In un’estate martoriata dal turismo cafone in montagna, fa bene all’anima ascoltare le parole di un “vero” montanaro.
Franco Baudino e la sua Elva
di Alberto Barba Bertu Burzio
(pubblicato sulla pagina Fb “Elva… un paese, le nostre origini!” il 28 agosto 2025)
Franco Baudino è nato il 7 ottobre del 1948 nella borgata Martini di Elva (CN) ed è innamorato del suo paese, al quale ha dedicato diversi libri. Lui, ‘testa fine’, al riguardo precisa che “io non sono un uomo di cultura, sono invece un rude montanaro: quindi i miei libri che ho scritto sono frutto della mia passione. Li definirei documentari sulla vita del mio paese. Per questo devo ringraziare per gli aiuti l’amico Alberto Bersani e Dario Anghilante. Quel che mi interessa è che la memoria non vada persa e dunque bisogna che facciamo in modo che tramandiamo a chi verrà dopo di noi quello che abbiamo imparato dai nostri avi”.
I suoi genitori?
Mio padre, Antonio Baudino, era nato nel 1914. Mia madre, Maria Caterina Raina, era del 1915, della borgata Chiosso Superiore. Si separarono quando avevo due anni e io ho sempre vissuto con mia madre.
Ha giocato tanto o poco quando era bambino?
Da bambino ho giocato tanto. Si giocava ai “palet”, che erano delle pietre. Da mia nonna ho imparato a giocare a carte, a ‘tresette’, ma non mi piaceva molto. D’inverno con lo slittino (‘lieieto’) si andava sulle strade ghiacciate. Il gioco che amavo di più era quello delle bocce!
Le scuole?
Andavo a scuola a Molini Allioni. Durante il primo anno in cui ho frequentato la scuola, nel 1954, eravamo 20 alunni in totale. Gli insegnanti non erano severi. Soltanto una volta, quando frequentavo la seconda elementare, il maestro Bartolo Calandri di Ussolo, a causa del mio comportamento turbolento, mi assestò un pugno sul capo che mi fece barcollare!
Cosa sognava di fare da bambino?
Da bambino sognavo di fare tutto ciò che sono riuscito a fare poi in seguito: il muratore, l’agricoltore e ogni lavoro necessario alla sopravvivenza.
Quando ha iniziato a lavorare?
Ho iniziato a lavorare seriamente dopo i 15 anni. Ero figlio unico e mia zia una volta disse a mia madre di non sfruttarmi troppo sul lavoro da giovane, perché avrebbe avuto bisogno di me per aiutarla nella vecchiaia!
Cosa rappresenta Elva per lei?
Elva rappresenta per me tutta la vita: il passato, il presente e quel poco futuro che ancora mi resta.
La lavorazione dei capelli è stata importante?
A Elva lavorazione dei capelli è stata molto importante. Arrotondava il magro bilancio delle entrate derivanti dall’agricoltura. Nella mia famiglia, tutti lavoravano i capelli e quindi mi ricordo di mia madre che d’inverno nella stalla, a tempo perso, lavorava i capelli che arrivavano alla Posta di Elva in sacchi spediti dai raccoglitori (i ‘caviè’). Dentro i sacchi c’erano le istruzioni per lavorare i capelli che servivano poi per fare le parrucche. Il più grande commercianti di capelli era Pietro Isaia (con l’azienda a Villafalletto e poi anche a Londra).
Ricorda altri elvesi impegnati nella lavorazione dei capelli?
L’omonimo Pietro Isaia (ma non erano parenti) era a Treviso (mia mamma ha lavorato per lui fino al 1969). Naturalmente c’erano commercianti di Elva, come Pasero; Baudino Bessone era a Saluzzo, dove c’era anche Virgilio Somà.
La strada del vallone?
La strada del vallone è stata la principale strada di Elva fino al 2014, quandoè stata chiusa. Fino ai primi anni ’60 la neve veniva spalata dalle “Dezene”. Ogni ‘Dezena’ aveva il suo tratto di strada da sgomberare. Oggi, con i mezzi che ci sono a disposizione, lo sgombero della neve sulle strade non è più un problema. La strada del vallone per noi è molto importante, perché se io vado a Prazzo faccio 12 chilometri, percorrendo la strada del vallone. Se io utilizzo l’altra, i chilometri salgono a 23.
Come vede la sua chiusura?
Le pietre sono sempre cadute, ma non hanno mai ucciso o ferito nessuno, in 150 anni. E’ cambiato il concetto di sicurezza e si è data la responsabilità di tutto ai sindaci: ma come può essere responsabile un sindaco se cadono le pietre? E così la strada è chiusa e basta.
Le grandi nevicate di una volta?
Un tempo durante le grandi nevicate si poteva stare chiusi in casa anche settimane, ma la gente di Elva era abituata così da sempre e non si faceva problemi.
La sua famiglia?
La mia famiglia di oggi è composta da tre persone: mia moglie Angela (che ha sempre fatto l’insegnante e oggi è in pensione), mia figlia Simonetta (che suona e insegna musica occitana) e io che sono pensionato.
Oggi lei come passa le sue giornate?
Le mie giornate sono sempre piene. Il mio lavoro preferito è il ripristino di antichi sentieri, le tracce rimaste delle grandi fatiche dei nostri avi!
Il mondo di oggi?
Ingran parte, non è adatto a un ‘cavernicolo’ come me. Io ad esempio non sono ‘tecnologico’.
Cosa è importante per lei?
Per me è importante il rispetto dei valori umani, la coscienza civica, il rispetto dell’ambiente, il senso dello stato e della comunità.
Come vede il futuro delle nostre montagne?
Non lo vedo bene a breve termine ma credo che sarà migliore a lungo termine: io penso che l’abbandono delle montagne avvenuto in circa 70 anni abbia quasi finito il suo ciclo. Ci sono segnali positivi di una inversione di tendenza. Qui 30 anni fa non avevamo più una osteria, ora ci sono bar e ristoranti, nel paese e fuori. Io sono convinto che ci si riprenderà, ma deve arrivare la carestia, sennò non se ne parla.

