Il ritmo delle stagioni si è fatto irregolare: piogge fuori stagione, temperature anomale, un mare sempre più caldo. Il biologo marino: «I coralli non torneranno più quelli di vent’anni fa».
Maldive, l’arcipelago fragile
(che lotta per restaurare la biodiversità)
di Francesca Santolini
(pubblicato su lastampa.it/specchio il 1° febbraio 2026)
Quando si arriva alle Maldive per la prima volta, la perfezione del paesaggio ha qualcosa di irreale. L’oceano immobile, i colori abbaglianti della sabbia, rendono facile dimenticare che questo arcipelago formato da oltre mille isole coralline sparse poco a sud dell’equatore, è anche uno dei luoghi più vulnerabili del pianeta. Adlan Farlan Bakti questa fragilità la conosce bene. È nato a Bandung, in Indonesia, è un biologo marino e da quattro anni vive e lavora tra questi atolli che sembrano sospesi fra acqua e cielo, dove la bellezza convive quotidianamente con un’acuta consapevolezza della precarietà.
Nel giro di mezzo secolo le Maldive sono diventate uno dei simboli globali del turismo di lusso. Fino agli anni Settanta erano un arcipelago periferico, basato sulla pesca e su un’agricoltura di sussistenza. L’apertura ai resort internazionali ha trasformato radicalmente economia e paesaggio: isole private, piste di atterraggio sull’oceano, infrastrutture costruite per accogliere milioni di visitatori. Oggi il turismo è la principale fonte di reddito del Paese, ma anche una delle sue maggiori fonti di vulnerabilità. «Qui il cambiamento climatico non è un concetto astratto», spiega Adlan. «Lo vediamo ogni giorno: nei dati che raccogliamo, nelle temperature che misuriamo, nello stato delle barriere che monitoriamo. Negli ultimi vent’anni il ritmo delle stagioni si è fatto irregolare: piogge fuori stagione, temperature anomale, un mare sempre più caldo».
La temperatura superficiale dell’oceano Indiano è aumentata in media di oltre un grado negli ultimi decenni e le conseguenze più drammatiche si osservano sulle barriere coralline. Nel 2016 un evento di sbiancamento senza precedenti ha colpito l’arcipelago: in alcune aree oltre il 70% dei coralli è sbiancato nel giro di poche settimane. Il fenomeno si è ripetuto, in forme diverse, negli anni successivi. «Il corallo vive in simbiosi con microalghe che gli forniscono nutrimento e colore», continua Adlan. «Quando la temperatura dell’acqua supera determinate soglie per periodi prolungati, questa relazione si rompe. Il corallo espelle le alghe e diventa bianco. Se lo stress persiste, muore». Il processo non è immediato. Esiste una finestra temporale in cui il corallo sbiancato può migliorare. Ma quella finestra si sta restringendo. «Vederli morire è devastante. Sai cosa sta succedendo, conosci le cause, capisci i meccanismi biologici, ma non puoi fermarlo. Puoi solo documentare, misurare, tentare di limitare i danni».
I progetti di ripopolamento esistono. Frammenti di corallo vengono coltivati in vivai sottomarini e poi trapiantati sulle barriere danneggiate. Alle Maldive diverse organizzazioni hanno avviato programmi di ripristino, ma anche questi interventi mostrano limiti evidenti. «A volte devi rimuovere ciò che hai piantato, perché l’ambiente non lo sostiene più. L’acqua è troppo calda, l’acidificazione avanza, le alghe invasive prendono il sopravvento. È una sensazione di impotenza difficile da spiegare. Ti chiedi se abbia senso continuare a piantare coralli in un oceano che cambia così rapidamente».
La risposta, per Adlan, non è un semplice sì o no. «Dipende da cosa intendiamo per successo. Se pensiamo di riportare le barriere allo stato di trent’anni fa, ci stiamo illudendo. Ma se consideriamo questi interventi come un modo per guadagnare tempo, preservare biodiversità, allora hanno senso. Il problema è che il restauro, da solo, non basta. Serve una riduzione drastica delle emissioni di gas serra a livello planetario». Perché lo sbiancamento non è l’unico problema che minaccia i coralli. C’è un processo più lento, meno evidente, ma altrettanto preoccupante: l’acidificazione degli oceani, conseguenza diretta dell’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera.
«L’oceano assorbe circa un terzo della CO₂ che emettiamo. Questo abbassa il pH dell’acqua e rende più difficile per i coralli costruire i loro scheletri calcarei». Eppure Adlan non parla mai di resa. Lavora con le comunità locali, con le scuole, le università. Sa che la sopravvivenza delle Maldive non dipende solo dalla scienza, ma dalla consapevolezza collettiva. «L’istruzione è fondamentale. Molti giovani vorrebbero studiare biologia marina, ma non tutti possono permetterselo. Le università maldiviane non offrono ancora programmi completi e spesso è necessario andare all’estero. È costoso, insostenibile per molti. Senza formazione locale non c’è futuro. Servirebbero borse di studio, collaborazioni internazionali, investimenti pubblici in ricerca». La società maldiviana sta cambiando rapidamente. Le nuove generazioni, attratte dal lavoro nei resort, abbandonano la pesca tradizionale. È una scelta comprensibile: i salari nel turismo sono più alti e il lavoro meno faticoso. Ma questo altera equilibri antichi e crea nuove dipendenze.
Ali Haisham ha 19 anni, è cresciuto in un atollo non lontano da Malè e ha cominciato a lavorare in un resort molto giovane per imparare. Vuole capire tutto del business del turismo per poi mettersi in proprio, aprire un bed and breakfast in qualche atollo. Gli chiedo perché proprio il turismo e la risposta arriva immediata: «Qui alle Maldive tutto è turismo. Voglio diventare indipendente, poter vedere il mondo». Cosa vorrebbe vedere, di quel mondo? «Tutto. Ma soprattutto la neve». Lo guardo mentre torna in cucina. È un desiderio comprensibile, quello di Ali. Vuole costruirsi un futuro, viaggiare, vedere cose che qui non esistono. Eppure quel futuro è interamente costruito su un arcipelago che potrebbe non esserci più nel giro di qualche decennio. E la neve che sogna di vedere è parte dello stesso sistema che sta sciogliendo i ghiacciai e alzando il livello del mare sotto i suoi piedi. «La pesca artigianale è stata per secoli sostenibile perché fondata su conoscenze tramandate, sul rispetto dei cicli naturali», dice Adlan quando gli racconto della conversazione con Ali. «Quando questa cultura si perde, si perde anche una forma di sapienza ecologica che la scienza da sola non può sostituire». Dal 2018 l’uso di cannucce e bottiglie di plastica, è stato fortemente limitato. Adlan riconosce che sono segnali importanti, ma avverte: «Il rischio è presentare queste misure come sufficienti. Sono solo un primo passo. Eliminare la plastica è importante, ma non affronta la vera minaccia esistenziale per questo Paese: il riscaldamento globale».
Le proiezioni variano, ma secondo l’IPCC, anche nello scenario più ottimistico, il livello medio del mare potrebbe aumentare di mezzo metro entro la fine del secolo. Per un arcipelago dove l’ottanta per cento del territorio si trova a meno di un metro sul livello del mare, queste cifre non sono astrazioni statistiche. «Alcune isole rischiano davvero di scomparire nel giro di pochi decenni. Non tutte, non nello stesso modo, ma il rischio è reale. Il governo ha avviato progetti di costruzione di isole artificiali più alte, di protezioni costiere. Ma sono soluzioni costose e non sempre sostenibili».
Il tema dei “rifugiati climatici” aleggia come un’ombra, anche se oggi se ne parla meno di qualche anno fa. «Forse perché il mondo ha altre urgenze. Forse perché è un tema scomodo. Ma il problema resta. E non riguarda solo le Maldive, ma tutte le città costruite sul mare. Siamo di fronte a una crisi che coinvolgerà centinaia di milioni di persone, e non abbiamo ancora una risposta adeguata, né giuridica né politica». Dhaalu, al tramonto, sembra immobile e di una bellezza abbacinante. Un paradiso, quasi, perduto.


