Montagnini alle Eolie
di Giuliano Bosco
Erano anni che volevo andare alle Eolie, da quando uno zio di Carla che le conosceva bene, mi aveva decantato i silenzi e i panorami di Alicudi e Filicudi.
Ogni anno, quando si doveva scegliere la meta delle vacanze estive, tiravo fuori la destinazione isolana al largo della Sicilia, ma ogni anno, puntualmente la proposta veniva bocciata da Carla. La motivazione era sempre la stessa: “ci andremo quando saremo vecchi” e il fatto che quest’anno abbia accettato di andarci un po’ mi preoccupa…
Comunque colgo al volo l’occasione e mi immergo nell’organizzazione del viaggio. Mi attira dell’arcipelago, oltre alla bellezza del mare (per il quale, a dir la verità, provo sentimenti modesti) anche (forse “soprattutto”…) le “montane” elevazioni vulcaniche di Stromboli e Vulcano. Insomma un “mare & monti” che appare un compromesso accettabile tra le diverse preferenze.
Decidiamo di soggiornare a Lipari (la più grande e attrezzata dell’arcipelago) e poi di fare gite giornaliere alla scoperta delle altre isole.
Considerando i quattro mezzi di spostamento usati per raggiungere Lipari (auto per Malpensa, aereo per Catania, pulmino per Milazzo e traghetto per Lipari) ci mettiamo quasi un giorno intero prima di sbarcare a Marina Lunga, il porto principale di Lipari. Se fossimo andati in California ci avremmo messo di meno, ma tant’è anche considerando che avevo considerato un po’ di margine tra un orario e l’altro per compensare eventuali ritardi. E meno male che ho fatto così in quanto il volo decolla da Malpensa con quasi due ore di ritardo “causa problemi all’aeromobile”. Se mi tenevo giusto nei tempi avremmo perso il pulmino per Milazzo e di conseguenza il traghetto per Lipari. La vacanza sarebbe subito iniziata male. Tra l’altro scopriremo poi, parlando con altri vacanzieri, che sarebbe stato meglio volare su Reggio Calabria in quanto il porto è a pochi chilometri dall’aereostazione e ci sono autobus di linea urbana che collegano i due scali mentre tra Catania e Milazzo ci vogliono quasi due ore di pulmino da prenotare (e pagare) in anticipo. Di fatto avremmo risparmiato quasi un mezzo di spostamento. È vero che la traversata in traghetto sarebbe stata più lunga, ma quando si è a bordo anche se il viaggio dura un po’ di più non è un problema. Si guarda il panorama e si gode della “micro-crociera”.
Lungo il viaggio subisco le minacce di Carla che promette un rapido ritorno a casa se l’albergo non la soddisfa. La scelta di dove soggiornare l’avevo fatta io “in splendida solitudine” un giorno in cui la “consorte docente” era impegnata negli esami di terza media e devo ammettere che qualche infelice esperienza del passato giustificava un certo atteggiamento guardingo.
Al porto di Lipari ci aspetta una bella navetta dell’hotel Gattopardo (nome molto siculo). Mi sembra che l’inizio sia promettente… e infatti l’albergo passa l’esame. Bello, belle camere, vicino al centro e con personale cordiale. Per fortuna (mia) nulla da eccepire.

La sera si tratta di scegliere il ristorante. Qualche giorno prima una signora sulla spiaggia di Loano ci aveva parlato molto bene di un ristorante a picco sul mare di nome “Al Pirata” a Marina Corta, il porticciolo turistico di Lipari. Ci avviamo baldanzosi verso il locale consigliato salvo scoprire, sbirciando la tabella dei prezzi esposta fuori, che il conto ci avrebbe… “piratato” il portafoglio subito la prima sera del soggiorno. Subisco le battute della consorte (“… hai sempre il cellulare in mano, non potevi controllare prima i prezzi?”). Per fortuna rimedio al volo con un altro ristorante sempre a Marina Corta dove mangiamo discretamente (forse meno bene che “Al Pirata”) a prezzi accettabili.
Il giorno seguente prima escursione con barca turistica a Lipari e Salina. Prima di salire sull’imbarcazione mi procuro in farmacia delle pillole contro il mal di mare. Risulteranno essenziali durante tutta la vacanza per evitare di rovinarsi le giornate a causa di stomaci maltrattati e (soprattutto) poco abituati alle gite in barca. Saliamo subito entusiasti sulla barca …sbagliata nonostante la sera prima l’agenzia che organizza l’escursione mi avesse inviato il nome dell’imbarcazione con un “vocale” ascoltato un po’ distrattamente. Poco male. Scoperto l’errore (grazie ad una chiamata della stessa agenzia a cui mancavano due persone a bordo …) sbarchiamo veloci e ci reimbarchiamo sulla motonave corretta. Piccoli inconvenienti dei turisti “fai da te”.
Prima tappa una ex cava di pietra pomice, minerale di cui è ricchissima Lipari, con annesso stabilimento di lavorazione in rovina. Un’attività andata in crisi in quanto incompatibile con la tutela paesaggistica e ambientale. Sorride e spera chi protesta per le cave di marmo nelle Apuane.
L’escursione comprende alcuni bagni in prossimità delle coste ai quali non mi sottraggo agevolato dalle mie pinnette che mi sono portato in valigia e che supportano la mia poca maestria con l’elemento acquatico. Carla, invece, discreta nuotatrice, si muove disinvolta senza timori.
A Salina mangiamo a pranzo un buonissimo “pane cunzato”, una sorta di grande bruschetta ma ricchissima di ingredienti (“cunzato” in siciliano significa “condito”). Lo consumiamo “da Alfredo“, che per questo piatto dicono essere sia il top delle Eolie.
Mentre torniamo verso Lipari passiamo accanto ad alcuni faraglioni il più alto dei quali si chiama “Pietra Lunga” e con i suoi 80 metri è il più alto delle Eolie. Chiedo all’equipaggio se gli risulta che sia mai stato salito. Mi dicono che non hanno notizie in proposito ma che, invece, vicino a Filicudi c’è un altro di questi monoliti che si chiama “La Canna” dove pare che negli anni ‘70 “gente del nord” si sia arrampicata. Interessante. Motivo in più per visitarla, Filicudi.
Tornati a Lipari dedichiamo il pomeriggio alla cultura e quindi visitiamo la cattedrale di San Bartolomeo e il museo Archeologico Eoliano “Luigi Bernabò Brea”, entrambi meritevoli, in particolare il museo dopo sono conservati reperti veramente interessanti (Carla dice “da libro di storia”, e se lo dice lei che la insegna …).
L’indomani levataccia per agguantare il primo traghetto che parte alle 6,50 con destinazione Vulcano. Obiettivo la salita al cratere.
Appena aprono le porte del traghetto, mentre siamo ancora in coda per scendere, veniamo assaliti da un marcato odore di uovo marcio. Molti dei turisti si guardano intorno per individuare “il colpevole”. Appena sbarcati dal traghetto l’odore aumenta di intensità e ci accorgiamo che pervade tutta il porto. Scopriremo poi che “il responsabile” è un piccolo laghetto (più una pozza per la verità chiamata “Laghetto dei fanghi”) con acque calde e solforose presente vicino al porto e in cui fino a un po’ di tempo fa era possibile immergersi per ricavarne salutari benefici. Fino a quando… un signore milanese che soffriva di diabete si è entrato pure lui nonostante gli avvertimenti ricevuti. Risultato, problemi seri agli arti inferiori e pozza chiusa dai Carabinieri.
Dal porto ci incamminiamo seguendo le chiare indicazioni per raggiungere la partenza del sentiero di salita. Arriviamo all’inizio del percorso dove è presente un semaforo che regola l’accesso al sentiero. Un cartello indica gli orari in cui la salita è possibile, diversi per i periodi “estivi estesi” e “invernali estesi” (i periodi sono solo due). La salita è vietata nelle ore più calde della giornata in quanto, oltre al fattore climatico, accade che i gas tossici che fuoriescono dal cratere ristagnino maggiormente specie in assenza di vento e ciò può comportare problemi respiratori. La presenza del semaforo, oltre ai cartelli con gli orari di accesso, serve per vietare anche “a comando” la percorrenza del sentiero adattando, quindi, l’accesso ai comportamenti “capricciosi” del vulcano.
Il semaforo è spento e quindi imbocchiamo decisi il sentiero. Dopo una decina di minuti incontriamo altri cartelli uguali e quelli precedenti e un altro semaforo con il verde acceso. Non ho ben capito perché i semafori siano due ma comunque, incoraggiati dal colore verde, proseguiamo.


I due semafori per accedere al sentiero di salita al cratere
Il sentiero inizia a salire con un fondo sabbioso di origine vulcanica che ci obbliga a fare un passo avanti e un pezzetto all’indietro. Il percorso è, per adesso, tutto all’ombra. Un omaggio alla scelta dell’orario mattutino di salita.
Nonostante sia mattino presto incrociamo alcune persone che scendono. Probabilmente hanno dormito a Vulcano e sono partiti all’alba per godere del fresco. Man mano che saliamo si presenta un incantevole panorama di terre emerse e di mare che merita alcuni scatti fotografici.
Dopo circa mezz’ora di salita la sabbia lascia bruscamente il posto ad un duro terreno ingiallito, con fondo parecchio irregolare. Probabilmente lava solidificata. Incontriamo zone lastricate in pietra ma spesso la “lastricatura” è interrotta, forse ad opera dell’attività vulcanica. In alcuni tratti la salita si presenta più impegnativa a causa della pendenza e di numerose “rigole terrose”.
Sbuchiamo sulla cresta da cui si può vedere l’intero sentiero rimanente che percorre a semicerchio il bordo del cratere fino alla punta. Da dove siamo risulta evidente la strana conformazione della bocca vulcanica la quale si presenta inclinata verso il mare a differenza di altri vulcani, ad esempio il Vesuvio, la cui il cratere ha una posizione orizzontale. I motivi di questa strana conformazione sono diversi il principale dei quali pare sia legato a più collassi calderici successivi a seguito delle varie eruzioni che si sono succedute in migliaia di anni. Alcuni di questi “collassi” sono stati parziali o asimmetrici, favoriti dalla conformazione geologica della montagna più debole nel fianco rivolto verso il mare. La forma ricorda un pochino quella della “caldera” dell’isola greca di Santorini. Potenza della natura che nei vulcani mostra una delle sue espressioni più spettacolari e distruttive.
La via di salita percorre il bordo superiore del cratere mentre la cresta nella zona bassa è quella da cui fuoriescono le emissioni gassose sulfuree e (pure loro) puzzolenti. Per fortuna il vento soffia alle nostre spalle allontanando verso il mare le emissioni e i relativi odori. Tra l’altro l’orientamento del vento risulta essere un elemento determinante per la riuscita della salita. Al riguardo incrociamo un signore che ci racconta di una volta in cui il vento soffiava invece verso il sentiero di cresta. Ciò ha comportato un veloce dietro-front in quanto i fumi sulfurei possono provocare danni seri all’apparato respiratorio. Noi, come detto, godiamo di vento favorevole e quindi proseguiamo la nostra gita. Arriviamo ad un punto in cui vi è una diramazione. Verso destra prosegue il sentiero principale in cresta mentre a sinistra ne inizia un altro che punta verso l’orlo inferiore del cratere. Più cartelli sembrano sbarrare l’accesso a questa diramazione, il testo dice: “É vietato avvicinarsi al campo fumarolico e scendere nella fossa craterica”. Ma “avvicinarsi “fino a quanto? Se si desiderava impedire l’accesso al sentiero non era più semplice scrivere “Sentiero di servizio ad accesso riservato. Vietato proseguire”? In quel momento interpretiamo il testo in questione come un divieto e proseguiamo la nostra ascesa verso la punta del monte la quale, da bravi montagnini, rimane il nostro obiettivo principale.
Durante la salita, guardando il percorso snodarsi sulla cresta, vediamo la stessa assottigliarsi fino ad assumere quasi la forma di una lama. Questa conformazione piuttosto ardita, da quel punto di osservazione, spaventa un signore che incontriamo e che non se la sente di proseguire tornando sui suoi passi. Noi continuiamo anche perché ci sembra che la famigerata “cresta affilata” in realtà sia un effetto ottico che potrebbe falsare la reale situazione. E in effetti così è. Il sentiero bello ampio, percorre anche la cresta sommitale e permette la salita senza particolari problemi.
Dopo una decina di minuti siamo in punta dove c’è un palo in cemento, un grosso mucchio di pietre (una sorta di “maxi-ometto”) dietro al quale vi è un riparo in pietra per il vento. Stupendo il panorama sull’interno dell’isola, sul mare e su altre isole dell’arcipelago. Qualche foto e un po’ di riposo nel riparo antivento. In punta siamo soli e ciò contribuisce non poco al relax del momento.
Iniziamo a scendere. Verso la fine della (presunta) cresta affilata scorgiamo numerose persone sulla parte inferiore del cratere non troppo distanti dalle “fumarole”. Notiamo anche la presenza di una vasta piattaforma che sembra una specie di belvedere sulle fumarole stesse. Decidiamo di raggiungere anche noi la bassa cresta approfittando di un sentiero che si stacca sulla destra dove non sono presenti cartelli “intimidatori”. Raggiungiamo la piattaforma da dove si può osservare da una distanza abbastanza ravvicinata la zona dove fuoriescono i vapori vulcanici. Due foto veloci e via. Vedi mai che il vento cambi improvvisamente direzione…


Le “Fumarole”, la piattaforma di osservazione e la fossa craterica
Nel pomeriggio ci concediamo un po’ di riposo nella famosa “spiaggia nera” dove in lontananza si scorge lo Scoglio delle Sirene, una delle ardite strutture rocciose verticali presenti nell’arcipelago. Mi torna in mente “La Canna” e la salita delle “genti del nord”. Tema da approfondire.
Il giorno dopo tocca a Panarea e a Stromboli. La prima viene considerata la più mondana tra le sette isole. Certamente il paese è suggestivo. Stradine strette, case bianche, persiane azzurre, negozietti glamour. Tuttavia la cosa che mi rimane più impressa sono delle vetturette che percorrono veloci queste stradine. La particolarità di questi mezzi di locomozione è che sono larghi quasi quanto le stradine che percorrono. I pedoni evitano l’investimento solo se si rifugiano in qualche piccolo antro come quello che di solito è presente davanti ad una porta d’ingresso. Siccome le vetturette in questione percorrono le stradine nei due sensi di marcia, mi sono chiesto come fanno in caso di incrocio (situazione tipica in molte strade di montagna). Probabilmente chi guida questi mezzi è “cintura nera”… di retromarcia.
Al pomeriggio ci aspetta Stromboli e la sua famosa “Sciara di Fuoco”. Prima però sbarchiamo al porto dell’isola e facciamo il bagno nella (solita) spiaggia nera (e sassosa). Ci reimbarchiamo per andare a vedere la tanto propagandata sciara. Prima di arrivare nel tratto di mare prospicente il famoso canalone giriamo intorno a Strombolicchio un grande faraglione in cima al quale è posizionato un faro. Ci raccontano che fino a qualche anno fa era presente un custode che faceva turni piuttosto brevi di una settimana e si può capirlo in quanto era l’unico abitante dell’isolotto… Per salire sulla sommità del faraglione sono presente due scale che si arrampicano sulle rocce. Ne sono state realizzate due in due versanti opposti dell’isoletta in quanto se il mare era agitato in un versante chi doveva salire usava la scala sul lato apposto dove spesso, per il gioco di venti e correnti, il mare era più tranquillo. Da qualche anno sono stati installati dei pannelli fotovoltaici che alimentano il faro e quindi il guardiano non c’è più.


Strobolicchio. Una delle due scale di salita e il faro sulla sommità dell’isolotto.
Ed eccoci finalmente alla famosa “Sciara di Fuoco”. Mi ero immaginato una colata rosso fuoco che si spegneva nelle acque marine. Al momento di prenotare la gita si trattava di scegliere tra la visione dal mare e la salita in orario crepuscolare che, però, prevede circa 400 metri di dislivello, più o meno quello percorso il giorno precedente a Vulcano. Riteniamo che due escursioni in due giorni consecutivi avrebbero conferito un tocco un po’ troppo “montagnino” al nostro soggiorno e quindi optiamo per l’osservazione dalla barca.
Per altro le locandine che propagandano l’escursione dal mare mostrano foto suggestive di lingue di fuoco che scendono nella notte. La realtà è, come spesso accade in vacanza, piuttosto diversa. L’imbarcazione arriva sotto la sciara (che in siciliano significa “colata lavica”) alle 8 di sera e riparte circa un’ora dopo. A quell’ora a metà luglio la luce solare è ancora abbondante e quindi la visione della locandina… rimane nella locandina. Sforzando le pupille si intravedono due macchie rosa in prossimità della zona eruttiva che interpretiamo come affioramenti di lava incandescente, ma non sono affatto sicuro che non si trattasse, invece, del colore della pietra. Il resto della sciara che finisce in mare si presenta come un ghiaione grigio. L’attività eruttiva si intuisce dai vapori rossastri che sormontano la cima del vulcano.
Mentre guardo l’insignificante panorama della “Sciara di fuoco” in versione diurna, mi torna alla mente il racconto di Kurt Diemberger “Una notte sullo Stromboli”, pubblicato nella sua raccolta Gli Spiriti dell’Aria, in cui narra della volta in cui portò tutta la famiglia su questo straordinario vulcano attivo a bivaccare (col brutto tempo) lungo il percorso. Poi si svegliò in piena notte e insieme con la figlia Hildegard salirono fino in punta ad ammirare “fontane e pentoloni di fuoco” , come vengono definiti nel racconto.
Adesso è vietato andare fino in punta ma all’epoca in cui ci salirono “i Diemberger” si poteva e volete mai che uno dei più grandi alpinisti della storia si sarebbe mai fatto mancare una salita sullo Stromboli? (secondo me ci sarebbe andato anche se fosse stato vietato…). Ma stiamo parlando di un grande tra i grandi. Io sono solo un montagnino della domenica e quindi “mi merito” la visione quasi “fantozziana” della “Sciara di Fuoco”, senza… il fuoco.
Chiedo se risulta sia mai stata percorsa con gli sci. Mi dicono che nel 1979 era stata scesa da un torinese, ma che adesso è vietato. Una piccola indagine in rete mi permette di sapere che il “torinese” in questione è il famoso scialpinista Giorgio Daidola che affrontò la “Sciara di Fuoco” (mi verrebbe da dire trasformandola in una … “sciata di fuoco”.) assieme a due soci: Matteo Thon e Giorgio Ferraris. Daidola ha raccontato la sua esperienza in un’intervista pubblicata su L’Adige nel marzo 2025, dove spiega come avvenne la discesa:
“Stromboli è un vulcano sempre attivo. Non lo consiglio a nessuno, perché è pericoloso e si rischia la vita, ma sono sceso con gli sci tra la lava. Passi tutta la notte in punta e poi calcoli quanto tempo passa tra un’eruzione e l’altra, … e decidi di partire in quel momento e di passare sotto le bocche del vulcano facendola franca”.
Dal racconto emerge chiaramente che si trattò di una discesa in condizioni molto pericolose. Sconsigliabile ripeterla (divieti a parte).
Carlo Crovella (torinese, esperto in particolare di scialpinismo, ma storico in generale di tutto ciò che concerne l’andare in montagna) a cui ho parlato di questa singolare (e rischiosa) discesa mi dice che Daidola, per allenarsi prima “dell’impresa”, sciò sui ghiaioni della Valle Stura di Demonte (CN) e poi al Pordoi. Crovella dice anche che Alessandro Gogna potrebbe averne scritto nel suo libro Mezzogiorno di Pietra, uscito nel 1982, in cui erano raccolte, principalmente, le prime esplorazioni di arrampicata nel sud Italia. Ma Carlo fa di più. Mi reperisce, attraverso la “Biblioteca Nazionale del CAI” di Torino, il pezzo del libro di Gogna in cui si parla dell’impresa. Leggendolo scopro, addirittura, che vi fu una discesa precedente a quella di Daidola. La effettuò nel 1978 Angelo Piana, inventore degli scarponi in plastica per lo scialpinismo e disegnatore dei mitici “assi” della biellese “TuaSki”.
Tornando al libro di Gogna riporto integralmente la relazione della discesa di Daidola:
“Discesa in sci della Sciara del Fuoco
Approccio; si sale in cima al Pizzo per il normale itinerario 48d. Dislivello; 900 m. Ore; 0.45. Materiale: sci vecchi da buttare e un normale equipaggiamento. Cenni storici; la prima discesa è del 1978, di Angelo Piana. Nel 1979 Matteo Thon, Giorgio Ferraris e Giorgio Daidola scendono la Sciara di Fuoco. Relazione; dalla cima tenendosi a sinistra si obliqua a pochi m dal cratere fumante. Il terreno è infido, molto meno scorrevole dei ghiaioni. Solo a tratti la lava è fine e anche quando lo è si tratta di un sottile strato superficiale che ricopre grandi massi. Bisogna muoversi velocemente tra un’eruzione e l’altra, sempre in agguato. Dopo i crateri la pendenza si fa più sostenuta e gli sci sono trasportati da piccole frane di lava che si staccano anche alcuni metri più in alto. Procedere così fino al mare.
Tuta la discesa si svolge a SW della Sciara di Fuoco (destra guardando dal mare), a ridosso del Filo di Baraona. Ritorno; occorre farsi recuperare da una barca ormeggiata sotto la Sciara di Fuoco. Non si può raggiungere né Ginostra né Stromboli se non con difficili traversate su scogliera, forse impossibili“.
A questa relazione (sempre su Mezzogiorno di Pietra) ne segue un’altra che riguarda un’altra discesa in sci effettuata sempre a Stromboli probabilmente dallo stesso trio prima citato. Di seguito anche questa relazione:
“Discesa in sci dall’Arena Grande
Dalla Portella delle Croci si scende a ESE sull’Arena Grande e lungo un vecchio canalone di lava fine, lavorata dagli agenti atmosferici. Si termina su una bella spiaggia di sabbia nera. Discesa; molto più facile della Sciara di Fuoco e soprattutto meno pericolosa”.
Torniamo a Lipari e l’arrivo notturno è senz’altro suggestivo, un po’ come… ci aspettavamo che fosse la visione della sciara infuocata…
Il giorno seguente lo dedichiamo alle due isole più “radicali”, poetiche ed essenziali dell’arcipelago. Alicudi e Filicudi (quelle di cui mi parlava lo zio di Carla). L’escursione in barca che abbiamo acquistato inizia con una breve sosta nel mare della più vicina Filicudi per l’ormai solito bagno in prossimità della costa. All’imbarco, credendo di fare una cosa furba, ci sediamo sul ponte superiore scoperto dell’imbarcazione con l’intento di godere del sole e del paesaggio aperto. Pessima scelta. Per circa 13 miglia marine (24 km) veniamo schiaffeggiati da un ventaccio violento e sbattacchiati dalle “onde lunghe” del mare Tirreno. Durante il viaggio, agli occupanti dei posti sul ponte scoperto, è fatto divieto assoluto di alzarsi dalla sedia e di scendere al (confortevole) piano inferiore coperto per timori di cadute sulla barca o… in mare. Per fortuna prima della partenza abbiamo preso entrambi una pillola contro il mal di mare che ci salva dagli effetti indesiderati del moto ondoso. Dopo il bagno scendiamo senza indugio al piano di sotto coperto e lì rimaniamo fino a quando arriviamo ad Alicudi.
Durante la traversata un personaggio che credevamo un membro dell’equipaggio, ci illustra le caratteristiche di Alicudi, quale, ad esempio, la totale assenza di strade. Solo sentieri e mulattiere che, scoprirò a breve, sono due cose ben diverse.
Quando sbarchiamo ad Alicudi, ci accorgiamo che la stessa persona dispensatrice in barca di informazioni, sta fornendo altre indicazioni ad un gruppetto proveniente dalla nostra stessa imbarcazione. Ci viene naturale e spontaneo aggregarci pensando che si tratti di un membro dell’equipaggio che fornisce informazioni comprese nel costo della gita. Scopriamo poi che il personaggio in questione è una guida turistica che sta conducendo in quei giorni un gruppo di vacanzieri in giro per le Eolie. Si spiega in questo modo le risposte un po’ laconiche che riceviamo alle nostre (numerose) domande.
Come detto ad Alicudi non ci sono strade. Troppo ripido il territorio per costruirne qualcuna. Ci incamminiamo, quindi, a piedi insieme al gruppo per una stradina lastricata in pietra che ci conduce dopo una discretamente lunga ed assolata salita, alla Cappella di San Giuseppe.
Altre informazioni “pittoresche” che ci vengono fornite lungo la salita sono relative alla scuola che risulta aperta e dotata di una “pluriclasse” (come accade in molti piccoli comuni di montagna) e di un operatore scolastico che cura l’immobile in questione. La particolarità che distingue questa scuola da tutte le altre della stessa tipologia è la totale assenza … di allievi. Pare che la preside di Lipari che la gestisce, abbia convinto il provveditorato di Messina a mantenere comunque attiva la scuola sia come istituzione culturale per i residenti (la scuola è dotata di una biblioteca), sia per accogliere eventuali futuri studenti che dovessero nascere nella (sperduta) isola dell’arcipelago.
Un’altra informazione fornita dalla “nostra” guida riguarda il valore degli immobili sull’isola. Ci eravamo immaginati prezzi piuttosto contenuti considerando il relativo isolamento. Errore. Le case costano invece parecchio, circa 5.000 euro al metro quadro, assai di più che a Lipari. Evidentemente lo stare quasi da soli (una novantina di abitanti in totale) ha un suo valore e anche piuttosto alto.
Altre informazioni riguardano le quotidiane necessità alimentati che vengono soddisfatte o dall’autoproduzione (orti, allevamenti, ecc.) oppure da due negozietti posti entrambi nella zona del porto e che vendono prodotti alimentari e altri generi di prima necessità. Anche l’acqua è gestita attraverso approvvigionamenti dall’esterno. Nel porto infatti staziona una nave cisterna che rifornisce gli isolani del prezioso elemento.
Per tutto il resto bisogna fare conto sui traghetti di linea che collegano stabilmente e periodicamente l’isola con Lipari e la Sicilia. Oddio… “stabilmente”… quando in inverno c’è il mare grosso, spesso il servizio di traghetti viene sospeso. Tale situazione accentua la solitudine dell’isola.
Nel frattempo arriviamo alla Cappella di San Giuseppe posta appena sopra e nelle vicinanze del cimitero. Il motivo di tale “strategica” collocazione è legato alla totale assenza di strade. Quindi lunghi tragitti con il feretro a spalle (o sul mulo) in salita sono decisamente sconsigliabili.
La Cappella è posta a circa 200 metri di altezza e la guida ci racconta di un altro “edificio sacro” posto sempre sullo stesso sentiero. Si tratta della chiesetta di San Bartolo ma per raggiungerlo bisogna salire altri 300 metri di dislivello e la guida sconsiglia tutti dal cimentarsi nella salita considerando che avevamo solo più una mezz’ora a disposizione prima del rientro in barca. Mi ero già rassegnato a rinunciare quando Carla mi sussurra (“prova ad andare su… e quando ti ricapita…”). Detto, fatto. Invogliato dalla consorte mi stringo i lacci dei miei sandali (per fortuna abbastanza solidi) e quatto-quatto mi reimmetto nel viottolo che conduce a San Bartolo.
La salita di corsa si presenta subito piuttosto impegnativa considerando il periodo in cui si svolge (metà luglio), l’orario della salita (circa a mezzogiorno) e la notevole ripidezza del tracciato. Inizialmente il fondo della stradina si presenta in buone condizioni in quanto composto da un lastricato piano. Poco dopo il sentiero cambia fondo e inclinazione. Il nuovo selciato è composto da pietre messe a coltello. Il motivo di tale cambio di superficie è legato all’unico mezzo di locomozione presente sull’isola, ovvero il mulo. Il fondo diventa quindi una “mulattiera” la quale, per fare bene il suo mestiere, deve fornire una presa solida e sicura agli zoccoli del mulo che la percorre. In tanti anni di frequentazione delle montagne, non avevo mai riflettuto sul motivo per cui in molti sentieri le pietre sono collocate in questo modo. Cose che capitano ai “montagnini cittadini”. Osservo inoltre che nei punti in cui la pendenza cresce, aumentano anche le deiezioni prodotte dai muli. Evidentemente a maggiore sforzo corrisponde…
Mentre salgo scorgo alcuni isolani dediti a consumare il loro pranzo sotto un ombroso pergolato. Gli chiedo al volo quanto manca alla chiesetta. Mi rispondono “dai 20 minuti alla mezz’ora… dipende “dalla gamba”. Ringrazio, mi preoccupo per il ritardo e riparto. Mentre salgo penso a quelle persone collocate a qualche centinaio di metri di altezza dal porto e collegati allo stesso da una mulattiera percorribile solo a piedi o a dorso di mulo. Ignoro se queste persone fossero residenti oppure ospiti saltuari. In ogni caso un bell’impegno vivere o anche solo soggiornare li.
Mentre salgo tengo d’occhio l’orologio. Come anzidetto il tempo a disposizione per salire e scendere è piuttosto limitato. Calcolo di dedicare alla salita lo stesso tempo della discesa, considerando che quest’ultima si mostra piuttosto impegnativa e da affrontare con grande cautela. Quando arrivo al termine del tempo dedicato alla salita, la chiesetta ancora non si vede. Decido di proseguire (come ha detto Carla “… e quando mi ricapita… “aspetteranno qualche minuto). Zuppo di sudore proseguo la mia salita sull’impegnativo acciottolato. In lontananza scorgo la chiesetta. Incoraggiato dalla visione aumento il passo e finalmente raggiungo la meta. Un selfie al volo, tiro al massimo i lacci delle mie calzature e riparto veloce. Tra l’altro sono anche senza calze e questo non aiuta la tenuta del piede. Mi impongo quindi la massima attenzione. Una caduta potrebbe avere serie conseguenze considerando la morfologia dell’isola e l’assenza di strade (eventuale recupero del ferito con elicottero o… a dorso di mulo).
Arrivo all’imbarcazione con 8 minuti di ritardo accolto dal cortese applauso degli altri partecipanti alla gita e dell’equipaggio che mi aveva seguito a vista nell’ultimo tratto di discesa. Mi ricompongo e sorrido alla guida che sconsigliava la salita…
Al ritorno ci fermiamo a Filicudi, selvaggia pure lei, ma meno di Alicudi che mi è rimasta nel cuore. Mangiamo gustosissimi arancini e compriamo alcuni braccialettini ricordo per parenti e amici da un vecchietto all’apparenza un po’ dimesso ma che poi, parlandoci insieme, rivela di possedere un bel fuoribordo con il quale si sposta veloce tra le varie isole dell’arcipelago. Potenza del turismo (e dell’astuto “travestimento minimal”…).
Ci imbarchiamo per tornare a Lipari ma prima si passa accanto alla famosa “Canna” che è veramente uno spettacolo della natura. Una specie di “Campanil Basso” piantato dentro il mare blu cobalto di Filicudi. Come non può venire voglia di salirlo…
Ci parlano della statua della Madonna collocata in vetta da alcuni “alpini valdostani di Macugnaga” che si sono arrampicati fino alla sommità del faraglione. Ma a me sta storia degli “alpini di Macugnaga” non mi convince tanto in quanto non mi risulta che vi siano caserme degli alpini a Macugnaga. Una veloce ricerca su Chat permette di scoprire che i salitori de La Canna sono sì di Macugnaga ma si tratta di guide alpine.
Cerco di spiegare al ragazzo dell’equipaggio “narratore” della storia la differenza che c’è tra un alpino e una guida alpina. Vedo che non capisce ma soprattutto che non gli interessa di capire e lascio perdere. Anche ai prossimi gitanti continuerà a raccontare la storia della statua della Madonna portata in cima a “La Canna dagli” inesistenti “alpini di Macugnaga”.
Al ritorno a casa mi documento un po’ di più su questa particolare impresa alpinistica che avvenne nel 1972 ad opera di cinque guide alpine: Luciano Bettineschi, Felice e Carlo Jacchini, Michele Pala e Lino Pironi. L’ascensione venne compiuta per celebrare i 100 anni della salita della Est del Rosa. Certo che la scelta di celebrare una grande ascensione alpina con la salita ad un roccione piantato in mezzo al mare siciliano costituisce senza dubbio una scelta originale.
Altre informazioni su questa salita le ritrovo all’interno del materiale che Crovella mi ha inviato tratto da Mezzogiorno di Pietra. Di seguito la relazione della salita:
Via normale alla Canna di Filicudi
Approccio; da Pecorini a Mare in barca, si oltrepassa la punta Perciato si punta al largo verso NW. Oltrepassato lo scoglio di Montenassari, si raggiunge la Canna, impressionante obelisco di 71 m a 1700 m dalla costa. La barca è costata 40.000 lire (per i due viaggi, uno per portarci e uno per riprenderci). Ore 1. Dislivello: 71 m. Sviluppo: 95 m. Ore 2. Materiale: qualche nut, fettucce. Cenni storici: Luciano Bettineschi, Felice Jacchini, Carlo Jacchini, Michele Pala, Lino Pironi, giugno 1973. Seconda ascensione: Sergio Cucchiara, Solange Bonomo, Costantino Bonomo e Roberto Manfrè, 20 luglio 1975. Individuazione: l’approdo è costituito da una pozza riparata da uno scoglietto separato, versante sud-est. S’inizia subito sopra. A sn è un bel terrazzo comodo. Meglio assicurare a nut la roba che si lascia li. Relazione: salire una rampa a sn che evita un incavo grigiastro e basaltico, 15 m. III. S1 su uno spuntone. Obliquare a ds dello spigolo SE (III -), raggiungibile lo stesso dal basso (III +). Salire sullo spigolo affilato (belle maniglie, III), poi salire la faccia ds di un diedro (III) fino ad un terrazzino, 20 m. 1 ch in sosta, arricchire con exentric n. 8. Raggiunto uno strapiombo, traversare sotto di esso sulla faccia ds del diedro, ch in posto, IV-, uscendo ancora sullo spigolo SE, resti di fune metallica. Facilmente al terrazzo della S3, 25 m, spuntoni. Ora diritti ad un masso staccato (passo del geranio), III. 1 m a ds sotto il masso e poi diritti (III-) fino all’ultima liscia placca. Salirla (IV +. V +, oppure A0, ch in posto, roccia infida) e raggiungere la crestina sommitale. 25 m. S4, ch in posto. Da qui (I, III- , nidi) alla vetta, 10 m, S5, Madonnina. Discesa: calata di 25 m da S4, seconda calata di 50 m da S3. Con corde da 40 m fare calata da S1. Evitare la S2.
Sempre grazie a ChatGPT trovo anche un’intervista a Carlo Jacchini, l’unico ancora in vita, pubblicata su Montagna.TV nel settembre 2023 di seguito riportata:
“Carlo Ravasio ci propose una scalata a Filicudi. Prima siamo scesi in Sicilia solo noi guide per preparare l’attrezzatura e la via, poi ci ha raggiunto anche un nutrito gruppo di macugnaghesi per assistere alle celebrazioni.
Nei primi giorni, come punto di partenza dell’operazione, abbiamo utilizzato un piccolo scoglio nei pressi della Canna. Ricordo che guardavamo in alto e vedevamo falchi e gabbiani, guardavamo in basso e vedevamo acque scure e grossi pesci che si inseguivano. Un mondo del tutto nuovo e diverso rispetto a quello a cui eravamo abituati.
All’inizio della salita abbiamo affrontato una traversata in diagonale verso destra con passaggi di terzo grado, sostato su un terrazzino esposto, proseguito per dieci metri ancora in traversata fino a uscire su uno spigolo.
Successivamente con un altro spostamento verso sinistra siamo giunti a un camino di roccia nera, molto friabile. Era il punto chiave della salita. Optammo per una traversata molto esposta verso destra, dove notammo uno strapiombo di almeno 50 metri. Dopo questo passaggio, il più difficile di tutta la salita, ci portammo su una cengia comoda per assicurarci.
Da qui la roccia cambia è più dura e di colore marrone, inoltre potemmo osservare segni di vita: un nido con delle grosse uova e delle lucertole nere (riconosciute in seguito come endemiche, NdR).
Dopo un’altra lunghezza di corda sostammo di nuovo in un buon punto. Sopra di noi una parete verticale di circa 40 metri con rocce rossastre. Gli ultimo 20 metri, che ci avrebbero condotto al punto più alto, li percorriamo insieme. A 97 metri, segnati dal nostro altimetro, la “Canna di Filicudi” è stata vinta!
Alle 15.30 dopo aver raggiunto la cima, siamo scesi a corde doppie, ero l’ultimo e trovarmi a cento metri sul mare è stato davvero emozionante. Una scalata diversa rispetto a quelle a cui ero abituato sul Rosa”.
Ultima sera. Bighelloniamo per Lipari dopo un’ottima cena in un ristorante che si chiama L’Angolo del Pesce. Nella piazzetta di Marina Piccola, tra le varie bancarelle di oggettini artigianali ci attira quella di un ragazzo che realizza braccialetti con perline di ossidania per le donne e di pietra pomice per gli uomini. Sette delle piccole sfere con le quali vengono realizzati i braccialetti, sono di colore e materiale diverso, in quanto dedicate ognuna a un’isola delle Eolie. Ad esempio Stromboli è rappresentata da una perlina rossa di madrepora e un cartello affisso sul banco spiega il motivo per cui è stato scelto quel colore: “Madrepora: il rosso della lava infuocata dello Stromboli, il vulcano più attivo in Europa”. Ne compriamo uno ciascuno come ricordo. Li perderemo entrambi lo stesso giorno a Loano un mese dopo. Quasi un caso di obsolescenza programmata.
Girando per le viuzze dell’isola ci imbattiamo in un gattile che ospita mici randagi che abbondano su diverse isole dell’arcipelago e che entrano ed escono liberi dal cancello in legno. Mentre osserviamo il via vai felino siamo attratti dalla musica dal vivo proveniente di là del muro prospicente il gattile. Il locale si chiama “Il Giardino di Lipari” ed è veramente molto bello. Un giardino con belle piante, comode sedute e due musicanti che intonano pezzi “da boomer”. Verso mezzanotte ci alziamo per lasciare il posto alle numerose persone che aspettano di sedersi (evidentemente il locale ha un discreto successo). Un ottimo modo per congedarci dalle serate lipariane.
Ultimo giorno. I bagagli sono pronti e rimangono in deposito in albergo. Ci concediamo un po’ di mare classico (ombrellone e lettini) alla Spiaggia del Canneto, poco fuori Lipari. L’arenile sassoso ci obbliga a procurarci un paio di scarpette da scoglio per Carla mentre io mi arrangio con le pinnette. Ad una boa che delimita la zona di balneazione è ancorato un lettino in plastica rosso su cui sta prendendo il sole un ragazzo. Parlandoci mi dice di essere un poliziotto di Roma ma conosce bene Torino per avervi soggiornato un anno. Scende agile dal lettino invitandomi a provarlo decantandone la comodità. Mi avverte però che non è proprio semplicissimo salirci. Affronto l’avversario da dietro arrivando fino a trovarmi spalmato di pancia sul lettino. Inutile dire che ogni tentativo di voltarmi di schiena finisce con un inglorioso ribaltamento. Il poliziotto mi spiegherà poi al bar della spiaggia che il modo giusto per salirci è quello di alzarsi di lato (come cantava Jannacci “se me lo diceva prima…”). Ma d’altra parte cosa aspettarsi… da un montagnino alle Eolie.























