Quando gli esseri umani spariscono

Quando gli esseri umani spariscono
(gli animali cambiano comportamenti e rotta)
di Fulvio Cerutti
(pubblicato su lastampa.it/la-zampa il 12 luglio 2026)

Lo studio globale sulla “anthropause” della pandemia rivela come la sola presenza umana modifichi il comportamento della fauna selvatica. Durante i lockdown della pandemia milioni di persone hanno smesso improvvisamente di muoversi, lasciando città, strade e aree naturali insolitamente silenziose. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Science mostra che quella temporanea assenza umana ha cambiato profondamente il modo in cui molti animali selvatici utilizzano il territorio. Dai lupi ai cervi, dai corvi ai tacchini selvatici, oltre due terzi delle specie analizzate hanno modificato spostamenti e habitat in risposta alla diminuzione della presenza umana.

La pandemia come esperimento naturale
Per decenni gli ecologi hanno cercato di capire quanto il declino della biodiversità dipendesse dalla trasformazione fisica del paesaggio – strade, città, agricoltura, infrastrutture – e quanto invece bastasse la semplice presenza degli esseri umani a influenzare il comportamento animale.

La pandemia di Covid-19 ha offerto un’occasione unica per separare questi due fattori. Durante i lockdown, infatti, le infrastrutture sono rimaste intatte, ma le persone hanno drasticamente ridotto i propri spostamenti. Questo rallentamento globale delle attività umane è stato definito dagli scienziati “anthropause”.

Un ampio team internazionale di ricercatori ha sfruttato questa situazione per studiare come gli animali abbiano reagito alla diminuzione della presenza umana. Lo studio ha coinvolto 37 specie di mammiferi e uccelli negli Stati Uniti, monitorando oltre 4.500 individui tramite dispositivi GPS.

I dati dei cellulari per misurare la presenza umana
Per quantificare la presenza delle persone sul territorio, gli studiosi hanno utilizzato dati aggregati e anonimizzati provenienti dai telefoni cellulari, messi temporaneamente a disposizione di ricercatori che studiavano la mobilità durante la pandemia.

Parallelamente sono stati analizzati circa 11,8 milioni di localizzazioni GPS raccolte da animali già coinvolti in precedenti progetti scientifici.

Gli scienziati hanno valutato due aspetti fondamentali: l’ampiezza dell’area geografica utilizzata dagli animali e la varietà degli ambienti frequentati, definita “dimensione della nicchia ecologica”.

L’obiettivo era capire non solo quanto si spostassero gli animali, ma anche se stessero cambiando habitat o adattando il proprio comportamento alle nuove condizioni.

Due terzi delle specie hanno cambiato comportamento
I risultati mostrano che la presenza umana ha influenzato il comportamento del 67% delle specie di mammiferi e del 68% delle specie di uccelli analizzate.

In molti casi gli animali riducevano lo spazio utilizzato quando aumentava la presenza umana. È accaduto, per esempio, a coyote, alci, tacchini selvatici e alci americane.

Secondo i ricercatori, l’effetto era spesso più marcato negli ambienti meno urbanizzati. Ruth Oliver, ecologa dell’Università della California a Santa Barbara e coautrice dello studio, ha dichiarato: “Non possiamo davvero comprendere il quadro completo senza informazioni su entrambi questi fattori”.

Gli studiosi spiegano infatti che presenza umana e modificazione del paesaggio interagiscono in modi complessi: gli animali che vivono in habitat più naturali sembrano reagire più intensamente all’arrivo delle persone rispetto a quelli già abituati ad ambienti urbanizzati.

Lupi, cervi e corvi: reazioni molto diverse
Non tutte le specie hanno reagito allo stesso modo. I cervi muli e le alci – grandi cervidi nordamericani – hanno ampliato il territorio utilizzato quando gli esseri umani sono scomparsi dalle aree frequentate.

I lupi grigi, invece, hanno mostrato una risposta ancora più particolare: aumentavano gli spostamenti in presenza di attività umane.

Secondo gli autori dello studio, il comportamento potrebbe essere legato alla necessità di evitare incontri potenzialmente pericolosi con gli esseri umani.

Scott Yanco, ecologo dello Smithsonian National Zoo and Conservation Biology Institute e coautore della ricerca, ha spiegato: «I corvi di Yellowstone si comportano in modo molto diverso rispetto ai cervi dalla coda bianca di Staten Island».

I corvi comuni, a esempio, tendevano ad ampliare notevolmente l’area frequentata, probabilmente per sfruttare risorse alimentari legate alle attività umane.

Habitat più stretti o più ampi
Lo studio ha anche osservato cambiamenti nella “nicchia ecologica” degli animali, cioè nella varietà di ambienti utilizzati.

Alcune specie hanno ristretto la propria nicchia ecologica, frequentando ambienti più limitati e specifici. Altre invece l’hanno ampliata, esplorando habitat più vari.

I cervi dalla coda bianca, specie fortemente associata agli ambienti antropizzati negli Stati Uniti, tendevano ad ampliare la propria nicchia con l’aumentare delle modificazioni del paesaggio, ma la restringevano quando cresceva la presenza diretta degli esseri umani. Le gru canadese mostravano invece il comportamento opposto.

Secondo i ricercatori, queste differenze riflettono diversi livelli di adattamento delle specie alla convivenza con l’uomo.

Gli animali si stanno adattando o sono sotto pressione?
Una delle questioni ancora aperte riguarda il significato biologico di questi cambiamenti. Ruth Oliver ha sottolineato: «È la prova che si stanno adattando con successo a noi, oppure è la prova di una pressione su di loro?».

Gli autori spiegano che al momento non è possibile stabilire se questi cambiamenti comportamentali rappresentino un vantaggio adattativo oppure un costo ecologico per gli animali. Per capirlo serviranno ulteriori ricerche sugli effetti a lungo termine su salute, riproduzione e sopravvivenza delle popolazioni selvatiche.

Le implicazioni per la conservazione
Lo studio suggerisce che la tutela della fauna non possa limitarsi alla protezione degli habitat naturali, ma debba considerare anche la presenza umana diretta.

Gli scienziati ipotizzano che anche limitazioni temporanee e mirate delle attività umane possano produrre benefici significativi per la biodiversità: per esempio riducendo il traffico o l’accesso ad alcune aree durante i periodi di riproduzione o migrazione.

Ruth Oliver conclude: «Esiste l’opportunità di una coesistenza intelligente e sfumata».

Il messaggio dello studio è chiaro: gli animali non reagiscono soltanto alle città, alle strade o alle infrastrutture costruite dall’uomo. Reagiscono anche alla nostra semplice presenza. E quando gli esseri umani scompaiono, persino temporaneamente, la natura cambia immediatamente comportamento.

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