Accusato di omicidio colposo dopo la morte della compagna

Thomas Plamberger è accusato di omicidio colposo. Secondo la ricostruzione della procura di Innsbruck, ha lasciato la compagna Kerstin Gurtner «esausta e disorientata» a 30 metri dalla vetta del Großglockner.

Accusato di omicidio colposo dopo la morte della compagna
(quando una decisione sbagliata diventa reato?)
di Owen Clarke
(pubblicato su climbing.com l’8 dicembre 2025)

Il 18 gennaio 2025, Thomas Plamberger, 36 anni, e la sua ragazza, Kerstin Gurtner, 33 anni, di Salisburgo, stavano tentando una salita invernale del Grossglockner 3798 m, la montagna più alta dell’Austria. La mattina seguente, Plamberger era sano e salvo, ma Gurtner si trovava ancora circa 30 metri sotto la vetta. Era troppo esausta per scendere in sicurezza e, a quanto pare, Plamberger l’ha abbandonata per cercare aiuto. Quando i soccorritori l’hanno raggiunta il giorno seguente (circa alle 10, NdR), era morta assiderata.

La scorsa settimana, la Procura di Innsbruck ha concluso le indagini e ha incriminato Plamberger per omicidio colposo. Se condannato, rischia fino a tre anni di carcere.

Quindi, cosa è successo veramente sul Grossglockner? Ho esaminato attentamente i rapporti della polizia, la versione della difesa e la legge austriaca, e poi ho parlato con guide alpine esperte per cercare di scoprire chi è stato il vero colpevole il 18 gennaio e quali insegnamenti tutti gli scalatori dovrebbero trarre da questo incidente.

Una salita notturna, nel cuore dell’inverno, in condizioni abominevoli
Esistono due resoconti leggermente diversi su quanto accaduto lassù la sera del 18 gennaio 2025, uno proveniente dalla polizia, l’altro da Plamberger e dalla sua difesa legale. Il caso non andrà a processo prima del 19 febbraio 2026, quindi gran parte di quanto accaduto in montagna è ancora frutto di speculazioni.

La dichiarazione ufficiale di Plamberger alla polizia non è stata resa pubblica nella sua interezza. Tuttavia, secondo un resoconto pubblicato cinque mesi dopo l’incidente dal suo avvocato difensore, Kurt Jelinek, i due alpinisti erano ugualmente capaci e avevano pianificato la scalata insieme. Jelinek ha affermato che, secondo il suo cliente, sia lui che Gurtner si consideravano “sufficientemente esperti, adeguatamente preparati e ben equipaggiati”.

Hanno iniziato la scalata alle 6.45, con l’obiettivo di raggiungere la vetta lungo la cresta sud-ovest, nota come Stüdlgrat, che si attesta approssimativamente sui livelli di difficoltà UIAA III-IV. Avevano pianificato di tornare attraverso la via normale leggermente più facile, che scende a sud-est sopra la terza vetta più alta dell’Austria, il Kleinglockner 3770 m, passando per un rifugio, la Erzherzog-Johann-Hütte 3450 m.

Alle 13.30 Plamberger e Gurtner erano arrivati ​​al cosiddetto Frühstücksplatzerl (“punto di ristoro”) a 3550 metri sulla Stüdlgrat. Questo popolare punto di sosta, sulla cresta a circa 250 metri di dislivello sotto la vetta, segna l’inizio della parte più impegnativa del percorso ed è considerato un punto di svolta cruciale, come riconosce il resoconto della difesa. “Dato che né la donna né [Plamberger] erano esausti o sopraffatti, proseguirono”, si legge nel resoconto.

Il tracciato rosso è quello della Stüdlgrat, quello giallo della via normale

A questo punto, il racconto della difesa fa un salto in avanti di circa nove ore, cioè alle 22.30, quando i due alpinisti stanno ancora salendo verso la vetta. È possibile che il duo ritenesse più veloce o più sicuro salire e scavalcare la montagna, e poi scendere fino al rifugio, piuttosto che scendere lungo la cresta, assai più tecnica, al buio. In ogni caso, i soccorritori nella valle sottostante poterono vedere le loro lampade frontali in alto sulla montagna, scattando una serie di foto che sono poi diventate virali. Poi però il meteo peggiorò drasticamente, con venti che raggiungevano i 74 chilometri orari e temperature a -20 gradi Celsius con vento percepibile.

Tra le 22.30 e le 22.50 (i due resoconti differiscono) un elicottero della polizia alpina è stato inviato in soccorso della coppia, ma quando è passato sopra di loro e li ha illuminati con le sue luci, Plamberger non ha dato segni di sofferenza o di volere aiuto e la cordata ha continuato a salire. Anche la difesa di Plamberger lo riconosce. “Dato che entrambi si sentivano bene e non erano lontani dalla vetta, non c’era alcuna emergenza e quindi non è stato dato alcun segnale”, afferma il suo avvocato.

La versione della difesa sostiene, tuttavia, che non appena l’elicottero si è allontanato, lo stato fisico della Gurtner è peggiorato. “Improvvisamente ha mostrato crescenti segni di esaurimento”, uno sviluppo che Plamberger definisce “completamente inaspettato e oggettivamente imprevedibile”.

L’accusa osserva che il soccorso alpino ha fatto “diversi tentativi” di contattare Plamberger dopo che l’elicottero della polizia lo aveva sorvolato, ai quali non ha risposto, nonostante avesse campo e ricevesse le chiamate. L’avvocato di Plamberger afferma che il suo cliente “non si era accorto delle chiamate, perché il suo cellulare ‘vibrava solo leggermente per le chiamate e i messaggi in arrivo'”.

I soccorritori hanno finalmente ricevuto una chiamata di ritorno da Plamberger circa due ore dopo il volo in elicottero, alle 0.35, ma i resoconti di quanto detto in questa chiamata divergono. Secondo la polizia, la conversazione era “poco chiara” e Plamberger ha quindi rimesso il telefono in tasca, silenziandolo. Plamberger, nel frattempo, sostiene che dopo questa chiamata, “era convinto che l’interlocutore del soccorso fosse consapevole della gravità della situazione e che i soccorsi fossero urgenti”.

In arrampicata estiva sulla Stüdlgrat

La cordata, che aveva continuato a salire “per non essere sopraffatta dal freddo”, si trovava a quel punto su una rampa di neve circa 30 metri sotto la cima del Grossglockner, contrassegnata da una grande croce di metallo. La difesa di Plamberger afferma che, dopo aver trascorso l’ora e mezza successiva rannicchiati sotto la cima, lui e Gurtner decisero che la soluzione migliore per entrambi fosse quella che prevedeva la discesa in solitaria di Plamberger fino al rifugio Erzherzog Johann, per trovare altri alpinisti e chiedere aiuto. La lasciò intorno alle 2.00 del mattino e non fece una seconda chiamata ai soccorsi fino alle 3.30.

In quella chiamata li informò di aver dovuto lasciare Gurtner indietro e “suggerì di inviare un altro elicottero” per recuperarla. Ma ormai la tempesta era così forte che un salvataggio in elicottero era fuori questione. Quando i soccorritori arrivarono a piedi sul posto la mattina seguente, la trovarono morta congelata.

Cos’è l’omicidio colposo? Thomas Plamberger andrà in prigione?
Nell’ambito delle indagini dell’accusa, sono stati confiscati i cellulari e gli orologi sportivi dei due scalatori, sono stati interrogati diversi testimoni e sono state analizzate fotografie e video dell’incidente. L’accusa infine formulata contro di lui, “Vergehen der grob fahrlässigen Tötung” (“omicidio colposo per grave negligenza”, Codice penale § 81), è più grave dell’omicidio colposo o dell’omicidio per negligenza. È tra le accuse più gravi che si possano ricevere per la morte di un’altra persona.

Lo studio legale austriaco Harlander & Partner spiega che le accuse di omicidio colposo sono giustificate solo quando una persona causa la morte di un’altra “tenendo una condotta eccezionalmente e palesemente negligente”. Deve esserci un disprezzo “quasi indifferente” per le norme di sicurezza basilari ed elementari, e il pericolo deve essere stato “ovvio e prevedibile”. Un esempio di omicidio colposo è guidare un’auto in stato di ebbrezza e uccidere qualcuno.

L’accusa sostiene che Plamberger abbia commesso nove errori distinti che, nel loro insieme, costituiscono un omicidio colposo. Il primo è stato quello di aver portato Gurtner con sé, “nonostante l’inesperienza della donna, [e il fatto che] non avesse mai intrapreso un’ascensione alpinistica di questa lunghezza, difficoltà e altitudine, e nonostante le difficili condizioni invernali“.

La posizione della cordata circa alle 18.30.

Una discrepanza fondamentale tra le posizioni della difesa e dell’accusa riguarda il rapporto di esperienza tra i due alpinisti. La difesa di Plamberger sostiene che fossero compagni alla pari, con simile preparazione fisica ed esperienza alpinistica. L’accusa sostiene che non era così e che, a causa della disparità di esperienza, Plamberger era il “capo responsabile” (verantwortlicher Führer) della spedizione.

Sostengono inoltre che la coppia sia partita con almeno due ore di ritardo, non abbia portato con sé l’attrezzatura di emergenza sufficiente e non sia tornata indietro in tempo quando il tempo è peggiorato (verso le 20, NdR). L’accusa sottolinea inoltre che Plamberger non solo non ha effettuato una chiamata di emergenza prima del tramonto, ma non ha chiamato prima delle 0.35. Aggiungono inoltre che Plamberger ha fatto arrampicare Gurtner con scarponi da snowboard morbidi (lei aveva uno splitboard per la discesa), inadatti all’arrampicata mista in condizioni invernali. Un’altra prova di grave negligenza, secondo l’accusa, è il fatto che non abbia segnalato la richiesta di soccorso quando l’elicottero è passato sopra di lui, e che abbia poi tenuto il telefono in modalità silenziosa e ignorato le chiamate dei soccorsi.

Vale la pena notare che il soccorso in elicottero in Austria non è coperto dall’assicurazione pubblica del Paese. Senza un’assicurazione di soccorso o l’iscrizione a un club alpino, può costare migliaia di dollari e, in caso di grave negligenza, alle persone soccorse viene addebitato l’intero costo del soccorso.

Infine, prima di lasciarla sotto la vetta alle 2 del mattino, Plamberger “non è riuscito a spostare la sua ragazza in un posto riparato per proteggerla dalla perdita di calore” e “non ha usato il suo sacco da bivacco né le coperte di emergenza disponibili per proteggerla da un ulteriore raffreddamento, né le ha tolto il suo pesante zaino e lo splitboard”.

Kerstin Gurtner e Thomas Plamberger

Il commento
a cura della Redazione
Il punto più palesemente oscuro di questa vicenda è il “buco” di circa 9 ore che intercorre tra il dichiarato 13.30 del cosiddetto Frühstücksplatzerl, punto di partenza della cresta a circa 3550 m e l’avvistamento delle 22.30 nel quale la cordata era vicina alla vetta ma non l’aveva ancora raggiunta. Nove ore per 250 metri di dislivello, su un terreno di quel genere, sono concepibili solo in caso di condizioni davvero estreme, oppure in caso di incapacità. In entrambi i casi la cordata, dopo due-tre ore avrebbe dovuto ragionevolmente desistere da quello che stava diventando un proposito assurdo.

Alle ore 6.45 l’auto era stata lasciata al posteggio della Lucknerhaus 1920 m, e la coppia era salita fino al Frühstücksplatzerl (passando per l’inizio della cresta, a circa 3250 m) impiegando circa 6h e 45’ per circa 1330 metri di dislivello, il che significa una media di 197 m all’ora. Di fronte a una lentezza del genere chiunque avrebbe dovuto capire che non era giornata e che non era il caso di proseguire neppure alle 13.30.

A prescindere da “chi” (uno o entrambi) alle 13.30 abbia preso la decisione di proseguire, non si potrà mai parlare «di un tragico e fatale incidente». Possibile che non abbiano realizzato quanto ritardo avevano? Possibile che ignorassero le previsioni meteo che prevedevano un grosso peggioramento del tempo verso le 20?

Quanto all’abbandono della ragazza: se davvero Plamberger era convinto di aver allertato il soccorso (come sostiene la difesa), dov’era la necessità di abbandonare la compagna per scendere in piena notte alla ricerca di possibile aiuto alla Erzherzog-Johann-Hütte?

Dati questi elementi, non ci sembra esagerata la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo, dovuto a “gravi negligenze” da parte di Plamberger, che rischia fino a tre anni di carcere. Il processo potrebbe chiarire se ci sono state responsabilità dell’uomo nel causare la morte della donna, se avrebbe potuto e dovuto fare di più per evitare quella tragica fine o se, al contrario, la sua condotta era in linea con il fare tutto il possibile per salvarla. 

More from Alessandro Gogna
Il futuro è l’energia nucleare
(i colossi del web hanno già deciso, in barba a stati e...
Read More
Join the Conversation

11 Comments

  1. says: Carlo Crovella

    Situazioni assurde come queste (trovarsi indagati per la morte del ns compagno/a di cordata) sono il fisiologico paradosso della “superioroità” riconosciuta al “diritto” nel voler disciplinare TUTTI gli eventi della realtà. Così come si pretende che vi siano nome che disciplinano gli accadimenti della normalità in pianura, come a puro titolo di esempio gli incidenti automobilistici (permettendo di individuare le colpe e le responsabilità sulla base di assiomi giuridici, tipo “chi proviene da destra ha ragione”), la “società del diritto”, che è l’atra faccia della “società sicuritaria”, non può avere limiti spazio-temporali e quindi si estende anche a situazioni che si concretizzano in contesti molto differenti dalla “normalità” della vita cittadina. Un tempo non era così: la degenerazione è degli ultimi 25-30 anni. Se la tragedia del Pilone Centrale accadesse in un contesto socio-giuridico come l’attuale, gli allora sopravvissuti (Bonatti in primis) molto probabilmente sarebbero incriminati per omicidio colposo.

  2. says: Enrico Villa

    L’articolo e il commento della Redazione non precisano se il procedimento sia un atto dovuto secondo la Legge austriaca o se sia stato originato su istanza di parte (parenti della vittima). Non mi risulta, salvo errori, che ci siano stati simili precedenti in Italia per casi analoghi.

  3. says: Matteo

    Direi che l’assurdità sia quella di partire in inverno da 2241 m alle 6.30 di mattina, quando di solito d’estate si parte anche prima dalla Stüdl Hütte a 2801 m e pensando di fare quindi 1600 m di salita in giornata per poi scendere.
    La seconda assurdità è essere arrivati alla Frühstücksplatzl (traduzione: piazzola della colazione) alle 13.30, cioé 7 ore dopo, avendo fatto i 1300 m di dislivello facili.
    Peraltro alla Frühstücksplatzl c’è un bel cartello metallico che dice (in tedesco, ma per loro senza le mie difficoltà di traduzione!) che se dal StüdlHütte hai impiegato più di 3 ore è meglio se lasci perdere.

    Più tutto il resto evidenziato nell’articolo, mi pare evidente che qualcuno voglia aprire un’inchiesta per vederci chiaro…capisco voler dar contro con tutti i mezzi all’autorità giudiziaria per sminuirne il potere, però in questo caso…
    Comunque nulla di più distante dal pilone del Freney.

  4. says: Carlo Crovella

    Nessuna volontà di polemizzare con la magistratura, specie quella austriaca. Mi limito semplicemente a segnalare che chi sbraita per la “montagna come regno della massima libertà” dovrebbe auspicare che in montagna la libertà arrivi fino all’estremo, cioè al fatto di poter compiere anche azioni “folli”, incomprensibili ed esplicitamente sbagliate come in questo episodio. In montagna il limite all’agire non dovrebbe derivare dalla legge, ma dal senso di responsabilità individuale (= fare sempre le cose per bene, con prudenza e sennatezza).

    Se l’andare in montagna è regolamentato dalle leggi generali dello Stato, ma quale “regno della libertà” è? In particolare, ampliando l’analisi oltre al caso di specie, molto spesso sento invocare l’intervento ex post dei magistrati al fine di fare giustizia, ma lo sento invocare dagli stessi alpinisti che, invece, protestano ad alta voce contro i divieti che le varie autorità emettono ex ante (es divieto di scalare su una parete se è ritenuta pericolosa, ecc). Delle due l’una: o gli interventi giuridici valgono sempre o non valgono mai.

    Purtroppo sono sempre di più quelli che vanno in montagna in modo dissennato, commettendo errori marchiani e incomprensibili negligenze come nel caso in questione, ma il vero intervento “sicuritario”, se proprio si crede in quel tipo di società, sarebbe un divieto ex ante e NON quello ex post, cioè a incidente avvenuto. Io non credo nella società sicuritaria e non amo né i divieti ex ante né le inchieste ex post. Lassù ci si deve saper muovere con intelligenza e maturità, sapendo anche rinunciare ecc, e se non hai quelle qualità inevitabilmente te la vedi brutta e magari ci lasci pure le penne.

    L’episodio del Freney ha dinamiche completamente diverse, su questo non ci piove, ma anche in quel caso, esaminando i fatti ex post, i più forti (Bonatti ecc) avrebbero potuto prendere delle decisioni che forse avrebbero salvato gli altri. Sia chiaro: io NON auspico assolutamente che la magistratura voglia intervenire in episodi come il Freney, ma temo che se non scorreliamo l’andar in montagna dalle leggi vigenti in pianura, la magistratura entrerà sempre più spesso negli incidenti di montagna, al limite anche in un ipotetico e futuro Freney 2.0, pretendendo di andare a esaminare col lanternino se l’ipotetico e futuro Bonatti 2.0 ha agito in modo giuridicamente corretto oppure no.

    Questo trend che è ampiamente in corso (per delicatezza non faccio esempi di recenti incidenti italiani) sta comportando un inquinamento concettuale dell’andar in montagna, cioè di quello che dovrebbe essere il “regno della massima libertà”, laddove per libertà io intendo quella facoltà individuale che trova il suo limite nell’intelligenza della singola persona. L’intelligenza (che, per la montagna, significa anche “esperienza”, fiuto, istinto…) deve far capire quali comportamenti seguire (fin dalla rinuncia aprioristica all’uscita quando non ci sono le condizioni, oggettive o soggettive).

    Se invece si è aperti all’intrusione ex post della magistratura (in base alla logica che si vuole sindacare, in termini giuridici, le decisioni individuali), allora occorre esser aperti anche all’ipotesi che le varie autorità preposte emettano divieti ex ante, poiché tali divieti derivano dal fatto che le autorità stesse NON si fidano che gli alpinisti sappiano sempre prendere le decisioni adeguate (vietando di farli andare in certi luoghi, si evita per definizione il rischio di incidenti). Invece mi pare che scaturiscano grandi applausi se si fanno le inchieste per individuare colpevoli e responsabilità, mentre non si accettano minimamente i divieti preventivi che tagliano alla radice il rischio che, poi, si arrivi all’inchiesta al seguito di incidenti.

    La conclusione che io traggo da tutte queste riflessioni è molto semplice, ma molto amara: anche in uscite di impegno modesto, il vero rischio dell’andar in montagna è ormai costituito dalle persone che hai con te.

  5. says: Matteo

    “Situazioni assurde come queste (trovarsi indagati per la morte del ns compagno/a di cordata) sono il fisiologico paradosso della “superioroità” riconosciuta al “diritto” nel voler disciplinare TUTTI gli eventi della realtà.”

    Questa castroneria l’hai scritta tu, evidente emulo di un tuo ministro che disse “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”.
    In montagna, come altrove, il limite all’agire deriva anche dalla legge, oltre che dal contesto e dall’ambiente. Altrimenti, estendendo appena un po’ la logica (e non poi molto), in montagna si potrebbe uccidere o rubare.
    Ovviamente, andare in montagna E’ REGOLATO DALLE LEGGI GENERALI DELLO STATO.
    Per fortuna.

    E il tuo concetto di libertà, e quindi il tuo giudizio sulla libertà, ad essere totalmente errato.
    Libertà non significa fare quel cazzo che si vuole.

    La confusione che fai poi tra ex-ante ed ex-post e quella tra Magistratura e “altre autorità preposte” mi pare capziosa.
    Certo che esiste la possibilità dell’introduzione ulteriore di divieti e limiti, ma questo non significa che sia giusta, corretta, auspicabile o condivisibile. E tantomeno inevitabile.

    Infine solo tu senti i grandi applausi ai processi per individuare colpevoli.
    A me pare solo corretto che di fronte a un morto ci sia un’inchiesta, sopratutto in presenza di evidenze che suggeriscono un comportamento colposo.

  6. says: Guido Freddi

    Concordo pienamente con il giudizio della redazione. Aggiungerei anche che in montagna morire assiderare a -2°C vuol dire non essere preparati come abbigliamento, equipaggiamento e condizione psicofisica. Rischiare la propria pelle in montagna è una pessima idea, rischiere quella di altri, inclusa la propria compagna, è un crimine. Non ci credo neanche un secondo che chi dei due era più in forma (l’incriminato) non si rendesse conto dell’eternità dei tempi della salita sia nel tratto facile che negli ultimi 250m. Il suo dovere di alpinista in migliore forma fisica era di fermare tutto, non penso che fosse la ragazza a tirare per salire, ma chi sa… Purtroppo ho fatto esperienza di “alpinisti da club” (diciamo così) piuttosto bravini ma veri incoscienti che facevano bravate simili e hanno finito per perdere la compagna (volata giù in modo evitabile) per motivi analoghi (egocentrismo e incoscienza). Andare in montagna in quel modo perché è “la montagna è libera” è come fare l'”Easy Rider” contromano sull’autostrada: viva la libertà? Alle spese di chi?

  7. says: Roberto Bozzo

    …fare sempre le cose per bene, con prudenza e sennatezza

    Qui il CC mi ha fatto proprio tenerezza…

  8. says: Carlo Crovella

    Credo che si sia innestato un equivoco. Provo a rimettere ordine. Io stigmatizzo in particolare chi da un lato si sbraccia per la montagna come “regno della libertà” e poi, se capitano incidenti in montagna, vuole giustizia. A titolo personale NON sto reclamando la libertà incondizionata in montagna: trovo però che il limite all’agire umano in montagna dovrebbe essere “autoimposto”, cioè arrivare prima di tutto dal singolo individuo (“fare le cose per benino”: questo infatti insegno da oltre 40 anni, anche se a qualcuno appare ridicolo, ma è il succo della questione) e non imposto dall’esterno attraverso le leggi.

    Mi è chiarissimo il principio per cui le norme giuridiche arrivano anche a condizionare l’agire in montagna e, di fatti, da molto tempo sensibilizzo tutti che la realtà è fatta così, esprimendomi a tal fine nei più svariati modi (chiacchierate, articoli, serate ecc). Ciò nonostante, in generale, trovo assurda la pretesa superiorità del mondo giuridico che vuole metter becco in tutto (in “tutto”, non solo nell’andar in montagna), dai grandi temi internazionali fino alle cazzate individuali compiute in montagna. Trovo assurda questa pretesa (anche se non discuto che la realtà sia così) perché si equiparano eventi che sono profondamente diversi fra di loro. Certe scelte in montagna vanno calate nella realtà in cui vengono prese. “Contestualizzate”, come si dice oggi: analizzarle ex post in tribunale, al caldo e seduti comodamente, fa ridere i polli. La realtà degli eventi in montagna non è confrontabile con quella di un banale scontro fra auto in città, dove si deve stabilire chi ha ragione. Il mondo del diritto “pretende” invece di equiparare eventi fra loro diversissimi e, personalmente, la trovo una pretesa infondata.

    E’ fuor di dubbio che questo signore abbia compiuto delle cazzate immani. Tuttavia è presumibile che non farà neppure un giorno di carcere, essendo probabilmente incensurato, mentre la vera batosta a suo carico gli arriverà sul lato economico, in termini di risarcimento ai familiari della vittima. Ecco, anche questo aspetto del mondo giuridico (riferito a eventi in contesti che non siano quelli della quotidianità cittadina) a me personalmente infastidisce: sarà sbagliato e infondato questo mio pensiero, sinceramente non mi importa, ma dico che personalmente mi infastidisce. Se il mondo giuridico vuole davvero “fare giustizia”, dovrebbe puntare esclusivamente sulle pene individuali (=carcerazione o, al limite, degli ipotetici DASPO futuri all’andar in montagna o altre cose di questo tipo) e non al contenzioso economico collaterale. Tradurre tutto in soldi mi pare squallido e, alla fine, accade che, pagato il risarcimento, quel signore sarà libero di fare qualsiasi cosa, compreso tornare in montagna (!), magari con una nuova fidanzata esponendola agli stessi rischi di questa appena deceduta… Questa parte (quella economica) a mio parere inquina il vero punto della questione (in qualsiasi incidente di montagna, non solo in questo).

    Cmq il principale obiettivo delle mie riflessioni è polemizzare contro chi da un lato urla per la libertà incondizionata in montagna e, poi, dall’altro vuole “giustizia” in caso si incidente. Come destinatario della mia polemica, non faccio riferimento a nessuno in particolare, ma parlo in generale. Il segmento in quesitone è molto folto.

    Aggiungo però una riflessione, ciò accennata: con l’inasprimento del risvolto giurisprudenziale negli ultimi decenni, oggi il “vero” rischio di una qualsiasi uscita in montagna (anche di modesto impegno) è nei compagni che hai con te. Anzi, forse forse, il rischio sta nel concetto stesso di avere dei compagni con te quel giorno. Se sei da solo, le ripercussioni, anche giuridiche, dei tuoi errori coinvolgono solo te. Se ci sono altri, questo fa inesorabilmente scattare un quadro giuridico che è una tenaglia stringentissima, che ci piaccia o meno: bisogna esserne consci e non pensare (come fanno molti) che la montagna sia solo il “regno della libertà incondizionata”.

  9. says: Enrico Villa

    P. S. La Procura di Trento ha da tempo archiviato l’inchiesta penale conseguente al crollo di un gran pezzo del ghiacciaio della Marmolada che nel luglio 2022 ha causato 11 morti.
    Dico questo con tutto il profondo rispetto per le vittime e tutti i loro cari.

  10. says: Carlo Crovella

    Sono due fattispecie diverse. Le riflessioni innescate dall’episodio austriaco riguardano le eventuali responsabilità giuridiche di decisioni prese “fra amici”, cioè all’interno di una cordata o di un gruppo di scialpinisti/escursionisti durante un’uscita privata (e NON durante un’uscita GA-cliente o istruttore-allievo).

    Per la Marmolada, a quello che risulta da quotidiani/TV, le “richieste di giustizia” dei parenti delle vittime non erano rivolte verso i compagni delle vittime, ma verso le autorità che, a giudizio dei parenti delle vittime, avrebbero dovuto vietare l’accesso al ghiacciaio. Anche il tema dei “divieti” è un tema importante, l’ho segnalato, ma ha una sfumatura diversa rispetto al tema delle decisioni fra amici impegnati in un’uscita privata.

Leave a comment
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *