenienti da Roma e andiamo in mac­china dividendo la benzina, siamo giovani e ci divertiamo, poi a primavera le dune del litorale ci accolgono dopo la scuola. Quelle dune mi riportano a Stefano nostro amico e compagno di arrampicata, si è suicidato, il suo terzo tentativo è riuscito; i suoi vestiti ritrovati al Circeo e il cadavere trovato sulla spiaggia dicono a noi amici che possiamo smettere di cercarlo. Andrò a salutarlo da solo nella squallida camera mortuaria spersa nella pianura Pontina.

Mi alzo, mi alzo! Non va bene, non si devono aprire i cassetti più nascosti del dolore, non di mattina così a tradimento. Non mi faccio uno shampoo perché non ho capelli, opto quindi per una macchinetta di caffè da tre per­sone da consumare da solo, mi alzo e scrivo.

Telendos, di fronte a Kalymnos

24 – L’Isola

Nutrice del sogno e del desiderio
quest’alba pastello morde l’anima.
Colma della tua presenza

Ci sono giorni diversi nella vita, quelli dedicati all’oggi e quelli dedicati alla memoria; a volte il confine è labile e l’oggi si confonde con ieri.

Kalymnos ci apparve splendente in un mattino del novembre di tanti anni fa per farsi poi desiderare bella nei giorni seguenti; neve e freddo, rap­porti in crisi… Tornare anni dopo; un freddo febbraio forse alla ricerca “dell’isola che non c’è.

Torniamo allora. La stanza riscaldata con l’asciugacapelli di Elisabetta fuso per l’uso, bruciato, Panormitis dai capelli azzurrati senza una parola d’in­glese e i negozi chiusi e le fughe a Pothya alla ricerca di vita e calore. L’ar­rampicata quotidiana, tutti i giorni sulle falesie più assolate. Al freddo ma felici; sentiamo che questo posto ha qualcosa di diverso, lo vogliamo nostro, magari con il caldo.

Gli innumerevoli ritorni alla ricerca delle stagioni giuste, piano piano si scel­gono gli amici: Lele e Nicoletta, Luca e Bettina, Mike, Sofia, Stavros e Marianti con i bambini e soprattutto Miriam e Simon.

Simon l’avevamo conosciuto nel 2008 quando Vincent, strano personaggio dai molti volti con la vita persa in un suo particolare mondo di fantasie e realtà, ci propone di andare a spittare vie di scalata a Telendos ospitati gra­tuitamente dagli albergatori dell’isoletta. Con lui Simon, giovane moniteur d’escalade francese. Dio biondo dall’animo di fanciullo.

L’isola e lui, un amore a prima vista con trasferimento. Simon e Miriam, piccola moglie canadese. Un anno di inverno in una casa senza luce e acqua e riscaldamento: piano piano il lavoro che ingrana. Due anni dopo ci invi­tano con emozione a cena nella casa che hanno affittato. Miriam ci dice sottovoce, quasi con timore: “sapete questa è la nostra prima vera casa”. Seguono anni di sempre maggiore vicinanza, ci sono quasi figli; abitiamo vicini ora, praticamente la stessa casa.
Trovammo l’Isola.

La trovammo, l’abbiamo trovata negli amici e nei rapporti, nella gioia del vivere liberi scalando o curando l’animo con il mare. Il mare che vicino ti culla dolcemente e ti chiama ad immergerti in lui come in un nuovo liquido amniotico.

Con il tempo si scopre che l’isola felice in realtà è uno stato della propria mente, vale ed è vera per l’attimo felice. Ma va bene così; quegli attimi sono perfetti, non possono essere scalfiti da miserie umane. Sono stati e così ri­marranno immodificabili nel tempo.

Kalymnos, a cena con gli amici

25 – Riflessioni
(una vetta non si conquista, al massimo la si sale per la prima volta)

Oggi ho messo la maglietta rossa del cinquantenario della conquista del K2, almeno così sopra vi è stampato. Mentre la indossavo, improv­visa, mi ha colto l’assurdità della scritta sulla maglietta, l’assurdità di pensare che noi, piccoli presuntuosi, si conquisti alcunché.

Nella vita percorri, tasti e a volte trovi dei motivi per andare avanti nono­stante la certezza della fine.

Se della fine vi è certezza, se non credi in vite o resurrezioni future, se fon­damentalmente sei incredulo, cosa rimane? Rimane il viaggio e durante il viaggio non si conquista, al massimo si transita, godendo del momento che il fato e le tue scelte ti concedono.

Piccoli uomini presuntuosi che, solo per essere saliti su una montagna che casualmente ha permesso a insignificanti formiche di passare, credono di aver conquistato.

Andare per monti è un momento di gioia solo se comprende l’anima, viag­giatori e passeggeri della vita che scorre. La speranza è di riuscire, non alla conquista ma alla pienezza del momento, con rispetto e amore per noi e per il percorso.

Rifletto sul modo di fare le spedizioni al giorno d’oggi, grandi montagne portate a misura dei mediocri con chilometri di corde fisse, persone che salgono senza averne le capacità.

Morti, tanti morti e quasi sempre da soli. Il giapponese agonizzante con gli “alpinisti” che gli passano accanto indifferenti, impegnati a salire verso la vetta; e intanto lui, lui muore.

Non mi rappresenta questo alpinismo, quello mio è quello della rinuncia se il mio compagno non ce la fa, del rischiare se stessi per aiutarlo e anche se è qualcuno che non conosci non fa differenza. La montagna deve essere un gioco leale con mezzi leali, se si accetta questo si accetta anche che lei è più di te, solo insieme si sopravvive e la solidarietà è un bene non negozia­bile.

Rifletto sull’ultima disgrazia al K2. Non è colpa di nessuno, è invece re­sponsabilità di tutti. Si va in montagna oggi pensando solo a se stessi.

Mi viene in mente il racconto di uno che per un periodo della vita mi è stato amico, mi raccontava: “sono stato al Velino con Michele e gli ho dato 30 minuti di distacco, lo ho aspettato in vetta e faceva freddo”. Il mio primo pensiero è stato: ma perché non sei andato da solo? Perché sei andato con lui? Poi ho pensato: poco ne hai preso di freddo!

Lui non è un grande alpinista, come nessuno di noi, ha recepito però in pieno il modo di andare in montagna che va per la maggiore. Allora alla fine di tutto, credo che un compagno di cordata vada scelto non in funzione di quanto è bravo ma di quanto è generoso. Il mio attuale compagno di cordata è anche la mia compagna di vita ma, prescindendo da questo, so che non abbandonerebbe mai nessuno su una parete mettendo in gioco senza esitazioni se stessa e la propria vita per salvarne un’altra.

Così ho sempre cercato quelli con cui legarmi, certo che, anche per loro, il legame della corda non fosse solo un’utilità ma anche un legame metafo­rico. Credo in un modo di andare in montagna diverso, mi sento dolorosa­mente straniero in questo ambiente attuale.

Mi viene in mente quello che ho scritto in un vecchio articolo sull’Appennino (rivista del CAI di Roma) e che mi piacerebbe fosse un sentire comune:
“Oggi in montagna ritrovo spesso volti noti ed amici da anni, siamo noi, Marco, Gianni, Paris, Eugenio, Mimi, Cadetto e gli altri ultra cinquantenni ancora in giro ad arrampicate, la generazione di mezzo di un secolo, una generazione che ha iniziato scalando quasi come si faceva cento anni fa e che ancora continua a salire.
Noi che spesso, pressati dalla necessità di fare presto per tornare la sera in quella città che a volte ci opprime e disumanizza, trasportiamo sulla mon­tagna un ritmo che non è il nostro.
Noi che abbiamo conosciuto e compreso il sole che sui prati fa crescere dentro piano piano la voglia di salire adattando il nostro ritmo a quello della montagna, lento, silenzioso, calmo.
Noi che vorrei lasciassimo, a mio figlio e ai ragazzi della sua generazione che vanno in montagna, il ricordo di queste sensazioni, il ricordo e la con­sapevolezza di un procedere senza fretta, con il sole che tramontando non spaventa, perché la notte può essere amica anche tra dei sassi, stretti al com­pagno per riscaldarsi, guardando le stelle, fumando una sigaretta mentre le parole si inanellano piano a comporre momenti indelebili della memoria“.

Primo Tempo: Vincenzo
C’è sempre una prima volta per tutto; per me la prima volta in spedizione iniziò con una telefonata di Vincenzo Monti.

Vincenzo, conosciuto dagli amici come Cencio, era stato per anni il com­pagno di cordata di mio padre e io lo conoscevo da sempre. Grande medico e alpinista aveva fatto parte di alcune importanti spedizioni, con il crescere della mia età si era trasformato in un amico con il quale andare in montagna e al quale raccontare i turbamenti intimi della crescita. Con lui avevo un rapporto che non riuscivo ad avere con mio padre, nei confronti del quale sentivo un distacco che con gli anni si accentuava.

La storia inizia nel 1973 con Cencio che mi telefona e mi chiede se sono interessato a partecipare a una spedizione in Pakistan. Casi strani della vita, trenta anni dopo la mia avventura afgana inizierà nello stesso modo, ma con una telefonata di Carlo Alberto Pinelli.

Prime riunioni, alla spedizione avrebbero partecipato alcuni romani a me sconosciuti, tre guide di Canazei e Franco Alletto come capo spedizione. Si parla di tutte quelle cose che fanno parte della preparazione, i soldi, la logistica, i materiali da portare e l’obiettivo. Con gli anni tutto questo per me sarebbe diventato routine, ma allora era entusiasmante creare dal nulla un’avventura. L’abitudine non aveva ancora trasformato in dovere le in­combenze necessarie alla realizzazione di un sogno.

I compo­nenti della spedizione al Gamugal; tra questi il capo spedizione Franco Alletto.

Giugno, la partenza è prevista per gli ultimi giorni di agosto, giro in moto alla ricerca degli imballaggi per i carichi ma non si trova nulla di soddisfa­cente. Decidiamo di costruirci delle casse in legno.

Sono preoccupato, qui non si allena nessuno e io voglio arrivare in piena forma anche perché poi farò cordata con tre guide alpine.

Praticamente scappo, senza dire niente a nessuno sparisco con Marco Geri al Monte Bianco, dove aiutati dal tempo inanelliamo una serie di notevoli salite condite da due divertenti episodi.

Il primo sulla via Lochmatter all’Aiguille de Blaitière dove la guida recita: “il passaggio si supera con lancio di corda oppure con piramide umana e salto dalle spalle del compagno”. Marco ed io optiamo per la piramide umana con Marco sotto perché io sono più leggero e poi l’ho detto per primo! Superato il passaggio, ci fermiamo un attimo per riprenderci osservando intanto la cordata di giapponesi che invano tenta la stessa manovra, entrambi bassi, falliscono miseramente il salto dalle spalle del compagno. Esaurita la vena sadica, alla fine lanciamo loro la corda, compiacendoci della nostra gene­rosità.

L’altro episodio in realtà non l’ho ancora perdonato (per modo di dire per­ché almeno avrebbe potuto avvertirmi!); dopo tre giorni di nevicata e in una finestra di bel tempo, attacchiamo la via Bonatti al Grand Capucin. Oggi è una via frequentata anche se di tutto rispetto, ma nel ‘73 era ancora percorsa da pochi. Superiamo con un poco di ansia la crepaccia terminale e poi i primi tiri, i cunei marci originali di Bonatti fanno paura, ci facciamo lievi sulle staffe. Ogni terrazzino con sopra mezzo metro di neve ci costringe a un duro lavoro di pulizia e alla fine decidiamo di bivaccare. Notte decente si riparte, siamo sotto il muro giallo, i due tiri chiave, tocca a me e parto, Marco mi dà tutto il materiale, non capisco perché: sto arrampicando da una vita e alle mie domande di quanta corda c’è ho sempre la stessa risposta: “vai, ancora molta” ho praticamente finito tutto il materiale ma un bel ter­razzino mi viene in aiuto e sosto. Vieni pure Marco! Lo vedo arrivare sor­ridente, con fare angelico mi confessa che in realtà avevo fatto due tiri perché lui alla fine della corda era partito senza dirmi nulla. “Così si è gua­dagnato tempo!” La discesa dalla vetta, che allora si faceva per la via nor­male, fu un incubo nella tempesta tra slavine e nessuna visibilità. Questa salita, anni dopo fu protagonista di un divertente episodio. In occasione della nostra partenza per la spedizione allo Shisha Pangma, Eugenio aveva fatto venire a Chieti Walter Bonatti per una conferenza. Tra le varie diapo­sitive che mostrò vi era quella del Grand Capucin con visibile il puntino rosso di una tendina sulla sua via. Walter disse: “ancora oggi sulla mia via qualcuno bivacca”. La sera mentre ero a tavola con lui e Rossana (Podestà), parlando di spedizioni e avventure, gli dissi: “ma lo sai che dentro quella tendina c’ero io!” Lui con la signorilità che sempre lo ha contraddistinto si scusò del suo commento, convenendo che con tutta quella neve la lentezza era comprensibile.

Terminato l’intermezzo con Marco al Monte Bianco, al ritorno a Roma, ri­cevo una cazziata terribile. Con la presunzione della gioventù dico quello che penso, cioè che se io non fossi stato allenato la spedizione sarebbe stata dei fassani e noi romani dei semplici comprimari. Sono perdonato, mi de­dico alla preparazione dei materiali con Franco. Nel garage della sua casa proviamo i fornelli a benzina quando uno di questi prende fuoco, lo prendo e fiammeggiante lo porto fuori. Ho la mano in fiamme e la spengo fra le gambe. Corsa in ospedale, pronto soccorso e prognosi di due mesi.

Non è possibile che tutto vada a puttane per uno stupido incidente, non è proprio possibile.

Cencio mi rassicura: “manca un mese alla partenza e poi almeno 10 giorni prima di arrivare alla montagna, sei giovane e vedrai che ce la farai”. Previ­sione medica azzeccata! Sarà così che mi ritroverò su un ripido pendio di notte a cercare di riportare la pelle a casa.

I satelliti del Bianco, con il Grand Capucin

Secondo Tempo: Ludovico
Quest’anno in successione: San Vito Lo Capo arrampicata sportiva e non; Val Varaita cascate di ghiaccio; Kalymnos, due mesi a scalare; Monte Bianco vie di misto e ghiaccio; Dolomiti vie classiche e non. Insomma un sacco di attività ma oggi, in questo giorno di un settembre di fine estate, non vado ad arrampicate, cammino allegramente verso il rifugio Piz Boè, sto andando a fare una sorpresa a un vecchio amico che non vedo da almeno 30 anni. Arrivo al rifugio e mi fermo a guardare dall’alto, vedo una signora che stende i panni, poi esce un uomo che inizia a ripulire l’ingresso dalle ghiaiette. Mi avvicino e lo riconosco immediatamente, è lui: Ludovico Vaia, guida alpina e gestore del rifugio. Lui ferma il cane che mi abbaia e mi saluta, rispondo al saluto e gli dico: “vediamo un poco se mi riconosci!” Mi guarda, si gira di spalle appoggiandosi alla ringhiera guardando le mon­tagne mentre la mente lavora, vedo i ricordi che gli si riaffacciano alla me­moria, si rigira e mi dice: “Giorgio Mallucci!” Abbracciarci e guardarci in faccia a ritrovare la giovinezza di 38 anni prima, un attimo. Stiamo entrambi di nuovo in quel mattino di un settembre lontano, mentre lui mi sfregava i piedi con inizi di congelamento e, assicurati a un chiodo su un minuscolo terrazzino a 6300 metri di quota, ci scambiavamo parole e emozioni.

Lo ricordo bene quel misero terrazzino che ci accoglie in quattro: Carlo Platter, Silvio Ritz, Ludovico ed io. E’ da mezzanotte che scaliamo, siamo partiti da una tendina a 5500 metri di quota per tentare la parte finale di questa montagna, il Gamugal 6518 m. Non è mai stata salita e dopo giorni di esplorazioni Franco Alletto, il nostro capo spedizione ha deciso da quale versante tentare la vetta. Percorsi complicati, cadute di seracchi sui punti di passaggio ci hanno accompagnato per molti giorni ma ora siamo alla stretta finale; ci hanno scelti perché siamo i più forti, le tre guide alpine della Val di Fassa ed io. Mille metri di via nuova e ora siamo qui su questa cengetta, seduti con le gambe nel vuoto e la misera attrezzatura di quei tempi a darci una scarna protezione. La mattina, scalando il couloir verti­cale, in precario equilibrio con il pugnale da ghiaccio, i ramponi hanno perso la presa e sono volato. Mi assicura Ludovico ma non ci sono chiodi fra noi, la corda fortunosamente fa ponte su un masso bloccato dal ghiaccio e siamo salvi, continuiamo a scalare il ripido colatoio fino a una piccola cengia a 6200 metri, decidiamo di bivaccare.

La notte passa lenta e finalmente albeggia, ripartiamo e raggiungiamo la cresta che lunga, frastagliata, con molti passaggi di roccia, porta finalmente in vetta. Poi la discesa, una lunga discesa a corde doppie. Ci rimane un ul­timo chiodo da ghiaccio, attacchiamo insieme le corde delle nostre due cor­date e facciamo l’ultima doppia possibile. Da questo momento siamo slegati sul ripidissimo pendio. Silvio Ritz ed io siamo abbastanza vicini, attenti a non essere mai sulla stessa linea, qui ognuno gioca per la propria sopravvi­venza. Una breve sosta con la piccozza incastrata tra due massi e di nuovo a fare gli equilibristi senza rete. E’ notte e si continua con il cuore in gola. Mezzanotte, l’ora indefinita che termina il giorno e inizia il successivo, ci vede finalmente raggiungere la nostra tendina al campo 3. In quattro in una tenda da due, con il rombo delle cadute di seracchi, a sobbalzare stretti a farci coraggio. Passa lenta la notte mentre il pendio continua a inorridirci il cuore e la mente.

La mattina dopo scendiamo rapidi ai campi inferiori fino al campo base. Raccontiamo, si fa festa e Franco manda a chiamare i portatori e i cavalli per noi che non possiamo camminare per i congelamenti riportati. Riapro gli occhi e il passato diventato presente si riallontana nel tempo.

Oggi le luci si abbassano lentamente sulle cime circostanti il rifugio, saluto Ludovico e Leandrina e scendo a valle, serbando nel cuore una storia di altri tempi e un amico ritrovato.

A sinistra: al bivacco; a destra: in salita, poco prima del bivacco.

Note
(3) Gianni Calcagno, 49 anni e Roberto Piombo, 29 anni muoiono nel 1992 sul McKinley, a seguito di una bufera, in circostanze mai chiarite completamente.

(4) – Andammo sulle tracce della spedizione Piacenza del 1913 con solo la carta geo­grafica stilata nel corso della ricognizione e dei rilievi cartografici di Cesare Cal­ciati.

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3 Comments

  1. says: Ezio Bonsignore

    Stavo leggendo per pura curiosità perditempo, perché non ricordo di aver mai avuto il piacere di conoscere personalmente Giorgio Malletti.

    E poi quel nome, e l’accenno al suicidio. Un pugno alla stomaco.

    Nella SUCAI degli ultimi anni ’60, Stefano Sluga ed io eravamo spessissimo in cordata (lui pressoché sempre davanti). E ad un livello molto più ampio, era il mio primo vero amico da adulto.

    Poi in rapida successione io partii per il servizio militare, mi sposai, e mi trasferii a Genova per iniziare una carriera professionale, e per forza di cose perdemmo un po’ i contatti. Riuscii comunque a tornare di corsa a Roma dopo il suo primo tentativo di suicidio (si buttò dalla finestra della caserma a Orvieto dove stava facendo il CAR) per quello che purtroppo risultò il nostro ultimo incontro. Sembrava perfettamente normale e lo stesso di sempre, ma parlava con una voce rauca e rasposa completamente diversa, che sembrava venire da chissà quali profondità. Disse di non provare alcun deciderio di morire, e di non riuscire in alcun modo a ricordarsi perché avesse cercato di suicidarsi. Ricordava solo una sofferenza mentale atroce e insopportabile, alla quale doveva assolutamente por fine in qualsiasi modo. Era convinto che, se la stessa sofferenza si fosse ripresentata, avrebbe nuovamente tentato di uccidersi – come infatti purtroppo avvenne.

    Lui non mi parlò allora (lo venni a sapere in seguito da altri) della tragedia familiare solo poche settimane prima della sua partenza per il servizio militare (cosa che odiava e che aveva in tutti i modi cercato di evitare). Il padre era sottufficiale dell’ Esercito, e vivevano alla Cecchignola. Una sera il padre lo chiamò dal salotto, “Stefano?” e appena lui si affacciò, “sì, papà?” il padre si sparò in bocca. Difficile pensare che questo non abbia avuto alcuna parte in quel che seguì.

    Incidentalmente, per gli appassionati del soprannaturale, fu la madre a dire ai soccorritori dove trovare il cadavere, e come lo avrebbero trovato (nudo e con un laccio emostatico stretto attorno al collo). Stefano la aveva “chiamata” prima di buttarsi, dicendo dov’era, cosa stava per fare, e chiedendo perdono.

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