E-bike. Andare in montagna con rispetto

“Pedalare con questo mezzo mi dà un senso di grande libertà, perché riesco a fare lunghi spostamenti, percorrendo molti chilometri, come piace a me…”.

E-bike. Andare in montagna con rispetto
di Lucia Castelli
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2023)

Da quando le mie ginocchia mi hanno lasciato a piedi, a causa degli oltre trent’anni di agonismo “matto e disperato” in sport come la corsa in montagna, lo scialpinismo e di fondo e delle scorrerie alpinistiche in giro per le Alpi, senza risparmiare salite e discese infinite, con zaini pesanti, ho deciso di comprarmi una bellissima bicicletta assistita.

Siccome sono convinta che in ogni caso, ma soprattutto con gli anni che passano, le attrezzature sportive di qualità ci danno più divertimento e anche più sicurezza, mi sono fornita di una super E-mtb bella e affidabile, anzitutto per potermi ancora muovere in montagna. Nelle mie varie attività sportive, ho sempre privilegiato l’ambiente della montagna (mi sento fondamentalmente alpinista), ma ora che non riesco più a frequentarla come prima, considero l’E-mtb alla stregua di un presidio medico-ortopedico, che mi permette di salvaguardare le articolazioni senza dover rinunciare né a un impegno fisico né all’ambiente naturale di cui apprezzo e comprendo sempre più l’importanza e che mantiene e, in un certo senso, condiziona ancora la mia vita.

Salendo al Monte Guglielmo. Foto: Lucia Castelli.

Questa pratica felice presenta, tuttavia, per me un neo: confesso di trovarmi sempre più a dovermi confrontare con un disagio che non mi aspettavo. Mentre da parte mia mi torna naturale comportarmi in forma educata e rispettosa nei riguardi di escursionisti e di altri ciclisti, raccolgo molta insolenza e disapprovazione. I ciclisti “veri”, quelli che inforcano bici non assistite, che si reputano quindi “sportivi” rispetto a me, mi scherniscono spesso su modello agonistico: “Ah beh, così sono capace anch’io di andare in salita!”. Mi domando, anche sotto il profilo psicologico, come mai la mia presenza debba suscitare tante emozioni negative agli altri. Da sportiva impegnata anche in ambito pedagogico, ritengo che dovremo investire maggiormente nel proporre la distinzione tra una gara agonistica dichiarata con regole specifiche, e la sfida giocosa di un impegno con se stessi.

Sotto questo aspetto, il rapporto con gli escursionisti è diverso, poiché è vero che negli ultimi anni i ciclo-escursionisti non si sono diretti solo verso i parchi-gioco istituiti appositamente per chi si esercita in velocità e acrobazie, ma sfrecciano anche lungo i sentieri destinati da sempre per chi cammina a piedi.

Molte località alpine ne promuovono la pratica senza aver pensato finora a questi incontri-scontri sul terreno, che spesso suscitano reazioni di sdegno e anche di legittima paura. Così la promozione un po’ sconsiderata sta portando a un sovraffollamento, in un’attività che di per sé è valida anche sotto il profilo sociale e non solo per l’economia montana, e quindi le reazioni degli escursionisti sono comprensibili. D’altra parte, anche quando tutti si comportano in forma educata, la frequentazione di massa mostra riflessi negativi. Trovo analogia con la sovra-frequentazione di gruppo sulle vie ferrate in montagna, rispetto alla pratica tradizionale delle molte altre forme di alpinismo. Ho saputo di sezioni CAI che organizzano uscite con biciclette, a libera scelta tra assistite e non. Storicamente, alle uscite in bicicletta aveva già pensato il TCI, ma i tempi sono cambiati e sarebbe bene riflettere anche nelle associazioni alpinistiche su come impostare la promozione e gli incentivi per questa pratica, perché quando è troppo è troppo. Non per ritenermi superiore: mi reputo semplicemente una ciclista rispettosa, che con riguardo frequenta le stradelle sterrate di montagna e qualche sentiero, senza precipitarsi a rotta di collo giù dai tracciati promiscui, anzi chiedo sempre agli escursionisti che incontro “scusate, con permesso” e mi fermo per lasciarli passare. “Precedenza ai pedoni’, dico.

Sfatiamo alcuni luoghi comuni.

“La bici a pedalata assistita va da sola”. Errore! Se non pedali, si ferma. Se poi superi la velocità di 26 km l’ora, il motore si scollega e non puoi più utilizzare alcun grado di assistenza. Ti tocca pedalare e faticare e non poco! “Con la bici assistita non si fa fatica”. Errore! Se usi l’aiuto troppo alto (sulla mia ne ho tre: eco, standard, high), consumi la batteria in pochi chilometri e presto rimani a piedi, o meglio se devi tornare a casa o completare un lungo giro affrontando delle salite, la cosa si fa molto, ma molto impegnativa, perché la bicicletta pesa tanto e poi pedalando senza assistenza devi trascinare il motore, che fa un certo attrito. Dunque, bisogna fare economia di aiuti. Si deve usare il più possibile quello più basso e faticare.

“La comprerò quando sarò vecchio e decrepito o quando proprio non ce la farò più a pedalare con quella normale’. Peccato rinunciare, quando ancora si sta minimamente bene, a lunghe gite in montagna, anche con trasferte di 100 Km con 2500 m di dislivello, partendo da casa, arrivando sulle amate e agognate cime, per godersi paesaggi favolosi, potendo persino ogni tanto guardarsi in giro, affrontando ripide e impegnative salite tecniche (anche del 35% di pendenza) e discese adrenaliniche (del 40%), con sicurezza, grazie anche alla solidità del mezzo. La mia sfida personale è riuscire a tornare a casa senza fermarsi a ricaricare la batteria. Spesso questa gara, però, la perdo.

La libertà di andare lontano
Fatte queste considerazioni, voglio concludere cercando di trasmettere, in queste poche righe, le emozioni e le sensazioni di felicità, appagamento, soddisfazione che l’andare in montagna con la mia bellissima E-mtb mi provoca.

Pedalare con questo mezzo mi dà un senso di grande libertà, perché riesco a fare lunghi spostamenti, percorrendo molti chilometri, come piace a me e posso raggiungere luoghi lontani dalla mia abitazione, scoprendo con grande sorpresa ed entusiasmo angoli delle Orobie, ancora a me sconosciuti, seppure frequento le nostre montagne da sessant’anni!

Pedalata dopo pedalata raggiungo piccoli borghi arroccati, ancora abitati e che resistono alla modernità, dove a mala pena ci arrivano le automobili; chiesette medievali con affreschi di valore; fresche cascate in vallette nascoste; malghe che brulicano di vita agreste e che profumano di mucche, latte e fumo di legno di abete che brucia sul camino, dove fermarsi per fare quattro chiacchiere con il malgaro; facili vette pratose, da cui scendere con cautela; laghetti adatti ad una pausa contemplativa; piste da sci così diverse in versione estiva; rifugi presso cui ricaricare la bici, mentre gusti polenta e formaggio e scambi qualche pensiero con i locali. I miei itinerari non sono niente di eccezionale, nulla di epico, a volte però originali e sempre poco frequentati. Prediligo le traversate, da valle a valle, in compagnia di pochissimi amici fidati, mai in gruppo.

Solo per citarne alcune: dalla Val Seriana alla Val Serina e poi ancora alla Val Brembana; oppure dalla Valle Imagna alla Valsassina, alla Val Taleggio; dalla Val Cavallina al Lago d’Iseo; dall’alta Val Seriana alla Val di Scalve e da lì alla Valcamonica; e poi la classica cavalcata della Val Gandino, passando per Monte Croce di Leffe, Monticelli, Sparavera, Malga Lunga e Monte Alto, appena possibile su sterrato, con qualche breve sentiero di collegamento.

Meglio gli spazi aperti, le dorsali spartiacque, rispetto ai boschi, per me un po’ claustrofobici, che percorro proprio se devo, ma non li scelgo. D’altra parte, anche quando arrampicavo, preferivo gli spigoli aerei alle pareti, perché la vista può estendersi da più parti.

Per finire: E-bike sì o E-bike no in montagna? Ognuno è libero di andarci col mezzo che desidera e che più si adegua alla propria indole, l’importante a mio avviso è frequentare ogni luogo con rispetto verso le persone e l’ambiente, senza giudicare le passioni altrui.

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6 Comments

  1. says: Carlo Crovella

    “Pistaaaaaaaaaaaaaa!!!!!”

    Ed ecco che arrivano gli e-biker. L’urlo in questione viene lanciato in discesa (ovviamente bui5ttandosi giù a velocità folle), ma questi signori non sarebbero saliti (fino all’inizio della discesa) senza il motorino. Le e-bike hanno aperto la montagna a una folla immane di ennesimi cannibali, quelli che “Faticare? Manco per idea!” per cui questi signori NON hanno la mentalità giusta dell’andar in montagna, in ogni sua declinazione, compresa la bici da montagna.

    Nel gran mucchio di chi usa le MTB elettriche ci saranno anche persone con la “giusta” mentalità (prudenti e rispettosi), ma sono eccezioni: la massa è fatta di cannibali della peggior specie. il motorino consente a chiunque si “salire”, per cui abbiamo una massa informe di gente che si comporta come se fosse al luna park.

    Il risultato? Le statistiche del Soccorso registrano un sensibile aumento di incidenti con le MTB elettriche: finché coinvolgono “solo” gli e-biker, ce ne possiamo cinicamente strabattere (sono i rischi del mestiere: imparino a saperli gestire). Il problema è che, specie in discesa, questi signori, quando scendono a velocità folle, perdono il controllo e magari investono escursionisti e passanti. questo è inaccettabile

  2. says: piccini daniele

    Trovo una evidente contraddizione tra il fare 100 km di distanza con 2500 mt di dislivello e con pendenze fino al 35% e comunque medie al 25% e godersi l’ambiente attorno, per non parlare delle “discese adrenaliniche” al 40% di pendenza.

  3. says: Ezio Bonsignore

    Debbo per onestà premettere di odiare cordialmente i ciclisti (ben distinti dalla gente che semplicemente va in bicicletta), in città come in montagna, a causa del loro comportamento che nella stragrande maggioranza dei casi è di un’arroganza e una strafottenza incredibili. Circa il “Pistaaaaa” di Crovella, sono quasi venuto alle mani con uno di questi personaggi perché, lungo un sentiero molto stretto e con terreno ripido sui due lati, lo ho “costretto” (sua espressione) a scendere di sella in modo che potessimo passarci di fianco. Secondo lui, avrei dovuto buttarmi fuori sentiero, in salita o in discesa, in modo da lasciargli strada libera. Lo farò quando su strade di normale traffico incontrerò ciclisti che, sentendomi arrivare in auto, si mettono in fila anziché procedere per quattro occupando tutta la carreggiata.
    In termini più generali, c’è un aspetto che non viene quasi mai citato ma che è importante. Una bicicletta, elettrica o meno, esercita una pressione specifica al suolo molto superiore a quella di una persona che va a piedi (lo stesso vale per i cavalli). Un sentiero aperto ai ciclisti o ai centauri si rovina ben presto, e richiede manutenzioni e riparazioni ben più frequenti rispetto ad una traccia strettamente pedonale.

  4. says: Paolo Corti

    Non avevano niente di meglio da inserire nell’annuario?
    Scritto banale infarcito di luoghi comuni e con dati tecnici poco credibili.
    Vado in montagna a piedi, con la bici non assistita e con gli sci.
    Pista!!!! Mi pare un esclamazione da pista da sci di una volta, magari qualche cannibale babyboomer lo ripropone per farsi largo sul sentiero, ma vista l’età dubito che mollino i freni su un sentiero.

  5. says: Grazia Pitruzzella

    Sono molto critica verso le e-bike, che spingono inesperti di bici e montagna dove non arriverebbero né a piedi e neppure con una bici normale. Al pari degli impianti di risalita, le farei sparire dalle montagne.

  6. says: Beppe Truschi

    Sono alpinista ed escursionista di montagna. Non più giovanissimo, ma ho percorso molte valli alpine e salito molte vette sino ai nostri 4000. Da quando poco più che ragazzino ho iniziato ho imparato soprattutto 3 cose: RISPETTO dell’ambiente delicato, che comprende anche l’Uomo; PRUDENZA che vuol dire preparazione e saper rinunciare; AMORE per la fatica e la lentezza, che consentono di vivere e
    godere la Natura.
    Ci sarà qualche eccezione, ma di ciò la stragrande maggioranza dei bikers e in particolare degli e-bikers, non conoscono nulla. Il fenomeno, già pluridecennale, nasce sulla spinta di interessi economici miopi e cinici e dalle dinamiche lobbistiche derivate.
    Il fenomeno dell’overtourism e sotto gli occhi di tutti ed è pandemico. Sempre più masse di persone,
    per lo più assolutamente impreparate e non attrezzate, si avventurano in luoghi per loro sconosciuti, anche in quota e su neve, abnormemente sovraccaricando i soccorritori e mettendo in crisi i Responsabili dei Parchi montani ed anche il CAI.
    È indispensabile una regolamentazione più stringente che al di là di affermazioni di mero principio, come: dare precedenza…ridurre la velocità di discesa…evitare di favorire solchi, smottamenti, dissesti,ecc. , prendendo esempio da normative di Stati con noi confinanti, p.es. Parc National du Mercantur, limiti accesso a bike ed e-bike alle sole vie forestali aperte al traffico pubblico ed
    indicate, escludendole dai sentieri. Dovrà essere resa obbligatoria assicurazione RCT. Dovranno applicarsi controlli efficaci.
    In definitiva senza voler penalizzare nessuno, nella contingente situazione di sovraffollamento in particolare delle montagne nostre.. e cioè di tutti noi! vanno favorite le attività poco o nulla impattanti e Scoraggiate quelle che, anche mettendo a rischio l’altrui incolumità, scaricano sulla collettività i costi ambientali ed economici.
    Riferendomi ad un precedente commento di una Signora, dico che quando, per età od usura non sarò più in grado di sopportare le fatiche della montagna, seppur a malincuore, me ne farò una ragione e mi dedicherò ad altre attività Non invasive.
    Infine le mie : comprensione, incoraggiamento, ringraziamento ai Responsabili dei Parchi montani, in particolare delle Alpi Marittime , per i loro non facili sforzi contenitivi ed ai loro Omologhi del CAI del quale sono socio da molti, molti anni.
    Grazie.
    Ing.D.F.

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