La comunicazione digitale – 2

La comunicazione digitale – 2
(ha contribuito a modificare la percezione soggettiva dei rischi e della sicurezza in montagna)
di Sara Polverini
(Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale (DEASS); Bachelor in Leisure Management, relatore Alan Quaglieri, Manno 12 settembre 2025)

continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/la-comunicazione-digitale-1/

Conclusioni
L’obiettivo di questa tesi era quello di indagare come, nell’era della comunicazione digitale, quest’ultima contribuisca a modificare la percezione soggettiva dei rischi e della sicurezza nel contesto delle attività montane. Il quadro che è emerso da questa analisi è piuttosto chiaro ma al contempo molto complesso e in continua trasformazione. Il ruolo sempre più importante che svolgono i social media nella società odierna ha condizionato profondamente anche il modo di vivere la montagna, e le community digitali dedicate (siano esse piattaforme o gruppi di Facebook) hanno rivoluzionato l’accesso alle informazioni, e le modalità di scelta e valutazione degli itinerari, modificando però anche il modo in cui le persone pensano la montagna e l’immaginario collettivo ad essa legato. Talvolta, ciò contribuisce a generare delle idee estetizzate su cosa voglia dire vivere e praticare le attività in montagna.

Uno degli elementi più evidenti emersi da questo lavoro di ricerca è la straordinaria facilità con cui oggi tutti possono accedere ad un numero incredibile di informazioni e di relazioni sugli itinerari montani in tempo quasi reale. Da un lato, questa abbondanza di informazioni rappresenta un vantaggio innegabile, permettendo di pianificare le gite potendo disporre di molti più dati a disposizione rispetto al passato, minimizzando gli imprevisti. In quanto si è spesso già certi delle buone condizioni della via, è possibile organizzare le proprie ascensioni con una probabilità di successo molto elevata. Dall’altro lato, però, questo fenomeno ha portato con sé delle problematiche nuove, alcune delle quali molto pericolose, soprattutto per gli utenti meno esperti. La crescente tendenza a pubblicare contenuti sempre più spettacolari, senza filtri di qualità e senza che vi sia un contesto adeguato, ovvero la presenza di tutte quelle informazioni oggettive e dettagliate che permettono di comprendere realmente la natura dell’attività svolta: dati tecnici (come difficoltà, lunghezza, dislivello e condizioni effettive dell’itinerario), eventuali rischi da considerare, livello di preparazione richiesto e condizioni ambientali specifiche, si traduce in una gran quantità di dati spesso incompleti, estetizzati o eccessivamente entusiastici che possono rivelarsi fuorvianti per i consumatori. Le interviste con gli esperti del settore, in particolare quella con Alessandro Gogna, hanno portato alla luce una mancanza di omogeneità tra le relazioni, in quanto scritte sempre da persone diverse, e una mancanza di verifica nelle relazioni che si possono consultare sulle principali piattaforme dedicate alla montagna. Solo poche community, come ad esempio Sass Baloss, privilegiano la qualità delle relazioni piuttosto che la quantità. L’attendibilità delle loro relazioni dimostra che una moderazione attenta da parte di amministratori esperti che scelgono accuratamente cosa viene pubblicato e cosa invece no, può davvero fare la differenza.

Queste riflessioni si estendono poi ben oltre la semplice condivisione delle informazioni sulle piattaforme apposite, andando a focalizzare l’attenzione sulla responsabilità di coloro che comunicano in ambito pubblico o commerciale. Un particolare focus si pone anche alla comunicazione dei brand outdoor e degli influencer, che spesso sono più orientati ad una comunicazione spettacolarizzante, con contenuti costruiti ad hoc, che a una reale trasmissione di conoscenze utili e sicure. Gogna ricorda slogan commerciali come il celebre “no limits”, lanciato dalla Sector negli anni 90, e oggi utilizzato in molteplici occasioni, nel contesto degli sport estremi e delle attività outdoor. Questo tipo di slogan è stato spesso veicolato anche dai social media e dagli sponsor, suggerendo che con la giusta attrezzatura tecnica e accessori iper-performanti i limiti personali possano essere cancellati. Questo messaggio promuove, in particolare tra gli utenti meno esperti, dei comportamenti emulativi e molto spesso rischiosi, alimentando una concezione distorta non soltanto della sicurezza ma anche delle proprie capacità. È invece fondamentale riconoscere e accettare i propri limiti, sia tecnici sia fisici, imparando a muoversi in montagna con consapevolezza, prudenza e concentrazione.

Anche la responsabilità del singolo utente non va sottovalutata. Infatti, se in passato si era soliti condividere le proprie esperienze con una cerchia ristretta di amici e conoscenti, oggi grazie ai social media il nostro racconto può arrivare a un numero incredibile di persone. Quello di cui ognuno dovrebbe essere consapevole è che, quando scriviamo qualcosa su internet, non si può sapere chi lo leggerà. Dunque è necessario che, quando si parla di tematiche rischiose, come ad esempio gli itinerari alpinistici si sia molto cauti, per non correre il rischio di influenzare utenti meno esperti che potrebbero voler emulare le imprese così entusiasticamente descritte. In una società come la nostra, dove si fa un ampio uso delle tecnologie e delle piattaforme digitali, sarebbe davvero opportuno responsabilizzare i singoli utenti e insegnare, magari già nelle scuole, un uso consapevole e responsabile dei Social Media. Questo significa non soltanto pubblicare con coscienza e consapevolezza le proprie storie, ma anche leggere con senso critico i contenuti a disposizione, attraverso l’educazione alla verifica delle fonti, per imparare a valutarli con la giusta attenzione.

I dati raccolti tramite il questionario hanno messo in luce una discrepanza interessante rispetto alle statistiche ufficiali fornite dal soccorso alpino, che indicano l’escursionismo come l’attività maggiormente responsabile degli interventi di soccorso. Contrariamente, nei dati raccolti attraverso il questionario, l’attività con il maggior numero di chiamate al soccorso risulta essere l’alpinismo. La spiegazione fornita da Alberto Fantone – secondo cui tutto dipende dalle proporzioni numeriche dei praticanti – ha offerto una lente di lettura molto importante su come interpretare i dati sulla sicurezza e sul soccorso. L’escursionismo, essendo un’attività meno tecnica rispetto all’alpinismo, attira un numero molto più elevato di persone ed è quindi molto più praticato. Malgrado l’escursionismo venga percepito come meno rischioso, ed effettivamente nasconda meno insidie e incognite, in termini assoluti questa pratica è responsabile della maggior parte degli incidenti. Questo contrasto evidenzia come la percezione del rischio spesso non corrisponda alla realtà, sottolineando l’importanza di una maggiore consapevolezza e di una corretta e ben studiata comunicazione nell’ambito della sicurezza in montagna.

Una pratica semplice e tradizionale che permette di aumentare la sicurezza individuale consiste nel comunicare sempre ad amici e famigliari i propri programmi: il luogo di partenza, la destinazione finale, le tempistiche e l’eventuale intenzione di fermarsi da qualche parte lungo il tragitto. Canova sottolinea quanto questa semplice prassi sia incredibilmente importante, perché, in caso di difficoltà o di mancato rientro, i soccorritori possano agire in tempestivamente, senza dover perdere tempo prezioso per risalire a delle informazioni basilari quali l’area da controllare, ecc. È opportuno ricordare che quando si parla di soccorso in montagna, anche pochi istanti possono fare la differenza ed è dunque fondamentale che, appena allertati, i soccorritori possano intervenire subito. Questa procedura, che fino a pochi anni fa era molto diffusa, negli ultimi tempi viene spesso dimenticata, poiché oggi, su buona parte delle montagne, si trova una discreta copertura di rete e si è soliti pensare che, in caso di necessità si potrà tranquillamente telefonare ai soccorsi. Purtroppo, non è sempre così: possono infatti verificarsi dei blackout momentanei, ad esempio in caso di temporali, oppure esserci delle zone senza segnale telefonico. Per questo motivo, informare qualcuno dei propri piani rimane una mossa preventiva importante, indipendentemente dalla tecnologia in nostro possesso.

La comunicazione digitale, all’interno del contesto delle attività montane, si rivela quindi ambivalente. Da una parte, la diffusione rapida di aggiornamenti in tempo quasi reale, di fotografie in cui si possono effettivamente valutare le condizioni delle vie e di informazioni di variazioni ambientali potenzialmente pericolose rappresentano un vantaggio incredibile. Dall’altra, questa diffusione, se veicolata unicamente dai meccanismi “spontanei” delle community digitali o da contenuti ben studiati ed estetizzati di influencer e brand, può portare alla diffusione di messaggi pericolosi e fuorvianti. La raccomandazione su cui tutti e tre gli esperti intervistati sembrano concordare è che le relazioni e le informazioni postate in questi gruppi dedicati dovrebbero essere il più oggettive possibile, includendo unicamente dati reali, lasciando i racconti ed i contenuti più personali e soggettivi al profilo privato del singolo utente. Non è quindi opportuno pubblicare immagini eccessivamente filtrate e ritoccate o racconti che enfatizzano unicamente gli aspetti positivi dell’uscita. Sono necessarie responsabilità e sincerità nella comunicazione di queste attività e un costante richiamo alla prudenza che la montagna impone. Proprio per questo motivo sarebbe opportuno affiancare a ogni relazione un invito esplicito alla prudenza, alla formazione continua e al senso critico del singolo.

A questo proposito, una delle soluzioni più efficaci ed immediate, suggerite sia dall’analisi dei dati sia dalle testimonianze raccolte attraverso le interviste, è l’adozione di una comunicazione più responsabile a tutti i livelli: da quello individuale a quello commerciale e istituzionale. Un’ ottima strategia potrebbe essere che le community digitali strutturassero una serie di regole chiare che gli utenti devono seguire per poter pubblicare le proprie relazioni. Ad esempio, potrebbe rivelarsi utile vietare la pubblicazione di racconti privi di dati tecnici e richiedere di segnalare chiaramente eventuali rischi relativi agli itinerari o alle condizioni ambientali inerenti gli itinerari descritti. Anche l’aggiornamento periodico dei contenuti potrebbe rivelarsi un accorgimento utile, in quanto le informazioni, soprattutto quelle relative alle condizioni, possono cambiare velocemente. Leggere la relazione vecchia di qualche anno, con riportate le condizioni di una via potrebbe essere non soltanto inutile ma anche dannoso. È pertanto essenziale spendere due parole per ricordare che, pur restando le guide cartacee degli strumenti preziosi di consultazione, frutto di un lavoro autorevole e verificato, queste debbano oggi essere integrate con le informazioni più aggiornate reperibili online. Occorre realizzare che molte delle guide classiche disponibili in commercio sono piuttosto datate, ed essendo la montagna un ambiente soggetto a rapidi mutamenti, dove sentieri e condizioni climatiche possono cambiare in breve tempo, stravolgendo completamente luoghi e percorsi, le informazioni presenti sulle guide potrebbero non essere più attendibili, e i frequentatori di determinate vie potrebbero ritrovarsi a dover affrontare rischi e insidie inaspettate.

Nominare dei moderatori esperti incaricati di verificare la qualità delle relazioni pubblicate potrebbe rivelarsi determinante. Ovviamente questo porterebbe ad una netta diminuzione delle informazioni pubblicate ma ne aumenterebbe sensibilmente la qualità e l’oggettività a beneficio degli utenti che avrebbero accesso a una comunicazione più sicura e funzionale. Allo stesso modo, i brand di attrezzatura outdoor e gli influencer dovrebbero evitare di pubblicare contenuti studiati appositamente a fini commerciali e abbandonare messaggi promozionali che trasmettono il concetto che “tutto è possibile”. È importante incoraggiare i fruitori della montagna a valutare con attenzione le proprie scelte e informarsi in modo critico, facendo prevalere buon senso ed esperienza sul desiderio di avventura e visibilità digitale.

Il punto centrale che emerge però sia dai dati raccolti tramite il questionario sia dalle interviste con i professionisti del settore riguarda la formazione. Tutti gli esperti coinvolti e buona parte dei rispondenti al questionario sottolineano quanto sia importante, soprattutto per i principianti, frequentare un corso di alpinismo tenuto da professionisti, siano essi i Club Alpini o le Guide Alpine, attraverso i quali apprendere non soltanto le tecniche di base ma anche la cultura della prevenzione. I tutorial su Instagram girati da influencer del settore outdoor, che mostrano come fare i nodi base o come incordarsi su un ghiacciaio, non rimpiazzano in nessun modo una formazione strutturata creata da professionisti del settore. La facilità di accesso ai contenuti online, se non accompagnata da un’appropriata preparazione nell’ affrontare imprevisti e difficoltà, rischia di diventare un’arma a doppio taglio. La formazione dovrebbe includere dunque sia una parte tecnica e pratica che aiuti l’utente principiante ad affrontare le salite con una certa sicurezza, sia una parte teorica su come valutare criticamente le informazioni reperite online e su come riconoscere le fonti affidabili. I corsi di alpinismo base sono disponibili in ogni nazione, soprattutto nell’arco alpino. In questo senso, il governo potrebbe valutare di finanziare almeno in parte questi corsi, offrendo la possibilità a chiunque di partecipare gratuitamente o con una somma simbolica, in modo da poter ridurre drasticamente il numero di incidenti in montagna, i quali comportano comunque un dispendio di risorse finanziarie pubbliche significativo. Va inoltre ricordato che la formazione non deve essere considerata un traguardo, ma piuttosto un percorso continuo, offrendo dunque la possibilità di continuare a formarsi anche per i praticanti esperti, permettendo dei continui aggiornamenti sulle tecniche e gli strumenti in continua evoluzione. Grazie ad una strategia di questo tipo si potrebbe creare l’opportunità di diffondere dei percorsi formativi per tutti, mantenendo alto il focus sulla sicurezza.

Questa ricerca lascia intravedere diverse possibili linee di sviluppo sulle quali si potrebbe lavorare in un prossimo futuro, con più tempo a disposizione. Sarebbe interessante chiarire, ad esempio, quali dinamiche stanno dietro ai vari comportamenti online, al fine di comprendere come mai buona parte degli utenti sostiene di pubblicare solo talvolta le proprie uscite, andando ad indagare le motivazioni e i criteri con i quali essi scelgono cosa pubblicare. Si potrebbe approfondire il ruolo delle nuove tecnologie, come ad esempio le app specialistiche e i dispositivi di emergenza, come i nuovi dispositivi di comunicazione satellitare, per capire come contribuiscano a costruire la percezione di sicurezza e se questa sicurezza possa essere realmente considerata tale o se si tratti semplicemente una convinzione mentale. Un grande sforzo di ricerca andrebbe inoltre diretto verso la valutazione dell’impatto della comunicazione istituzionale, per verificare se le campagne di prevenzione risultino effettivamente efficaci oppure debbano essere eventualmente riviste. Andrebbe infine studiata una collaborazione tra enti pubblici, governo, club alpini e soccorritori e le maggiori community digitali, al fine di costruire una migliore cultura della prevenzione, che possa ridurre concretamente il numero di incidenti e migliorare l’esperienza dei fruitori della montagna, siano essi esperti o principianti. Un approccio collaborativo, che coinvolga tutti gli attori del settore, potrebbe infatti portare a dei risultati più solidi: la creazione di linee guida uniformi, il rafforzamento dei canali di diffusione dell’informazione e la promozione di una responsabilità che valorizzi la sicurezza, la formazione e la consapevolezza nelle attività di montagna.

In definitiva, solo integrando la tradizione delle vecchie prassi, oggi in parte cadute in disuso, con l’innovazione della comunicazione digitale, grande opportunità dei nostri tempi, è possibile affrontare la attività montane con rispetto e responsabilità. Attraverso una solida formazione e un’informazione continua, la montagna può diventare un ambiente accessibile per tutti, da vivere con gioia e passione senza per questo venir meno ai principi cardine della sicurezza.

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Allegato 1: Questionario
Gentili partecipanti,
mi chiamo Sara Polverini e sono una studentessa universitaria iscritta al corso di laurea in Leisure Management presso la SUPSI, in Ticino.
Sto attualmente svolgendo la mia tesi di laurea, che prende spunto dalla mia passione per l’alpinismo e per le attività montane. Il tema che ho scelto di approfondire è: “Come la comunicazione digitale ha contribuito a modificare la percezione del rischio e della sicurezza in montagna”.
Per raccogliere dati utili alla mia ricerca, vi chiedo gentilmente di dedicare qualche minuto del vostro tempo rispondendo con la massima sincerità a questo breve questionario. Il tempo stimato per la compilazione è di circa 10 minuti.
Le vostre risposte saranno completamente in forma anonima e verranno utilizzate esclusivamente a fini accademici. Vi ringrazio per la vostra partecipazione.
Sara Polverini sara.grandi@hotmail.com

Questionario raccolta dati
Sesso
▢ Femminile
▢ Maschile

Età?
▢ 20/30 anni
▢ 30/50 anni
▢ 50+

Sei membro di un club alpino?
▢ Sì
▢ No

Pratichi soprattutto
▢ Alpinismo
▢ Escursionismo
▢ Scialpinismo
▢ Arrampicata
▢ Cascate di ghiaccio

Ti ritieni
▢ Principiante
▢ Medio
▢ Avanzato
▢ Esperto

Hai frequentato un corso per approcciare questo genere di attività?
▢ Corso del club alpino
▢ Ho imparato con amici/compagni più esperti
▢ Ho fatto tutto da solo

Come scegli l’itinerario e dove trovi le informazioni abitualmente? (più risposte possibili)
▢ Social media (Instagram, YouTube, TikTok…)
▢ Gruppi Facebook dedicati
▢ Community online (Gulliver, Hikr, Camptocamp…)
▢ Libri o guide cartacee
▢ App
▢ Consigli di amici/compagni

Con quale frequenza condividi le tue esperienze sui social media o nelle community online?
▢ Sempre
▢ Spesso
▢ Talvolta
▢ Mai

Quali canali utilizzi per condividere le tue esperienze? (più risposte possibili)
▢ Social media (Instagram, YouTube, TikTok…)
▢ Community online (Gulliver, Hikr, Camptocamp…)
▢ Gruppi Facebook dedicati
▢ App
▢ Le consiglio ad amici/compagni
▢ Altro (specifica)

Come descriveresti il tuo approccio quando condividi le tue esperienze in montagna sui social media o nelle community online?
▢ Riporto solo informazioni oggettive e dettagli tecnici
▢ Aggiungo qualche elemento narrativo per rendere il racconto più coinvolgente
▢ Enfatizzo gli aspetti più emozionanti per catturare l’attenzione del pubblico

Come valuti la tua percezione del rischio in montagna?
▢ Tendo a essere molto prudente
▢ Mi considero equilibrato/a
▢ A volte sottovaluto i rischi
▢ Non ci ho mai riflettuto davvero

Ti è mai capitato di dover chiamare i soccorsi in montagna?
▢ Sì
▢ No

Se sì, quali di queste situazioni ti ha portato a chiamare i soccorsi?
▢ Infortunio personale o del compagno
▢ Eccessiva stanchezza
▢ Problemi di attrezzatura (perdita o rottura di materiale)
▢ Eccessive difficoltà tecniche non previste
▢ Problemi legati alla meteo
▢ Problemi legati alle condizioni dell’itinerario
▢ Problemi legate alle tempistiche dell’itinerario
▢ Problemi legati al partner
▢ Altro

Hai mai avuto problemi a causa di una relazione poco accurata o fuorviante?
▢ Sì
▢ No

Cosa è successo?
▢ Rinuncia alla gita
▢ Difficoltà maggiori di quelle annunciate
▢ Condizioni diverse da quelle descritte
▢ Sottovalutazione dei pericoli oggettivi
▢ Itinerario fisicamente più impegnativo del previsto
▢ Itinerario tecnicamente più impegnativo del previsto

Hai qualcosa che ti piacerebbe raccontare riguardo al tuo rapporto con la montagna, i social o la sicurezza?


Grazie per aver completato il questionario. La risposta è stata registrata.

Allegato 2Trascrizione intervista Matteo Canova
Sara
Volevo approfondire questo discorso dei social media e come contribuiscono un po’ a modificare la nostra percezione di rischi e di sicurezza, certo è un tema molto attuale penso perché…

Matteo
Diciamo che è cambiato tanto, è cambiato tanto l’andare in montagna, c’è stata una affluenza molto maggiore negli ultimi anni e questo forse probabilmente anche grazie appunto ai social media con i lati positivi e i lati negativi: positivi perché comunque la gente vedendo, conoscendo ormai appunto arriva ovunque e quindi nasce nelle persone questa voglia di andare a vedere l’ambiente estivo e quello invernale. E’ chiaro che, come dici tu, purtroppo le fonti sono il problema, ormai chiunque è abilitato a scrivere e vedo tutti i giorni informazioni che non sono veritiere o sono comunque fasulle.

Sara
Tu sei guida alpina, soccorritore, istruttore delle guide alpine e istruttore del soccorso, giusto?

Matteo
Sì.

Sara
Allora, negli ultimi anni avete notato come soccorso un cambiamento nel tipo di persone che si trovano in difficoltà e che devono essere soccorse?

Matteo
E’ cambiato secondo me l’approccio. Torno a dire dell’andare in montagna legato al mondo digitale nel senso che la gente va, fiduciosa che ormai il telefono prende quasi dappertutto, quindi un 80% del terreno, se vogliamo. Quindi ha questa scusa, e si dice “se mi succede qualcosa, chiamo, e riesco ad allertare il soccorso”. Una volta non era così, una volta il telefono non c’era, quindi uno era consapevole che andava e diceva magari a casa più o meno a che ora tornava, sapeva che comunque non c’era scampo, cioè per una chiamata di soccorso si doveva scendere a valle. Adesso non è più così e infatti facciamo tanti interventi inutili, purtroppo mi riferisco alle E-Bike ad esempio, con problemi di batteria scarica, di gente stanca: casistiche dove non c’è una problematica sanitaria, magari può esserci dopo nell’evoluzione, ma al momento della chiamata non c’è una problematica sanitaria. Chiamano perché non riescono a spingere le E-Bike per rientrare alla macchina, non so se mi sono spiegato.

Sara
Sì, è interessante perché questo dato sulle E-Bike, nei dati che mi hanno fornito i vari enti del soccorso che ho contattato, mancava proprio…

Matteo
Sì, poi c’è il problema che quando noi arriviamo ovviamente sull’elicottero non possiamo caricare le E-Bike e loro ci dicono “ah beh ma non ci caricate le E-Bike?”, “ah beh, ma allora rinunciamo al trasporto”. E questo è davvero assurdo.

Sara
Assurdo, sì

Matteo
Sì, però, tornando al telefono secondo me la gente parte con la certezza di poter chiamare.
E torno a dire che non c’è cultura, perché tanti adesso vanno anche da soli e hanno il telefonino, lo considerano una sicurezza. Ma magari a casa non dicono dove vanno, non dicono a che ora tornano e quindi quando noi magari abbiamo un mancato rientro perché la persona non riesce a chiamare, magari è caduta o ha avuto una problematica sanitaria importante, l’infarto, l’ictus e le famiglie richiamano, ma non sanno assolutamente dove è quella persona, cioè non sanno dove, la zona, non sanno che da che parte sono andati. Questa è una mancanza culturale, che una volta non c’era.

Sara
E in questo caso come fate a risolvere, come capite dove iniziare a ricercare?

Matteo
Intanto si fa un indagine con i carabinieri della ricerca della macchina, con la targa. Non è facile, ma è la cosa da fare in prima battuta.

In seguito si interviene con il S.A.G.F ( Soccorso Alpino della Guardia di Finanza), loro sono diciamo delle forze dell’ordine, a tutti gli effetti sono abilitati a fare una triangolazione della cellula telefonica e ultimamente sono molto precisi. Però ci va questo passaggio che fa la richiesta di permesso dalla questura al corpo della finanza, la finanza deve accettare, quindi nell’immediato non si risolve.

E’ una questione importante, perché adesso per questa menata possono passare 4-5 ore, già ad essere veloci.

Sara
Ma quindi una possibile soluzione per aiutare i soccorsi in caso di necessità potrebbe essere comunque ritornare alle vecchie abitudini, scrivere o dire sempre ai familiari dove si va?

Matteo
Tu di che zona sei?

Sara
Canton Ticino.

Matteo
In Canton Ticino non so, lo frequento poco, ma nella nostra zona piemontese è stata fatta anche la politica di sensibilizzare la gente andando a mettere nei rifugi delle cartoline dove praticamente chi pernotta nei rifugi le compila, senza obbligo e in autonomia, dicendo dove vado quando torno.
Però in realtà queste cartoline nessuno le prende sul serio, non c’è nessuno che le compila, non so se per la paura di dire dove va. Non si capisce il perché, forse pensano “tanto io non mi faccio male, a me non succede niente”. Questa è la situazione

Sara
Invece cosa spinge secondo te le persone oggi a tentare degli itinerari o delle attività per cui magari non sono ancora pronte come delle scalate più difficili del proprio livello o anche il percorso in E-bike senza aver la capacità magari di poter ritornare anche senza la batteria?

Matteo
A me viene da dire, questo forse è un mio pensiero personale, che mi sembra un po’ che la gente voglia fare quel qualcosa per poter, non appena finito, fare la storia su Instagram o facebook, cioè pubblicare che ha fatto quello, che è riuscita a fare quello, che è salita sul Monte Bianco, che ha fatto il Cervino, che ha fatto il Dente del Gigante.
Per questo molti salgono, avendo sempre il telefonino appresso per fare le foto. È impensabile provare a fare una salita con una persona che oggi non faccia foto.

Sara
È vero. In fondo però c’è anche l’altra faccia la medaglia: comunque faccio la fatica, voglio immortale il mio momento.

Matteo
Siamo allo stremo. Sì, quando si avevano i rullini per fare le foto, si scendeva a valle, poi quando il fotografo era aperto si andava, si avevano le diapositive. E poi per vederle c’era bisogno del proiettore, era una cosa lunga, c’era da aspettare, adesso qua è tutto veloce e accelerato. Inoltre, siamo passati da un’era dove abbiamo fatto tutto per registrare ed eternare, nel senso che c’era la diapositiva fisica, poi stampavamo le foto, facevamo l’album con le foto. E con i video, tempistiche dilungate piuttosto che il film con le videocassette, il V8, ecc. Tenevamo tutto ciò che avevamo registrato, ogni tanto ri-vedevamo, adesso invece siamo nell’epoca opposta della cancellazione. Io per primo, perché sul telefonino ho almeno 7000 foto e la prossima azione sarà quella di cancellare per fare spazio alla memoria… Sono due mondi un po’ diversi!

Sara
Si guardano anche meno, penso, perché la foto la facciamo oggi, la postiamo domani e poi non la guardiamo più, mentre l’album almeno… Per tornare all’andare in montagna di oggi, è una questione di immagine?

Matteo
Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, sicuramente c’è quello che ha il piacere e l’amore di far quella salita e quindi magari si allena per far quella salita, quindi c’è anche un investimento in preparazione fisica, quindi non è che dipende sempre dall’immagine. Mi vengono in mente i viaggi, io accompagno tanto nei viaggi, gente che vuol fare dei viaggi particolari e si dedica ad allenarsi per mesi e mesi, quindi non è soltanto il far vedere, dipende un po’ da che pubblico abbiamo.

Sara
Invece i social media hanno un impatto su come le persone scelgono l’itinerario, le attività in montagna?


Matteo
Ormai sono 21 anni che sono guida e mi ricordo i primi anni che stampavo delle locandine, formato quello piccolo, e l’estate a metterle sui parabrezza delle macchine. La gente chiamava al numero di telefono, poi c’era tutto il lavoro di rispondere, parlare al telefono di persona.

Quando è scoppiato il mondo Facebook, il mondo Instagram, questi social qua io li utilizzo: poi ce ne saranno anche altri, le nuove generazioni sicuramente useranno roba che io non utilizzo. Ho smesso di fare le locandine e la pubblicità marketing vecchio tipo, e ho semplicemente iniziato a pubblicare quello che facevo e di lì la gente ha cominciato a seguirmi in maniera esponenziale e a chiamarmi di continuo, a scrivermi: a volte neanche più la chiamata, ecco cosa abbiamo perso…

Abbiamo perso addirittura la chiamata, cioè ti chiamo, voglio sentire la tua voce, ormai la gente scrive, ho visto che hai fatto questo e quest’altro, “quand’è che sei libero e mi porti”, c’è ormai la comunicazione così, che quindi perde addirittura quel contatto vocale che prima c’era. E’ vero che da un telefono non capisci che hai davanti, però era anche un modo per conoscersi, invece adesso lo scritto è molto più astratto… però funziona, funziona perché lo confermano le giornate di lavoro, quindi diciamo funziona.

Da parte nostra come professionisti bisogna fare veramente molta attenzione quando pubblichiamo. Io ho studiato, sono laureato in design, ma non ho mai fatto nessuna scuola di comunicazione, mi sarebbe piaciuto farla perché per me dietro c’è un mondo e noi come guide, secondo me siamo abbastanza ignoranti. Mi piacerebbe inserire anche nei corsi delle tematiche. Magari, una volta che anche tu sarai laureata, ti potrò chiedere aiuto, perché la comunicazione è importante e vedo che nel pubblicare bisogna fare veramente attenzione a essere più oggettivi e a omettere il più possibile i pensieri personali. Questo inverno mi è successo che ho scritto di una cascata di ghiaccio bella: mamma mia, hanno cominciato a scrivere una serie di commenti negativi che non capivo niente, la cascata non era bella perché era bucata, non c’erano le condizioni… Quindi vedi un aggettivo, quella cascata magari era esile, quindi la reputavo bella per la tecnicità che aveva quella lunghezza di corda, un altro magari faticava e non l’ha trovata idonea alle sue capacità. Ha detto: “questo qui ha scritto una cavolata”.

Sara
Bisognerebbe educare le persone già da subito a un utilizzo consapevole dei social media, comunque chi scrive ha probabilmente un minimo di responsabilità, chiaro non a livello legale, ma almeno a livello civile per quello che pubblica, giusto?

Matteo
La responsabilità c’è, più cariche uno ha più è additabile, perché fa parte della struttura del soccorso, delle guide.

Sara
Invece, se è il classico influencer di turno che scrive il post sulla sua salita?

Matteo
Secondo me, se non hai titoli, hai forse più libertà di azione, cioè nel senso che ci saranno commenti di vario genere, ma alla fine non incorrerai in grandi pericoli legali come invece la nostra categoria.
Ma questo vale in questo campo, ma vale anche in altri campi, penso per esempio a quello medico. Al tempo del CoVid è successo un pandemonio in questo senso.

Sara
Le estetizzazioni della montagna, quindi i classici post da tantissimi like che vengono pubblicati soltanto con la parte bella, con il bel panorama, senza vedere le difficoltà, possono davvero portare le persone a sottovalutare i rischi reali?

Matteo
Sì, questo vale soprattutto sull’ambiente invernale. La foto della curva bella di un bravo sciatore con la polvere che si alza, è chiaro che quella induce a dire, chiunque la veda, “cavolo, belle condizioni, bella neve, è facile da sciare, è bellissimo”.

E se dietro a quella foto c’era il pericolo valanghe? È stato valutato? Il mondo neve è molto insidioso. La gente, il pubblico dei free-ride, vede queste foto qua, e il giorno dopo sono tutti lì, vogliono essere nella stessa location, fare la stessa curva. Soprattutto nel mondo della neve bisogna far attenzione.

Sara
Qual è una tipologia di itinerario che è più soggetta ad essere estetizzata, quindi l’itinerario di scialpinismo, del free-ride o anche altri tipi, tipo le vie normali, le vie di ghiaccio?

Matteo
Secondo me va molto a stagionalità…l’ambiente invernale e appunto la neve polverosa attirano di più, ovunque tu sia, anche in Giappone per dire: Per l’estivo, la montagna che attira sempre di più è il Cervino, il simbolo della montagna perfetta, con tutti i suoi lati negativi, perché crolla, però a livello estetico è LA montagna!

Cioè, una foto sul Monte Bianco dice poco quando la faccio, su un pianoro di neve fondamentalmente. Quindi per bravo che tu sia, è difficile fare una bella foto sul Monte Bianco, qualsiasi foto sul Cervino invece è altra cosa.

Sara
Quindi il Cervino va tanto di moda sui Social?

Matteo
Eh, sì, va di moda, il problema è che non è una montagna facile e di conseguenza ha tanti che la sottovalutano… E dicono: “Beh, Cervino: è una scalata, ma il terzo grado lo faccio anch’io, no?”.

Non si vede tutta una serie di componenti di rischio, dalla caduta sassi all’esposizione, non si vede la lunghezza dell’itinerario. Il Cervino è lungo da salire e scendere, non puoi perdere la concentrazione, non è una salita che si improvvisa, ovvio.

Però a livello estetico è sicuramente una delle immagini che vedo più: cioè se pubblico una foto del Cervino e una foto del Monte Bianco, il Cervino fa mille like, il Monte Bianco ne fa cento, ecco.

Sara
Intervenite molto sul Cervino?

Matteo
Sì, c’è il soccorso valdostano, non io che lavoro in Piemonte. Da luglio a settembre per loro è davvero tosta. C’è da dire che quest’anno la capanna Carrell è chiusa, perché la stanno rifacendo: di conseguenza tanti non vanno. E, tornando ai social, tanti interventi sono stati fatti, ma veramente tanti, dopo che Kilian Jornet aveva fatto il record di salita al Cervino.

Quando uscì quella notizia lì, che lui era salito e sceso, mi sembra in due ore, due ore e cinquanta, o giù di lì, le settimane dopo sembrava la processione, c’erano ragazzi con braghe corte, scarpe da ginnastica, ecc , tanto diciamo “bè, ma lui ci ha messo due al cinquanta, beh, lui è forte, un campione, va bene, ci metto quant’altro, il doppio, vuoi di più del doppio?”.

Però Kilian è un uomo da record, no? Come dire Adam Ondra nell’arrampicata! Kilian l’anno scorso, se non sbaglio, ha fatto tutti i Quattromila in 19 giorni.
E’ chiaro che serve anche la cultura di chi legge quella notizia. Perché uno che sale gli 82 Quattromila in 19 giorni è ad un altro livello. Bisogna rendersi conto di che razza di fenomeno è quello!
Sicuramente lui era consapevole di ciò che poteva succedere dopo la pubblicazione, come anche Alex Honnold quando è salito slegato in Yosemite… E non parliamo delle notizie degli Ottomila…

Chiaro che c’è una responsabilità, però sarebbe anche sbagliato non far conoscere questi record, perché alla fine a tutti gli effetti sono dei record. Come fosse un record ciclistico…

Sara
Sì chiaro, io seguo Kilian, seguo Benjamin Vedrins, tutti… Non perché a me interesserebbe mai fare un record, perché ci mancherebbe, però chiaramente le vedo queste notizie. Però come è che la gente prende consapevolezza del fatto che non è neanche da provare la replica di queste imprese?

Matteo
Secondo me la gente si basa su dei dati oggettivi che sono appunto controllare il tempo, cioè Kilian ha salito il Cervino e lo ha disceso in due ore e cinquanta e quindi la gente dice: “è un campione, io ci metto il doppio”. Chiaro che non riesce a capire chi ha davanti, e quanto grande sia la sua sottovalutazione… così vogliono metterci mano e allora si fanno male e li andiamo a prendere. È così.
Chiaro che non so chi imita Honnold. So cosa ha fatto lui, che è consapevole. Il problema è il pubblico che legge questa notizia e non è conscio di nulla…

Il mese peggiore ad esempio, è agosto. La gente è in vacanza, sono le due settimane di fuoco, hanno in mente le montagne che hanno visto nelle foto. Poi magari hanno solo quei 10 giorni, quelle due settimane di vacanza, non hanno soldi per permettersi un professionista. C’è anche chi pensa, anche se sono sempre meno, che prendere una guida sia un disonore.

Ah no, io in montagna sono capace di andare da solo, perché devo andare a rivolgermi a uno che mi porta? No, non va bene. In realtà questa tematica qua è un po’ cambiata negli anni per fortuna.

Secondo me lì la cultura sta cominciando a fare scuola perché abbiamo tanti clienti bravi che però hanno tutt’altro lavoro, sono dei manager di aziende che non hanno il tempo per guardare le tecniche, per studiare i percorsi, quindi si rivolgono alle guide. Ma alla base c’è un’intelligenza!

Sara
Io ho distribuito un questionario per raccogliere un po’ di dati da varie persone e uno dei dati che mi ha lasciato abbastanza sorpresa era il fatto che incrociando i dati tra le persone che avevano dovuto chiamare il soccorso e dove avevano reperito le informazioni è risultato una maggioranza di persone che ha dovuto chiamare il soccorso ma le informazioni non le aveva prese dai social media bensì dalle guide cartacee o dai consigli degli amici. Come mai? Quale potrebbe essere il motivo?

Matteo
Il motivo è che le guide cartacee non sono aggiornate come le relazioni sui social media. Le guide cartacee possono essere vecchie di 20 anni, di 25, di 30: purtroppo il mondo montagna cambia.
Sto parlando soprattutto dell’alta montagna, quindi certi accessi, i ghiacciai, gli accessi ai rifugi. Spesso, a causa del cambio climatico, sono stati creati accessi nuovi.

Sara
Come le scalette aggiunte?

Matteo
Come le scalette, perché magari il ghiacciaio è sceso, di conseguenza il vecchio accesso è franato o inaccessibile, quindi è stato fatto un nuovo itinerario. Se uno legge magari la guida cartacea di 20 anni fa, legge che si passava da destra, invece adesso si passa a sinistra.

Sara
Ok. Sì, anche io l’avevo pensato in realtà soltanto che volevo la conferma di un esperto.

Matteo
Sì, la montagna cambia, soprattutto l’alta montagna sopra i 3500 m cambia tantissimo, i ghiacciai si ritirano, questo è ormai consolidato, e di conseguenza certi accessi alle Morene sono completamente diversi.
Quindi va bene le guide cartacee, che tra l’altro a me piacciono molto, però bisogna saperle leggere, essere in grado di afre i paragoni con le informazioni date da Google o altro di moderno.

Sara
Quindi integrare un po’ le cose?

Matteo
Sì, fare l’incrocio delle fonti.

Sara
Io seguo molto su Instagram il profilo del CSNAS, il soccorso italiano. Vedo che sono molto attivi, che pubblicano spesso dei post, anche raccontando degli interventi che fanno. C’è una strategia alla base di questi contenuti o lo fanno come capita?

Matteo
Il soccorso alpino nazionale ha un dipendente che si occupa di comunicazione, per ogni regione del soccorso alpino, cioè il soccorso alpino piemontese, il soccorso alpino ligure, ecc. Ognuno ha il suo addetto alla comunicazione.

Quindi anche noi, quando facciamo gli interventi, abbiamo una comunicazione che funge un po’ da filtro. C’è una specie di censura, se vogliamo, ma è anche giusto, perché poi dopo in caso di incidenti c’è anche tutto un discorso di privacy e di responsabilità.

Il CNSAS è un colosso, all’italiana, quindi ha bisogno dei finanziamenti che arrivano a livello sia statale, sia regionale; i finanziamenti sono anche importanti, dunque c’è bisogno che l’importanza del CNSAS sia riconosciuta, non deve vivere nell’ombra.

Poi ci sono gli equilibri della politica… Siccome gli appalti degli elisoccorsi regionali sono veramente grandi a livello economico, allora si fanno largo anche altri corpi che magari vogliono interagire o aggiudicarsene delle fette. Faccio l’esempio dei Vigili del fuoco, anche se non voglio far polemica; oppure la guarda costiera, piuttosto che altri. Qui entriamo in un discorso economico, quindi anche la pubblicità, è brutto dirlo, ma ha il suo peso.

Sara
Ma pensi che parlare di più degli incidenti che capitano, delle cause per cui gli incidenti sono avvenuti spiegandone i motivi, le dinamiche, potrebbe portare una maggior consapevolezza nelle persone, per evitare che questi incidenti, almeno i più banali, anche se non sono mai banali, si ripetano?

Matteo
Quello che dici tu sicuramente è giusto, ha senso, però bisogna sempre vedere il pubblico che legge quelle notizie lì, di nuovo, perché noi non sappiamo quando facciamo clic e invio chi abbiamo dall’altra parte, no?
Sabato scorso ero di turno, abbiamo fatto 6 interventi, però non pubblico mai nulla su quello, perché mi è capitato in passato di fare delle pubblicazioni su un intervento che ho fatto e poi si è innescata una serie di commenti a catena, i soliti imbecilli.

Sara
Però ho visto che soprattutto gli italiani se posso permettermi, fanno questo genere di commenti in qualsiasi quotidiano, in qualsiasi giornale, in qualsiasi gruppo Facebook che pubblica le notizie di incidenti in montagna…

Matteo
Quindi da soccorritore non mi piace andare a invadere la sfera altrui, magari il mio pensiero personale è che veramente siamo di fronte a un deficiente… però non è neppure giusto che questo sia lapidato dai social solo per un mio giudizio personale.

Sara
Fare una pubblicazione per esempio come quella che fa l’American Alpine Journal, dove raccontano degli incidenti, delle cause e delle dinamiche, potrebbe essere utile?

Matteo
Sicuramente sarebbe utile, come sarebbe utile che il corpo delle guide, quindi intendo i Collegi, si esponessero. Non lo deve fare il singolo soggetto, non lo deve fare il Matteo Canova, non lo deve fare la singola guida, il singolo soccorritore, ma deve essere l’ente che fa questo tipo di intervento.

Però anche lì dev’essere fatto con molta attenzione. Abbiamo recentemente fatto un intervento sulla via normale dell’Argentera. Abbiamo tolto le vecchie corde e, d’accordo con il Parco delle Alpi Marittime, abbiamo inserito dei punti di protezione fissi, con ciò incoraggiando la progressione in cordata senza la banalità delle corde fisse. La comunicazione di ciò è stata fatta dal parco, ma ugualmente si sono innestate diverse polemiche, “come mai hanno tolto le corde, come mai allora adesso non posso più andare senza l’imbrago, ecc.”. Ci vuole coraggio a fare determinati tipi di interventi.

Tante volte abbiamo paura di quello che poi verrà dopo… Sicuramente, se è una comunicazione mirata a una miglioria sulla sicurezza, secondo me ha senso farla come è stata fatta quella dell’Argentera, senza avere paura di quei dieci commenti. Tanto è impossibile che si sia tutti d’accordo… Se la maggioranza ci dà ragione allora vuol dire che abbiamo fatto bingo…

Sara
Io ho un’ultimissima domanda anche perché ci sta scadendo il tempo in zoom. Per le persone che approcciano la montagna e lo fanno tramite i social: qual è un consiglio che potresti dare come guida e come soccorritore? Cosa fare? Quali i primi passi?

Matteo
Non voglio fare pubblicità al marketing però il mio consiglio come inizio è quello di rivolgersi a degli esperti del mondo della montagna, dove per esperti del mondo della montagna non voglio dire solo guide alpine.

Secondo me c’è anche tutto il mondo CAI che è un bellissimo mondo, so che ci sono delle diatribe in alcune zone, sezioni CAI contro guide: ma non è il mio caso e secondo me certe sezioni CAI lavorano bene, hanno i loro istruttori a dei costi molto minori e quindi secondo me per un neofita è meglio a volte rivolgersi al CAI.

Poi c’è chi si può permettere la guida, e allora perché no? Con il CAI c’è un rapporto più numerico, quello con la guida è un rapporto molto più personale, più ristretto, però bisogna permetterselo no?

Poi invece l’amico “esperto” mi lascia sempre perplesso, l’amico di famiglia che ha fatto chissà quali cose, ce ne sono veramente pochi che secondo me sono degni di accompagnare o di insegnare. Non volermene, però è così.

Sara
Eh, la soluzione del corso CAI è emersa in tutte le interviste che ho fatto. E’ anche emerso  dal questionario, per prevenire un sacco di incidenti e per far passare il giusto messaggio sulla sicurezza. Sono soddisfatta perché ora so che posso incentrare la tesi in questa direzione.

Matteo
Purtroppo siamo sempre collegati a questo dio Denaro… Non sarebbe male come professionisti riuscire ogni tanto, magari nei periodi morti, a fare dei corsi gratuiti.

Sara
Eh, io pensavo anche con delle sovvenzioni pubbliche magari.

Matteo
Perché abbiamo un buco, ma parlo solo per la zona del cuneese, abbiamo un buco di clientela dai 14 ai 24 anni, più o meno. I ragazzi di quell’età non posso permettersi niente del genere, ma è dai 24 ai 30 anni che fisicamente e mentalmente abbiamo le migliori prestazioni.

Allegato 3: Trascrizione intervista ad Alberto Fantone
Sara
Negli ultimi anni hai notato un cambiamento nel tipo di persone che si trovano in difficoltà e che devono essere soccorse?

Alberto
Il tipo di persone non saprei, sicuramente negli ultimi anni c’è stata una grande affluenza, il numero di persone è aumentato. Ce lo dicono le statistiche e il numero dei soccorsi è in continuo aumento. La tipologia delle persone è di medio-bassa esperienza. Certo, l’incidente purtroppo può succedere a chiunque, però in genere è il poco esperto, diciamo così, che sottovaluta i rischi. Ma non perché è un pazzo: è una questione di inconsapevolezza, purtroppo.

Sara
Pensi che i social media abbiano un impatto su come le persone scelgono l’itinerario le attività in montagna?

Alberto
Sì, certo. Il grosso delle scelte d’itinerario, un po’ per pigrizia anzi forse per lo più per pigrizia, viene dai social media. Apri facebook o instagram, vedi che si sta formando il ghiaccio, qualcuno ha fatto quella cascata… Il weekend prima non c’è nessuno, quello dopo venti cordate su quella cascata piuttosto che su quella gita di sci piuttosto che su quella via di roccia. Dal dimenticatoio si passa all’esplosione perché qualcuno ne ha parlato su facebook ed è dilagato a macchia d’olio. E’ una sorta di catena quella che gira attorno ai social.

Sara
Ti è mai capitato di intervenire in un luogo che è diventato di moda sui social o magari hai visto un aumento di frequentazione legato alla visibilità online, come per esempio il canalone Coolidge sul Monviso? Quando l’abbiamo fatto noi non c’era su nessuno, erano anche condizioni orribili: però poi ho visto che l’anno scorso, dopo le uscite sui social, tantissime persone andavano a sciarlo. Parlo del Coolidge perché so che tu sei guida del Monviso.

Alberto
Sì sì, beh, non avevo in mente un esempio specifico, ma me l’hai dato tu… Sì, sul Coolidge quest’anno siamo intervenuti, purtroppo due persone ci sono morte per le cattive condizioni, in quei giorni scaricava. Per quindici giorni ci sono state brutte condizioni, eppure la gente continuava ad andarci dato che l’aveva visto sui social con le belle condizioni dei giorni precedenti. Poi c’è anche la questione Gulliver, da noi al nord-ovest funziona molto il sito Gulliver. Con tutte queste informazioni, mai datate precisamente, la gente rinuncia a situare le condizioni con esattezza e parte.

Sara
Sul caso specifico del canalone Coolidge ho visto, facendo delle ricerche, che i giorni prima diverse cordate si erano ritirate e invece chi era arrivato in cima pubblicizzava la salita su Gulliver come un’uscita stellare…

Alberto
Il problema di Gulliver e degli altri social è che sono teoricamente una figata, ma la mancanza di filtro rovina tutto: quello che scrivo io può essere autorevole come zero e nessuno è in grado di giudicare questo. Anche perché è già difficile per un esperto. Questo è l’aspetto negativo della comunicazione di massa. Quelli che hanno detto che la salita era “stellare” evidentemente erano contenti della bella giornata passata e hanno esternato il loro umore. In realtà tutto dipende da come si è vissuta la cosa, indipendentemente dalle condizioni o dai pericoli che ci sono in quel momento su quella montagna. Sei bravo? Hai avuto molta fortuna? Hai fatto la gita che sognavi da anni? E allora è tutto “stellare”! Un giorno che ero al Pian del Re alle otto del mattino sono arrivati tre (che conoscevo tra l’altro) e mi dicono: “abbiamo dormito al bivacco Villata (che il bivacco sotto al Coolidge) ma siamo tornati indietro perché scaricava. Io non ho ribattuto, ma pensavo: “Cosa vi aspettavate, c’è lo zero termico 4000-4500… lo credo che scaricava”. Lo ripeto, il problema dei social è la mancanza di un filtro che però in effetti è ben difficile da introdurre…

Sara
La stessa cosa mi ha detto Alessandro Gogna: lui ha fatto la stessa osservazione sul fatto che non c’è nessuno che controlla sui social.

Alberto
Per una relazione ben fatta, tipo quelle che trovi su planetmountain o su upclimbing, che hanno un filtro e sono attendibili e autorevoli, ne trovi cento su  gulliver o su “ice climbing cuori di ghiaccio” (una pagina di facebook) che non sono filtrate. Vantaggi e svantaggi!

Sara
Secondo te l’estetizzazione della montagna che si nota sui social può portare le persone a sottovalutare i rischi reali?

Alberto
Sì certo, per estetizzazione intendi la parte bella delle cose?

Sara
Sì, pubblicizzare la parte bella come nel caso di quell’uscita “stellare” dei ragazzi che hanno completato il Coolidge.

Alberto
Secondo me ci sono fondamentalmente due tipi di gente che pubblica, forse tre. Ci sono quelli che pubblicano perché dicono “ho fatto quello, ti riferisco qualcosa di oggettivo perché sono un preciso, sono matematico e scientifico, ti dico 1, 2, 3, 4, 5: quello che ho fatto e quello che ho trovato.

Poi ci sono quelli che pubblicano perché sono contenti e vogliono far sapere al mondo che loro sono felici. Queste due categorie fondamentalmente non creano grossi danni. Ma infine ci sono quelli che fanno veramente danni enormi, cioè quelli che pubblicano per il curriculum: quando è questa la ragione si tende a bypassare tutto ciò che è negativo riguardo la sicurezza perché si vuole far sapere alla gente che è stata fatta quella gita difficile, dura e complessa e quindi fondamentalmente far sapere quanto si è stati fighi e bravi. Quelle persone sono pericolose. Gulliver ne è pieno, non c’è bisogno di andare su facebook!

Sara
Ultima domanda su questo argomento: secondo te c’è una tipologia di itinerario che è più soggetta ad essere estetizzata sui social o tutti gli itinerari possono correre questo rischio?

Alberto
A grandi linee tutti gli itinerari corrono questo rischio. Un po’ meno gli itinerari moderni su roccia, lì non ho mai sentito di grossi problemi. Non so cosa succede da voi, per esempio sul Wendenstock…

Sara
Lì il problema non c’è perché sono vie tecnicamente molto difficili.

Alberto
In effetti i problemi grossi li danno le condizioni neve e del ghiaccio, compresa l’alta montagna facile, il Monte Bianco, il Monte Rosa, i Quattromila svizzeri, anche se la Svizzera la seguo poco perché io stesso ci vado poco e anche gli italiani. Però su Monte Bianco, Monte Rosa, Gran Paradiso la variabilità delle condizioni è IL problema.

Sara
Parlando di percezione di rischio e di sicurezza le persone che si avventurano in montagna oggi sono secondo te più o meno consapevoli del rischio rispetto al passato?

Alberto
Meno, perché c’è più gente quindi di conseguenza il livello si è abbassato e poi in linea di massima è cambiata la formazione, intendo quella da cui si inizia frequentare la montagna. Ci sono più provenienze dalla palestra, dai corsi di qualità media, quindi ci si avventura subito su un itinerario che richiede esperienza senza averla e in più la tecnologia social ha la sua responsabilità. Quaranta anni fa era tutto diverso, per le informazioni dovevi telefonare a quello che conoscevi; l’attrezzatura di oggi è meravigliosa ma ti promette un facile uso, mentre invece devi saperla usare, dunque è un’arma a doppio taglio.

Sara
Quasi un senso di falsa sicurezza?

Alberto
Eh sì, un falso senso di sicurezza.

Sara
Io per fare un po’ di ricerca ho creato un questionario e ho fatto girare sui gruppi facebook, su instagram, sulla newsletter dell’Alpine Club, anche su “Cuori di ghiaccio” perché ovviamente è molto seguito. Da quanto è emerso dal questionario che ho distribuito le attività che implicano il più alto numero di chiamate al soccorso sono l’alpinismo e l’arrampicata, però secondo i dati che più enti del soccorso alpino, quindi anche il soccorso alpino svizzero, il CNSAS e quello di Chamonix, mi hanno informata che l’attività che più necessita dei soccorsi è l’escursionismo.

Alberto
Certo, assolutamente. Conosco bene i soccorritori di Chamonix, ma Chamonix è meglio metterla un po’ da parte perché il Monte Bianco è unico. Però, parlando di tutto il resto delle Alpi, sicuramente l’escursionismo è il più incriminato. Però questo è legato ai numeri: in una domenica, quanta è la gente che riempie le valli e cammina e quanti sono quelli che fanno alpinismo? Il rapporto è ben diverso, quindi è normale che si debba applicare la legge dei grandi numeri: in effetti è tanta la gente che cade sui sentieri o si perde.

Sara
Io non riuscivo a spiegarmi questo dato. Quindi secondo te potrebbe essere che i dati del soccorso sono così per via del grande numero di escursionisti, mentre ciò che emergeva dal mio questionario era dovuto al fatto che probabilmente più alpinisti e più arrampicatori mi avevano risposto e molto meno camminatori?

Alberto
Secondo me al tuo questionario hanno risposto più alpinisti perché sono più sensibili: in ogni caso non c’è dubbio che l’alto numero di soccorsi per gli escursionisti è legato al loro grande numero, anche se è vero che se faccio alpinismo ho più probabilità di farmi male.

Sara
Sempre dal mio questionario risulta che la maggioranza delle persone che hanno dovuto chiamare i soccorsi aveva reperito le informazioni da guide cartacee o da consigli di amici e non dai social media. Secondo te c’è una correlazione tra le chiamate di soccorso e la fonte utilizzata per reperire le informazioni?

Alberto
Beh, l’amico è un po’ come il social: insomma quanto è bravo questo amico per darti le informazioni? Noi ci fidiamo di chi conosciamo ma occorre saper filtrare anche gli amici. Io sono un fan delle guide cartacee, quando vado in un posto nuovo compro la relativa guida: però, se immaginiamo una guida del Monte Bianco fatta trent’anni fa, dobbiamo concludere che non è più attendibile! Il Monte Bianco è stato stravolto dalle condizioni climatiche, quindi ‘sta guida cartacea è ancora attendibile o no? Di nuovo, è vero che il social ha degli svantaggi ma ha anche dei vantaggi! I social ti fanno vedere foto di cosa c’è oggi effettivamente, non di cosa c’era trent’anni fa! Se mi dai le guide di decenni di anni fa è pericoloso seguire ciò che dicono relativamente a molti itinerari. Anche se l’autore era molto autorevole! Devi essere molto bravo per filtrare tutta questa storia… Anche se tutto ciò fa parte del gioco. L’avventura dell’alpinismo è bella anche per questa imprevedibilità.

Sara
Tu formi solo le guide o anche i soccorritori?

Alberto
Anche i soccorritori, principalmente i soccorritori.

Sara
Quanto spazio date a questa gestione del rischio durante la fase formativa? Le date importanza, ne parlate?

Alberto
C’è la formazione per la gestione del rischio del soccorritore sia in elicottero che a piedi: è fondamentale assumere che in primis c’è la sicurezza del soccorritore, prima di quella della vittima. E’ ovvio, perché chiaramente se il soccorritore non torna poi ne hai due da soccorrere e poi perché è giusto così. E’ brutto da dire ma se io mi sono messo in pericolo, non è giusto che si metta in pericolo anche il soccorritore. Questo non deve agire in fretta e furia, anche se c’è urgenza e le decisioni devono essere prese in pochi minuti. Valutazioni così rapide possono giustificare anche la rinuncia al soccorso.

Sara
Quindi ci potrebbe essere un caso in cui qualche sprovveduto o persona inesperta va ad avventurarsi su una via davvero pericolosa e il soccorso si rifiuta di intervenire?

Alberto
Sì. Anche se non viene sbandierato questo succede spesso: noi dipendiamo molto dal brutto tempo. Se il tempo è proibitivo in certi luoghi non si interviene. Nel prendere la decisione ci sono i calcoli delle probabilità: possibilità di ritrovare vivi gli infortunati o dispersi versus possibilità di incidenti ai soccorritori. Giocano tanti fattori: oscurità, vento per l’elicottero, nebbia. Si parte se la soglia di rischio è accettabile, anche se questo spesso non è argomento da comunicare al pubblico.

Sara
In generale la comunicazione digitale a questo proposito dovrebbe essere ripensata secondo te o è efficace? In che modo si potrebbe ripensarla per renderla più efficace?

Alberto
Io non mi preoccupo tanto per gli alpinisti che hanno incidenti su vie alpinistiche. Il loro numero è davvero esiguo. Ovvio che mi dispiace per loro, ma penso soprattutto al numero di incidenti che capitano sulle vie normali delle cime delle Alpi, dove la gente non ha le basi per usare una corda. C’è gente che è morta scendendo in arrampicata là dove c’erano gli anelli per le corde doppie… ma poca miseria!

Un corso di alpinismo di quattro giornate ti insegna le basi, ma poi ci vuole altro per sopravvivere alla normalità della pratica alpinistica. Questo è da comunicare! Forse in Francia, Svizzera e Austria sono più sensibili a questo argomento. Qui invece è tutto un “ma sì, ma va tutto bene, cosa vuoi che succeda… no, è solo un passaggino… ci sono passati tutti…” e poi ci scappa il morto! Quando, ripeto, basterebbe un pezzo di corda, un imbrago e la base di come si usano. No, i tutorial non funzionano, devi metterci mano con qualcuno che ti spiega. Ecco perché la comunicazione della montagna andrebbe rivista totalmente o, in certi casi, andrebbe fatta perché non c’è. Puntare di più sui corsi, o delle guide alpine o del CAI. Questo però non possiamo farlo da soli, occorre che il governo ci aiuti. L’aiuto dev’essere materiale ma anche di comunicazione, in modo da non vedere gente slegata in mezzo ai crepacci dei ghiacciai.

Sara
Quindi se il governo stanziasse qualche fondo per agevolare i costi dei corsi di formazione potremmo vedere dei risultati?

Alberto
Secondo me vedremmo dei risultati sì, certo che sì. E, tra l’altro, sarebbe un investimento! Chiaramente un morto in montagna costa!

Sara
Però per iscriversi al corso d’alpinismo di base mi sembra che in Svizzera costi 800 franchi.

Alberto
In Svizzera probabilmente gli stipendi sono altro che in Italia. Qui un corso di alpinismo base con guida è sui 250-300 euro. Ma ci sono anche i corsi CAI, indubbiamente più economici ma ugualmente formativi.

Sara
E pensi che quelli che parlano di montagna online, quindi sia i blogger sia le guide e anche gli influencer abbiano una certa responsabilità nei confronti di chi li segue, di chi prende consiglio o legge quello che scrivono?

Alberto
Sì, anche se non mi addentro a dare una risposta a livello giuridico.

Sara
No, io intendo una responsabilità a livello civile o, se vuoi, solo morale.

Alberto
Sì, senza dubbio. Quando consigli qualcosa che definisci “attrezzato”, ma magari non lo è o non lo è più, ti stai prendendo una responsabilità. E se sei una guida ancora di più perché sei un professionista della montagna, quindi devi ponderare con attenzione quello che scrivi. Piuttosto meglio non scrivere nulla. Quello che vorrei dire è che si farebbe molto meglio a scrivere di meno e con più attenzione. Lo scialpinismo è la disciplina che più è esposta a questo fenomeno.

Sara
Hai magari qualche esempio?

Alberto
Sì, ma non vorrei accusare qualcuno in particolare. In ogni forum ci sono discussioni pazzesche, con visioni antitetiche. Se si legge solo un consiglio si rischia di sbagliare, ma se si leggono tutti potrebbe essere anche peggio!

Sara
Ok, dovrò andare a rivedere un po’ perché pensavo che invece per lo scialpinismo fosse un problema minore.

Alberto
No, lo scialpinismo è il problema maggiore secondo me perché secondo me lo scialpinismo, oltre ai grandi numeri che fa, presenta il problema che i pendii e le discese sono molto accattivanti. Su una parete di roccia o di ghiaccio vige il concetto che, quando le vedi, ti spaventi. E se non si all’altezza, rinunci in partenza. Invece, quando sei in cima ad una montagna e sotto di te c’è uno splendido pendio di neve fresca, è difficile non farsi indurre in tentazione.
La sottostima è il grosso problema dello scialpinismo: è quella a creare il gran numero di incidenti.

Sara
Buono a sapersi, allora io avrei ancora un’ultimissima domanda: puoi dare qualche consiglio a chi si avvicina alla montagna dal mondo online?

Alberto
Un consiglio molto generale è fare progetti con una ragionevole consapevolezza tramite la giusta informazione. Nel dubbio è meglio ripiegare verso qualcosa di più semplice per avere la garanzia di tornare a casa, che rimane sempre la cosa principale. Così anche noi abbiamo meno interventi…

Sara
Vedo che state intervenendo tantissimo in questi giorni, e vedo anche che ci sono tante persone in giro…

Alberto
Sì, anche in settimana tanti soccorsi qui in Piemonte, è proprio un peccato. Spero di essere stato utile in questa chiacchierata.

Allegato 4: Trascrizione intervista ad Alessandro Gogna
Sara
Comincio subito a chiederti, visto che comunque fai alpinismo da tanti anni, sicuramente molti più di me, come secondo te è cambiato il modo in cui le persone vivono la montagna oggi rispetto a un paio di decenni fa.

Alessandro
C’è stato un cambiamento radicale proprio rispetto a qualche decennio fa, ma non solo in termini di tecnica o di maggiori capacità oppure in termini numerici di persone che vanno in più o in meno. C’è stato un cambiamento radicale che investe proprio la filosofia in generale della andare in montagna. Il grosso di questa differenza la si può vedere soprattutto nella parte di alpinismo che si rifà all’alpinismo di avventura. Cioè una volta, e per una volta dico da sempre fino agli anni ‘70, ‘80, non c’era un modo di arrampicare che fosse sportivo, cioè era tutto avventuroso. Le vie non erano attrezzate; se lo erano, magari si diceva “vie chiodate”, non lo erano con un’attrezzatura di tipo sportivo, quindi con garanzia di sicurezza. Occorreva sempre starci attenti, i chiodi vanno, vengono, fuoriescono, non sono sicuri. Quindi chi andava a fare un itinerario di un certo impegno, ma anche non di un certo impegno, su qualunque difficoltà, sapeva che comunque quella era una attività pericolosa che dipendeva solo evidentemente dalle nostre scelte per ciò che erano gli obiettivi, ma che poi invece la montagna decideva anche un po’ lei se fartela fare questa cosa, non fartela fare. E tutto questo si accettava. Perché la montagna non era addomesticata nel modo più totale, sì qualche chiodo ripeto, ma non è quello che cambia il discorso. C’era quindi quella che oggi potremmo chiamare rassegnazione, ma che allora non era una rassegnazione: era piuttosto un’eccitazione, perché lo spirito dell’avventura non è che noi lo subiamo, noi lo ricerchiamo, chi ce l’ha dentro almeno. Chi ce l’ha ama proprio questo genere di scelte. Cosa è che è cambiata, perché oggi c’è una maggioranza di persone che vanno in montagna o che vanno comunque ad arrampicare, sui monti o sulle falesie, che vede le cose in modo molto più sportivo che avventuroso. L’attrezzatura fissa ha tolto molto dell’avventura.

È chiaro che c’è ancora un confine tra le due cose, che però non è così netto, perché ci sono tanti itinerari che sono ancora d’avventura, ma hanno, magari nei punti più difficili, un’attrezzatura che permette insomma di non fare cadute mortali. Le vie moderne, le cosiddette multi-pitch, sono assai diverse dalle vie lunghe di una volta, dove veramente si facevano e si fanno anche tiri interi senza alcuna protezione intermedia. Le vie multi-pitch in genere sono chiodate a spit, uno ogni 2,5 metri. Ora io non ho nulla da eccepire: questa è la storia e posso solo accettare quello che è successo, cioè non è che io condanni, non condanno assolutamente niente sia chiaro. Anzi, pure io negli ultimi tempi mi sono concesso vie prettamente sportive, quindi sicure. C’è anche una questione di età… Se faccio un volo su una via d’avventura e batto su una caviglia, non è più come a vent’anni che in due mesi eri guarito… In più ho anche problemi di equilibrio sul facile, perché sul difficile quando sono sui miei quattro arti non ci sono problemi. Purtroppo ho avuto un’operazione 12 anni fa e da allora le cose stanno così. Sono ben conscio di questo, dunque le mie scelte di oggi non devono determinare alcun mio giudizio sul trend di questi anni.

Rimane il fatto che sulle grandi vie di avventura la frequenta è diminuita di tanto. Una volta sulla Solleder alla Civetta, nelle belle giornate e con buone condizioni della parete si potevano vedere una o anche due cordate al giorno. Adesso? Neanche per sogno, se ne vedono una o due in tutta la stagione.  Questo perché? Perché la Solleder evidentemente è un vione molto avventuroso con tante possibilità anche di sbagliare, di non trovare l’itinerario giusto, la chiodatura e quella che è; mentre altre vie, magari anche loro classificate a loro tempo di sesto grado, tipo la Nord-est Badile per dire, ancora oggi vengono percorse abbastanza frequentemente, ma perché? Perché lì la roccia è stupenda, è ottima, non si muove neanche una scaglietta. Le scarpette, l’uso delle scarpette da arrampicata ha abbassato il grado perché una volta là si parlava di sesto grado, ma adesso con le scarpette d’arrampicata su quelle placche è tutto più facile…

Sara
Parliamo della Cassin o della Via dell’Inglesi?

Alessandro
Della Cassin. Di tutte le vie sul Badile le sole due che erano state aperte con gli scarponi sono state quella di Cassin (sulla Nord-est) e quella di Bramani e Castiglioni (sulla Nord-ovest). Beh, anche la Corti-Battaglia e la Via del Fratello (quella aperta addirittura d’inverno). Sulla Via degli Inglesi non so che scarpette avessero Kosterlitz e Isherwood. Tutte le altre vie sono state aperte con le scarpette, per cui sono quelle che ho nominato che hanno risentito particolarmente della svalutazione. In questo, niente di male. C’è parecchia gente che fa la Cassin, e questo va bene, è un bene. Occorre guardare via per via.

Sara
Ma secondo te questa cosa di mettere gli spit sulle vie più frequentate può avere influito su quel falso senso di sicurezza che abbiamo quando andiamo in montagna?

Alessandro
Sicuramente, anche questo è un argomento molto, molto dibattuto, molto controverso, perché è chiaro che se io su una via di avventura ci metto qualche spit che una volta non c’era, la trasformo, l’addomestico, non c’è dubbio su questo. Io sono sufficientemente anziano da fregarmene, quello che ho fatto ho fatto. E mi interessa relativamente che la mia memoria o la memoria di Bonatti o non so di chi insomma che abbia fatto determinate cose, possa essere preservata sui loro itinerari. Se uno non è ignorante, sa che gli spit nel 1950 non si usavano, e neanche nel ’70; sa che sono venuti molto dopo per cui se uno si interessa un po’ di storia le cose si vengono a sapere comunque. E se no pazienza. In ogni caso è un argomento dibattuto perché invece c’è gente che si arrabbia. Cioè “Ma come, tu vai a mettere spit sulla mia via che io ho fatto senza… ma chi ti ha dato il permesso?”. Poi c’è la via di mezzo che è quella di chiodare a spit le soste. E’ una prassi che vedo con favore, perché almeno eviteremmo la caduta dell’intera cordata, come purtroppo è successo, anche di recente.

Il mio è un parere moderatamente teso verso l’avventura, non sono un talebano. In ogni caso l’alpinismo per tornare alla domanda iniziale è cambiato perché appunto la maggior parte cerca itinerari “plaisir”, dove poter dire “faccio questo passaggio perché è difficile, mi è riuscito, bravo, sono bravo. E bravo anche tu, perché l’hai fatto anche tu. Il resto non è ricercato, cioè non importa il fatto che, per esempio, se c’è una fila di spit è ovvio che la via la trovo subito e se non c’è posso sbagliare. Tutto questo non conoscere il terreno è tipico dell’alpinismo d’avventura e appunto ripeto su quegli itinerari è sempre difficile vedere dove si deve passare, a meno che non ci sia una fessura che va su dritta. Invece ogni tanto devo andare a sinistra, poi a destra, poi magari vedi un chiodo, un altro chiodo, uno di qui, uno di là, e non si sa cosa scegliere. Sì, ci sono le relazioni però anche quelle sono cambiate in maniera impressionante: una volta erano testi, si scriveva “attacco a destra di una piccola torre”, “si traversa in obliquo a sinistra”, ecc. Adesso c’è un disegno.

Sara
Continuiamo a parlare di relazioni visto che abbiamo cominciato con questo: secondo te le relazioni online sono ugualmente valide di quelle che si trovano nelle vecchie guide cartacee?

Alessandro
Gli errori c’erano e ci sono sia sulle vecchie guide cartacee che sulle recenti relazioni online, questo è poco ma sicuro. Farei attenzione a un fatto, cioè se il diciamo responsabile del sito verifichi o meno le relazioni inserite da qualcun altro. Nel sito dei Sass Baloss c’è grande omogeneità perché sono solo gli amministratori a scrivere, mentre un sito come Gulliver per esempio non fa questo, ha una marea di vie in più perché mandate da terzi, ma non filtrate o verificate. A quel punto non c’è omogeneità, gli stessi gradi sono un vero e proprio terno al lotto, non puoi paragonare niente se gli autori sono diversi. Quindi, oltre agli errori, questa è proprio una questione di base. Almeno sulla guida, sulla guida stampata, anche se l’autore non faceva certo tutte le vie, era sua responsabilità valutare almeno le fonti, conoscere i diversi protagonisti, fare paragoni. E poi c’erano meno cose da raccontare. Adesso è una valanga di informazioni, come fai a star loro dietro? Questa guida qui, Monte Bianco II, è stata stampata nel 1970. Se la si dovesse aggiornare oggi si dovrebbero fare almeno quattro volumi grossi uguale.

Sara
Però alcune vie verrebbero tolte perché alcune non sono più tanto agibili o consigliate.

Alessandro
Questo è vero, però comunque almeno si dovrebbero citare, cioè comunque occorrerebbe dire che questa via, che una volta si faceva abbastanza tranquillamente di luglio e agosto, oggi è un disastro perché continua a scaricare sassi perché non c’è più la neve che li tratteneva. Quelle vie non le fai più in luglio o agosto, le fai in aprile, in maggio oppure a ottobre o novembre. Non puoi non parlarne, ecco, devi comunque dire che lì c’è un itinerario, che magari oggi si fa solo d’inverno.

Sara
Il fatto di pubblicare le relazioni sui social media, sulle community, può essere utile perché comunque ci sono delle condizioni attuali, anche se appunto le relazioni vanno poi sempre lette con le pinze perché si possono interpretare in vari modi secondo le rispettive esperienze? Può essere comunque utile per il fatto che oggi quando partiamo da casa sappiamo che la via è in condizione?

Alessandro
Certo, può essere utile, non foss’altro perché puoi avere le informazioni anche lì sul posto, in quel momento. Puoi trovare un attacco, in quel modo.
Ripeto, occorre stare un po’ attenti al discorso dell’omogeneità, non prendere tutto per oro colato e soprattutto basarsi anche sulla propria esperienza. Insomma è la tua esperienza che alla fine giudica: “Sì, questo mi sta dicendo che via è là però c’è qualcosa che non mi quadra”. Il dubbio è sempre una cosa molto utile. Questo però era vero anche per le guide cartacee…

Sara
Secondo te, comunicare così tanto in digitale ha contribuito alla banalizzazione del rischio di alcune vie?

Alessandro
La comunicazione indubbiamente è aumentata, è decuplicata, soprattutto per la  facilità di reperimento. Perché ciò che viene prodotto, una via nuova per esempio, viene immediatamente pubblicata: una volta bisogna aspettare anche un anno o due, bisognava andare nelle biblioteche per vedere che lì c’era una via. Quindi utilità e bontà ci sono. Non credo che sia stato quello che ha cambiato il modo di andare in montagna, credo che sia il contrario, cioè che il cambiamento del modo di andare in montagna abbia favorito questa diffusione dell’informazione. Tanto per ridere, ma neanche tanto, una volta chi faceva una via, parlo di una via difficile, sulle varie lunghezze di corda toglieva un po’ di chiodi usati, magari ne lasciava uno. Perché? Perché sopra gli potevano servire, cnon è che uno può partire con un negozio di chiodi dietro. Ciascuno si amministrava il suo capitale di chiodi in funzione della lunghezza della via, eccetera. Ma alla fine, non c’era la mentalità che c’è adesso di dire “io apro una via e voglio che sia ripetuta”, c’era esattamente il contrario. Vorrei quasi esagerare e dire che c’era, come dire, la soddisfazione, nel vedere che la via facesse paura, così non ci andava più nessuno e tu diventavi un mito… Questa è la verità. Oggi questo non esiste più, proprio non c’è più, per fortuna.

Sara
Quindi secondo te, chi apre una nuova via e la pubblica ha la volontà che questa via venga ripetuta?

Alessandro
Assolutamente sì. Poi, va bene, il diavolo magari ci può mettere lo zampino, perché magari quel qualcuno dice “sì, andate pure a ripeterla, però non fatela propria tutta in libera… Perché se non ce l’ho fatta io, neppure voi…”. Ma queste sono stupidaggini di cui purtroppo anche l’alpinismo è pieno.

Sara
Parlando di luoghi invece o itinerari che vengono tanto pubblicizzati sui social media e diventano di moda, ti è capitato di vederne? Luoghi prima sconosciuti che appaiono d’improvviso sui social media e che sono pienissimi il giorno dopo?

Alessandro
Assolutamente. Questo si verifica specialmente sulle cascate di ghiaccio. Io non so perché, ma c’è una vera mania in proposito. Appena viene pubblicizzata una cascata, di facile accesso, tutti ci vanno. È vero. Ah, anche sulle vie di roccia che vengono aperte è un po’ la stessa cosa, ma sulle cascate è incredibile, perché il periodo dell’anno in cui si può andare a farle è breve. parliamo di gennaio, febbraio, magari anche un po’ di dicembre, ma non è mai più di tre mesi e quindi lì si concentrano tutti. Sono i venti di moda, che poi magari dopo un po’ vengono abbandonati perché ne vengono fuori altri, altre novità.

Sara
Sì, anche se ultimamente buona parte delle cascate, almeno qua nella mia zona, è quasi introvabile. Abbiamo qualcosa al Sempione, qualcosa nei Grigioni, qua in Ticino difficilmente se ne formano ancora. Se succede è per le cascate dove hai un mille metri di avvicinamento da fare: lì sei tranquillo, non trovi nessuno.

Alessandro
Sicuro, se ci sono mille metri di avvicinamento…

Sara
Dicevo, al Sempione noi siamo andati quest’anno a fare una cascata bellissima, veramente stupenda e vicina alla strada: eravamo su in 50… Ah poi hanno anche la mania di fare i monotiri sulle cascate. Ci sono dei posti dove uno va e fa il tiro, poi trova la sosta e scende, come i monotiri su roccia. Hanno attrezzato apposite palestrine di ghiaccio. Ma torniamo a noi: cosa pensi dei contenuti social, qualsiasi tipo di social, che mostrano la montagna in modo spettacolare o esteticizzato?

Alessandro
Allora, fare in modo che la montagna appaia più bella possibile, questo mi va bene, insomma, l’estetica va sempre bene… Io preferisco una bella foto a una brutta: insomma, questo mi sembra ovvio. Dopodiché penso tutto il male possibile di coloro che vanno oltre l’estetica e vanno nel trucco, vanno nel Photoshop, vanno in queste cose qua. Boh, sì, si può fare, però… Francamente io vorrei avere informazioni visive, oltre che il piacere di vedere la foto vorrei anche l’informazione, e questa non deve essere scorretta, deve essere corretta.

Sara
Ma c’è il rischio che questo genere di contenuti esteticizzati, ma anche le relazioni dove si parla soltanto degli aspetti positivi, possano condurre delle persone magari con poca esperienza nel pericolo. Hai già sentito di gente a cui è capitato?

Alessandro
Sì, assolutamente. La gente tende a pensare che ciò che è pubblicato su internet sia non solo la grande verità, ma sia anche una cosa possibile anche per il lettore. Questo è un meccanismo, a meno che non si tratti di cose pazzesche, di grande successo. Si prendere per buono l’invito che fa l’autore del post, come dire “va bene anche a me”, mentre non si tiene in considerazione che il post è stato magari fatto per un certo tipo di persone che hanno più esperienza e che possono capire anche le cose non scritte.

Sara
Ma secondo te ci potrebbe essere qualcosa che si può fare per evitare che una persona con poca esperienza incorra in questo pericolo?

Alessandro
Si, si può ricorrere all’accorgimento di fare in modo che chi posta un articolo dica quelle due o tre cose importanti che ci sono da dire. Però poi alla fine il tempo per leggere è poco, quindi non stanno a leggere tutto, c’è sempre una forma di faciloneria. E alla fine non so cosa si può fare, al di là dell’educazione in generale a quello che è l’uso del social, l’uso dell’informazione digitale (cose che dovrebbe essere la normale scuola a insegnare).

Sara
Di questi tempi credo di sì, ma secondo te questi strumenti digitali potrebbero essere utilizzati per fare più prevenzione di quello che si fa oggi?

Alessandro
Qui mi sento di fare delle differenze. Ci sono dei siti che hanno a cuore la precisione e la prevenzione. Poi ci sono pagine facebook di privati che se ne fregano nel modo più totale… Vai tu a distinguere? Io che ho a che fare tutto il giorno con siti e relazioni varie, ci riesco. Con la mia esperienza riesco a capire “Ma cosa sta dicendo questo qua? Cosa sta dicendo?” Altri hanno meno possibilità di me e neppure si pongono il problema. Come si fa a fare in modo che questo non succeda? La mia risposta è “non lo so”, sarebbe utile se ci fosse un avvertimento da parte dell’autore dell’articolo che dicesse “prendete le cose cum grano salis“.

Sara
Secondo te gli autori di questi post hanno comunque una responsabilità su quello che scrivono?

Alessandro
Vuoi dire responsabilità giuridica?

Sara
No, parlo di responsabilità morale, nel senso che dovrebbero sentirsi responsabili di quello che pubblicano perché comunque non sanno da chi potrebbe essere letto e interpretato?

Alessandro
Eh sì, dovrebbero sentirsi responsabili, ma non so quanti lo sono.

Sara
Peccato.

Alessandro
Purtroppo è così, Sara.

Sara
Io sono ancora di quella generazione che prima di fare una via si va a leggere le relazioni. Mi è capitato di rileggerle dopo aver fatto la via e trovare cose che non stanno né in cielo né in terra. Per questo mi è venuta l’idea di questa tesi.

Alessandro
Il tuo lavoro comunque è un lavoro utile perché evidentemente può essere una denuncia di ciò che sta succedendo, ed è già un primo passo. Non è la prima denuncia ovviamente, c’è stato già qualcun altro che ne ha parlato, però, insomma, in una tesi magari si possono approfondire alcuni aspetti. Però è solo una denuncia, alla fine, perché non è che si può proporre una soluzione così con la bacchetta magica.

Sara
Infatti, per ora non mi pare di aver trovato soluzioni…

Alessandro
Non c’è una soluzione in quanto tale. L’educazione è sicuramente necessaria, ma questo va al di là di quello che è il discorso alpinistico. Quanto all’educazione, adesso tutti parlano delle famose fake news… Attenti alle fake news! Se la si conta troppo grossa, alla fine è chiaro che si tratta di una fake. Oppure non ci riguarda, perché è una fake e riguarda che ne so, l’Ukraina e Putin. Va bene, ma io nel mio piccolo cosa posso fare? Io ho più paura delle piccole imprecisioni, quelle volute, o delle omissioni, tante cose sono scritte solo in funzione dell’ego di colui che le scrive, se ci fai caso. Lì non c’è oggettività, soprattutto non c’è la famosa responsabilità di cui parlavamo prima, in alcuni casi non c’è proprio mai. E questo senza coinvolgere coloro che raccontano vere e proprie balle. Certo, ci sono anche quelli. Persone di un’ignoranza totale, perché magari hanno raccontato solo per stupire e per il loro ristretto ambiente. I 4-5 amici, 10 amici, le comunità delle sezioni del CAI o del CAS. Ma nella realtà, se tu metti qualcosa online, altro che piccoli gruppetti, lì andiamo nei grossi numeri… Ci possono essere centinaia e centinaia di lettori. Per questo menzogne, omissioni o evidenti soggettività sono molto scorrette. Non si può dire per esempio che tu lì sei passato in libera, senza prima dire che ti sei attaccato o riposato su qualche ancoraggio. Perché ingannare il tuo pubblico? Perché uno deve andare e cercare di passare in libera perché l’autore l’ha fatto. No, l’autore non l’ha fatto. Dopodiché non succede nulla per carità. Però è una delle tante imprecisioni, di fatto volute.

Se il parlare è preda del proprio ego, lo scrivere lo è ancora di più. È proprio banalmente comune. Io credo che uno degli scopi che noi abbiamo come umanità, come esseri umani, sia proprio quello di riuscire nella propria vita a ingrandire questa visione, toglierla dai limiti del nostro io e capire che dentro di noi c’è un universo che ci parla. Questo universo, che qualcuno ha chiamato inconscio, ti parla, ti dà dei segnali. Se tu ascolti, lui ti guida. Quindi se uno agisce, poi scrive o parla, dando comunque la giusta importanza a questa voce interiore, allora questo qualcuno non è preda dell’io. Io, io, io. Purtroppo invece c’è gente che non concepisce neppure che si possa essere qualcosa oltre la ragione, oltre al buon senso, oltre il piccolo ego che comunque vuole emergere. Lo vedi anche dalla spaventosa quantità di selfies che viene prodotta ogni giorno al mondo. Perché devi fotografarti ogni momento, tu sei lì e ti devi fotografare… Che senso ha? Fa quello che vuoi per carità, ma io me lo domando. Perché invece, per esempio, non cerchi di inserirti in ciò che stai facendo? Se sei davanti a un monumento, se sei davanti a qualcosa di bello, a uno spettacolo della natura, o se sei con amici, con la fidanzata, con il fidanzato… godi di quell’essere. Sì, ci può essere la fotografia, ma… mi sembra che la mania del selfie sia veramente una riduzione di tutto quanto. E poi subito dopo pubblicarli, senza trattenere nulla. Su facebook ci sono pagine e pagine di persone che vanno in montagna, zeppe di quintalate di fotografie dove il soggetto è uno solo: io, io, io.

Sara
Abbiamo una delle maggiori influencer di montagna italiane che pubblica un sacco di selfie, poi qualche foto anche dell’ambiente, ma in copertina dei suoi caroselli ci sono quasi sempre i suoi selfie.

Alessandro
A chi ti riferisci?

Sara
In Instagram è “Funky Fusk”, è stata definita la più importante influencer sportiva italiana. Seguendo i social ho scoperto che è stata il mese prima di me a scalare l’Alpamayo, e l’avevo seguita un po’. Però ci sono tante persone immerse in questo meccanismo.

Alessandro
Questo succede perché la comunicazione viene fatta tra le sbarre delle proprie convinzioni personali e soprattutto delle proprie necessità personali, perché l’ego non va oltre, l’ego rimane tra quelle sbarre. È un’autolimitazione pazzesca che non viene compresa ovviamente perché se venisse compresa allora qualcuno comincerebbe a fare qualche sforzo per liberarsene. Nessuno te lo dice che questo è il percorso che davvero siamo chiamati a percorrere durante la vita.

Sara
Secondo te gli influencer di cui oggi siamo pieni possono giocare un ruolo utile o più che altro dannoso nel pubblicizzare certi itinerari, dato il loro modo di comunicare la montagna?

Alessandro
Anche lì credo che occorra distinguere, si può essere influencer in modo anche corretto, in teoria puoi entrare nell’attenzione della gente e quindi aumentare il tuo numero di follower anche concedendo poco al tuo ego. Credo che, con un po’ di coscienza, lo si possa fare. Non è necessario essere del tutto cretini per essere influencer di successo, anzi. Purtroppo influencer come la Fusconi lo fanno pensare. Quella non è sopportabile.

Sara
Più che altro lascia un po’ sorpresi il fatto che abbia milioni di follower, più di una Fay Manners che io ho reputo una grandissima alpinista, per esempio.

Alessandro
Non si comprende il meccanismo con il quale queste cose nascono e poi muoiono. Però intanto ci sono e vanno avanti…

Sara
Nel caso Fusconi penso che giochi comunque un ruolo il fatto che sia una bella ragazza, sempre mezza svestita, a volte mi chiedo come faccia a non morire congelata. Invece sportivi del calibro di Fay Manners, bellissima ragazza anche lei, ma sempre vestita normale, non ha lo stesso successo.

Alessandro
Non c’è soltanto il pudore del vestirsi o non vestirsi, c’è il modo in cui ci presentiamo, in cui “comunichiamo”. Una che a me piace molto come comunica è Federica Mingolla (e so che lo fa perché lo deve fare, perché oggi chi ti sponsorizza non è tanto che vuole che tu faccia la salita più difficile di tutte, vuole di più che tu pubblichi più di tutti. Cosa non si sa, però pubblicare, pubblicare, pubblicare e se uno non è attivo da questo punto di vista viene escluso).

Sara
Eh beh certo, però lei è anche una sportiva seria, una guida alpina, è a un altro livello e su un altro pianeta rispetto alle influencer.

Alessandro
La Fusconi non è nessuno dal punto di vista arrampicata (di alpinismo non ne parliamo): avrà fatto anche l’Alpamayo ma…

Sara
Con la guida eh, l’ha fatto.

Alessandro
Sì, va bene, brava. Però insomma non posso qualificarla come persona che può darmi dei consigli…

Sara
Infatti ci vuole una Mingolla, tecnicamente eccellente. Anche a me piace come comunica, ho visto il suo video in collaborazione con Petzl sul Grand Capucin, mi pare. È molto ben fatto, lei mi sembra in quadro.

Alessandro
È in quadro. Una comunicazione di questo genere non solo mi fa piacere che ci sia ma credo sia anche utile. Utile, bello da vedere, lei è carina, anzi bella. Conta il sesso? Beh, per me lei ha un’attrazione in più. Infatti, guarda caso, la maggioranza di influencer è femmina… Perché? Sono andato a guardare: 9 su 10 sono donne.

Sara
Davvero?

Alessandro
Eh sì cara, va a vedere anche tu.

Sara
Sì andrò a vedere, ero convinta che gli uomini stessero comunque riprendendo una buona quota.

Alessandro
Ma magari stanno riprendendo, però riguardo alla montagna non c’è un uomo che fa quella parte. Poi, è chiaro, se mi prendi Hervé Barmasse allora le cose cambiano. Ma qui andiamo ben oltre la sfera degli influencer.

Sara
Stessa cosa per Benjamin Vedrins, per la Francia.

Alessandro
Esatto.

Sara
Poi ci sono anche tante guide che, a parte Federica Mingolla, oggi utilizzano i social media. Lo fanno più per le sponsorizzazioni o per avere più clientela?

Alessandro
In Italia non è che se tu sei guida alpina, allora necessariamente ti sponsorizzano…

Sara
No, però nei loro programmi appaiono parecchi brand.

Alessandro
Quelle non si possono chiamare sponsorizzazioni. Per essere sponsorizzati devi proprio metterci la tua faccia, non come guida alpina, ma come te stesso. E poi soprattutto devi pubblicare tu di persona. Per il migliaio abbondante di guide alpine italiane se qualcuno di loro va da Scarpa, piuttosto che la Sportiva o North Face, ci guadagna solo pernacchie.

Sara
Presumo anche in Svizzera, in realtà.

Alessandro
Sì, dicono, è il tuo mestiere, bravo, continua così… ma noi non possiamo aiutarti solo perché fai bene il tuo mestiere cioè non è che possiamo aiutarti a far che sa che cosa. Se invece vai da loro, ma ti chiami Eraldo Meraldi, uno che fa un sacco di filmini sulle vie di tutte le Alpi e degli Appennini, allora è diverso. E’ vero che Meraldi ha pubblicato un centinaio di filmini brevi, cinque, sei, sette minuti di presentazione di un itinerario, che lui magari ha fatto con cliente. E lo ha fatto molto bene: questo è appetibile per gli sponsor.

Sara
Beh, certo, quello che vogliono i brand è comunque la visibilità. E’ la nuova pubblicità, se vogliamo. Sì, più che la pagina in cui ti si dice “questa è la giacca più bella del mondo”. Infatti la comunicazione che ci sta dietro ci sembra comunque più reale ed è più facile che crediamo allo sportivo che la indossa davvero in ambiente, piuttosto che alla pagina del brand che dice “comprate la nuova giacca perché è la migliore sul mercato”.

Alessandro
Sì. Io comunque vorrei aggiungere anche che la parte negativa della comunicazione di montagna è stata enormemente favorita dalla comunicazione commerciale. Questo c’era anche prima, però col digitale il fenomeno si è ingigantito. Il famoso “no limits” dell’orologio Sector degli anni ’90… ma tu magari non eri neppure ancora nata…

Sara
Io sono nata nel ’92, quindi ero piccola…

Alessandro
In quegli anni lì c’era Manolo che mostrava l’orologio Sector. E la voce recitava “sector no limits”. Ok. E’ diventato quasi un tormentone. No limits, no limits, no limits. Non ci sono limiti. Ma sappiamo bene che questa è una falsità totale. Eppure viene detta, viene ripetuta e straripetuta: ecco la parte negativa della comunicazione. Tu chiedevi prima cosa si può fare per evitare certi consigli che vengono presi in un certo modo, piuttosto che nel modo giusto. Se la comunicazione ti dice “no limits” l’errore è già alla partenza, ed è grave. Lì c’è una spinta filosofica a dire “io non ho limiti”: perché? Perché me lo dicono tutti. E quindi posso andare a far questo e questo e questo. E’ ciò che ne deriva che è pericoloso. Semplicemente “no limits” non è vero. Non è vero che puoi andare e farte quello che vuoi. Non è vero in se stesso, perché i limiti ci sono eccome. Uno se li può spostare, con l’allenamento e con l’esperienza, se li può spostare un po’, però i limiti rimangono e ci sono sempre stati. E inoltre, dal punto di vista diciamo filosofico, il fatto che tu non voglia limiti, o comunque, pensi e vivi nella dimensione per cui non ci sono limiti, ti porta fuori dalla realtà e nello stesso tempo ti rende prigioniero di questa tua idea. C’è la libertà, la libertà dell’individuo. Ma non è quella di poter fare quello che si vuole, come il bambino che dice “io faccio quello che voglio”. È data dai limiti che tu stesso ti stabilisci, non che ti impongono gli altri. Sei tu a porti dei limiti, tu ti metti dei paletti e dentro quei paletti agisci. Solo allora si può parlare di libertà. Perché? Perché nel momento in cui ti metti dei paletti, tu diventi responsabile della tua scelta. Sei libero. Questa è la libertà. Capisci che perdere la libertà solo perché un cretino ti dice che non ci sono limiti, a me fa tanto arrabbiare. Eppure è proprio questo che è successo e continua a succedere: perché anche se oggi non puoi dire quella frase uguale, ci sono mille suggerimenti in quel senso, cioè gli orizzonti infiniti. Con queste scarpe, con questo materiale potete fare quello che volete, potete andare dove volete.

Sara
Ma quindi secondo te c’è tanta gente che on line parla e dice queste cose per riuscire a vendere, per riuscire a tenersi gli sponsor?

Alessandro
Se lo fanno le aziende è perché vogliono vendere. Pensano di convincere il pubblico e ci riescono probabilmente: la loro merce è migliore perché hanno introdotto “valore aggiunto” alla loro comunicazione… Nel caso dei singoli individui, lì o c’è la sottomissione economica oppure l’imperversare dell’ego. Oppure entrambi.

Sara
E invece sempre parlando di comunicazione digitale, secondo te i club alpini come utilizzano questi nuovi canali per comunicare? Potrebbero utilizzarli di più, potrebbero fare qualcosa di più per promuovere la sicurezza, la prevenzione?

Alessandro
Per ciò che riguarda la Svizzera non so nulla.

Sara
Io sono socia dell’Alpine Club britannico.

Alessandro
Davvero? E come mai?

Sara
Per la storia, perché ci sono dentro persone meravigliose, perché organizzano realmente tanti meeting, non solo in Europa, ma nel mondo. Perché per tanti motivi hanno delle collaborazioni per le spedizioni esplorative: avremmo voluto approfittarne l’anno prossimo, peccato il mio compagno di cordata sia caduto e adesso non si sa neppure se camminerà ancora. Quindi l’Alpine Club britannico ha tantissimi sbocchi, poi ha una storia incredibile, pienamente alpinistica: quest’anno alla cena di gala c’erano Victor Saunders e il suo amico e compagno di cordata Mick Fowler, che è l’idolo del mio compagno. E’ un club fantastico, mentre il Club Alpino Svizzero, anche se è brutto da dire, organizza uscite che vanno dalle 8 di mattina alle 16, perché alle 17 tutti devono essere al bar e bersi il birrino. Nulla al di fuori delle vie spittate, niente fuori dall’ordinario.

Alessandro
Sì, è vero. Sicuramente il Club Alpino Italiano è un po’ cambiato rispetto a una volta, anche solo parlando di una decina di anni fa. Il digitale non era minimamente considerato e se c’era qualcosa in digitale era il sito, piuttosto che la rivista Lo Scarpone, che è digitale credo da una quindicina d’anni. Però questi erano e sono realizzati come fossero di carta stampata. Non si avvertiva la necessità di cambiare e solo ora si può notare qualche cambiamento. Lo Scarpone pubblica dai due ai tre articoli al giorno, tempestivi.

Sara
E’ anche scritto bene, trovo.

Alessandro
Sì, sì, infatti. Poi, però, quanti sono quelli che vedono Lo Scarpone, che vanno a leggersi davvero gli articoli? Io non lo so. So quanti vengono a leggere il mio sito, ma non sono in grado di fare paragoni.

Sara
Però il tuo è anche, forse, il più letto in Italia, no?

Alessandro
Sì, in generale, sì. Poi, però, un sito come PlanetMountain, per esempio, probabilmente è molto più dedicato al vero e proprio alpinismo e all’arrampicata. Magari ha meno visualizzazioni delle mie, però queste visualizzazioni sono tutte di gente qualificata che è interessata a fare quelle cose seriamente. Cioè, mentre nel mio sito può arrivare il curioso, nel loro c’è più l’adepto vero e proprio. Nei miei contenuti privilegio la storia che si racconta.

Sara
Sì, perché in effetti tu racconti…

Alessandro
Sono molto meno tecnico. Potrei esserlo, mi piacerebbe fare anche una sezione, per esempio, del mio sito tipo Planet Mountain. Ma ci vorrebbe una redazione che io non ho. Dovrei pagare delle persone che stanno lì dalla mattina alla sera a sentire le notizie che arrivano da internet per poi elaborarle. Quindi in pochi minuti stendere gli articoli e fare anche 4, 5, 6 articoli al giorno brevi, però focalizzati su quel piccolo evento lì. La tipa americana, Broke Raboutou che riesce a fare Excalibur, che poi, in realtà, è mezza francese, ma… va bene.

Sara
La ragazza che ha fatto il 9b ultimamente?

Alessandro
Sì, Excalibur, 9b+. Quella notizia si è sparsa sul pianeta, Planet Mountain ne ha dato pronta notizia. Io non avrei potuto.

Sara
Quindi tutti gli articoli vengono scritti solo da te?

Alessandro
No, io ne scrivo qualcuno, ma la maggior parte sono tutti presi di peso da altri siti. Perché mi piacciono, o perché mi sono stati segnalati, e li metto lì col permesso, o anche senza il permesso… Eh sì, perché alla fine il permesso è sempre bene chiederlo, però a volte è un casino. Però non è mai successo che qualcuno mi abbia rimproverato. Quindi… Poi sai, comunque anche lì, dipende come lo presenti, magari scrivi due righe prima, insomma, ti fai voler bene… E poi c’è la famosa storia che riguarda le foto: queste, per la maggior parte, si prendono da internet, solo qualche volta dal mio archivio personale. Ho ricevuto mail minatorie da agenzie, tipo Getty. Sì, sono quelle grandi agenzie che vendono foto. Getty è una di queste, ti mandano mail terroristiche pretendendo di sanzionarti con multe… E poi te le rimandano, fino a che non gli rispondi e gli dici che il mio sito è un sito culturale che non ha fini commerciali, lo si vede dalla totale assenza di qualunque pubblicità, perciò le foto sono state usate solo a fine didattico, dunque non sanzionabile. E allora spariscono. Vabbè, non so come è venuto fuori questo discorso…

Sara
Ma secondo te potrebbe essere… sarebbe utile se i club alpini (non solo quello italiano) cominciassero a utilizzare un po’ di più i social, soprattutto per promuovere il fatto di frequentare i corsi per la sicurezza. Pubblicando dei video con le manovre o tutte le cose che rendono le persone più attente alla sicurezza e montagna?

Alessandro
Questa è una bella domanda… Perché da una parte ti risponderei di sì. Che è buono tutto ciò che può essere un buon consiglio su come agire. Vabbè, anche varie norme, accorgimenti di sicurezza, ecc. E’ sempre bene la diffusione di ciò. D’altra parte, non lo so. Forse sospetto che prima o poi sia meglio ritornare ai piccoli gruppi, alle comunità. E non parlo di comunità social, parlo di comunità vere, di gruppi fisici di persone. Una piccola session del CAI, per esempio, può essere molto importante frequentarla. E nel momento in cui la frequenti impari molto di più che non seguendo tutto ciò che viene fuori sui social. Questo è un po’ il mio dubbio. Per quello non ti rispondono né sì né no. Perché c’è questo doppio aspetto. Mettere tutto on line, alla fine non so se è un bene. Alla fine magari tenersi qualcosa per la propria comunità e darlo a chi te lo chiede proprio. A gente che te lo chiede di persona. Gente che chiede solidarietà, chiede amicizia, chiede gruppo. Io credo che questo sia più utile che non numericamente riuscire a raggiungere più persone in maniera così superficiale. Cioè la superficialità della comunicazione online va bene come numero, perché arriviamo a un numero enorme di persone, ma non va bene come qualità. La qualità la ottieni molto più sicuramente con il contatto umano.

Sara
Che è un po’ quello che è emerso dal questionario… Sì, buona parte delle persone diceva che un buon modo per aumentare la sicurezza e rendere più attenti ai rischi era quello di promuovere di più dei corsi in piccoli gruppi dal vivo.

Alessandro
Infatti ci sono le scuole, no? E i corsi.

Sara
Però ci sono sempre più persone che si fanno da sole, che vedono tutto su internet…

Alessandro
Sì, e questo poi è diventato molto delicato da quando ci sono le palestre al chiuso, indoor. C’è tanta gente che iniziato ad arrampicare lì, dove fa scimmiescamente delle difficoltà anche notevoli. Che però non tocca roccia vera. Non è questione di difficoltà, in linea di massima i gradi tra il fuori e il dentro coincidono abbastanza. Ma nel momento in cui poi tu vai in natura e sei sotto una parete qualunque allora le cose cambiano. E parlo anche di monotiri, non solo di grandi montagne. Sui monotiri vedi che fanno di quelle cose che non hanno proprio senso, gente che più che imparando sta inventando. Manovre assurde. Poi certo ci sono altri che invece fanno tutto bene, ma la maggior parte si trova a fare errori incredibili. Poi magari con l’esperienza non li faranno più. Ok. Ma io ho visto tipo le “cose che voi umani”… Per scendere da uno spit posto a quattro metri da terra, con un altro spit in mezzo, ho visto due che ci hanno messo un’ora, con dei passaggi di materiale assurdi. Catene di rinvii, l’hai preso? Sì, l’ho preso. E adesso? Qual è il problema? Che non vuoi lasciare il moschettone? Va bene, allora, se non vuoi lasciare il moschettone, ti metti lì con due rinvii, ti attacchi, ti sciogli dalla tua corda, infili il capo nello spit e ti rileghi. Ti fai calare 4 metri… e non dire che si rovina la corda, basta farlo lentamente.

Sara
Tecnicamente credo di aver preso abbastanza informazioni e quindi ti ringrazio tantissimo per la chiacchierata.

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