L’anziano, di nazionalità francese, aveva lanciato l’allarme giovedì 4 settembre 2025, ma è stato raggiunto solo il giorno dopo per il maltempo. Era riuscito a rifugiarsi in una struttura del 1927. In ipotermia, è stato messo sotto osservazione in ospedale.
85enne bloccato per una notte
(a 3000 metri sulle Grandes Murailles)
di Floriana Rullo
(pubblicato su torino.corriere.it il 5 settembre 2025)
Lo hanno trovato in condizione di ipotermia. È stato raggiunto sulle Grandes Murailles la mattina del 5 settembre 2025 un alpinista ottantacinquenne di nazionalità francese. L’anziano è stato recuperato in elicottero alle 6 dal soccorso alpino a ovest di Breuil-Cervinia. La sera prima, verso le 22, in difficoltà a causa del forte temporale (in Valtournenche erano attese piogge intense) era a quota 3000 metri quando ha chiesto aiuto, ma l’avvicinamento in elicottero è stato impossibile a causa del maltempo.
Nel minibivacco del 1927
L’alpinista è riuscito però in qualche modo a raggiungere il minuscolo bivacco Balestreri, a quota 3142 metri, mentre altri tentativi di recupero sono stati effettuati nel corso della notte, sempre con esito negativo a causa della scarsa visibilità dovuta alle nuvole.
Nel bivacco di proprietà del Club Alpino Accademico Italiano, una piccola struttura in roccia e cemento costruita nel 1927 che, con i suoi due posti letto, è tra i più piccoli dell’arco alpino, l’uomo ha trovato materassi, cuscini e coperte. L’85enne ha cercato di scaldarsi ed è rimasto in costante contatto telefonico fino al mattino con gli operatori della Centrale unica.
Il bivacco è dedicato all’accademico Umberto Balestreri, morto nel giorno di Pasqua del 1933 precipitando in un crepaccio del Ghiacciaio del Morteratsch.
Le condizioni dell’anziano
Nella stessa giornata di venerdì 5 settembre, dopo il recupero, è stato visitato dal medico dell’equipaggio di elisoccorso e portato in pronto soccorso ad Aosta per gli accertamenti diagnostici e le cure necessarie. Si tratterebbe di un alpinista esperto. Le sue condizioni sono in fase di valutazione.
«L’età non è di per sé una controindicazione all’ambiente montano – ha commentato al Tg3 il dottor Guido Giardini, specialista di Medicina di montagna – anche se vi sono delle accortezze da rispettare come il grado di allenamento e lo sforzo fisico. Con l’età si riduce la massa muscolare e quella grassa, con possibili conseguenze alle basse temperature. Paradossalmente, dagli studi scientifici, sappiamo che la carenza di ossigeno non è un problema per gli anziani, che anzi la patiscono meno rispetto ai giovani. Chiaramente non ci deve essere una patologia cronica cardiovascolare e va tenuta ben presente un’eventuale terapia farmacologica».
Il commento
di Carlo Crovella
L’episodio di cronaca conferma a cosa “servano” davvero i bivacchi in montagna e non per gli usi oggi più gettonati, compreso il cambiarsi la maglietta a fine salita (o togliere le pelli se trattasi di uscita scialpinistica) al caldo e/o al riparo dal vento…
Tra l’altro, questo è uno dei bivacchi della prima (anche se non primissima, antecedente di qualche anno) generazione, quella dei bivacchi del CAAI, concepiti e realizzati cento anni fa nell’ambiente alpinistico torinese.
Abbiamo già descritto tanto l’importanza concettuale di alcuni Accademici del periodo (in particolare Adolfo Hess e Mario Borelli) quanto quella realizzativa dei fratelli Ravelli: https://gognablog.sherpa-gate.com/i-100-anni-dei-bivacchi-in-montagna/.
Qui preme sottolineare che anche la cronaca del 2025 (cento anni dopo!) conferma il principio per cui lo “spirito” originario del bivacco continua a rivelarsi quello più adatto al generale concetto dell’andar in montagna.




Buongiorno Carlo,
non vedo cosa ci sia di male nell’utilizzare i bivacchi per i motivi elencati, se non sono utilizzati in quel momento per altro… L’importante è lasciare il luogo nelle condizioni in cui è stato trovato mi pare.
Ho già esposto in precedenza (e anche più volte…) la mia idea sui bivacchi e sul loro uso distorto che oggi si tende a fare. Ti rinvio a un relativamente recente mio articolo pubblicato sul Gogna Blog, molto completo sul tema: https://gognablog.sherpa-gate.com/i-100-anni-dei-bivacchi-in-montagna/
Il proliferare indiscriminato di strutture chiamate “bivacchi” (ma in realtà con finalità molto diversa da quella originaria dei bivacchi CAAI) è una forma di inquinamento e di eccesso di presenza antropica in montagna. Fattori entrambi molto negativi, in modo diretto e indiretto, per le montagne.
Il “male” sta nel fatto che la tendenza emersa negli ultimi decenni è quella (non sempre, ma spesso) di concepire dei bivacchi che non hanno più nulla del concetto originario di bivacco. E cioè non sono più base per ascensioni e/o per strutture per riparo d’emergenza (come nel caso dell’articolo descritto), ma i bivacchi “moderni” spesso vanno incontro a esigenze di sala feste (per gruppetti che vanno su a bisbocciare) oppure di spogliatoio/sala relax, addirittura in sola modalità diurna (!). Nel vallone del Gran San Bernardo, esiste un recente “bivacco” (chiamiamolo così…) con dimensioni per sole due persone e NON attrezzato per il pernottamento (?): evidentemente non ha più nulla della finalità originaria del bivacco e serve solo agli scialpinisti per un attimo di riposo fra una salita e l’altra.
Bivacco o rifugio che lo si voglia chiamare, è utile per rifugiarsi, anche nel caso di forte vento per cambiarsi gli abiti o togliere le pelli. Non lo utilizzerei per feste.
Mancava poco che bivacco e alpinista fossero coevi…
Un amico mi ha segnalato che il protagonista della vicenda, il francese 85enne (di antiche origini valdostane) si è diretto in solitaria verso il bivacco non per una normale escursione , ma per adempiere alla missione di ispettore del bivacco stesso per conto del CAAI. Alla luce di tale risvolto la vicenda assume un significato più profondo.