L’arte della solitudine – Zero

Prima della solitudine imparai la miseria, o meglio, mentre sperimentavo la seconda imparavo la prima. Ero un miserabile e me ne vergognavo tantissimo ma mi ero cacciato da solo in quella situazione e ne avrei pagato le conseguenze. L’uomo ha sempre due possibilità: essere attivo oppure essere passivo di fronte alle avversità. La miseria mi ha forgiato come uomo e ora superata la vergogna, sono fiero di come ho agito e riesco finalmente a raccontarvi le origini di quest’arte dei pochi.

Ero così povero che non avevo nemmeno i soldi per comprarmi le scarpe eppure correvo oltre cento chilometri a settimana. In un anno accumulavo dai 6 ai 7000 chilometri. Insomma mi ritrovavo a correre con i buchi nelle scarpe e che male quando una pietra s’infilzava proprio dove la suola era bucata, e che gioia quando avevo due soldi per comprarne un nuovo paio. Era come avere un’auto nuova anche se si consumava troppo in fretta. Eppure il dolore che avevo dentro annullava queste inezie e così più il buco si allargava più aggiungevo suole prese da altre scarpe per proteggermi la pianta del piede. Ho conservato un paio di queste scarpe come ricordo. Capitava quando mi trovavo in quota su terreni impegnativi che mi dicevo: “Non posso scalare montagne con scarpe così consunte, questo è l’ultimo giro poi aspetterò di averne un paio nuovo e tornerò.” Inutile dire che dei soldi neanche l’ombra così tornai ancora e ancora con quelle scarpe sulle crode.

Non potevo rinunciare all’unica cosa che mi era rimasta, lo sport e i meravigliosi parchi e riserve naturali del Bellunese. Fu lì che imparai a cibarmi dello stretto indispensabile, capii che l’idratazione e l’integrazione era irrinunciabile ma l’alimentazione potevo ridurla all’osso. Mi capitò più volte di arrivare quasi allo svenimento dopo lunghe ore a ritmi elevati ma avevo sempre uno snicker, una barretta energetica che mi teneva in piedi. Mi dispiace aver rubato alcune barrette ma non avevo proprio i soldi per comperare tutto ciò che mi serviva così qualcosa lo infilavo sempre in tasca, il resto lo pagavo. Non ne vado fiero ma è andata così e se devo raccontarmi lo faccio con sincerità in tutto ciò che è stato questo percorso.

Inizialmente cercavo la solitudine per vergogna, intorno a me vedevo solo persone ben vestite e attrezzate di tutto punto. Non mi andava di essere guardato come un miserabile, lo ero ma almeno mentre mi allenavo volevo dimenticare la miseria. Correvo bene e molto più forte di tutti gli altri perché mi allenavo più di tutti, instancabilmente, senza tregua, giorno dopo giorno. Quando non hai niente se non la volontà nasce una grinta che chi ha una buona stella a guidarlo non potrà mai comprendere né sviluppare. Niente alcol, niente feste, niente di niente, solo disciplina e tanta serietà. Rabbia? No, non potevo sprecare le energie per un’emozione così dispendiosa. Tristezza? Molta ma anche quella non poteva trovare spazio. Forza? Questa sì. In fondo è scritta nel mio nome, nella sua prima sillaba.

Non avevo soldi per la palestra perciò scendevo nei greti dei torrenti e mi caricavo in spalla massi fino a 60-70 kg, li squattavo e facevo affondi. Avevo imparato una tecnica di sollevamento specifica guardando alcuni inglesi e scozzesi. Scoprii come nella loro terra coltivano una peculiare tradizione di sollevamento delle pietre. Si tratta di fare un primo sollevamento portando il masso sopra le ginocchia in posizione di squat. Dopodiché si abbraccia la pietra e mentre ci si alza in piedi la si fa aderire sul petto fino a portarla sopra una delle spalle. Questo portò ad un ulteriore incremento della potenza del corpo e consolidò il mio scheletro permettendomi di correre ancora più rapido e sopportare come fosse piuma uno zaino pesante. Tutt’ora corro a ritmo elevato con svariati chili sulle spalle quando torno dall’alta quota. Mi piacerebbe incontrare qualcuno come me per le strade o i sentieri: ma non c’è, non c’è.

Prima di tutto questo avevo dei compagni con cui andavo in montagna ma erano troppo deboli, dovevo sempre rinunciare a causa loro, anche questo influì nel cercare l’autonomia per fare quello che volevo. Poi mi sono reso conto che sarebbe stato ugualmente difficile perché se prima era l’altro a frenarmi ora era la solitudine e il mio istinto di sopravvivenza a darmi una misura.

Sorridevo quando ascoltavo le storie di due grandi alpinisti bellunesi, Franco Miotto e Riccardo Bee, i quali facevano allenamenti molto simili caricandosi sulle spalle pesi esagerati, correndo sul ripido zavorrati e altre cose incomprensibili ai più ma assolutamente ragionevoli per chi conosca la tempra che richiedono l’alpe, la roccia e l’inverno. In fondo anche mio padre e mio zio, due energumeni, alpinisti pure loro, mi avevano raccontato storie assurde di allenamenti durissimi per prepararsi alla montagna. La scalata che fecero in una delle vie sulle pareti nord del Sass De Mura, in inverno, me li faceva sembrare alieni.

Quando ho avuto i soldi per la palestra e ho scoperto le tecniche di sollevamento olimpico ho portato ad un livello qualitativo imparagonabile il lavoro con i pesi ma sono contento di essere passato prima dai greti dei miei torrenti, lo Stien e il Caorame soprattutto. Oggi sorrido quando incontro persone che si lamentano per delle cazzate: l’avvicinamento troppo lungo, il freddo pungente, il sudore, le zecche, il sole impietoso oppure lo zaino troppo pesante. Sorrido perché riconosco in loro la fortuna di aver avuto una vita agiata e comoda, se così non fosse non si lamenterebbero.In montagna non ci si lamenta perché nessuno ti impone di andarci. Il giorno in cui vedrò un camoscio o un’aquila lamentarsi dell’asprezza della vita allora mi lamenterò anch’io.

Non c’era giorno di riposo per me, solo sudore, polpacci che bruciano e tanta, tanta emarginazione.Ricordo bene le giornate festive in cui mentre tutti stavano a mangiare e a festeggiare io facevo sempre lo stesso, stavo in montagna a sputare sudore. E quando i profumi provenienti dai rifugi e dagli agriturismi mi squarciavano lo stomaco passavo oltre dove c’era silenzio e nient’altro che boschi, prati e pareti rocciose. Invidiavo la socialità, l’amicizia, le risate, il calore che emanava da quei luoghi ma non c’è posto per i miserabili lì e credo di aver pianto qualche volta preso dalla tristezza della mia situazione però lo sforzo fisico soppragiungeva a cancellare ogni distrazione. Così andavo avanti e dimenticavo.

Da questo vengo e da questo dolore nasce un’arte, quella della solitudine. Ora la mia vita è sempre povera ma ho un lavoro, spendo tutto per sopravvivere e comperare l’essenziale attrezzatura per allenarmi e stare in montagna.

Sono fiero di non essere un alcolizzato come una buona parte della gente che vive sotto e solo sotto le montagne. Sono fiero di non avere quella mentalità provinciale e un po’ fascista di buona parte della gente che vive sotto e solo sotto le montagne.

Sono fiero di non essere come tutti quelli che passano il tempo a bere e chiacchierare al bar e a lamentarsi di come si diano la zappa sui piedi da soli.

Grazie montagne che mi avete insegnato a non essere un provincialotto, un alcolizzato o un debole. Grazie per avermi guidato fuori dalla bolla della miseria e del maledetto provincialismo italiano. Io amo la montagna e ovunque nel mondo vi siano montagne sarò a casa perché lì le regole non sono dettate da menti provinciali, regimi schifosi, stati dittatoriali o teocrazie maledette ma dalla sacra e intoccabile libertà di pensiero dell’essere umano. E grazie anche a te Europa, terra dei liberi. 

More from Alessandro Gogna
La mia salita al Plu
(Cresta Botto, una salita insolita nelle valli di Lanzo) di Enrica Grandis...
Read More
Join the Conversation

3 Comments

  1. says: Alessandro Fugaroli

    Contenuti virilmente invidiabili,descrizione e comunicazione asciutte ed incisive .

  2. says: Fabio Bertoncelli

    È una descrizione talmente asciutta che non si conosce neppure il nome dell’autore.
    Solo autocelebrazioni.

    P.S. Un sospetto però ce l’ho.

  3. says: Armin Speranza

    Ciao Fabio se ci vedi autocelebrazione ok ma non era mia intenzione celebrare nulla anche perché non mi sembra ci sia da celebrare qualcosa. È il racconto di una fase difficile della mia vita che per fortuna ho superato.
    Preciso che questo sarà uno degli ultimi racconti che verrà pubblicato qui, il penultimo. Ho deciso di non scrivere più in questo blog ma dal momento che Alessandro aveva già lavorato su questo pezzo e un altro ancora, non volevo sprecare il suo lavoro e ho acconsentito alla pubblicazione.
    Buona serata.

Leave a comment
Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *