“Proprio le lettere di Garrone mi spinsero a visitare il gruppo del Montasio per conoscere l’ambiente e per rendermi conto del terreno su cui vissero e combatterono per due anni Austriaci e Italiani…”.
Alla scoperta del gruppo del Montasio
(sulle tracce del tenente degli alpini Giuseppe Garrone)
di Roberto Scala
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2023)
Ho scoperto le Alpi Giulie, in particolare il gruppo del Montasio, solo l’anno scorso, ma la bellezza dei luoghi e l’ospitalità incontrata mi hanno spinto a ritornare anche quest’anno per meglio conoscere e apprezzare questo gruppo di montagne.
Due ottimi amici, Alfio e Dario, un ambiente splendido e la meteo compiacente garantiscono il successo delle escursioni e la soddisfazione per la breve vacanza. La molla che ha fatto scattare il mio interesse per queste montagne è la storia, più esattamente gli avvenimenti che fra il 1915 e il 1917 ebbero questi aspri monti come palcoscenico, in particolare quelli che coinvolsero Giuseppe Garrone, tenente degli Alpini, che operò su questi monti fino alla ritirata di Caporetto. La storia e la passione per la montagna non solo possono felicemente convivere, ma si compenetrano e completano. Garrone lasciò una corposa testimonianza della sua esperienza nelle lettere (1) ai familiari e agli amici, in cui descrive i posti, racconta della vita, talvolta durissima, sua e dei suoi alpini. Lettere talvolta brevi, telegrafiche, altre volte più lunghe in cui descrive i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue frustrazioni e riflette amaramente sulla guerra. Benvoluto e stimato dai superiori, che ne riconoscevano le notevoli capacità organizzative e alpinistiche, fu costretto suo malgrado (2) per quasi due anni a prestar servizio in questa zona fino ad assumere il comando del Distaccamento Guide e la responsabilità della difesa della linea del Montasio. Solo nell’estate del 1917 venne assegnato al comando della 69a compagnia del battaglione Gemona, di stanza sul Jôf di Miezegnot (Mittagskofel) alla testata dell’adiacente Val Dogna, dove agli inizi di settembre lo raggiunse il fratello Eugenio, a seguito della circolare di Cadorna che autorizzava il ricongiungimento dei familiari nello stesso reparto. Come un fulmine a ciel sereno, a seguito dello sfondamento di Caporetto, giunse l’ordine di ritirata, che iniziò nella notte fredda e burrascosa del 28 ottobre 1917.
La 69a compagnia guidata da Garrone, dopo aver partecipato alla battaglia di Pielungo con pesanti perdite e sfuggendo alla morsa delle truppe austriache con una lunga marcia fra le montagne, riuscì a raggiungere i piedi del Grappa e presentarsi in armi, decimata, ma non sbandata, dove venne integrata nella 6a compagnia del battaglione Tolmezzo. Unica compagnia del Gemona a non cadere prigioniera. Purtroppo, il 14 dicembre durante il sanguinoso combattimento al Col della Berretta, i due fratelli entrambi feriti vennero catturati dagli Austriaci. Durante il trasporto nelle retrovie nemiche, Giuseppe venne ucciso da una granata. Il fratello morì in prigionia a Salisburgo il 6 gennaio 1918, in conseguenza delle ferite riportate. Entrambi furono decorati con medaglia d’oro. Nel 1915 allo scoppio della guerra gli Italiani, sfruttando la sorpresa e la scarsa consistenza delle truppe austriache, occuparono la catena spartiacque fra la Val Dogna e la Val Canale, fino allo Jôf di Miezegnot (Mittagskofel) dominante la Val Saisera. La linea italiana proseguiva alla Sella Somdogna poi risaliva allo Jôf di Somdogna e saliva fino allo Jôf di Montasio, la vetta più alta con i suoi 2754 m. Poi si snodava in direzione sud-est lungo la cresta fino al Cregnedul, quindi scendeva in Val Rio del Lago e raggiungeva il Robon sull’altro lato della valle. La linea austriaca partiva dal Miezegnot Piccolo (Kleine Mittagskofel), a est dello Jôf di Miezegnot, scendeva nella Val Saisera attraverso il Monte Nero, per risalire poi al Piccolo Nabois. Attraverso la sella omonima la linea proseguiva allo Jôf Fuart 2606 m, alla forcella Mosè e quindi alla Cima Castrein, in posizione di fronte al Cregnedul 2351 m, da cui è separata dalla Forcella Lavinal dell’Orso 2123 m. Dopo gli scontri del 1915 il fronte rimase quasi immutato, salvo piccole scaramucce fino allo sfondamento di Caporetto (3).
Oggi il sentiero attrezzato Ceria Merlone fra la Forcella del Cregnedul e la Cima di Terrarossa percorre grosso modo la prima linea italiana lungo la cresta sud-est del Montasio, mentre la via ferrata battaglione Gemona corrisponde alla linea fra la Sella di Somdogna e Malga Bieliga. Proprio le lettere di Garrone mi spinsero a visitare il gruppo del Montasio per conoscere l’ambiente e per rendermi conto del terreno su cui vissero e combatterono per due anni austriaci e italiani. Percorrendo le cenge, salendo le pareti e le creste, scavalcando le forcelle, il pensiero, il rispetto e l’ammirazione va a quegli uomini, qualsiasi sia la divisa indossata, che affrontarono durissime condizioni di vita e di sacrifici nell’inutile strage a quote superiori ai 2000 metri su un terreno aspro ed impervio, con condizioni meteo anche avverse. Queste montagne ancor oggi, pur parzialmente “addomesticate” incutono rispetto e mettono in luce le difficoltà superate per fornire il supporto logistico agli uomini in quota, aprendo e attrezzando adeguatamente vie dì salita su terreni alpinistici che dovevano essere percorse in ogni stagione, garantendo i collegamenti e la fornitura di viveri e munizioni (4).
Al gruppo del Montasio fanno capo tre valli: Raccolana, Dogna e Saisera. La Val Raccolana penetra fra il gruppo del Monte Canin e del Montasio fino a Sella Nevea, una valle stretta fra ripide pareti boscose, quasi disabitata fino alla sella, dove sorge l’omonima stazione sciistica collegata con l’area di Bovec (Plezzo) in Slovenia. Da lì un ultimo ripido, tortuoso e stretto tratto di strada porta ai piani del Montasio. Se la Val Raccolana appare stretta ed incassata, la Val Dogna è ancora più selvaggia, angusta ed aspra, pur con qualche piccolo centro abitato nel tratto iniziale. Dominata dall’imponente Jôf di Montasio e dal Cimone, si allarga parzialmente al Plan dai Spadovai, dove si trova l’omonimo agriturismo, e termina alla Sella di Somdogna, che la separa dalla Val Saisera. Quest’ultima è la valle più ampia, anzi si apre in un’estesa piana dove termina la strada a Malga Saisera, chiusa verso sud dai gruppi del Jôf Fuart e del Montasio, sbarrata dalla precipite parete del Piccolo Nabois. “Il Montasio è il più grande e possente. Da qualunque parte si guardi, non si troverà un lato che, per via di aggruppamenti, lo faccia apparir mediocre o meschino, o gli tolga alcunché della sua imponenza, come spesso viene per altre montagne (5)” così lo descrive Julius Kugy (6), il cantore delle Giulie.
Il Jôf di Montasio con i suoi 2753 m è la cima più alta delle Alpi Giulie italiane, la seconda dopo il Triglav o Tricorno 2864 m in terra slovena. Il mio rammarico è aver scoperto queste splendide montagne solo ora, montagne e valli non ancora ridotte a luna park, come gran parte delle Dolomiti del Trentino-Alto Adige, ormai una mucca da mungere per gli imprenditori del turismo, in spregio al rispetto e alla conservazione dell’ambiente, nonché alla catastrofica gestione del traffico nelle valli e sui passi. Per me sono un valore aggiunto i rifugi e le malghe che hanno mantenuto le loro caratteristiche originali, senza essere diventati alberghi a cinque stelle, pur garantendo sempre ospitalità, cordialità e… un’ottima cucina. E ora alcune considerazioni per chi come me, conosce poco le Alpi Giulie. Gli itinerari descritti sono ben attrezzati, ma parecchi tratti anche esposti non sono assicurati a causa della conformazione del terreno instabile o friabile, quindi è sempre richiesta attenzione e fermezza di piede. In generale i cavi non sono indispensabili per la progressione, tranne nel caso della normale al Montasio. Il kit da ferrata è vivamente consigliato. I percorsi sono molto panoramici e vari, spesso in compagnia di pigri e irriguardosi stambecchi, che ogni tanto smuovono pietre. Infine, non si trova acqua lungo i percorsi sopra citati.
La descrizione degli itinerari si trova facilmente in rete, oltreché su vari libri e guide per cui mi limiterò ad evidenziare alcune peculiarità dei percorsi. La carta Tabacco 019 Alpi Giulie Occidentali Tarvisiano 1:25000 copre tutta la zona interessata. In compagnia di Alfio e Dario, quest’anno abbiamo scelto dapprima di “completare” l’esplorazione del gruppo del Montasio, percorrendo la via attrezzata Ceria Merlone e con la salita della via normale del Jôf di Montasio il giorno successivo, utilizzando come punti di appoggio Malga Grantagar e il rifugio Brazzà. Dal parcheggio ai Piani di Montasio in circa due ore lungo una strada sterrata che collega un paio di malghe, poi per comodo sentiero, che scavalca il Passo degli Scalini 2022 m, da cui si apre il panorama sul gruppo del Jôf Fuart, raggiungiamo la Malga Grantagar 1530 m dove comodamente pernottiamo dopo un eccellente cena. Oltre a noi un gruppo di scout campeggia nei pressi del rifugio. Il giorno successivo risaliamo alla Forcella Lavinal dell’Orso 2123 m, che scende con uno stretto colatoio in Val Saisera, netta cesura fra i gruppi del Fuart e del Montasio.
Un gruppo di stambecchi si diverte a saltellare all’imbocco del colatoio, scaricando sassi nel canale che… fortunatamente non dobbiamo scendere. Anzi, indossato il set da ferrata, dopo un traverso su sfasciumi, saliamo lungo il versante orientale di Punta Plagnis fino alla Forcella del Cregnedul 2337 m, affrontando il primo facile tratto attrezzato. Dalla forcella incomincia il lungo percorso talvolta in cresta, talvolta lungo le cenge sottostanti. Le cenge in genere sono comode, i brevi tratti di arrampicata non presentano difficoltà, anzi favoriscono un po’ di ginnastica per sgranchire i muscoli. Il percorso è esposto, una cavalcata molto panoramica fra la Val Raccolana e la Saisera, alternando la vista sulla catena Carnizza-Canin-Monte Forato verso sud a quella del gruppo Fuart-Nabois verso nord-est e della Val Saisera chiusa a nord dal triangolo del Jôf di Miezegnot.
Il culmine dell’itinerario è il Foronon del Buinz 2531 m con il bel bivacco (9 posti), dedicato alla guida alpina Luca Vuerich, morto sotto una valanga. Non c’è acqua nei dintorni, come su tutta la via. È punto panoramico di prim’ordine, da essere molto gettonato per pernottare in attesa di ammirare l’alba. Oltre ai già citati Jôf di Montasio che ci aspetta per l’indomani e la catena che separa la Val Dogna dalla Raccolana con il Monte Zabus e il Cimone 2376 m, verso oriente spuntano dalle quinte montuose le caratteristiche sagome del Triglav, Mangart e Jalovec. Siamo a circa due terzi dell’itinerario e possiamo volgere con soddisfazione lo sguardo al percorso finora effettuato che si snoda lungo la sinuosa cresta. Dopo un breve ristoro incominciamo la discesa, sognando gigantesche birre al rifugio Brazzà… che però resteranno un miraggio ancora per un po’ di tempo. Infatti, giunti all’ampia Forca de lis Sieris 2274 m, ci aspetta dopo un’ulteriore breve discesa un lungo noioso traverso parzialmente ascendente fino sotto la Cima di Terrarossa, da cui finalmente inizia l’ultima discesa lungo la vecchia mulattiera fino al rifugio Giacomo di Brazzà 1660 m. Il rifugio piccolo, ma accogliente, sotto la bastionata rocciosa Jôf di Montasio-Foronom del Buinz, è in ottima posizione per godere il tramonto sul gruppo del Canin. Oltre a noi tre, una guida tedesca con cliente e un altro paio di ospiti. Il terzo giorno, ecco la meta ambita: il Jôf di Montasio per la via normale. L’itinerario può essere diviso in tre parti: l’avvicinamento ai salti rocciosi su un sentiero comodo, fra un branco di pigri stambecchi, seguito dallo zoccolo parzialmente attrezzato, quindi la via ferrata vera con la scala Pipan a cui succede un tratto con cavi che aiutano l’arrampicata fino a raggiungere la cresta sud-est a circa 2600 m che si percorre fino alla cima. La scala Pipan, alta circa 60 m, che supera il primo erto salto di roccia, è stata riposizionata e rinnovata lo scorso anno per ridurre il rischio di caduta sassi.
Il sentiero di cresta, con saliscendi, è facile, anche se richiede attenzione per l’esposizione e la friabilità della roccia. Poco prima della cima si incontrano i pochi resti del rifugio Fratelli Garrone, ricavato nel primo dopoguerra da un vecchio ricovero (7), ricordato da una targa sulla roccia. Sulla comoda cima,
ci accolgono la campana e il libro di vetta. Ammiriamo con calma l’ampio panorama che si gode dalla cima sulle Alpi Giulie e dai Tauri alle Dolomiti, senza dimenticare il vicino gruppo del Jôf Fuart e “uno dei più stupefacenti muraglioni delle Alpi Giulie, che va fino alla Forcella Lavinal dell’Orso” come definì Kugy la lunga cresta che avevamo percorso il giorno precedente. Ridiscesi per la stessa via, prestando attenzione nel tratto attrezzato, inclusa la scala, per il rischio di buttar sassi su chi sale, torniamo al rifugio Brazzà. Da notare i fittoni sulla sinistra scendendo, in corrispondenza della Forca Verde, che segnano il vecchio percorso militare fra ripidi pendii erbosi (agibile, ma sconsigliabile).
Dopo pranzo, mentre il tempo si rannuvola sempre di più, in dieci minuti scendiamo al parcheggio. Sotto l’acqua ci trasferiamo in Val Dogna all’agritur Malga Plan dai Spadovai 1116 m, per la cena a base degli immancabili, succulenti cjarsons, tipici della cucina della Carnia. L’anno scorso dalla Sella Somdogna 1400 m eravamo saliti sul Jôf di Miezegnot 2087 m, quest’anno vogliamo invece percorre la via ferrata battaglione Gemona fino ai Due Pizzi (8). Si sale per comodo sentiero al bivacco Battaglione Gemona, ricostruito su un vecchio ricovero, intorno al quale sono ben visibili i ruderi degli edifici costruiti durante la Grande Guerra.

Di lì incomincia il percorso della via ferrata. Dapprima si percorre un comodo sentiero, poi un lungo traverso su ripidi pendii franosi, quindi ci si arrampica sulla spalla rocciosa, attrezzata, per uscire poco sotto la punta del Monte Piper 2065 m. Scesi dalla cima si prosegue per facile sentiero incontrando resti di postazioni, ricoveri e una vasca per la raccolta dell’acqua. È un tratto tranquillo, rilassante, quasi pianeggiante prima di una rapida discesa fino al bivio a quota 1749 m. Dal bivio, con lunghi traversi su ripidi pendii di sfasciumi che richiedono fermezza nel passo e cautela, si raggiunge il fondo della valletta dove si incontra il sentiero che sale dal Plan dai Spadovai e che si segue fino alla Forchia di Cjanalot 1814 m, dove si trovano resti di muretti, testimonianza delle opere difensive. Dalla forcella la vista si estende sulla sottostante Val Canale, dove passa l’autostrada A23, con il paese di Malborghetto. Si sale con tornanti attraverso i mughi al bivacco Armando Bernardinis 1950 m, anch’esso ricavato da un vecchio ricovero. Lasciata sulla sinistra la traccia per la cima Valdiver, si inizia l’ultima ma più interessante e suggestiva parte del percorso, che passa attraverso le opere costruite dagli Italiani lungo questa linea del fronte. Dopo ruderi di baracche e postazioni, si entra nella galleria lunga una cinquantina di metri che attraversa il Valdiver, sbucando nuovamente sul lato Val Dogna. Scesi ad una forcelletta e attraversato un arco roccioso si percorre una stupenda, comoda, esposta cengia che aggira la Cima Alta. La cengia è tutta assicurata con moderno cavo d’acciaio, ma il lato esterno presenta ancora i fittoni originali che facevano parte del parapetto. Tornati sul lato Val Canale, con un ultimo sforzo si sale, attraverso i mughi, sull’ampia Cima Alta 2046 m. Arrivo in cima accaldato e stracco, al contrario dei miei amici in piena forma: l’uno filma senza ritegno il mio trascinarmi in vetta, l’altro si fa venire pericolose idee sul possibile itinerario alternativo di rientro (rinsaviti si limiteranno alla deviazione per la Cima di Valdiver). Comunque, tutti soddisfatti, ammiriamo il panorama, sempre dominato dall’imponente Jôf di Montasio e la catena dal Jôf di Miezegniot ai Due Pizzi lungo cui correva la linea italiana.
Il ritorno fino alla Forchia di Cjanalot segue il percorso di salita, poi giù per la valle fino al Plan dai Spadovai, all’omonimo agriturismo, dove ci aspettano le solite birre in dose industriale. Agli itinerari sopra descritti, sono da aggiungere le mete raggiunte l’anno scorso, un assaggio della zona. Innanzi tutto la Cima di Terrarossa, che può essere inserita nella salita al Jôf di Montasio, percorrendo il sentiero attrezzato Augusto ed Elenita Leva (9) che attraverso facili, ma esposte cenge, si collega alla normale del Montasio un po’ prima della scala Pipan. Poi il Nabois Grande 2301 m, al cospetto dell’incombente e imponente versante nord del Jôf Fuart, con un magnifico colpo d’occhio su tutto il versante settentrionale del gruppo del Montasio, precipita sulla Val Saisera. Inoltre una piacevole ed interessante escursione circolare dal rifugio Pellarini 1499 m salendo per il sentiero attrezzato Gasparini-Florit e scendendo per la normale. E infine lo Jôf Miezegniot 2087 m, importante elemento fortificato della linea italiana, posto di osservazione sulle retrovie austriache, facilmente raggiungibile dalla Sella di Somdogna.
Note
(1) Giuseppe e Eugenio Garrone, Lettere e Diari di Guerra 1914-1918, Garzanti 1974. È prevista una riedizione dell’opera ampliata con ulteriori documenti e fotografie, per i tipi di Gaspari di Udine nel 2024.
(2) “Suo malgrado”, in quanto avrebbe voluto essere assegnato a zone del fronte dove i combattimenti erano più aspri e cruciali per la guerra.
(3) Ingomar Pust, Il fronte di pietra 1915-1918. Mursia editore 1987.
(4) “… è finita la parte più importante del mio lavoro perché tutta la cresta è ormai in nostro saldo potere e devo solo curare di rendere facili i passaggi più difficili, dirigere i lavori che permettano eventualmente di mantenere le posizioni che occupiamo anche in inverno (Giuseppe Garrone, lettera del 12 giugno 1916 alla famiglia)” “… Tanto più che contemporaneamente devo provvedere alle piccole guardie disseminate su un tratto di cresta della lunghezza di circa quattro chilometri, che fino ad oggi sono sempre riuscito a raggiungere senza disgrazie, pur dovendo superare difficoltà alpinistiche di prim’ordine (Giuseppe Garrone, lettera del 3 gennaio 1917 al fratello Eugenio)”.
(5) Julius Kugy, Dalla vita di un alpinista vol. 1 Alpi Giulie, ed. L’Eroica Milano, 1932.
(6) Durante la Grande Guerra Julius Kugy, profondo conoscitore delle Giulie ed esperto alpinista, operò come Alpin Referenten con l’esercito austriaco.
(7) “E ora ti scrivo da un piccolo rifugio sulla vetta più alta [Jôf di Montasio] della zona Carnia, con non troppo rispetto delle ragioni geografiche (Giuseppe Garrone lettera del 2 settembre 1916 a Pansini).
(8) Antonio e Furio Scrimali, Alpi Giulie – Escursioni e testimonianze della Grande Guerra Ediz. Panorama, 2000.
(9) Il sentiero attrezzato Leva è ufficialmente chiuso dal 2021, ma viene regolarmente percorso. Nel 2022 avevamo solo trovato un fittone rotto, in un tratto non problematico.



