Montagna tra moda, soldi e natura
(quale ruolo per il CAI?)
di Angelo Maggiori (direttore di Adamello)
(pubblicato su Adamello n. 138, 2025)
Volendo mettere ordine negli articoli scritti per Adamello ho dovuto, obtorto collo, leggerne i titoli. Con lo scorrere delle pagine mi ha assalito lo sconforto. Ho constatato che sono vari decenni che le tematiche aventi per argomento il rapporto tra la montagna, il CAI e l’ambiente vengono discusse, analizzate.
Dibattute. Non sono argomenti improvvisamente apparsi con l’esplodere dei guai propri dell’overtourism da social. Come gli effetti del cambiamento climatico non sono emersi con l’anno della montagna nel 2025. I modi di vivere e andare in montagna sono profondamente cambiati ben da prima che arrivasse l’attuale moda sfacciatamente consumista. Come per il cambiamento del clima la mutazione è stata lenta e costante fino al punto di svolta nel quale la velocità delle trasformazioni ha manifestato un’accelerazione che ha portato a sbattere contro le conseguenze nefaste delle nostre azioni e non azioni.
In questo contesto, e come amante della montagna, mi sono posto e pongo ai soci una domanda: se l’abbiamo detto e scritto da anni che sarebbe stato un destino segnato perché non siamo stati in grado di contrastarlo? Non è forse perché è mancata una visione culturale complessiva dei fenomeni e non abbiamo adeguato il ruolo del CAI per agire non più da club che parla ai soli soci, ma da agente sociale rivolto ai milioni di persone che vanno in montagna? E poi: siamo certi di parlare a tutti i soci o ci rivolgiamo solo alla stretta minoranza di quelli attivi? Se il cardine sul quale ruota la complessità della frequentazione della montagna è fondamentalmente il rapporto tra ambiente naturale e i nostri bisogni-desideri e sapendo, come dice il vangelo, che i desideri incontrollati sono come i demoni, ovvero una legione, non è giunto il momento di affrontare con maggior operatività e coerenza il rapporto tra etica-libertà e salvaguardia della montagna come ambiente naturale?
Dal bisogno al desiderio… alla rovina
Archiviato il tempo della montagna vissuta come ambiente disagiato nel quale i montanari arcaici erano costretti a cercare sostentamento; superata l’epoca della scoperta e dell’avventura straordinaria umana e scientifica avviata da pochi privilegiati snob inglesi; superati i tempi dell’alpinismo eroico, dei nuovi mattini, cosa osserviamo oggi? Con disincanto dobbiamo prendere atto che per la maggioranza della popolazione i monti sono diventati luogo di svago o sport, valvola di sfogo per fuggire dall’anonima e artificiale routine della vita urbana. Sono desideri legittimi che, grazie alla diffusione dello stato di benessere economico e all’esplosione del sistema mediatico basato sull’immagine, hanno però prodotto e ingigantito l’esigenza di una fruibilità per tutti, agevole, confortevole, senza i rischi intrinseci alle terre alte. Da qui il distruttivo processo di “addomesticamento” della montagna che l’ha snaturata trasformandola da capitale ambientale, da luogo altro a parco giochi. Il business, da sempre, ha utilizzato queste esigenze per trarne utili senza etica e rispetto. La montagna da natura che ci ospitava come la nostra casa e fonte di senso per la vita è diventata materia prima da usare. Colate di cemento hanno ricoperto dapprima i vecchi villaggi e poi esteso gli interventi sempre più in quota. Ragnatele di strade per consentire di salire agli autoveicoli, impianti di risalita fino alle vette, trasformazione di baite in seconde case, ristoranti al posto dei rifugi sono interventi dilagati a dismisura.
Si è chiamato questo processo valorizzazione del territorio. Lo si misura con la quantità di denaro che ne deriva.
Per rendere più digeribile la pillola distruttiva del fare utili, negli ultimi tempi si è connesso il termine valorizzazione al termine sostenibilità. Il corto circuito tra le due parole, senza un chiaro riferimento valoriale al quale riferirlo, si è rivelato perversa illusione in quanto ogni possibile azione trasformativa viene spacciata come atto necessario, migliorativo come una panacea. Ultimo caso macroscopico: la pista da bob per le Olimpiadi di Cortina.
E noi soci CAI?
Giunti a questo punto chiedo ai soci: che fine hanno fatto le auliche parole esplicative dei valori e della natura montana del nostro Bidecalogo? Quelle che ambientalisti, alpinisti ed escursionisti vorrebbero poter pronunciare quando si portano nelle terre alte? Quelle parole che ripetiamo da anni come un mantra, che scriviamo in libri e riviste, ma il cui suono pare non abbia più riscontro né orecchie disposte ad ascoltarle per viverle nel concreto di atti quotidiani coerenti? Dove albergano parole come silenzio, bellezza incontaminata, rispetto, spazio di avventura e libertà? In quali luoghi riescono ad elevarsi fino alla coscienza di chi li frequenta? La risposta la conosciamo: nella montagna non antropizzata.
Ma l’aggressione ai monti è continua, invasiva. Dopo l’edilizia è giunta anche in campi un tempo inimmaginabili.
Si sono costruite ferrate per il solo esercizio fisico, si sono allargati antichi sentieri per il passaggio di quad e bici assistite deputate al down hill, si è assegnata la categoria di rifugi ad alberghi di lusso e ristoranti gourmet, è diventato sconsiderato l’uso dell’elicottero. Più in alto la deriva etica ha colpito con l’uso dei bivacchi per villeggiatura invece che per emergenza e con il ricorso al soccorso alpino per situazioni che nulla hanno a che fare con l’emergenza. Questa insensatezza la denunciamo da decenni. Purtroppo assistiamo impotenti alla deriva consumista che imperversa nell’odierna realtà e che riduce la montagna a prodotto da vendere o a sfondo per vuoti selfie autocelebrarivi. La sensazione di ineluttabilità, la mancanza di una prospettiva di cambiamento, di una visione di inversione della rotta genera sconforto.
Al che pongo ai soci alcune domande: è ancora possibile e che cosa dovrebbe fare il CAI per salvaguardare la montagna naturale, scomoda, spartana, quella della fatica come prodromo per le soddisfazioni più intense e raccordo con la spiritualità laica degli infiniti orizzonti? Che ruolo deve avere il nostro sodalizio, oggi, per consentire di vivere da semplici appassionati l’ambito naturale della montagna di domani senza necessariamente dover diventare esperti alpinisti come gli elitari componenti del Club Alpino Accademico? Dobbiamo attrezzarci per fuggire tra inaccessibili vette, rocce e ghiaccio? Insomma: quale ruolo, quale mission dovrebbe avere oggi il CAI? Il tema è complesso e non può avere una risposta solo “amministrativa”. Non c’è socio che affacciandosi ai livelli superiori della propria Sezione non lamenti l’elefantiaca lentezza della nostra Associazione ed eccessiva rigidità burocratica. Difetti inevitabili imputabili solo all’importante dimensione del sodalizio e all’essere Ente Pubblico del Centrale? A regolamenti obsoleti inerenti al funzionamento della catena alto dirigenziale? Oppure perché manca una chiara immagine del chi siamo e la condivisione di ciò che vorremmo e dovremmo essere? Ad esempio: quale ruolo e rapporto tra soci e professionisti esterni stipendiati? E’ ancora il volontariato lo spirito che deve reggere l’attività del CAI? E’ possibile svolgere un ruolo attivo nella diffusione della cultura della montagna senza mobilitare i soci per parlare ai milioni di italiani che vanno in montagna e che, ancora troppo frequentemente, confondono il CAI con l’associazione Alpini?
Modifica dello statuto: invito alla partecipazione
Pongo reiteratamente queste domande perché dall’autunno 2025 è all’ordine del giorno dei dirigenti CAI la modifica dello Statuto Nazionale. All’Assemblea Nazionale di Catania alcuni soci hanno chiesto di affrontare la modifica dello Statuto a partire da cosa dovrebbe essere il CAI dei nostri giorni e di coinvolgere nella discussione tutti i soci in forma partecipativa. La mancanza di una visione di lungo periodo del ruolo del CAI ritengo sia, almeno a parere dello scrivente e per le osservazioni sopra riportate, la criticità fondamentale che rende “la più grande associazione ambientalista d’Italia” un gigante afono poco ascoltato. Ad esempio: quanti dei lettori conoscono i risultati del congresso di Roma 2024 sul Cambiamento Climatico? Purtroppo la proposta di modifica giunta sul tavolo delle sezioni non dà alcuna risposta a questo livello e si ferma ad un approccio essenzialmente amministrativo. Anche il documento dei presidenti regionali nulla dice nel merito e si ferma a rivendicare maggior ascolto e poteri. Personalmente ritengo che un‘associazione fondata sui soci non possa essere gestita come un’azienda con struttura verticale dove in alto si decide e alla base si esegue. Dove dei professionisti pagati dai soci dicono ai soci cosa devono pedissequamente fare, gratuitamente per il bene del “popolo”.
In questi termini al singolo socio, ma anche ai gruppi omogenei, si prospettano due strade; la prima è quella banalmente più consueta e imperante: lasciamo fare ai dirigenti nazionali quello che vogliono, tanto le sezioni in base all’autonomia fanno grosso modo quello che, a loro volta, vogliono. La seconda è partecipare attivamente ai momenti di dibattito che, mi auguro, saranno organizzati in inverno einizio primavera nelle sedi CAI. Da questi incontri scaturirà la posizione sulle modifiche statutarie da portare dapprima all’Assemblea Regionale e poi a quella Nazionale di maggio 2026. Più grande, attiva e propositiva sarà la nostra partecipazione, più forte sarà la voce che i nostri delegati faranno sentire nelle sedi deputate alle decisioni finali.
Cultura della montagna nell’epoca dei selfie
Proseguendo nel percorso culturale che caratterizza la rivista Adamello, come primo contributo alla riflessione sui cambiamenti culturali dell’andare in montagna e statutari legati alle nuove esigenze espresse dai soci, proponiamo in questo numero la lettura dell’articolo La montagna venduta, scritto da Riccardo Dall’Ara, e dell’Intervista a Marco Albino Ferrari, curata da Ruggero Bontempi.
Per parte nostra, come consueto, eviteremo la stantia ripetizione di formule che hanno oramai provocato un livello tale di assuefazione che induce il lettore a girare le pagine senza leggerle. Non è compito facile, ma come rivista ci sforzeremo di mettere con i piedi per terra il concetto di cultura della montagna. La si invoca, ma è necessario andare oltre il riaffermare un generico rispetto per la natura.
Non è solo un problema di idee. E che la trasformazione del desiderio di avventura, di conoscenza dell’ignoto, di fatica per accedere alla soddisfazione e al sentimento duraturo sono concetti andati in declino, attività da vecchi masochisti, non di giovani digitali. Ridotto tutto a video e rappresentazione, parlare di valori e sentimenti diventa difficile, temi da iniziati. E allora cosa fare? Chiudere occhi e orecchie e rassegnarci al vuoto che sta invadendo la testa di un numero sempre più grande di persone? Con individui che vedono la montagna come solo sfondo per i selfie e prova di un “ci sono stato anch’io” lepossibilità di instaurare un dialogo sono praticamente inesistenti. Lo sconforto maturato in questi anni porta a rispondere che è impossibile ogni intesa, che non c’è nulla da fare. È veramente così? Troppo pessimismo? Dobbiamo rinunciare?
Tocca ai Soci CAI
Purtroppo constatiamo che anche tra gli alpinisti, inclusi i nostri soci CAI, il concetto di cultura della montagna non trova facilmente modo di esprimersi. Il fare si è scollegato dal pensiero sul fare stesso. Anche il grande alpinismo, rinchiusosi nel gesto atletico della performance da pubblicizzare più che nell’avventura, non riesce più a stimolare il vivere la bellezza del monte come fonte di emozione verso l’ignoto e l’infinito. Parla solo agli sponsor e alla ristretta cerchia dell’élite. L’effetto dell’exploit dura un tempo molto limitato. Anche chi sposta il limite e fa la storia dell’alpinismo è presto dimenticato. Quanti di quelli che leggono ricordano, ad esempio, il nome di chi il 25 settembre 2025 è sceso dall’Everest con gli sci senza ossigeno (per la cronaca: Andrzej Bargiel)? Oppure quanti sanno dell’exploit di Jim Morrison sceso sempre con gli sci dal couloir della Nord dell’Everest il 15 ottobre 2025? L’estremo odierno è incapace di far sognare la gente comune. Si sentono sviolinate mistiche sulla solitaria ricerca di sé stessi, ma scivolano inconsistenti come verità vista dall’elicottero o dal drone che li riprende in azione.
I nostri dossier non hanno generato significativi incontri e confronti che facessero alzare la sensibilità verso il tema proposto. Pare che anche l’alpinismo non sappia più trasmettere sogni possibili.
Ciò nonostante, e contro l’evidenza quotidiana, non possiamo rassegnarci, dobbiamo rifiutarci di accettare lo stato presente come un destino segnato dalle Moire. Se non a chi mantiene nel profondo dell’anima l’amore per l’ambiente montano, a chi competerebbe indicare la via per la corretta visione della montagna? Se non lo rimettiamo al centro della visione del CAI è inevitabile che prevalga la logica amministrativo-ragionieristica di una struttura piramidale mirata all’efficienza a scapito del coinvolgimento dei soci.
Temo che la conseguenza di questa scelta sia che al socio non rimanga altro che decidere se eseguire gli ordini di chi sta in alto oppure far finta di niente e vivere sia la montagna che l’associazione in modo individualista, sconnesso dagli altri soci e rivolgersi al sodalizio solo per i servizi che eroga, ad iniziare dall’assicurazione.
Chi ha altre idee e prospettiva le dica. Abbiamo bisogno di una diversa forma di responsabilità, di socialità, di condividere scelte e non solo entusiasmo per la montagna. Cerchiamo almeno di scegliere la via, nostra e del CAI, in modo consapevole. Facciamo tesoro dell’occasione della modifica dello Statuto. È un’opportunità per il confronto vero. Non sprechiamola. La rivista Adamello ha fatto, fa e farà la propria parte. Anche con questa provocazione.

