“142 secondi – Il battito della terra”

Dieci anni dopo il terremoto dell’Appennino centrale, il documentario che racconta la storia di una montagna ferita e un territorio che vuole rinascere.

“142 secondi – Il battito della terra”
di Simone Alessandrini

Due minuti e 22 secondi. Nella frenesia della vita quotidiana non sono nulla. Ma il tempo, si sa, spesso non scorre alla stessa maniera. Sono bastati meno di due minuti e mezzo per cambiare la geografia di un luogo e con essa il destino delle sue persone. Appennino centrale, 24 agosto e poi 30 ottobre del 2016. Una sequenza sismica composta da centinaia di migliaia di scosse ha cancellato totalmente borghi come Pescara del Tronto e devastato città come Amatrice. I soccorsi, l’emergenza, la solidarietà, e poi… il silenzio.

L’area colpita è vastissima: quattro regioni del centro Italia, un’intera catena montuosa dal Lago di Campotosto alla parte settentrionale dei Monti Sibillini. E proprio i Sibillini portano uno dei segni più evidenti del terremoto: la frattura lasciata dalla faglia lungo la dorsale, ancora chiaramente visibile in diversi punti. Sono passati anni, governi e commissari e siamo arrivati al decennale di una tragedia che portò con sé 299 vite e quasi 50.000 sfollati. Molti hanno scelto di restare: prima nelle tende, poi nelle SAE, le soluzioni abitative di emergenza. L’emergenza è progressivamente scemata, ma le casette sono rimaste, diventando a tutti gli effetti “prime case”. C’è una zona del cratere che ha una naturale vocazione per la montagna: Arquata del Tronto, con i suoi paesi affacciati sulla cima più alta dei Sibillini. È qui che i miei ricordi sono più vividi e dove ho sentito maggiormente il dolore di non poter tornare con la stessa frequenza di prima. Per chi, come me, ama la montagna e vive ad Ascoli Piceno, il Monte Vettore non è un modo per staccare dalla quotidianità, ma una parte integrante di essa. Nonostante le diverse problematiche, molte persone hanno scelto di non abbandonare questi borghi e di restare accanto alle proprie comunità. Si passa a prendere un caffè all’Antico Bar, oggi ospitato in un container, oppure a mangiare un piatto di pasta alla sibillina al rifugio degli Alpini, trasferito in una struttura provvisoria che non consente più il pernottamento. In molti siamo stati testimoni indiretti delle fasi che si sono susseguite: la zona rossa, la demolizione degli edifici pericolanti, l’installazione delle casette, la catalogazione delle macerie, fino ai primi, flebili, segni di ripartenza.

È proprio per via di ciò che ho visto che ho sentito il bisogno di raccontare. Troppo spesso abbiamo assistito a passerelle mediatiche nei giorni immediatamente precedenti agli anniversari, per poi spegnere tutto e tornare alla desolazione subito dopo. Il documentario 142 secondi – Il battito della terra, distribuito in sala da Cineblend, nasce per accendere un riflettore tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che potrebbe essere.
Il decennale è solo una linea da tracciare tra il prima e il dopo. La scelta più importante è stata quella di diventare io stesso il collante di un cammino simbolico che parte dalla piazza ferita di Arquata del Tronto e termina nell’emblema di una montagna che vuole ripartire: il bivacco Zilioli. Lungo il percorso il racconto si sviluppa attraverso le voci di chi è rimasto e di chi è arrivato per dare nuovo impulso a una terra straziata che rischia ogni giorno l’abbandono. Persone che hanno aperto il cassetto dei ricordi, il cuore e la porta di casa per raccontarci le loro testimonianze e contribuire a mantenere viva l’attenzione su una terra che merita di essere ascoltata. Storie diverse: Annunzio, che prosegue il lavoro portato avanti con sacrificio dalla sua famiglia allevando pecore nella zona di Santa Maria in Pantano; i ragazzi di Arquata Potest, che dedicano tempo e lavoro alla fruibilità di sentieri e aree comuni; Vittoria dell’Antico Bar, il rifugista Gino, il panettiere Stefano e altri ancora.

Due minuti e 22 secondi sono bastati per cambiare il volto dell’Appennino. Dieci anni non sono bastati a ricostruirlo, anche se oggi tutto procede a una velocità diversa rispetto al passato. Sono però sufficienti per chiarire che il futuro di queste aree non può essere affidato agli anniversari. Qui è necessario continuare a osservare, frequentare e raccontare, rendendo giustizia a chi, per tutto questo tempo, ha continuato a vivere e lavorare con silenziosa ostinazione, umiltà e con il sorriso sul volto, nonostante tutto.

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