L’arte della solitudine 5-6

L’arte della solitudine 5-6
di Armin Speranza

Moiazza
Non ci vuole molto per vivere avventure sebbene sia il 2025, sebbene il GPS, sebbene l’odierna attrezzatura: quando tutto ciò che hai è contenuto in uno zaino e ci sono montagne a perdita d’occhio a circondarti. Non importa che siano le blasonate Dolomiti, è l’approccio a fare la differenza ed essere soli è uno degli ingredienti per meglio immergersi in questi ambienti; ogni singola cosa che si porta con sé è strettamente necessaria.
Se qualcuno si aspettasse qualche cosa di eclatante mi spiace deluderlo ma qui non racconto nulla di speciale in termini alpinistici, anzi se c’è qualcosa di alpinistico si tratta delle pure basi del muoversi in alta montagna.
È proprio perché questa piccola avventura non ha nulla di speciale che raccoglie il messaggio di questo racconto ed è dedicata a tutti coloro che volessero esplorare sè stessi esplorando ambienti di straordinaria bellezza.

Così un venerdì pomeriggio di ottobre parto alla volta del monte Moiazza, senza un obiettivo preciso, se non quello di esplorare il gruppo e tornare a valle lunedì mattina perché devo arrivare in tempo per il turno di lavoro che inizia nel pomeriggio.
Scendo alla stazione degli autobus di Agordo alle 15.20 e percorse poche centinaia di metri imbocco la ripida strada che alternata a tratti di sentiero conduce a Malga Framont. Verso le 17 sono alla malga dove reperisco l’acqua di cui avrò bisogno per il giorno seguente. Riparto in direzione Forcella Camp a 1900m e salgo ammirando la mole della Moiazza che da qui sembra un’enorme fortezza inespugnabile. Illuminata dagli ultimi raggi del giorno ha un colore arancio. Le Torri del Camp sembrano gendarmi a guardia del corpo centrale e mi affiancano nella salita alla Forcella, una volta lì sono quasi le 18.00, godo degli ultimi colori riflessi sulle rocce e rimango ad osservare la muraglia rocciosa che si estende verso nord dove spicca la parete della Busazza. Vedo anche il mio riparo per questa notte, la Casera del Camp dove incontro tre escursionisti cecoslovacchi con cui trascorro la serata. È stata una giornata lunga per tutti e verso le 21.00 siamo distesi sul soppalco della Casera. La struttura è molto spartana e ampia, ristrutturata di recente non ha nient’altro che una tavola, una stufa ed un camino al suo interno. Utilizzata dai pastori nel periodo estivo è un valido riparo per chi voglia attraversare queste montagne in bassa stagione. Suppongo che queste strutture vengano appositamente predisposte in maniera essenziale e spartana così da evitare coloro che salirebbero solo per fare festa e come spesso accade arrecano danni alle strutture aperte a tutti. Mentre chi, zaino in spalla attraversa le montagne mai si permetterebbe di comportarsi in maniera irrispettosa verso un bene comune. 


I compagni cecoslovacchi russano all’inverosimile ma ci vuole ben altro per privarmi del sonno. Ripensandoci è stata un’impresa combinare gli impegni mattutini e le delicate coincidenze tra mezzi pubblici per arrivare qui evitando di trovarmi al buio lungo il percorso. Uno zaino non troppo pesante e un’intera montagna da esplorare, non chiedo altro.
Alle 6.00 suona la sveglia, in mezz’ora sono pronto, un fugace saluto scambiato tra la luce delle torce frontali e riparto. È ancora scuro quando sono nuovamente a Forcella del Camp, indeciso sul tragitto ho varie opzioni e inizio a muovermi in direzione rifugio Carestiato. Sulla destra la vista spazia sulle Dolomiti Meridionali di Zoldo, mentre alla mia sinistra inizia ad aprirsi il Van Dei Cantoni dove in breve incontro i bolli rossi che segnalano l’imbocco per la via verso Forcella delle Nevere a 2600 m. Ci penso su per qualche attimo, tanto basta per farmi rapire dal richiamo delle crode aguzze. La via è attrezzata e la sfrutto come traccia sicura per accedere al mondo delle crode senza utilizzo di attrezzatura, inoltre mi consente di muovermi molto velocemente in terreni dove la progressione sarebbe rallentata dalle difficoltà del terreno.

Mi trovo già immerso tra pareti e guglie completamente assorto nel seguire la traccia e nel mantenere la concentrazione necessaria per progredire svelto e senza errori. L’ambiente è severo e stupendo. Affronto tutto d’un fiato la salita fino a sbucare in Forcella dove il bivacco Ghedini, completamente fatto di legno appare come un miraggio tra le fredde pietre. Sono a Nord e la temperatura precipita, come supponevo c’è neve, 20-30 cm ed è durissima. Preferisco non procedere verso la cima di Moiazza Sud, era la mia idea iniziale se avessi trovato la via pulita abbastanza da neve e ghiaccio. Non ho ramponi con me, né imbrago, faccio affidamento solo sulla forza delle mie braccia e il passo fermo e preciso. Oltre al ripido tratto che sale dal bivacco verso la cengia Angelini, già ricoperto di neve ghiacciata, potrei trovare altri impedimenti lungo il percorso, quindi opto per la discesa lungo il Van delle Nevere. 

Il primo tratto scendendo dal bivacco devo farlo prestando i piedi sulla neve marmorea creando degli scalini che mi permettano di scendere senza scivolare sulle pietre che affiorano. Percorro un pianoro innevato che è una pietraia e riprendo a scendere lungo grandi lastroni rocciosi, non c’è più neve ed è un buon segno. È un ambiente spettacolare e severo, silenzioso e riservato. Davanti a me la Torre Trieste appare forse nella sua prospettiva migliore e lo sguardo spazia da est a ovest sulla mole del massiccio del Civetta, la montagna che incanta, un nome davvero azzeccato.

Scendo rapido fino a che il vuoto inizia a farsi sentire, il sentiero corre stretto sul bordo di un orrido canalone dove un residuo di nevaio ne colma il fondo. Poco dopo un salto roccioso di una cinquantina di metri mi si oppone, è attrezzato e molto verticale. Mi appendo al cavo, veloce senza pensarci troppo e ignorando il vuoto che sono costretto ad intravedere mentre cerco appigli per i piedi, mi calo a forza di braccia fino alla base delle rocce dove le difficoltà terminano. Procedo lungo la traccia è mi dirigo al rifugio Vazzoler dove trovo acqua e riparo nel bivacco invernale. Ho ancora qualche ora di luce così vado a dare un’occhiata alla Valle dei Cantoni Di Pelsa e dintorni. Rientro al Vazzoler e incontro Kilian, un ragazzo olandese che percorre l’alta via 1 e trascorriamo la serata parlando di montagne. Insieme rimaniamo ad osservare il magnifico tramonto che tinge di colori rossastri e rosei le pareti cariche di storia che s’innalzano di fronte al rifugio. 

Il mattino seguente la nebbia è fitta e la meteo prevede un deciso peggioramento nel corso della giornata con ulteriore sviluppo in peggio per il lunedì. Potrei tornare verso Agordo ma decido di trascorrere un’altra giornata in quota così mi dirigo seguendo l’Alta Via 1 verso l’inizio, Casera del Camp dove dormirò un’altra notte, questa volta da solo. Come da previsioni il tempo si guasta sempre più e il lunedì mattina con la solita malinconia che mi pervade quando devo tornare a valle, scendo tra le fitte nebbie verso Agordo. 

Le cime sono invisibili ma mando loro un caldo saluto, le ringrazio per l’accoglienza e mi auguro di poterci tornare presto.

Cimonega
È venerdì 10 ottobre, sono le 18.00 quando parto dal paesino di Soranzen, posto all’imbocco della poco conosciuta e selvaggia Val Canzoi, in comune di Cesiomaggiore (BL). Piuttosto tardi per partire ma prima sarebbe stato impossibile e pur di trovarmi il sabato mattina già tra i boschi, decido così. Queste sono le montagne di casa, le conosco molto bene.
Qui in “Cimonega”, così viene chiamato il gruppo montuoso dove spicca il Sass De Mura, e sull’adiacente gruppo de “Le Vette”, ho davvero imparato come muovermi in montagna percorrendone quasi tutti i sentieri, molti “viaz” e pure qualche percorso alpinistico di bassa difficoltà tecnica ma di grande impegno a causa dell’isolamento e della bassissima, quasi assente frequentazione.

Ho a disposizione poco più di un’ora di luce, non so dove dormirò, penso solo a inoltrarmi lungo la strada asfaltata che percorre interamente la valle terminando al lago artificiale “della Stua”. Percorsi i primi sei chilometri devio un paio di chilometri prima del lago, in direzione Passo Finestra.
Sono le 19.00 passate e mi trovo a circa 900 m di altitudine lungo il sentiero che sale al Passo quando arrivo in prossimità di un’abitazione ben tenuta ma disabitata da tempo. C’è una fontana sempre aperta proprio di fianco, le ultime luci stanno per abbandonarmi così salgo sul terrazzino della casa, accessibile tramite scala, mi vesto con tutto quello che ho, mangio qualcosa, apro il saccopiuma e mi distendo lì.

Si è fatto buio pesto, inizio a sentire gli animali muoversi nei boschi circostanti e noto sulla mia sinistra, in alto, su quelle che vengono chiamate “Pale Alte” dai locali o “Pale del Ciso” nelle mappe; noto una luce che illumina quelle zone dove non c’è nulla se non qualche vecchia via da cacciatori. È la luna che ben presto sorge e porta una luce argentea nella valle, come una nuova alba, un nuovo sole. Prima non vedevo nulla, ora posso distinguere chiaramente le mie mani, il piccolo prato che mi circonda e i profili dei monti circostanti. Ammetto che ho pensato di proseguire fino al bivacco invernale del rifugio Boz a circa 2 ore e mezza da dove mi trovo, vista la luminosità notturna, ma ormai mi sono coricato.

Il rumore del torrente Caorame, scultore di questa valle, è un costante, lieve brusio di sottofondo che mi accompagnerà tutta la notte ed entrerà a far parte degli strani sogni che feci.
Non so da quanto tempo stessi lì disteso, quando un rumore terrificante squarciò letteralmente l’atmosfera pietrificandomi. Credo fosse l’urlo di un qualche ungulato e sebbene tra la bestia e l’uomo vi sia un abisso di differenza, un urlo di terrore è uguale per tutti. Mi entrò dentro. Chissà forse una vittima di qualche predatore. La valle è davvero selvaggia e i local dicono che è stata avvistata la lince tra queste montagne. Qui anni fa, in compagnia di Paolo, un forte alpinista, mentre percorrevamo una cresta lungo un viaz da noi immaginato vedemmo un cervo, forse il più grande che abbia mai visto con un palco bellissimo e enorme, durò pochi attimi prima che sparisse nella boscaglia ma l’immagine di quella bellissima bestia c’è l’ho ancora davanti come fosse ieri.

C’è un altro suono che mi accompagnò tutta la notte fino all’alba, anzi era un canto, il canto di un uccello di bosco, forse una civetta o un gufo, (dovete scusare la mia ignoranza in materia di fauna). Un canto dolce, dai toni né troppo gravi né troppo acuti, riverberato tra le pareti della valle e trasportato dalla brezza che sale dal torrente. Quel canto rese meno tetra l’atmosfera, la riempiva e percepii la malinconia e la solitudine in quelle note a tratti vibrate.
Fu difficile addormentarsi ma quando ce la feci dormii come un sasso fino all’alba. Mi risvegliai sorpreso di aver potuto dormire senza interruzioni e più riposato di quanto potessi mai sperare. Non avevo un materassino con me ma il terrazzo seppur duro mi ha consentito di stare lontano dal freddo che sale dal suolo.
Il cielo era terso quel mattino ma dal fondovalle fitti banchi di nebbia sembravano fremere per tornare verso l’alto.
Faccio lo zaino, mi assicuro di aver lasciato tutto in ordine, mi lavo i denti, il viso nella fontanella lì vicino e riparto inseguito dalle nubi che nel frattempo sono penetrate nella valle celando ogni cosa sul loro cammino.

Amo risvegliarmi sapendo di dover marciare tutto il giorno per monti, è tutto molto semplice, zaino in spalla e via. Con me ho come al solito snickers, frutta secca e energy drink, null’altro, non molto salutare ma se si è allenati il metabolismo lavora bene e queste cose sono più che sufficienti per avere energia, inoltre si tratta di 2-3 giorni al massimo. Molti rimangono basiti dal mio approccio ma ormai mi sono abituato a questo regime e non trovo difficoltà nel mantenerlo, sono qui per vivere questi luoghi e non appena tornerò a valle avrò nuovamente tutte le comodità della vita quotidiana e le apprezzerò molto di più.
Complice il mio essere sempre in bolletta da anni, inizialmente questo è un approccio che non avrei adottato ma poi ho giocoforza imparato l’arte dell’essenziale perché la vita è cara sulle Alpi, inoltre le comodità pesano e rendono deboli le persone.

Così salgo veloce a Passo Finestra inseguito dalle nubi che precedo di poco e una volta al passo le nubi lì si fermano, non riescono a scavallare nell’altopiano che nitido mi si apre davanti dove a predominare è la mole del Sass De Mura che da qui appare tozzo e quasi piccolo. Arrivo al rifugio Boz, mi fermo solo per recuperare acqua e via veloce verso “Pass De Mura” da dove traverserò l’intera base del versante sud del “Sass De Mura” per poi dirigermi nel cuore del gruppo montuoso dove sorge il bivacco Feltre.

La traversata è bellissima, a tratti coperta dalle nubi che salgono veloci e mi avvolgono. Vado oltre lo spallone sud-est del Sass De Mura o “Sass Da Mur” come originariamente veniva chiamata questa montagna che domina le Alpi Feltrine, seconda solo alla Schiara.
Poco dopo mezzogiorno sono al bivacco, non c’è nessuno, sistemo le mie cose e mi concedo una lunga pausa dove nel frattempo un allegro, numeroso gruppo di persone arriva e il bivacco è praticamente pieno. Qualche chiacchera e riparto per salire alla base del Piz de Sagron, breve scrambling su una dorsale minore lì accanto e raggiunto un cocuzzolo mi fermo a riempirmi gli occhi di immensi orizzonti e montagne a perdita d’occhio. Zero stress per questa volta, zero incognite, voglio solo contemplare.

Davanti a me svettano le cinque cime del Sasso Largo di Cimonega. Ogni volta che lo guardo il mio pensiero torna a quando salii da solo una di quelle cime. Sono passati diversi anni ma è un ricordo indimenticabile.
Proprio a casa di Paolo, menzionato prima, uno dei pochi abitanti della Val Canzoi, avevo letto su una sgualcita guida delle Alpi Feltrine, di alcune vie di roccia aperte da un pastore di cui non ricordo il nome, sul Sasso Largo e sulle vicine cime. Credo fosse nei primi anni del ‘900 se non addirittura prima. Vie da cacciatori, dove al massimo si incontra qualche passaggio di IV. A quei tempi non ero per nulla allenato ma avendo praticato per molti anni arrampicata sportiva e saltuariamente un po’ di alpinismo prima di fermarmi per vari anni, avevo comunque conservato una discreta abilità che oggi ho recuperato e incrementato.

Quel mattino l’alba fu formidabile, rosso fuoco. Mi portai alla base del Sasso Largo, sotto la quarta cima delle cinque, se le contiamo in direzione sud-nord. Lasciai lì lo zaino e imboccato un canaletto iniziai a salire portandomi al di fuori di esso lungo facili paretine. Lo sviluppo è di circa un centinaio di metri, tutto sul secondo, terzo grado con qualche singolo passaggio un po’ più difficile, un “troi” insomma. Salii così veloce che scendendo mi trovai disorientato e non scesi dalla medesima via, anzi forse scesi da una variante più difficile ma una volta trovato il canaletto iniziale fui alla base senza problemi. Ero fierissimo di avercela fatta ma più di tutto ero entusiasta di essere lì, di averlo fatto con i meravigliosi colori dell’alba. Ricordo che quel mattino un’amica mi aspettava giù al lago per salire verso i Piani Eterni, così scesi di corsa e tornai di nuovo in quota con lei.

Ma torniamo a noi, mi godo il tramonto nei pressi del Piz de Sagron e scendo al bivacco dove sembra esserci una festa tante sono le persone che hanno deciso di passare la notte lì. Negli ultimi anni credo vi sia un ritorno dei giovani sulle Alpi e questo è bellissimo anche se si rischia di dormire sulla tavola se si arriva tardi o nel peggiore dei casi sul pavimento del bivacco.
La domenica è previsto un deciso peggioramento del meteo soprattutto in quota, dal primo pomeriggio, ma il mattino è terso e un mare di nuvole fa sembrare velieri alla deriva le cime che sbucano dalla coltre. Tocca tornare a valle oggi ma ne approfitto per salire alla Forcelletta del Leone situata tra il Pian del Re e il Pian della Regina. Lassù l’incontro con il capobranco, fiera bestia dalle corna ricurve e il corpo possente. È un muflone, non ne vedevo uno da parecchio tempo ma anni fa proprio in queste zone, nel Pian del Re, al cospetto della parete est del Sass De Mura ebbi l’onore di assistere ad uno scontro tra due maschi di muflone i quali a suon di capocciate si affrontavano senza tregua circondati dal resto del branco.

Ora siamo io e lui, è sorpreso di vedermi, io sorrido e lo ammiro per lunghi attimi prima di vederlo lanciarsi a capofitto lungo un pendio roccioso verso il Pian del Re dove ora vedo tutto il branco muoversi all’unisono, una dozzina di esemplari, forse più. Sono sempre fiero di cogliere alla sprovvista le bestie, vuol dire che mi muovo bene, in silenzio, senza errori.
Scendo al bivacco, recupero le mie cose, veloce pulizia, riordino e scendo a valle. La strada è lunga perché devo arrivare a Busche dove prenderò un treno per tornare a casa, più o meno 25 chilometri dal bivacco.
Arrivato sulla strada di fondovalle quando mancano pochi chilometri all’uscita dalla valle, trovo un passaggio che mi riporta a Soranzen da dove partii il venerdì precedente risparmiando qualche chilometro.
(Il giro fatto è lungo circa 46 chilometri e più o meno 2600 metri di dislivello positivo.)

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