In casa senza scarpe?

A volte bisogna scegliere fra proteggere lo spazio domestico o mettere a suo agio chi entra.

In casa senza scarpe?
di Paola Tavella
(pubblicato su lastampa.it/specchio l’11 gennaio 2026)

Camminare, danzare, fermarsi, entrare, aspettare fuori? Punto di contatto tra il corpo e la terra, discrimine fra umano e non umano, le scarpe non sono mai innocenti. Da Hans Christian Andersen in poi (Le scarpe rosse 1845) portano con sé desiderio e vanità e la minaccia di essere puniti con la perdita dell’identità. A noi decidere se lasciarle sull’uscio o ammetterle, sapendo però che non sono accessori neutri, indicano posizione sociale, transizione fra vari stati dell’essere, relazione con il mondo. Il dibattito su tenere o meno le scarpe in casa, assai vivace sui giornali anglosassoni, è curiosamente polarizzato fra fautori moralisti e detrattori indignati che si arrovellano sul confine tra dentro e fuori, pubblico e privato, controllo e abbandono. Entrare in casa scalzi non è solo una questione igienica ma anche un gesto simbolico che sospende un’identità, e può mettere in crisi. In più, dopo la pandemia, l’attenzione per ciò che entra in casa è aumentata, la soglia si è alzata, la cultura dell’ospitalità si è irrigidita, e in generale si seleziona di più.

Sia che lo si consideri una forma elementare di igiene, sia che si giudichi una bizzarria igienista, resta vero che le scarpe nascono per stare fuori, per proteggere il piede dal terreno, dagli escrementi, dal fango, dalla strada. La loro funzione è negoziare con l’esterno, ammetterle dentro casa significa un po’ anche prendersi il mondo così com’è, senza filtro. Togliere le scarpe in molte culture è una regola. In gran parte dell’Asia orientale, del Medio Oriente, del Nord Europa, il gesto è scontato, è buona educazione di base. In un articolo stupendo uscito nel 2022 su The Guardian, Jeff Yang, già editorialista di “Asian Pop” al San Francisco Chronicle, raccontava della amatissima zia Chih-Mei di Taiwan che gli disse: «When you walk into my house wearing shoes, you are walking across my heart», tu calpesti il mio cuore camminando con le scarpe in casa mia. Yang ne fa discendere una catena di significati, togliere le scarpe è deferenza verso chi ti ospita, riconoscimento che la casa è un santuario personale. E poi: fuori, con le scarpe, sei uno qualunque, mentre dentro, con le calze, sei in famiglia.

In Italia, invece, la faccenda si complica. Il clima, la storia urbana, la tradizione dell’ospitalità hanno prodotto una gran tolleranza, la casa italiana accoglie, non mette troppi paletti e quindi quella di togliersi le scarpe può essere vista come una richiesta eccessiva, perfino una forma di diffidenza verso l’ospite. A volte bisogna scegliere fra l’igiene e la relazione, stabilire se è più importante proteggere lo spazio o mettere a suo agio chi entra. In casa nostra le scarpe che si indossano all’esterno non si portano all’interno, e c’è una scarpiera in ingresso, con pantofole nuove oppure ciabattine da albergo. Abbiamo di solito due tipi di ospiti, quelli che spontaneamente si tolgono le scarpe e infilano le ciabattine oppure profittano dei tappeti e restano scalzi, e quelli che si inchiodano sulla soglia e chiedono “Devo togliermi le scarpe?”. A questi secondi rispondiamo sempre di no, per gentilezza. L’ospite può non essere preparato a questa richiesta, teme di essere giudicato, senza scarpe si sentirebbe privo di stile e di dignità. Quindi noi usiamo le cortesie per gli ospiti, però facciamo partire il robot appena restiamo soli, perché in uno studio dell’Università dell’Arizona il 96 per cento delle suole è risultato positivo ai batteri coliformi, agli allergeni e a sostanze chimiche tossiche che possono portare a infezioni da E. coli e perfino del sangue. Meglio non spargere tutto questo sui pavimenti.

Chi resiste all’invito, però, è più interessante di chi lo accetta, segnala istintivamente che le scarpe sono anche status, protezione, postura e rinunciarci può mettere a disagio, esporre una zona del corpo vulnerabile e poco controllabile come i piedi, e va detto che i calzini sono un abbigliamento pensato non certo per essere visto, è come dare per scontata un’intimità, che non sempre esiste, tra ospite e padrone di casa. Eppure, se per alcune persone restare scalzi è sgradevole o inquietante, all’opposto per altre significa ridurre stimoli, rumori, attriti, sentire il pavimento e rientrare nel corpo, è la sensazione che provo io quando rientro e tolgo stivali e sandali, con lo stesso sollievo, tanto che mi offro di togliere le scarpe ovunque e una delle mie amiche più care, piuttosto fobica a proposito di piedi, mi chiede preventivamente di non farlo.

Il commento
di Carlo Crovella

A prescindere dal poter disporre o meno di piedi così sensuali come nella foto che illustra l’articolo, a casa mia non si entra con le scarpe. Infatti siamo degli impallinati dell’igiene e ci piace girare con i calzerotti antiscivolo, togliendo le scarpe all’ingresso, quando rincasiamo.

Su questo tema, la tradizione torinese è molto più simile a quella dell’Europa nordica o anglosassone che a quella mediterranea. Cioè. è sempre stata molto diffusa l’abitudine a usare dei rettangoli di stoffa, da mettere sotto ai piedi, camminando strisciando per non perderli. Per consuetudine, i torinesi doc li chiamano “le pattìne”, con l’accento sulla “i”.

Non è facile far capire queste preferenze agli estranei, ma a casa mia è venuto naturale trovare la soluzione: non invitiamo mai degli ospiti.

Devo dire che perfino i miei figli, che da piccoli erano un po’ refrattari a questo imprinting educazionale, oggi sono ampiamente convinti.

Per noi è naturale rispettare questi cliché perché ci piace uno stile di una vita riservato e silenzioso: a prescindere dal tema scarpe, non gradiamo avere gente per casa. Se invece avessimo piacere a organizzare cene con 12-16 o anche 20 invitati, probabilmente la penseremmo in modo molto diverso anche sul tema “scarpe in casa”.

Dal mio punto di vista, più che il ruolo delle scarpe come “oggetti da esibire”, il grande spartiacque si incentra sulla preferenza per una vita più sociale oppure, all’opposto, più riservata. Da ciò deriva anche la specifica posizione sull’utilizzo o meno delle scarpe in casa.

Per le rare volte in cui in casa mia deve entrare qualcuno a effettuare un lavoro (un idraulico, il termosifonista, il tecnico della lavatrice…) gli impongo di indossare delle sovrascarpe in plastica, stile camera operatoria (ne ho una bella scorta).

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8 Comments

  1. says: Luciano Regattin

    “perché in uno studio dell’Università dell’Arizona il 96 per cento delle suole è risultato positivo ai batteri coliformi, agli allergeni e a sostanze chimiche tossiche che possono portare a infezioni da E. coli e perfino del sangue. ”

    Che vita infelice!

  2. says: Ezio Bonsignore

    Vivendo in Germania, questa è esperienza ditutti i giorni, che non abbiamo difficoltà a rispettare. Due dei tre figli sono “senzascarpisti”, il terzo no. Noi siamo sempre stati, e restiamo “con scarpe”. Che poi spesso il discrimine non dipende da considerazioni igieniche o sociali, ma da aspetti pratici: noi abbiamo un grande giardino, che nella bella stagione diventa a tutti gli effetti parte della zona giorno, entrando e uscendo decine di volte. Togliere e rimettere le scarpe ogni volta sarebbe una tortura, specie per chi porta scarpe con i lacci.

    C’è piuttosto un’altra cosa, che si sta diffondendo a macchia d’olio e alla quale non riesco ad abituarmi: è cioè trovare in bagno un simpatico cartellino, che impone anche ai maschietti di fare la pipì da seduti. Faccio molta, molta fatica a tollerare l’imposizione da “parità di genere”.

  3. says: Riva Guido

    A Ezio Bonsignore del 30 marzo 2026 at 14:20.
    A casa tua, chi pulisce il cesso?

  4. says: Ezio Bonsignore

    A domanda risponde: l’uso dello spazzolone e’ considerato un obbligo di elementare civilta’, ma questo ovviamente non c’ entra. Per eventuali schizzi, provvede chi li produce (cioe’ io, come unico maschio residente). Per il resro, la domestica.

  5. Anche in casa dei miei genitori a Genova si usavano le pattíne sul pavimento a piombo con la cera. Da oltre 40 anni vivo in una casa col pavimento di legno e le scarpe restano fuori. Ma dalle mie parti è normale. Nessuno le usa in casa, dove si mettono le pantofole. Ospitiamo spesso amici e nessuno si lamenta per dover mettere le ciabatte. È una questione di comodità e non di certo igienica. Quelli dei batteri sotto le scarpe che “fanno partire il robot” quando i loro ospiti, ai quali non hanno fatto togliere le scarpe, se ne vanno, mi fanno un po’ pena.
    Come quegli ospiti che sedendosi a tavola (visto coi miei occhi) guardano il bicchiere in trasparenza per vedere che sia pulito. Restino a casa loro se hanno le paranoie igieniche. Fa bene Crovella a non invitare nessuno. Intanto in una casa/lager nessuno si divertirebbe.

  6. says: Grazia Pitruzzella

    Trovo divertente questa storia dei batteri portati dalle scarpe, considerato il crescente inquinamento di aria-acqua-terra. Ognuno ha i suoi trip che vanno rispettati.
    Passando la gran parte del mio tempo con indosso scarpe da montagna, la prima cosa che faccio quando entro in casa è togliermele, giusto per comodità e poi per dare un segnale a corpo e spirito che faccio il mio ingresso in un’altra dimensione.
    Confesso che trovo buffa anche questa consuetudine di includere il pensiero del Crovella in calce all’articolo, ma l’avrò senz’altro già detto.

  7. says: Carlo Crovella

    La definizione di casa lager è molto variabile a seconda del contesto sociale dominante nei vari luoghi. In Germania è la regola più condivisa quella di togliersi le scarpe e presumibilmente lo è anche nelle propaggini culturalmente “tedesche” in terra italiana. Ergo l’abitudine di casa Cominetti non fa scalpore in Sud Tirolo, magari lo farebbe assai a Milano o Roma…

    In città, anche nella virtuosa Torino, da che ero adolescente ho assistito ad un progressivo e irrefrenabile peggioramento delle condizioni igieniche dei marciapiedi (oggi ridotti a veri gabinetti, non solo di cani, ma anche di umani e con ogni altro risvolto, dal vomito alla caduta di alimenti deperibili che nessuno pulisce più). Per cui la tesi che le suole delle scarpe dei cittadini siano “poco igieniche” regge eccome.

    Infine: non si capisce come mai trovate naturale la presenza dei commenti di Gogna negli articoli redazionalmente da lui lavorati, mentre la stessa cosa vi disturba per gli articoli proposti e/o addirittura “lavorati” da altri… Fatelo anche voi: spedite articoli con vs commenti inseriti e sono sicuro che verranno pubblicati. E’ già successi: ci sono stati ii commenti di altri contributori direttamente inseriti in alcuni articoli. La folta presenza di miei commenti interni ad articoli deriva dall’abbondante quantità di articoli che offro a questi spazi web. Non c’è nulla di cui scandalizzarsi.

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