Si fa presto a dire Po

Po è un documentario scritto da Andrea Segre con Gian Antonio Stella che racconta l’alluvione catastrofica del 1951 in Polesine. Ma è anche un viaggio antropologico ed etnografico, una raccolta di esperienze drammatiche di vita e di morte che hanno segnato la storia italiana. Fotogrammi tragici e tuttavia restituiti con arte, immagini che scorrono sullo schermo di una bellezza potente.

Si fa presto a dire Po
di Laura Succi
(pubblicato su piemonteparchi.it il 29 settembre 2022)

Si fa presto a dire Po: qual è il Po? Il Po delle sorgenti è un torrente, nella grande pianura diventa un fiume ed è altro dai tanti Po del suo delta: il Po della Pila, il Po di Venezia, il Po di maestra, il Po di levante, il Po Grande, il Po di Volano, il Po di Goro… nomi che risuonano come la filastrocca che proviene da tempi lontani ed esce dalle labbra di un bambino polesano, oggi ottantenne, che abitava con tutta la sua famiglia sulle fiume, in un capanno sue rive. Quando l’acqua saliva, arrivava fin dentro e lui, da lì abbassava il suo guadino e pescava i gamberi per farne le esche. Quella con il Po – all’epoca – era un’associazione intima, una simbiosi, ma si mangiava solo pesce e polenta e la miseria non è mai bella da ricordare.

Quello che ci ha colpito viaggiando negli archivi e nelle case dei nostri protagonisti” racconta Andrea Segreè quanto il ricordo sia ancora vivo, e come quella alluvione rappresenti in realtà una memoria incancellabile, un passaggio di vita e di storia del Paese da cui è difficile prescindere: lo si può nascondere, ma è davvero sbagliato dimenticarlo“.

Foto storica di una veduta sul Fiume Po dall’alto. Foto: Archivio CeDrap Regione Piemonte.

L’indimenticabile tragedia del Polesine
Il 14 novembre 1951 l’argine si spacca, la popolazione viene a conoscenza di varie falle che si erano prodotte sugli argini nella zona tra Polesella e Canal Bianco e successivamente nella zona di Occhiobello. La marea invade in pochi minuti una delle aree all’epoca più povere, più misere del Nord Italia, di tutta Italia, d’Europa.

Furono 102 le vittime e 130.000 i profughi che dovettero abbandonare le terre rimaste allagate per mesi. Uomini, donne e bambini costretti alla fuga, lasciarono tutto ciò che avevano. Vennero invase non solo le campagne ma, uno a uno, tutti i paesi, fino alle città di Rovigo, Adria, Cavarzere: un territorio di confine tra terra e acqua diventato un gigantesco lago esteso per almeno 40 chilometri in larghezza e oltre 80 in lunghezza. Il Polesine, territorio situato in Provincia di Rovigo, tra il basso corso dei fiumi Adige e Po, fino al mare Adriatico, si svuota: se dal 1900 la popolazione era cresciuta di 135.000 abitanti, nei 50 anni successivi all’alluvione ne perdette 115.000.

Le immagini sono sconvolgenti: lunghe colonne di veicoli, intere famiglie in fuga su zattere improvvisate, uomini e bestie intrappolati sui tetti delle case sommerse. La macchina dei soccorsi si attiva subito: tutto l’esercito è mobilitato, gli anfibi della marina portano in salvo bambini, donne, anziani, intabarrati e infagottati nei pochi stracci di lana nera di una terra già ferita dalla miseria, dalla fame e dalle malattie, che il miracolo della ricostruzione del dopoguerra non sanno cosa sia.

Il moto di solidarietà è nazionale. Si muove il Governo e le forze politiche di maggioranza e opposizione, in una terra al confine tra il Veneto bianco e l’Emilia rossa, negli anni in cui la divisione del mondo era appena iniziata e ancora in bilico, soprattutto a Nord Est. Arrivano perfino aiuti sovietici.  “Quello diventò un terreno di contesa politica” racconta ancora Segre. “Vennero inviati da Odessa aiuti per i profughi italiani… oggi pare incredibile ma così gira il mondo! Nel 1951, quando la televisione non esisteva ancora, quattro o cinque cineoperatori da pellicola dell’Istituto Luce andarono in Polesine e ripresero quella tragedia, un lavoro che ha anche un grande valore per capire e scoprire quella zona, una delle più belle e trascurate d’Europa. Partirono da Roma, da Bologna, da Venezia, e raccontarono l’alluvione, e quelle terre, e ripresero la tragedia, e produssero materiali che vennero poi utilizzati nei cinegiornali proiettati ogni sera nelle sale del Paese, oppure utilizzati nell’anniversario di quell’evento, ma che da allora non sono più stati riproiettati al cinema“.

Po: un fiume solo, tanti fiumi 
Si fa presto a dire Po, ma il tratto a monte si può dire che sia tutt’altro fiume di quello descritto da Segre. Non è certo lo stesso Po che abbiamo noi qui in Piemonte, né per dimensione né per cultura” dice Isabella Botta, dirigente tecnico dell’Agenzia interregionale per il fiume Po (AIPo). “Lo dico per esperienza personale, ho vissuto a Cremona 13 anni – e non è poco – dove il mio collega cremonese mi ripeteva in continuazione che il Po nasce a Piacenza. La nostra cultura piemontese è molto diversa, noi siamo gente di montagna e del fiume ce ne accorgiamo solo quando si verificano alluvioni nel fondovalle. Qui nel nostro ufficio di Moncalieri gli abitanti delle Vallere chiedono aggiornamenti sullo stato di avanzamento dei lavori di realizzazione dell’argine, perché hanno vissuto le alluvioni sulla loro pelle. Solo qualche chilometro più a valle i torinesi lo vivono in maniera differente, si accorgono del fiume tutt’al più quando lambisce i Murazzi. In piena Pianura Padana il Po è nel DNA della gente, quella è gente di acqua, lì ci abitano persone che hanno subìto sulla propria pelle i danni delle piene, il fiume là è largo anche oltre 200 metri, sono stati costruiti argini di dimensioni significative anche più alti di un palazzo di due piani per difendere gli abitati“.

La difesa del territorio, progettazioni ordinarie e innovative
Dall’alluvione del Polesine sono trascorsi 70 anni e sono stati realizzati oltre 1.000 chilometri di argini. Botta chiarisce che “la modalità attuale di progettare e realizzare un’arginatura è analoga a quella delle opere realizzate dal 1950, l’approccio complessivo non è cambiato, anche se oggi si presta più attenzione al contesto globale in cui si inserisce l’opera; in particolare per le opere arginali inserite in tutte le aree più sensibili devono essere fatti approfondimenti di tipo conoscitivo“. Per quasi tutte queste opere deve infatti essere svolta preventivamente la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) che riguarda vari aspetti inerenti alle possibili interferenze con l’ambiente: aria, acqua, vegetazione, fauna. Se poi si ricade nei siti della Rete Natura 2000 dev’essere effettuata anche la Valutazione d’Incidenza. Anche nel caso di opere manutentive che interessano l’alveo dei corsi d’acqua, come la movimentazione di materiale in alveo o la realizzazione di scogliere di difesa delle sponde, si deve tenere conto dell’ittiofauna. Nei progetti soggetti alle valutazioni ambientali vengono previste opere di mitigazione, per esempio la messa a dimora di alberi, e a volte di compensazione; in quest’ultimo caso possono riguardare anche zone diverse da quelle interessate dai progetti.

Dalla progettazione ordinaria ci si discosta tuttavia con un’innovazione che si inserisce tra i progetti integrati cosiddetti Win-Win (tutti vincitori). Ad esempio quello che AIPo ha in corso sul torrente Pellice da Cavour fino a Villafranca Piemonte consente un deciso passo in avanti. È un progetto innovativo che integra gli aspetti idraulici, idrogeologici, ecologici e ambientali, spiega Botta. “Si tratta di integrare interventi tradizionali di difesa idraulica del territorio, quali la movimentazione di materiale d’alveo e la realizzazione di scogliere, con interventi di miglioramento della qualità morfologica dei corsi d’acqua o di tutela degli ecosistemi e della biodiversità come, ad esempio, l’attenzione a rispettare la fauna e la flora, non interferendo in periodi in cui si può causare danno o disturbo, oppure con l’eliminazione delle specie esotiche invasive, tutte attività che non facciamo tradizionalmente. Tra l’altro nel quadro economico di questo progetto sono previste le spese per il monitoraggio ambientale, sia in corso d’opera che in tempi successivi. Questo è anche un modo per unire il Piano di gestione del rischio alluvionale con il Piano di tutela delle acque, cosa non semplice: più si aggiungono elementi e più è complicato trovare un accordo tra i differenti attori che portano legittime istanze al tavolo decisionale e c’è da dire che nemmeno la base normativa, molto frammentata, facilita il processo di integrazione tra le materie. Naturalmente anche se si tratta di un progetto pilota segue il normale iter procedurale ai sensi del decreto legislativo n. 50/2016 dei lavori pubblici, deve quindi contenere tutti gli elaborati progettuali di legge (come ad esempio la relazione tecnica e le elaborazioni di progetto, le relazioni idraulica, geotecnica e geologica, ecc..) e deve ottenere tutte le autorizzazioni dovute“.

Il futuro del grande fiume
Ma la direzione futura è già scritta: si inserisce nel processo di contrasto alla crisi climatica indicata dall’Agenda 2030 ed è contenuta nei piani Next Generation EU: il programma “Rinaturazione del Po“, inserito nel PNRR e per il quale AIPo è ente attuatore, ha dato un nuovo impulso e tracciato nuove prospettive, aprendo una stagione di opere di carattere ecologico ambientale improntate alla rinaturalizzazione e alla biodiversità, a partire dalle aree della Rete Natura 2000, con il fine di rimettere in salute il Po. I punti nevralgici saranno gli interventi sulla struttura del fiume, che gli garantiranno più libertà di movimento nei terreni circostanti, attraverso la riapertura di lanche e di rami abbandonati, con la creazione di corridoi di connessione tra le aree protette, in modo che le specie animali e vegetali possano spostarsi agevolmente, e con il contrasto delle specie alloctone invasive. Il programma complessivo, coordinato dall’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po (ADBPo) e che ha coinvolto le quattro Regioni padane (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto) e gli Enti di gestione delle Aree protette bagnate dal Po, comprende progetti per 357 milioni di euro. La sua approvazione formale da parte del Ministero della Transizione Ecologica è attesa per l’estate, mentre gli interventi dovranno essere necessariamente realizzati entro il 2026.

Ora come ora, nel bel mezzo della peggiore siccità degli ultimi settant’anni, piene e alluvioni sembrano lontane e impossibili, però avvengono, e si prevede che in futuro siano ancora più avverse, sintomo del drammatico cambiamento climatico che stiamo vivendo.

Per approfondimenti
Intervista a SegreHollywood Party | Rai Radio 3 | RaiPlay Sound

Il bacino del Po in dati
Bacino del Po: 74000 km²
Lunghezza del fiume Po: 652 km
Numero di affluenti: 141
Grandi laghi del bacino: Lago di Garda: 370 km²; Lago Maggiore: 210 km²; Lago di Como: 145 km²; Lago d’Iseo: 65 km²
Lunghezza delle arginature lungo il corso del fiume Po: oltre 1000 km
Lunghezza delle arginature sull’intero bacino: circa 3.600 km
Numero casse di laminazione di competenza di AIPo al 2015: 9 (altre sono in fase di realizzazione)
Estensione aree protette: 517.000 ha (26% delle aree protette in Italia)
Numero Regioni interessate: 7 italiane (principalmente: Piemonte, Lombardia Emilia-Romagna e Veneto) e il Canton Ticino (CH)
Numero di Province del bacino: 24
Numero di Comuni del bacino: 3210
Popolazione residente: circa 16 milioni

Il commento
di Carlo Crovella

Povero Po, gliene abbiamo fatte di tutti i colori. Lo abbiamo riempito di scarichi industriali e fognari, poi lo abbiamo inquinato con specie aliene (il pesce siluro, le nutrie, piante invasive acquatiche, piante invasive sulle sponde…). Infine la recente siccità ha trasformato in un deserto sabbioso interi bracci un tempo navigabili.
Eppure lui, il Po, è sempre là: non prova risentimento nei nostri confronti, ci aspetta per altre giornate di sport e di svago, ci regala sorrisi e divertimento.
Ogni tanto si è arrabbiato e allora sono stati guai. Potrebbe arrabbiarsi di nuovo, chissà. Trattiamolo bene, coccoliamolo con affetto.

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