Kairos – 1

Kairos – 1
di Giorgio Mallucci

Sommario
Introduzione di Francesca Colesanti
Presentazione dell’Editore
I racconti
Capitolo 1 – Pescando tra le nuvole…
Capitolo 2 – Ad un attimo da ieri
Capitolo 3 – Infanzia
Capitolo 4 – Primo amore (Sperlonga)
Capitolo 5 – Le prime salite (Gran Sasso)
Capitolo 6 – Andrea Bafile e noi
Capitolo 7 – Bruno Detassis
Capitolo 8 – C’è stato un tempo
Capitolo 9 – Di una sera di novembre
Capitolo 10 – Una sera (inside the town, inside the world)
Capitolo 11 – Di una sera in montagna
Capitolo 12 – Enrico De Luca
Capitolo 13 – Il Sessantotto (un’insolita traversata)
Capitolo 14 – Incidenti
Capitolo 15 – Probabilità
Capitolo 16 – Spedizioni in Karakorum (Sia Shish 1 & 2)
Capitolo 17 – 27 aprile 2007 (un primo addio)
Capitolo 18 – La mia Africa
Capitolo 19 – Odore di gelsomini
Capitolo 20 – Andiamo in Perù
Capitolo 21 – Rum Dum (23 km di ghiacciaio)
Capitolo 22 – Un giorno di Natale
Capitolo 23 – Dal letto
Capitolo 24 – L’isola
Capitolo 25 – Riflessioni
Capitolo 26 – Afghanistan
Capitolo 27 – America
Capitolo 28 – Per concludere
Attività alpinistiche e pubblicazioni dell’autore.

Introduzione
di Francesca Colesanti

Chi si aspetta di leggere resoconti di ardite imprese alpinistiche resterà pro­babilmente deluso. La montagna in queste pagine è onnipresente, è vero, ma altro non è che la placenta di cui si nutre tutta la narrazione. Il prota­gonista è l’uomo, con le sue amicizie, amori, paure, l’inesauribile desiderio di avventura e libertà, ma soprattutto “il compagno, più importante di qua­lunque vetta”.

Conosco Giorgio da quando sono nata, alpinisticamente parlando, e le no­stre vite hanno corso parallele, a distanza irregolare come le onde, vicine, poi lontane, poi di nuovo vicine. Nello scorrere queste pagine e seguire Giorgio da una parte all’altra del pianeta, oltre al piacere di ritrovare nomi e luoghi a me familiari, mi sono posta costantemente un interrogativo: “Per­ché non lo sapevo?” Alla fine sono riuscita a darmi una risposta, piuttosto semplice: Giorgio è un abitante del mondo che ha parlato poco e viaggiato molto e forse non ha avuto tempo di raccontare perché troppo impegnato a fare.

Questi racconti, “sprazzi di vita” come lui li definisce, che sembrano gettati alla rinfusa senza seguire un ordine cronologico, rispettano invece fedel­mente il disordine dei sentimenti, la potenza degli affetti, il flusso ininter­rotto delle idee, il lascito melanconico dei ricordi e della nostalgia.

Sono pagine asciutte e sincere, dalle quali non emerge un eroe, né un su- peratleta. Anzi, ci raccontano di un uomo onesto, innanzitutto con se stesso, consapevole dei propri limiti umani ed alpinistici, che aborre l’enfasi e che spesso si ritrova solo con i suoi pensieri a riflettere su ciò che ama e ha avuto la fortuna di amare, sulle contraddizioni della sua vita, su ciò che lo tiene lontano dagli eccessi della società con cui vuole, suo malgrado, fare i conti quotidianamente.

Scrive a un certo punto: “si spengono piano piano le favole della vita, so­praffatte dalla realtà. La consuetudine andrebbe sconfitta inventando giorno per giorno una nuova favola, un nuovo desiderio”. E’ qualcosa di più di un auspicio, è un’esortazione, quasi un ordine, a non chiuderci nel nostro bozzolo, a continuare a cercare ovunque “quell’isola felice che, in realtà, è uno stato della nostra mente”.

Presentazione dell’Editore
In una collana dedicata all’Appennino cosa c’entra, ci si può chiedere, un libro dove si parla giusto un po’ di Gran Sasso e poi, e soprattutto, di Af­ghanistan, Africa, America Latina e di altre terre lontane.

Nel lavorare insieme su questo libro Giorgio Mallucci, tra le tante immagini di montagne lontane, mi ha anche mostrato un video di un filmetto in Super 8 realizzato da suo padre nel lontano 1955, video che racconta la prima scalata di Giorgio al Corno Piccolo, sul Gran Sasso.

Altre immagini di qualche anno dopo, alcune inserite nel volume, lo ritrag­gono mentre fa la sua prima scalata da primo di cordata; dove? Sulla via che percorre lo spigolo sud-sud-est del Corno Grande, sempre al Gran Sasso. Questa via è rimasta nel cuore di Giorgio, che ogni anno, come racconta, torna a percorrerla; credo di leggere in questo periodico ritornare sia l’amore per suo padre Alfredo Mallucci, sia l’amore per il Gran Sasso e quindi per l’Ap- pennino; penso che a entrambi, il papà e l’Appennino, lui debba la passione per la montagna, e se questa passione ha tanto contribuito a dare senso e pienezza alla sua intensa vita.

1- Pescando tra le nuvole sprazzi di sereno, rincorrendo i miei pensieri, ho percorso il tempo della mia vita sognando il futuro.
Quando nasci, per te, viene scritto un contratto a termine, ma senza data. Ma tu lo sai che è a termine, non ci sono alternative.

Nella prima parte della vita ancora non ne hai consapevolezza; questa compare dopo, con gli anni. Diventa allora necessario trovare motivazioni che giustifichino l’andare avanti, anche senza certezze di futuro.

Tutti coloro che decidono di continuare a vivere trovano le proprie moti­vazioni, le più disparate, a volte più di una. Io, di tante ne preferisco una ed è quella di continuare a pensare che il contratto sia a tempo indetermi­nato, che la vita ogni giorno ti riservi una nuova avventura e che dopo ogni tramonto ci sia un “nuovo mattino”. Ormai tanti anni fa partecipai alla creazione del libro di Alessandro Gogna Cento nuovi mattini. Da allora, quando tiro fuori la testa dal sacco a pelo ai raggi caldi del primo sole, le albe non hanno perso il loro fascino, così come i tramonti sfavillanti di ro­mantica tristezza. L’amore per la mia compagna mi “accompagna” nei giorni che passano, a volte lenti ma più spesso veloci lungo la traccia di una vita piena. La vita segue un ordine cronologico, la memoria per fortuna no; la memoria insegue un proprio ordine che tiene conto di come e quanto le cose sono state vissute e di quello che hanno impresso nella coscienza di ognuno. Perciò non si può cercare un ordine in questo libro, le cose sono scritte così come sono venute in mente, affastellate così come lo è la vita delle persone. Casuali, così come spesso sono gli accadimenti che solo gli illusi credono di governare.

Quella che segue non vuole quindi essere un’autobiografia, cioè il racconto della mia vita, ma solo la raccolta di sprazzi di memoria, quelli che nelle piovose giornate di sosta rendono il passare delle ore interessante.

Da qualche parte però si inizia sempre e comunque. Una vita inizia dalla nascita e dagli avi, ed è per questo che, per una sola volta all’inizio del libro, l’ordine è cronologico. Nonni e genitori, raccontati in rapida successione per farmi nascere.

2- Ad un attimo da ieri
I miei bisnonni paterni erano austriaci: la bisnonna casalinga, madre di nove figli, di cui otto femmine, e il bisnonno, calzolaio, che faticava non poco a nutrire la numerosa tribù. Quando con mia nonna an­dammo a trovare il suo anziano fratello, che viveva ancora in un bugigattolo sotto la vecchia casa paterna rimasi colpito dalla vita antica che si sprigio­nava dalle vecchie mura e veniva a raccontarmi frammenti delle mie origini. Nonna, nata nel 1898 e morta a 93 anni, mi raccontava della sua infanzia, del padre volontario nei vigili del fuoco, della fame durante la prima guerra mondiale e di Cesare Battisti, che per loro non era altro che un traditore dell’impero austroungarico di cui era deputato. Mi raccontava di lei e di come a 18 anni avesse detto al padre che sarebbe andata a lavorare a Kattowitz e di come gli fosse stato risposto: “va bene, ma non mi tornare in­cinta”.

Fu a Kattowitz che conobbe mio nonno: Fernando Mallucci, romano, par­tito per la guerra insieme al padre come volontari negli arditi, aveva capito immediatamente che la scelta fatta non era stata delle migliori! Così, dato che parlava cinque lingue, riuscì ad infilarsi nello stato maggiore di Cadorna come interprete. Alla fine della guerra, proprio grazie alle sue capacità lin­guistiche, fu distaccato a Kattowitz con le truppe di occupazione; lì co­nobbe mia nonna. Narrano le leggende famigliari che, quando lo stato maggiore si trasferì, il nonno, contando sul fatto di essere forza di occupa­zione, requisì un treno per andare a trovare nonna, scampando per un sof­fio alla corte marziale. La storia continua con il matrimonio, il trasferimento a Roma, la nascita di mio padre, poi del fratello e la morte di mio nonno nel ‘46.

La famiglia materna invece… Nobile Leone: Cavaliere dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e dell’ordine della Corona d’Italia, Conte Verduzio, in­gegnere aeronautico fratello del più famoso Conte Rodolfo che insieme a Umberto di Savoja progettò lo SVA (acronimo di Savoja, Verduzio, An­saldo) l’aereo, fra l’altro, del volo su Vienna di D’Annunzio. Leone convolò a giuste nozze con Rosita Mirone, figlia del Notaio e maggiorente del paese di Murisengo. Nonna Rosita ancora nel ‘27 compariva in alcuni atti che ho ritrovato con la qualifica di possidente.

Insomma, mondi e storie che più diverse non avrebbero potuto essere e che tuttavia incrociarono per darmi 1 /4 di sangue piemontese, 1/4 au­striaco, 1/4 napoletano e 1 /4 romano.

Ma la possibilità concreta che io venissi al mondo si verificò solo quando i miei si conobbero al Gran Sasso. Era il 28 giugno del 1943 e, obiettiva­mente, non fu una giornata fausta. Un’uscita del CAI di Roma, cui parteci­pava anche mia madre, si trasformò in tragedia. La cordata composta da Pasquale e Livia Garbrecht precipitò: lei morì e lui rimase ferito (1). Mio padre, che si trovava lì per arrampicare con Andrea Bafile, partecipò ai soc­corsi. La leggenda famigliare racconta che, complice il freddo e i calzoncini corti di mia madre, mio padre si trovasse costretto a farle un massaggio alle gambe viola per l’ipotermia. Sarà andata proprio così? Non importa poi molto, ma è sicuro che fu allora che si conobbero.

In seguito, nacqui.

3 – Infanzia
Mentre oggi andavo a Velletri, guidando in automatico, riflettevo sui periodi belli della mia vita.

L’infanzia, ma non tutta. L’Austria con nonna è rimasta dentro l’anima. Libertà totale, Innsbruck con il monopattino e i pantaloncini di pelle, le corse al massimo della spinta del piede e le curve in sbandata. La visita quotidiana davanti alla vetrina dei giocattoli con il naso schiacciato sul vetro a guardare l’agognata funicolare di legno che andava su e giù; la visita alla latteria dove, mio fratello ed io, compravamo uno yogurt al lam­pone in due, di cui ancora ricordo il sapore, mai più provato. Quante volte negli anni l’ho ricercato invano, evidentemente il sapore della memoria è unico e irripetibile. L’alternativa è gustare sempre sapori diversi, così non si rischiano disillusioni.

Ma il ricordo, quello no, non è perso, è ben fermo nella memoria. Nonna a volte ci portava a camminare nella foresta. Prendevamo il trenino che ci trasportava sulle colline e poi a piedi per ore, liberi di correre, raccogliere fragole, mirtilli e lamponi. Poi si arrivava in una radura, quasi circolare nella foresta, con al centro un grande albero e sotto una capanna in legno. La capanna, essenziale nella sua semplicità, aveva una stanza con la stufa a legna, un tavolo grezzo, un letto in un angolo e dall’altra parte la cucina con le sue pentole annerite. Vi abitavano due persone, per me dei vecchietti. Nonna si fermava a parlare con loro mentre noi, dopo aver bevuto il sidro che ci veniva offerto, giocavamo nella radura. Il sidro e la radura sono fissi nella mia mente e ogni volta che ci ripenso il cuore si rilassa.

Come fosse una metafora della vita, ricordo anche quando un giorno, tor­nati alla radura, trovammo la casa bruciata e cadente sotto l’albero, anche lui bruciato. Dentro vi era solo la vecchia signora, sopravvissuta al fulmine e alla morte del marito, in attesa della morte e rassegnata al destino. Eppure il ricordo di quell’immagine mi è di conforto, come un mandala, con la sua splendida inutilità consolatoria.

Ognuno elabora i propri ricordi diversamente, in funzione del proprio vis­suto e delle proprie necessità, ma non solo. Lo stesso momento viene vis­suto in modo diverso: carattere, età, stato d’animo concorrono a modificare l’attimo mentre lo si sta vivendo.

Perché meravigliarsi, allora, se altri hanno ricordi diversi dai nostri? Siamo soli quindi, anche nella memoria.

Un’altra via però esiste, condividere i ricordi: ripercorrere insieme alcuni momenti, scambiandosi impressioni e stati d’animo, raccontandosi e ascol­tando, si condivide. Così un ricordo nuovo, comune, sostituisce quello ori­ginario e si è un poco meno soli.

Anche se a volte sfumato, custodisco gelosamente il ricordo delle domeni­che in palestra di roccia. All’epoca la mia famiglia non possedeva un’auto e si raggiungeva Marcellina con il treno. La stazione era distante dal paese, per cui non si andava al Morra ma in un luogo chiamato le Camere di Gasparotto, dal nome dello scopritore. Credo che oggi sia impossibile rag­giungere di nuovo quella piccola falesia, sulla cima di una collina. Oggi nessuno cura più i boschi, tantomeno il sottobosco, un tempo invece non esistevano le bombole del gas e il mondo andava avanti a legna e carbone. In Italia non c’era casa di campagna o di paese che non cucinasse sulla stufa economica, il vero centro della casa, principessa della cucina, genitrice di cibo e riscaldamento, che però aveva bisogno di legna per vivere. Il sotto­bosco e il bosco fornivano vita a tutti e tutti lo curavano con attenzione. Insomma, alle camere di Gasparotto si arrivava con un sentiero sgarrupato in mezzo alle fratte, chi andava li portava anche un machete per pulire dalla vegetazione. Io avevo tre anni e riguardando le foto mi rivedo sulle spalle di mio padre, sulla strada bianca che partiva dalla stazione. Delle Camere non ho foto ma il ricordo sì, vedo mio padre che arrampica, sento ancora dentro di me i racconti delle salite in montagna, riaffiora il mondo fanta­stico di avventure, lotte e viaggi che tanta parte ha avuto nelle mie scelte di vita.


4 – Il primo amore (Sperlonga)

Il primo amore me lo ricordo, ricordo anche il nome: si chiamava Emanuela.

Come tutti gli anni, mio fratello ed io passavamo giugno e luglio a Sperlonga affidati alla sorveglianza di nostra nonna. Nonna, nata austriaca a Leoben, aveva un concetto piuttosto lasco di sorveglianza, questo stava a dire che dopo la colazione ci dava appuntamento per il pranzo per poi vederci ripartire liberi fino a sera.

I piedi nudi che per il callo non sentivano più nemmeno i sassi, noi neri bruciati dal sole. Correvamo in bande, con i ragazzi di Sperlonga a caccia di lucertole catturate con i fili d’erba modificati a cappio, con loro in guerre a sassate e insulti.

Quando ci prendeva fame, i fichi d’India ci erano frutta e, come piatto forte, le patelle staccate dagli scogli o le telline, raccolte con le mani nella sabbia sotto l’acqua, che allora ancora ce ne erano tante. Si giocava con poco, bastoni come spade o fucili e i tappi delle bibite come distintivi; quelli della San Pellegrino ricercatissimi, togliendo il sughero e riapplicandolo a contrasto dall’interno della maglietta, si otteneva una splendida stella da sceriffo, vanto ed invidia per gli altri. Tappi preziosi protagonisti delle gare sulle piste di sabbia, piste tracciate con il sedere di uno di noi trascinato per le gambe, per premio al vincitore i tappi dei perdenti.

Il sabato poi arrivavano i miei, mio fratello ed io andavamo loro incontro dal paese lungo la provinciale fino alla statale là dove c’era la chiesa. Lungo la via passavamo davanti all’albergo ristorante Amiclae, dove ci fermavamo e in due compravamo un bicchiere di vino, 15 lire di monelleria che per lungo tempo rimase uno dei segreti meglio difesi tra me e mio fratello. Ma dicevo del primo amore… Emanuela era la figlia del padrone della ditta che stava costruendo il porticciolo di Sperlonga, sotto la caserma dei fi­nanzieri. Noi pescavamo i polpi con i barattoli grandi dei pelati. La cosa funzionava buttando a mare le scatole di pelati, naturalmente vuote, dopo qualche tempo ci si immergeva e si prendeva il barattolo, chiudendo con un gesto rapido la parte aperta. Se era andata bene dentro c’era il polpo che orgogliosamente veniva portato a casa per essere cucinato.

Tutto questo lavoro presupponeva però l’uso di una barca per posizionare i barattoli in punti strategici. Alla barca provvedeva Emanuela che, finiti i lavori giornalieri degli operai al molo, aveva accesso ad un dinghi di servizio. Il dinghi allora si riempiva di ragazzini schiamazzanti che presto comincia­rono a prenderci in giro dicendo che eravamo fidanzati, sfidandoci a ba­ciarci. Davanti allo sfottò noi reagimmo… baciandoci, con grave scuorno di tutti che non ce ne avrebbero mai creduti capaci. Non so se mi piacque ma presumo di sì perché ricordo che la cosa fu ripetuta anche se un poco più in privato. La fine dell’estate e i nostri 10 anni segnarono anche la fine del primo innocente gioco d’amore, ma rimane il ricordo della vita selvag­gia, di un paese con ancora case rovinate dalla guerra, del mare blu, dello sciabordare dei remi nell’acqua e di una bambina, il primo amore.

5 – Le prime salite (Gran Sasso)
1955. La topolino giardinetta è arrivata alla fine della strada bianca che da Pietracamela porta ai Prati di Tivo, intorno solo erba e alberi. Siamo in quattro; Fredy Mallucci, Vincenzo Monti, Ettore Capparelli e Giorgio Mallucci. Io ho otto anni, sto andando con mio padre e i suoi amici a fare la Marsili-Sivitilli alla Seconda Spalla e la lannetta-Bonacossa alla Prima, a volere essere esatti sono loro che mi stanno portando. Si mangiano i cibi preparati a casa, poi a dormire. Io nella macchina e loro sui prati.

Era allora un altro mondo, ai Prati non vi era alcuna costruzione, tanto­meno la seggiovia, solo cavalli, pecore e cani. La mattina alle prime luci si saliva su per i prati fino a raggiungere la Sella del Tesoro Nascosto.

Il Tesoro Nascosto: questo nome già allora, e in seguito per sempre, mi ha evocato tesori di pirati, battaglie e bauli pieni di diamanti e dobloni. Il sen­tiero ferrato Ventricini non esisteva e qualche duro passaggio rendeva dif­ficile l’approccio alla via. Ricordo la salita solo a tratti, non so se perché ho rivisto più volte il film girato in 8 millimetri o se la ricordo realmente. Sono certo però di ricordare la discesa per la vecchia Danesi e per il vallone delle Cornacchie, dove il rifugio Franchetti ancora non esisteva, dalla Madonnina ai prati sulle spalle di mio padre, mentre gli altri con il martello da roccia in mano scacciavano i cani da pastore. Ogni tanto riguardo con emo­zione le immagini del vecchio otto millimetri che ho fatto riversare su un CD: sono uno dei tanti regali che mio padre mi ha fatto nella sua vita.

Nel 2015, festeggio sessanta anni di alpinismo a partire da quella salita. Fra tante date quasi inutili da ricordare, questa, per quanto mi riguarda, va ri­cordata; nella vita mi ha regalato una passione e grandi momenti di gioia. Quello del 1955 fu l’ingresso alle salite di roccia, per le invernali bisognerà attendere altri tre anni.

Sono a cavallo di una crestina nevosa, con preoccupazione guardo mio padre che sta superando un passaggio di roccia con i ramponi. E il gennaio del 1958, siamo sulla Direttissima in pieno inverno: alla selletta con il canale Sivitilli, dopo avermi detto di mettermi a cavalcioni della crestina ed essersi raccomandato, in caso di suo volo, di buttarmi dalla parte opposta, gettan­domi così nel terrore, mio padre sta arrampicando.

Arriva alla sosta, poi tocca a me: non ci sono santi, di superare il passaggio non se ne parla, volo tre volte. Papà decide di scendere anche perché il tempo sta cambiando. Grandina e poi nevica in modo feroce e noi in di­scesa sulla Direttissima siamo sommersi da slavine di neve fresca fino alla vita. Giù la nebbia impermeabile: mio padre, grazie alla sua conoscenza del Gran Sasso, mi porta in cresta fino al Duca degli Abruzzi e poi alla fu­nivia; ma è tardi e l’ultima corsa è partita, anche quella di servizio.

Dormiamo ospiti degli operai agli impianti, tutti, ma in particolare Dome­nico, amici di mio padre. Mimit lo aveva conosciuto, a guerra non ancora terminata, quando con mia madre era andato ad arrampicate al Gran Sasso in bicicletta. Tre giorni di viaggio evitando i posti di blocco tedeschi, pas­sando per i fossi, fino all’arrivo stanchi e sporchi ad Assergi. Un letto e qualcosa da lavarsi, del formaggio e tanta umanità, l’inizio di una lunga e profonda amicizia. Di quella loro uscita al Gran Sasso ho nella memoria i racconti dei miei genitori. Mi parlavano dei resti degli alianti carichi di sol­dati tedeschi. Alcuni nell’atterraggio avevano urtato, causando la morte di tutti gli occupanti, altri si erano salvati. I soldati, disarmata la piccola pat­tuglia di carabinieri di guardia a Mussolini, lo avevano fatto salire su un pic­colo aereo e portato a Pratica di Mare; da lì a raggiungere Hitler.

La prima corsa per fare salire gli operai ci porta giù di straforo e poi di corsa a Roma. Io a scuola in ritardo e mio padre al lavoro. Febbre alta e ri­torno a casa e il medico sentenzia: rosolia.

Seguiranno infinite domeniche in montagna, partenze con tutti i tempi e sveglie alle quattro. Ma… ma un’altra salita ha segnato la memoria. La cresta sud-sud-est da primo di cordata, dietro di me mio padre e mio fratello. Conservo le foto, legato in vita, con il martello nella tasca posteriore dei pantaloni e finalmente un bel paio di scarpe ai piedi. Salita bella, veloce, senza tanta storia, se non fosse stato per un sasso sulla testa di mio fratello Duccio: la notevole fuoriuscita di sangue tamponata con un fazzoletto, fermato con il cappello di lana e così la salita può continuare.

Da allora non passa anno che io non ripeta la salita della cresta, preferibil­mente in settembre, quando rossastra, si staglia orgogliosa contro il cielo cobalto e i gracchi dividono con noi la montagna, riempiendo l’animo di gioia.

6 – Andrea Bafile e noi
Ho ritrovato uno dei diari di montagna di mio padre. Il diario parte da mercoledì 15 giugno del 1949, con meraviglia leggo i tempi di percorrenza delle salite e degli avvicinamenti. Tutti i fine settimana al Gran Sasso e naturalmente sempre dal versante Aquilano perché l’Aquila allora veniva raggiunta, partendo da Roma, in treno e corriera; partenza da Roma alle 18.30 e arrivo all’Aquila alle 22.30 pernottamento a casa di An­drea Bafile. Continuando la lettura leggo di grandi fatiche, innumerevoli rientri ad ore incredibili giusto in tempo per essere la mattina al lavoro. In tutto questo l’amicizia con Andrea, gli appuntamenti alla base delle vie per delle cavalcate, mi viene da dire epiche, per le rocce del Gran Sasso; e tor­nare poi all’Aquila.

D’altra parte questo stile negli anni venne inculcato anche a noi figli; ricordo un Capodanno, dopo un’uscita invernale, in cui rimanemmo su a Campo Imperatore a causa di un forte vento che impediva la discesa della funivia. All’albergo vi erano molte ragazze aquilane che, ben felici di essere bloccate, dopo aver avvertito casa, si davano al divertimento di un fine d’anno lon­tano dai genitori.

Noi dopo avere ballato un poco, essendo dei pessimi ballerini ed anche piuttosto timidi, proponemmo a nostro padre di scendere a piedi fino alla base per poi risalire per festeggiare l’anno nuovo. La discesa con il vento dal basso fu possibile solo accucciandosi e, una volta arrivati al piazzale, facemmo dietrofront e risalimmo. I mille metri di dislivello in salita furono i più facili e meno faticosi della mia vita, con il fortissimo vento alle spalle aprimmo la giacca a vento salendo senza fatica, velocissimi.

Ma dicevo di Andrea: si potrebbe dire che lo conoscevo da prima che na­scessi, ai miei ricordi personali si sovrappongono i racconti di mio padre e mia madre, suoi amici dalla gioventù; inizierò da allora per dare ordine alla mia memoria affollata di immagini.

Si conobbero nell’immediato dopoguerra quando un alpinismo eroico li portava ad arrivare da Roma al Gran Sasso con biciclette senza il cambio, evitando i posti di blocco, attraversando i fossi per i ponti fatti saltare dai tedeschi.

In queste occasioni Andrea li accolse e spesso li ospitò fornendo loro anche dell’attrezzatura alpinistica che i tedeschi avevano lasciato al Castello quando si erano ritirati dall’Aquila. Da allora, appena possibile, andarono in montagna insieme, Roma – l’Aquila in treno e poi con la moto di Andrea al Gran Sasso.

Nel gennaio del 1950, Andrea e Fredy, fecero insieme la prima invernale della cresta SSE alla vetta occidentale del Corno Grande; quando ripeto quella via non posso fare a meno di guardare il chiodo ad anello che, sotto al passaggio del Naso, Andrea mise in quell’occasione.

Quando mio padre tornò da una campagna alpinistica in Austria, condita da 800 chilometri in motocicletta sotto l’acqua, fu Andrea a convincerlo all’acquisto di una macchina prestandogli una parte dei fondi necessari a integrare i magri risparmi.

La reciproca frequentazione, ma non l’amicizia, diminuì con il trasferimento di Andrea a Firenze; ricordo come una festa tutte le volte che per motivi di lavoro veniva a Roma. Mi prendeva sulle ginocchia e mi raccontava me­ravigliose storie di “Cocciapelata” fantomatico personaggio inventato dalla sua fervida fantasia. Cocciapelata sopportava avventure di ogni tipo uscen­done sempre con la forza di volontà e la perseveranza. Anni dopo io rac­conterò storie con lo stesso personaggio, ma con nome modificato, a mio figlio.

Poi per tanti anni, trasportati dalla vita in altre direzioni ci vedemmo di meno, ma, sempre, lui fu nei nostri pensieri come noi lo eravamo nei suoi. Un giorno mi arrivò una telefonata da Firenze: “ciao sono Andrea, se hai due minuti vorrei parlare con te”. Andrea aveva inventato il dissipatore “ABA acronimo di Andrea Bafile assicuratore”, il padre di tutti gli attuali kit da ferrata. Come sempre avviene in campo alpinistico, la novità non ve­niva né capita né accettata (un breve inciso a dimostrazione ci sta bene, gli alpinisti hanno continuato a legarsi in vita con la corda praticamente fino al 1973 quando invece i paracadutisti avevano gli imbrachi già da moltissimi anni). Ne parlammo a lungo e decidemmo di fare insieme un libretto sulle manovre di autosoccorso inserendo il dissipatore un poco di straforo. Nel 1981, durante il corso per Istruttori di Alpinismo che dirigevo al Pordoi, invitai Andrea a partecipare per dimostrare sul campo sia le prove di caduta che l’uso del dissipatore. Inutile dire che il suo apporto tecnico fu eccezionale e che dal vivo tutti si convinsero della utilità del mezzo. A quell’occa­sione è legato anche il ricordo dell’ultima volta che arrampicammo insieme in cordata. Salimmo la Del Torso al Piz Ciavazes, affiancando una cordata di allievi del corso che effettuavano la prova finale.

Andrea allora aveva 58 anni e per me allora trentaquattrenne fu una grande emozione scalare con il compagno di cordata di mio padre.

Negli anni successivi collaborammo spesso, rammaricandoci entrambi della chiusura alle novità che il conservatore ambiente alpinistico del CAI op­poneva. Ci incontravamo almeno una volta l’anno in occasione delle riu­nioni che Andrea organizzava da “Maria” a Fonte Cerreto.

Era bello vedere e cantare insieme a tutte le persone che avevano fatto parte della mia infanzia. Ora nell’arco di due anni le ho perse quasi com­pletamente tutte e, con loro, una parte della mia giovinezza; rimane il dolce ricordo di un’epoca irripetibile.

7 – Bruno Detassis
Siamo in auto, come spesso accade in viaggio verso le montagne. Insieme alla macchina anche la memoria viaggia scavando negli anfratti ” di tanti anni fa, per raggiungere il 1969.

Marco Gerì ed io diretti in Dolomiti con la mia 500. Sulla Romea, all’altezza di Comacchio, si buca il serbatoio della benzina. Dopo avere pietito presso il locale meccanico, otteniamo che, il mattino seguente, ci cambi il serbatoio con quello di un’altra 500.

La notte passa a Vaccolino, sperduto paesino stile western, con le case ag­glomerate ai bordi della Romea. Ancora oggi, quando mi capita di passarci, rivedo la notte trascorsa in due dentro la macchina con passamontagna e giacca a vento per difenderci dalle zanzare che a nugoli ci assalgono. Certo, non sarebbe stato grave, se non fosse stato il 30 di luglio!

Come Dio volle il mattino, ricchi di un nuovo serbatoio, via per il Brenta. Abbiamo pochi soldi, ci possiamo permettere solo due posti sul tavolaccio al rifugio Brentei. Compriamo filoni di pane, pasta, olio, aglio e anche 5 kg di carne. Siamo conciati nel seguente modo; abbiamo due zaini a testa e un certo numero di buste. Marco ed io seguiamo da sempre diverse filosofie rispetto al camminare, a lui piace e a me no.

La diversa visione ci fa scegliere anche strategie diversificate per il trasporto dei carichi al rifugio. Io decido di percorrere le tre ore di marcia con tutti e due gli zaini e le buste in mano, Marco sceglie di fare due viaggi. Mentre salgo faticosamente sotto la soma, vedo scendere a passo di corsa tre per­sone, uno di loro con una lunga barba. Proprio lui mi chiede da dove vengo e la mia destinazione: “sono di Roma e sto andando al Brentei”, ansimo sotto il carico, sento che a mezza voce bofonchia “però questi Romani”. Al Brentei seppelliamo la carne nella neve ricoprendola poi di sassi, per evitare che gli animali la mangino, poi cominciamo a sistemare il resto dei bagagli.

E’ sera, si apre la porta, vediamo entrare i tre incontrati al mattino. Sco­priamo con reverenza che il barbone nascondeva Bruno Detassis, un mito per noi due pivelli. Come tutti quelli veramente grandi è modesto, soprat­tutto riserva agli alpinisti un vero occhio di riguardo.

Per loro, anche a rifugio stracolmo, si trova sempre un posto per dormire e consigli preziosi per la salita.

Ormai siamo entrati a vele spiegate nel novero alpinistico, lo spettacolo del trasporto ci ha inseriti nel Gotha. Bruno ci offre una grappa e poi ci dà consigli per la salita del giorno dopo: via Videsott alla cima Margherita, facile la salita e difficile la discesa, con una marea di neve. Veniamo adottati dai Detassis; il giorno dopo con Giordano Detassis e una cliente in due cor­date facciamo la Kiene al Castelletto; poi Bruno, scoperto che la nostra carne è all’aperto sotto la neve, ce la fa portare nel frigo e la fa tagliare e cuocere dal cuoco, insomma siamo quasi in famiglia. Dopo altre salite scen­diamo a valle, il nostro programma prevede un’esplorazione del gruppo delle Conturines, allora poco noto.

Raggiungiamo San Cassiano e mettiamo la tenda dove oggi c’è la capanna Alpina, all’epoca nessuno aveva nulla da obiettare se due alpinisti campeg­giavano sotto le pareti!

Marco ha problemi di cuore ma non è ammalato! I problemi riguardano una fanciulla con cui ha un rapporto a dir poco travagliato e lui decide che tornare a Roma è indispensabile per la salvezza del medesimo. Io invece decido di rimanere e do quasi tutti i soldi a Marco, dietro promessa della spedizione urgente di un vaglia postale da Roma.

Giorni di fame con solo una minestra di dado al giorno, un tentativo abor­tito di aprire una via nuova in solitaria, un’avventura con una bella ragazza triestina, insomma giorni belli di uno scampolo di giovinezza.

E Bruno Detassis? Con Bruno ci saranno molti altri incontri negli anni e sempre confermerà la sua generosità e disponibilità. L’ultima volta che l’ho visto è stato con Gianni Battimelli quando gli chiedemmo dove si poteva aprire una via nuova. Ci disse: “sul Mandron, ma guardate che è un posto da alpinisti veri”. Convinti di esserlo aprimmo 200 metri di via nuova ma sotto uno strapiombo fuggimmo per una cengia, uscendo per una vecchia via di Bruno. La sera nel rifugio mentre raccontavamo della salita, Bruno ci interruppe chiedendoci se volevamo fare una relazione di variante alla sua via, rispondemmo di sì. Ci disse: “naturalmente potete fare come volete, ma per voi sarebbe solo una variante ma… ma impedireste a qualcun altro di aprire una via completa e sarebbe un peccato!” Convinti, Gianni ed io rinunciammo a fregiarci di una variante in Brenta.

Per la cronaca oggi li vi è una via autonoma, gli apritori non sapranno mai che in parte la devono a noi, anzi in realtà la devono a Bruno!

Bruno non l’ho più visto da allora, con tristezza ho letto della sua morte, consapevole della scomparsa insieme a lui di un pezzo di vita. Anche se rimangono, insieme ai ricordi, potenti e preziosi, i valori e gli insegnamenti che mi ha trasmesso.

8 – C’è stato un tempo (Servizio militare, passione di montagna e giochi di vita)
C’è stato un tempo nel quale i pensieri erano lievi, bastavano una parete e il mare per essere felici, alcuni compagni con cui condividere la gioia legati da una corda, con la giovinezza nelle ossa. Ora vorrei che quegli attimi, non più lunghi di un soffio, fossero qui e mi chiamassero po­tentemente gridando il mio nome. Vieni Giorgio, vieni. Non tornano, ven­gono invece fredde mattine uguali che si rincorrono feroci nelle cose perse, nei desideri inappagati e io, con le rinunce dentro l’anima, che sopravvivo. Si spengono piano piano le favole della vita sopraffatte dalla realtà, dalle cose di tutti i giorni: la consuetudine andrebbe sconfitta inventando giorno per giorno una nuova favola, un nuovo desiderio.

Stati confusi di insoddisfazione, quasi 60 anni di età, tanti, ma dentro pochi, la sensazione che il mondo potrebbe essere ancora tuo, che è là in attesa di essere colto, basterebbe saperlo prendere, il sottile dubbio di esserne ancora capace.

A volte la sensazione di aver vissuto tutto e che tanto varrebbe finire ora senza percorrere la dolorosa china della vecchiaia, del morire dei desideri e della fantasia.

Poi degli sprazzi di luce, il sole che scalda e ti fa sentire vivo, apre spiragli di gioia nel grigiore uniforme, ti comunica che ancora qualcosa può esi­stere.

Una bicicletta mi aspetta sul terrazzo ma la faccio aspettare, so che mi por­terà un soffio di vita ma rimando il momento. Sto crogiolandomi nella nube nera dei miei pensieri, nella solitudine dell’insoddisfazione, vorrei essere su una cresta nevosa con il vento freddo che mi soffia in faccia e intorno il blu del cielo, con una mano sulla corda e l’altra sulla piccozza.

Una sigaretta, l’ultima per questa mattina. So che mi fanno male e poi fumo per noia e nervosismo. Una volta fumavo per gioia, la sigaretta in vetta, quella sigaretta diceva che eri in pace, che avevi tempo, che la vita era ancora pronta ad accoglierti e che la vetta e la salita erano tue, insieme al tuo com­pagno.

I miei compagni, pochi e belli negli anni. Alcuni sono ancora i miei amici veri, quelli che non ti giudicano, che ti accettano per quello che sei, quelli che non prendono parte, ma se serve ti dicono una parola sussurrata o poche frasi timide. Con quegli accenni ti dicono che ti vogliono bene, che ti sono vicino nella tua angoscia e che a loro non importa se sei forte, bravo e intelligente, a loro importa che tu sia vero e amico loro.

In questi giorni di dolore e confusione, di pensieri e di sintomi di una de­pressione, la vita mi sommerge, fuggo nel passato e si affastellano i ricordi. Chissà perché dei ricordi quello che ritorna con insistenza alla mente è la salita alla Comici alla parete N della Cima Grande di Lavaredo.

Tutto iniziò con il mio servizio militare, il corso allievo ufficiale d’aereonautica a Firenze e la successiva destinazione a Milano.

Dicembre 1970: scendo i gradini della stazione di Milano. Fuori era tutto bianco di neve in dissoluzione ormai mischiata al nero dello smog. Siamo in tre destinati a un anno di servizio militare a Milano. Abbiamo fatto il corso insieme a Firenze e ora, con le scarpe fradice, cerchiamo invano il pulmino che ci dovrebbe portare alla nostra assegnazione: l’USTA (Ufficio di Sorveglianza Tecnica Aeronautica) di Milano. Sì, perché noi siamo or­gogliosi sottotenenti del Genio Aereonautico ma, a dire il vero, con il mo­rale sottoterra abbiamo passato le otto ore di viaggio in treno da Roma a Milano dandoci il cambio a sedere sul lavandino del bagno della carrozza ferroviaria. Ne uscivamo solo quando qualcuno doveva utilizzare il gabi­netto. Più che un treno sembrava una tradotta, la gente appollaiata anche sopra alle retine portabagagli, oppure in piedi pigiati si davano il turno per sedere sugli strapuntini. La stazione di Milano con la neve, fu poi il colpo finale a un già basso entusiasmo per il futuro.

Ci presentiamo e veniamo assegnati ai vari incarichi, il giuramento da uffi­ciali e finalmente la ricerca di un alloggio all’aeroporto di Linate. Lenta­mente si sistema tutto, ognuno scava il proprio bozzolo ed io prendo contatti con l’ambiente alpinistico milanese. Contemporaneamente la Mi­lano borghese mi apre le porte grazie ai miei zii.

Le salite in Grigna, la Cresta Segantini in invernale e i nuovi compagni di cordata. Spesso arrampico con Umberto Tomaselli, nativo di Tesero e di­segnatore meccanico all’Alfa Romeo di Milano. Partivamo da Milano non appena Umberto smontava dal lavoro, con le ultime luci del giorno, delle fatiche pazzesche!

Viaggio in macchina verso le Dolomiti, riposino fino alle prime luci, le sa­lite e la domenica sera ritorno a Milano. Il lunedì naturalmente, facendo finta di essere vivi, produttività zero.

Anche la volta che decidiamo di fare la Comici partiamo da Milano la sera di venerdì: sabato mattina ci svegliamo dal sonno comatoso un poco tardi e di corsa per raggiungere l’attacco della via. Mentre andiamo, sotto quelle pareti incombenti, provo la paura che sempre mi ha accompagnato prima di una via difficile. Lele Dinoia mi aveva raccontato che, una settimana prima, andando all’attacco della Cassin, una cordata di tedeschi era preci­pitata davanti a loro dalla Via Comici; li visualizzo sfranti sulle ghiaie e questo non rende più gioioso il mio stato d’animo. Poi come sempre ci si lega e i gesti usuali, il contatto con la roccia tranquillizza. Scompare il pas­sato e mi ritrovo oggi come ieri a tastare la roccia con le mani, con l’equi­librio che mi nasce dentro.

Inizio io, su per la fila di chiodi, riconosco il luogo di innumerevoli foto. Primi tiri giusti e poi per errori vari ci troviamo su chissà quale via! Impreco un poco verso Umberto che mi mostra la sua faccia impenetrabile di valli­giano, chissà che pensa, chissà se è preoccupato come me!

Sono così costretto a fare quasi trenta metri di traverso di sesto grado senza un chiodo: finalmente e con l’incoscienza della giovinezza, siamo di nuovo sulla la via giusta.

Tiri senza storia, li ricordo difficili sì, ma tutto sommato eravamo lì apposta! Ci guardiamo in faccia; ripensandoci vedo i nostri volti sorridenti. Siamo contenti, la fine della cosiddetta parte difficile ci soddisfa, ci sentiamo pro­prio bravi. Via allora per i tanti tiri di quinto grado, che la via è nostra, anche se troviamo solo un chiodo o due a tiro.

Sono le tre del pomeriggio, intorno comincia a tuonare: “vedrai che passa oltre”, ci consoliamo con Umberto e invece no, non passa oltre proprio un bel niente!

Insieme ai tuoni comincia a fulminare, il canale a una settantina di metri da me sulla destra è percorso da scariche blu, piove e poi grandina e ripiove, arriva la paura quella vera, quella che prende ai visceri e t’invade.

Intorno il plumbeo del cielo è illuminato dai lampi, io sono piccolo e im­paurito, voglio solo uscirne vivo e allora con determinazione cieca conti­nuiamo a forzare verso l’alto un tiro dopo l’altro e solo perché non vogliamo morire qui. L’acqua entra dalle maniche e dalla giacca di tela, esce dai pantaloni alla zuava e tira giù i calzettoni fradici. “Cazzo Umberto, dai che ne usciamo, che mancano solo cinque tiri, vai che tocca a te!” Lo guardo, ha messo un chiodo, sfrigola tutto e un lampo blu enorme sui moschettoni mi abbaglia, le gambe come tagliate di netto mancano e svengo.
“Giorgio, Giorgio sei vivo!?”

La voce di Umberto accompagna il mio risveglio, sì sono vivo, non so come né so perché, ma sono vivo. Seguiranno delle lunghezze di corda allucinanti, un bivacco, bagnati e su un minuscolo terrazzino. La giacca a vento di tela la mattina è un rigido pezzo di ferro, completamente ghiacciata.

La notte è trascorsa con poche parole fra di noi, ci passiamo un poco di frutta secca e battendo i denti aspettiamo l’alba.

Non ho fatto tanti bivacchi, li ho sempre evitati ma, ogni volta che mi è toccato, l’uscita del sole è sempre stato il momento più duro, il massimo del freddo e le membra che non si vogliono spostare. Questa volta poi siamo anche a nord e di sole neanche se ne parla.

Piuttosto provati, ci muoviamo, per fortuna il tempo è buono, a fatica su­periamo gli ultimi tiri e finalmente iniziamo la discesa.

La via normale della Cima Grande, stanchi come siamo, ci porta via tutta la giornata ma alla fine tocchiamo le ghiaie, siamo vivi!

Poi in macchina, è la mattina di lunedì, lui in fabbrica e io nel mio ufficio di sorveglianza tecnica.

Faremo altre salite quell’anno Umberto ed io, anche difficili, ma nessuna in cui la nostra anima venisse sottoposta a condizioni così estreme.

Chissà dove è ora e cosa sta facendo, a volte quando passo per Tesero mi viene voglia di cercare sue notizie e sempre rinuncio. Non voglio trovarmi davanti a qualcuno che forse non sarebbe in grado di riconoscermi, che avrà una famiglia con figli grandi che vanno all’università e a cui forse ha raccontato di quando da giovane ha rischiato la vita con un romano di cui non ricorda bene il nome sulla Comici-Dimai alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo.

Comunque non ha importanza, per me il tempo con lui si è fermato a una stagione lontana e di lì non lo voglio muovere.
Storie di altri anni, come è lontano il 1971!

Eppure la montagna a volte associa nella memoria eventi simili avvenuti in periodi diversi e così mentre scrivo ricordo la Corsica e l’ultimo gioco di vita.

Una salita allegra, siamo verso la fine della via e, mentre Elisabetta fa il tiro da prima, io faccio quattro chiacchere con Francesca, poi le prime gocce di pioggia- Gianni e Davide sono più in alto, hanno fatto anche l’ultimo tiro della via, ma io sento crescere l’inquietudine dentro di me. Con Elisabetta e Francesca decidiamo di scendere.

Buttiamo le doppie e l’urgenza dentro mi attanaglia. Dico a Elisabetta di cominciare la discesa senza gli altri, Gianni la convince ad aspettarli.

Mi prende una rabbia sorda, so che perderemo tempo, so che quando è così ci si deve sbrigare e allora scendo a rotta di collo.

Tutto sommato non va neanche male, si sono organizzati bene con Elisabetta che velocemente chiude le doppie, forse la sfanghiamo, mancano solo due calate per arrivare agli zaini.

Un grottino con un albero con cordone, arriva Francesca con le corde, at­trezzo l’ultima doppia. Riparto subito, il grottino non è poi così comodo! Scendendo nel canale un bell’anello di calata, per un attimo ho la tentazione di fermarmi lì, sarebbe un punto comodo! L’istinto mi fa decidere e con­tinuo, ancora una quindicina di metri e sono agli zaini.

Ora piove proprio tanto, sposto gli zaini dal canale e mi autoassicuro a un rametto, spostandomi un poco sul bordo, prendo lo zaino, mi metto la giacca vento.

Guardo verso l’alto e vedo le corde che si muovono, penso: “bene, stanno scendendo, è fatta”.

Improvviso, inaspettato e violento, un fulmine colpisce la roccia cinquanta metri sopra di me; vedo le rocce che si staccano e mi precipitano addosso. Non penso: il mio corpo mette lo zaino davanti a sé, tenuto a due mani con tutta la forza. Intorno pietre in continuazione, sono ferito a un braccio, a una gamba, ma non sento niente, un colpo terribile mi piega le braccia, sono rassegnato aspetto solo la botta finale, quella grande quella da cui non c’è speranza, e le pietre continuano a cadere.

All’improvviso silenzio e subito le urla di dolore di una donna riempiono l’aria, un terrore più forte mi assale: “Dio, fa che non sia Elisabetta!” Ancora qualche attimo poi vedo Francesca che è riuscita a scendere un poco, sta urlando per il dolore, urla, urla, devo trovare il modo di aiutarla… Sotto la pioggia torrenziale le grido di scendere ancora un poco. So per­fettamente che fra pochi istanti il canalino si trasformerà in una trappola mortale.

Troppi sassi e troppa acqua!
In qualche modo riesce ad allentare l’autobloccante ma poi è ferma di nuovo. L’urgenza mi spinge, salgo a braccia sulla doppia, raggiungo l’auto­bloccante lo allento, porto giù Francesca.

Via, via dal canale, devo portarla via! Come non so, ma la trascino al lato sul minuscolo terrazzino, dove stavo prima.

Un altro rombo e una nuova scarica di sassi con una fiumana di acqua per­corrono il canale, dove eravamo un attimo prima, ci sfiora, seppellisce e trascina via gli altri zaini ma noi siamo salvi. Per un pelo, ma siamo vivi. Assicuro Francesca con un cordino al rametto, ha la gamba malamente fratturata, piegata in modo innaturale, con l’osso che fuoriesce. La tengo bloccata contro la roccia seduta sul mio ginocchio, la copro con il corpo da un altro fulmine e le parlo, le parlo in continuazione. Le dico di non aver paura, che il temporale è passato. Le dico che siamo in salvo, che siamo vivi, che la gamba si aggiusta e che adesso chiamiamo i soccorsi e parlo, parlo.

Da sopra chiamano, urlo che siamo sopravvissuti.

La corda della doppia si muove e vedo arrivare Elisabetta. Provo un tuffo al cuore, a parole le dico che va tutto bene ma con gli occhi le indico la gamba di Francesca e le comunico la mia preoccupazione.

Sosteniamo a turno Francesca, cercando di non peggiorare la frattura. Scende Davide che per una volta in vita sua chiede istruzioni e, miracolo, le esegue pure.

Rafforzata con qualche chiodo la sosta, inutilmente cerchiamo di traspor­tare Francesca in un posto più comodo. Pesa e ogni volta che facciamo forza la gamba fratturata si sposta, lasciando uscire un sangue schiumoso, rinunciamo. Arriva anche Gianni, chiedo a loro due di andare a chiamare i soccorsi. Recuperano le corde lesionate in più punti e scendono.

Passeranno quattro ore. Con Elisabetta ci diamo il cambio nel sostenere Francesca, ha i brividi di freddo, la avvolgiamo nel telo termico e conti­nuiamo ad aspettare.

Si sente un elicottero ma si allontana, poi la sirena di un’ambulanza giù in valle ci dà altre speranze.

Man mano che il tempo passa prendo sempre più in considerazione la pos­sibilità di dover passare la notte in parete. Sono veramente preoccupato, ho la consapevolezza che dovremo spostarci da qua, esploro con lo sguardo le scarse possibilità di scendere più in basso con manovre di auto­soccorso.

Delle voci! Ma sono molto spostate sulla nostra sinistra. Elisabetta si af­faccia oltre uno spigoletto e chiama.

Sono i soccorsi. Un momento splendido, la tensione mi abbandona. Vedo che sono competenti e bado solo ad aiutarli senza intralciarli ma ora la re­sponsabilità è loro!

Poi arriva l’elicottero e prima io e poi Elisabetta veniamo portati giù, per Francesca attendono il medico che deve visitarla prima che venga evacuata. Il medico si rifiuta di andare in parete e i soccorritori si prendono la re­sponsabilità e la verricellano ugualmente. Seguiranno parole dure con la dottoressa da parte della squadra, anch’io la tratto con notevole scortesia! Una birra bevuta insieme, noi e i tre del soccorso, poi torniamo alle tende per una notte insonne. Parliamo, ci raccontiamo infinite volte quello che è successo, abbiamo bisogno di ripercorrere il dramma per sentirci vivi, ci stringiamo stretti per sapere con la carne che la nostra esistenza continua, che non è finita su un’insulsa parete della Corsica in un bel giorno di pri­mavera.

Scrivo e mi viene in mente “che ci vado a fare in montagna se i ricordi più forti poi sono ricordi di morte?”

E non è vero, ricordo salite in tersi mattini con il cielo blu che sfondava l’animo mentre le rocce rosse si stagliavano contro il mare e noi ci urlavamo quanto eravamo belli. Un tripudio di vita ci invadeva l’animo pieno di sole e di mare con l’odore del rosmarino sulle carni. Insieme a questi si affollano momenti di pace, quando sei circondato dalla montagna che ti avvolge e protegge senza importi confini. Momenti in cui vi è solo l’aria tersa dell’alta quota, quando ti guardi intorno e sotto di te montagne infinite, le vedi ap­pannate per lo sfinimento dei settemila metri e mentre dentro sai che an­cora devi scendere, senti che forse, ora in questo momento, non è poi così importante.

Non durano poco questi attimi strappati all’usuale, durano una vita, fanno vedere l’Eden, il giardino incantato dell’infanzia, ti dicono che la gioia c’è.

Note
(1) Nell’agosto del 1943, grazie al primo salitore Bruno Marsili, il campanile roccioso che si eleva sotto la Sella dei Due Corni, adiacente alla Punta dei Due, venne denominato Campanile Livia.

(continua)

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