Coralli in pericolo

Sono oltre 1.200 le specie aliene presenti nei mari europei. Molte, come il pesce scorpione e il pesce flauto, sono invasive.

Coralli in pericolo
(il riscaldamento globale si è già mangiato un sesto delle barriere coralline)
di Enrico Nicosia
(pubblicato su huffingtonpost.it l’11 giugno 2022)

Giugno 1992. A Rio de Janeiro, durante l’Earth Summit, vengono firmate la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici e la Convenzione sulla diversità biologica. Primi passi fondamentali per affrontare le sfide globali, intrecciate fra loro, del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità. Da allora diversi momenti, come l’adozione del Protocollo di Kyoto, gli Accordi di Parigi e la recente Conferenza di Glasgow, avrebbero potuto segnare una svolta per le sorti climatiche del pianeta e porre un freno alla crisi biologica in atto. Eppure oggi la biodiversità continua ad affrontare numerose minacce legate al cambiamento climatico e l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature è ancora lontano. A distanza di trent’anni dalla Conferenza di Rio, come sta rispondendo la natura?

Negli oceani sempre più caldi dilagano le specie aliene invasive
L’anno in corso si è aperto con un nuovo record: nel 2021 gli oceani hanno raggiunto le temperature più alte mai registrate. Secondo i dati raccolti dalla National Oceanic and Atmospheric Administration e dall’Istituto di Fisica Atmosferica dell’Accademia cinese delle scienze, nel 2021 gli oceani hanno assorbito circa 14 Zettajoules (un’unità di misura dell’energia) in più rispetto all’anno precedente. Un riscaldamento senza sosta iniziato nel 1970 che – secondo il rapporto dell’Ipcc sugli oceani e la criosfera in un clima che cambia – è raddoppiato a partire dal 1993, alterando gli equilibri della biodiversità marina. Riuscire a quantificare i danni causati alla biodiversità dal cambiamento climatico non è semplice. Un’idea può darla l’ultimo report del Global Coral Reef Monitoring Network, che indica il riscaldamento dei mari come responsabile della perdita di circa il 14% delle barriere coralline del mondo. 

Si possono poi osservare quei fattori di pericolo che l’aumento delle temperature oceaniche contribuisce ad alimentare. Come la diffusione di specie aliene invasive, una delle maggiori minacce alla biodiversità. Secondo l’European Environment Agency, sono oltre 1.200 le specie aliene presenti nei mari europei, molte delle quali invasive. Pesci, molluschi e crostacei tipici delle acque tropicali si affacciano sempre più frequentemente nei mari delle alte latitudini, entrando in competizione con le specie locali. 

Guardando solo al Mediterraneo, un vero hot-spot dell’invasione, sono oltre 800 le specie esotiche ormai stabili nel bacino – un numero che è destinato ad aumentare – e la presenza di questi invasori mette in pericolo le specie dei nostri mari. Predatori come il pesce scorpione (Pterois miles), originario dell’Oceano Indiano e del Pacifico, e il pesce flauto (Fistularia commersonii), proveniente dal Mar Rosso, stanno minando la salute delle popolazioni di pesci di scogliera che vengono catturati ancora giovani. 

Allo stesso modo, l’arrivo di nuove specie di alghe ha gravi effetti sulla diversità vegetale dei nostri fondali. La Posidonia oceanica, prezioso serbatoio sommerso di carbonio, si trova sempre più spesso a competere con nuove alghe e piante acquatiche, mentre la presenza di pesci invasivi che si nutrono delle sue foglie a nastro non fa che aumentare la pressione esercitata su queste praterie. Secondo dati recenti, negli ultimi 50 anni il Mediterraneo ha perso il 34% delle sue praterie di Posidonia. Un declino al quale negli ultimi 30 anni ha dato un contribuito decisivo il cambiamento climatico.  

Anche i più abituati al caldo non resistono
Si potrebbe pensare che gli organismi dei deserti caldi, in grado di resistere alla siccità e alle alte temperature, non siano così in pericolo di fronte al cambiamento climatico e che, anzi, un pianeta in riscaldamento possa quasi favorirli. In realtà, piante e animali di questi ecosistemi sono estremamente sensibili anche alle più piccole variazioni delle condizioni ambientali. Ne sono un esempio i cactus, leggendarie piante che riescono a vivere nelle zone più torride del mondo. 

In un recente studio pubblicato su Nature Plants, alcuni ricercatori hanno stimato la capacità di oltre 400 specie di cactus di sopravvivere a eventuali cambiamenti di temperatura del loro ambiente. Usando modelli climatici in grado di simulare tre scenari di cambiamento climatico, i biologi hanno scoperto che in tutte e tre le situazioni la sopravvivenza dei cactus sarebbe in pericolo. Dalle analisi emerge infatti che il cambiamento climatico potrebbe diventare uno dei fattori determinati del pericolo di estinzione per oltre il 60% delle specie di cactus. 

Stessa sorte potrebbe toccare all’albero di Giosuè (Yucca brevifolia), specie iconica dei deserti degli Stati Uniti. Nel Joshua Tree National Park, regno di questi alberi e punto d’incontro fra il deserto del Mojave e quello del Colorado, gli alberi di Giosuè si stanno già spostando verso le zone più elevate del parco, in cerca di un clima più fresco e maggiore umidità, mentre nelle aree più calde e secche, dove non riescono a produrre nuove giovani piante, stanno lentamente sparendo. 

Questa fuga verso condizioni ambientali più favorevoli non riguarda solo le piante. Negli ultimi anni, diverse specie di rettili, come la lucertola a macchie laterali (Uta stansburiana) e la lucertola dalla coda zebrata (Callisaurus draconoides), stanno sparendo dai siti di bassa quota e, continuando a salire, rischiano di non trovare più un luogo in cui rifugiarsi. Anche gli uccelli desertici hanno raggiunto il limite di tolleranza alle alte temperature e stanno andando incontro a un crollo delle popolazioni, come hanno documentato alcuni ricercatori in uno studio apparso su Science

Gli unici che sembrano ancora resistere sono i piccoli mammiferi scavatori, come il topo del cactus (Peromyscus eremicus), le diverse specie di topo canguro e lo scoiattolo antilope dalla coda bianca (Ammospermophilus leucurus). Particolarmente attivi di notte e abili a sfuggire al rovente sole del deserto rifugiandosi in tane sotterranee, questi animali hanno costi di raffreddamento inferiori rispetto, per esempio, agli uccelli e le loro popolazioni si stanno mantenendo stabili. 

La biodiversità che si scioglie
Dagli angoli più caldi del pianeta a quelli più freddi, la situazione non cambia. Uno studio del 2021 ha rivelato come a partire dalla metà degli anni ’90 siano andati persi circa 28.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio. Uno scioglimento che ha riguardato tutta la criosfera terrestre, dalle calotte polari ai ghiacciai di montagna, e che è aumentato del 57% fra il 1994 e il 2017. Questo declino sta rapidamente trascinando la biodiversità degli ambienti glaciali verso un futuro sempre più incerto. 

Le immagini degli orsi polari in bilico su pack di ghiaccio sempre più piccoli e isolati sono diventati il simbolo di questa crisi. La riduzione di ghiaccio marino sta spingendo sempre di più gli orsi sulla terraferma, costringendoli a cambiare dieta e minando la vitalità delle popolazioni. Non riuscendo più a catturare le foche altamente caloriche, gli orsi hanno iniziato a nutrirsi infatti di piccole prede e uova di oche delle nevi. Risorse non sufficienti a soddisfare i loro bisogni energetici. Così, la mancanza di prede adeguate e le maggiori distanze che gli orsi devono percorrere a nuoto stanno rendendo questa specie sempre più vulnerabile alla fame. Il risultato è un crollo della popolazione. Nel Mare di Beaufort, a nord delle coste dell’Alaska, i ricercatori hanno registrato una diminuzione del numero di orsi dal 25 al 50% nei periodi di massimo restringimento dei ghiacci. Allo stesso modo, nella Baia di Hudson, la vasta insenatura di mare di fronte alle coste del Canada, dalla fine degli anni ’80 la popolazione di orsi è calata del 30%.  

Anche la biodiversità dei ghiacciai di montagna è in crisi. Sebbene alcune piante riescano a colonizzare abbastanza rapidamente gli spazi lasciati liberi dal ghiaccio, circa un quarto delle specie vegetali alpine sta rispondendo negativamente al ritiro dei ghiacciai e rischia di scomparire. Inoltre, alcuni ricercatori italiani, guidati dai biologi dell’Università di Milano, hanno recentemente spiegato come la fauna criofila, amante del freddo, abbia ancora più difficoltà a inseguire l’arretramento dei ghiacci. Alcune specie, come il coleottero Oreonebria castanea per esempio, sopravvivono ormai solo alle quote più elevate. 

Se le foreste sono in pericolo, lo è anche la biodiversità
Estese per oltre 4 miliardi di ettari – circa il 30% delle terre emerse – le foreste ospitano l’80% della biodiversità del pianeta. Sono circa 7.500 le specie di uccelli presenti negli habitat forestali, 5.000 gli anfibi, 3.700 i mammiferi e oltre il 60% delle piante conosciute è stato trovato nelle foreste tropicali. Un’incredibile biodiversità le cui sorti sono legate al benessere di questi ecosistemi. 

Secondo i dati Fao, circa 420 milioni di ettari di foresta sono andati persi negli ultimi trent’anni. A danneggiare la vegetazione è soprattutto il disboscamento selvaggio, messo in atto per lo sfruttamento del legname e per far spazio alle colture intensive. Gli effetti del disboscamento sono però amplificati dal cambiamento climatico, al quale sono legati fenomeni come ondate di calore, incendi ed eventi meteorologici estremi che si abbattono sulle foreste. E questo avviene a tutte le latitudini. 

La tempesta Vaia, che nel 2018 ha colpito il Nord Italia, ha danneggiato oltre 42.800 ettari di bosco. In Australia, i roghi del 2019 e del 2020 hanno bruciato circa 13 milioni di ettari di foresta e, secondo i ricercatori, da uno a tre miliardi di animali sarebbero rimasti uccisi o feriti. Problemi simili in Amazzonia, dove è stimata la presenza di circa il 10% di tutte le specie conosciute e dove il cambiamento climatico sta riducendo la capacità della foresta di riprendersi da eventi come siccità e incendi, questi ultimi per la maggior parte di origine antropica. Tutto questo si traduce nell’erosione della biodiversità amazzonica e non solo. In risposta all’aumento delle temperature alcuni uccelli stanno lentamente cambiando forma e dimensioni, con corpi più piccoli e ali più lunghe per migliorare l’efficienza del volo e mantenere il corpo più fresco.  

E adesso?
Le prove raccolte dai ricercatori indicano che negli ultimi trent’anni, nonostante gli impegni presi a Rio de Janeiro, la biodiversità ha continuato a soffrire gli effetti del cambiamento climatico. Eppure, non è tutto perso e ci rimane ancora una finestra per invertire la rotta. In un recente studio, pubblicato su Science, alcuni ricercatori hanno usato dei modelli per valutare i limiti fisiologici e la probabilità di sopravvivenza delle specie marine di fronte al riscaldamento degli oceani. È emerso che l’aumento incontrollato delle temperature potrebbe causare un’estinzione di massa negli ecosistemi marini simile a quella avvenuta alla fine del Permiano, circa 250 milioni di anni fa, con la quale scomparvero oltre due terzi degli animali marini. Al tempo stesso però, i risultati lasciano una speranza: l’abbattimento delle emissioni di gas serra ridurrebbe il rischio di estinzione del 70%, lasciando alla vita oceanica migliori possibilità di sopravvivere. L’uscita dalla crisi biologica è quindi ancora possibile e gli ultimi trent’anni dovrebbero averci almeno insegnato come raggiungerla

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