I doni della montagna (1-4)
di Armin Speranza
Parte 1a (Inverno 2025/2026)
Le montagne per me sono innovazione, intendo freschezza di idee, apertura mentale, prospettive sempre nuove. Perciò pur vivendole solo con me stesso trovo prezioso condividere queste esperienze.
Stare sulle montagne mi ha insegnato anche ad allontanarmi da tutto ciò che termina in -ismo: ogni ideologia è come religione, nient’altro che superstizione per accomodarsi in facili e/o fantasiose spiegazioni verso ciò che non riusciamo a comprendere.
In montagna le regole sono dettate dalla natura dell’ambiente e dall’approccio con la quale si sceglie di frequentarla e pur essendoci dei paletti inamovibili, è possibile destreggiarsi con la totale libertà all’interno di questi punti fermi, dettando le proprie regole. Nessuno verrà a dirti: “Questo non puoi farlo, lì non puoi andare.” Puoi andare ovunque il tuo sguardo si posi, riuscirci è un altro discorso ma ciò che conta è l’assenza di limiti imposti da altri.
A chi non avesse mai provato la sensazione di addentrarsi in una valle selvaggia, solo con sé stesso e il suo zaino, un percorso impegnativo, il silenzio opprimente, le sconfinate vedute dalle vette più alte, i precipizi e le incognite, gli imprevisti, le paure. Chi non si sia mai sentito insignificante e debole forse dovrebbe provare questa emozione, allora non cercherà più facili spiegazioni da un dio, da un guru o da un dittatore ma vaglierà con attenzione ciò che è ragionevole da ciò che non lo è, così come si fa in montagna quando si è da soli e si deve prendere decisioni.
Ho rotto con la norma e quelle montagne che osservo fin da bambino ore le scalo da casa in giornata. Solitamente solo l’avvicinamento conta in media dai sei ai dodici chilometri, fino a raggiungere gli ultimi borghi prima della selvaggia montagna bellunese che oltre una certa quota rimane al 95% autentica e intoccata: il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi ne garantisce la preservazione in questo stato.
Una vera fortuna abitare a due passi da uno dei patrimoni mondiali dell’umanità e non appena ci metti piede non hai difficoltà a comprendere il perché queste montagne siano state consacrate a monumento.
Sto imparando a salire le montagne anche d’inverno e la solitudine è più netta perché sono ancora meno frequentate. Ho dovuto adattarmi a correre con lo zaino carico sulle spalle perché per quanto cerchi di essere essenziale, un paio di ramponi, la picozza da alta montagna e il vestiario sono indispensabili per muoversi oltre una certa quota.
Nei giorni liberi dal lavoro, dall’inizio dell’inverno, ho deciso di scalare le più belle cime del Bellunese in giornata, partendo da casa o comunque da fondovalle.
È una forma di allenamento completo: intendo dire che unisco alla prestazione atletica un ambiente stupendo e ricco di difficoltà, stimoli, variabili, imprevisti. Un ambiente che non inizia là dove inizia il bosco e il sentiero ma ha origine dalle piccole città fino ad arrivare alle ultime realtà rurali, abbarbicate alle pendici delle aspre montagne bellunesi.
Parte 1b (20 dicembre 2025)
La prima cima è stata il Monte Pizzocco.
Questa montagna è simbolica per me perché ci salii la prima volta quando avevo appena sei o sette anni. Fu il primo contatto con gli abissi e i precipizi caratteristici delle Dolomiti. Allora tutte quelle montagne che vedevo da lassù a perdita d’occhio, mi sembravano un mondo immenso, così confusionario e tormentato. Eppure solo in questi orizzonti alpini trovavo la quiete. Ero un bambino molto energico, instancabile e solo la montagna sembrava potesse ridimensionarmi.
Non avrei mai immaginato fino a qualche anno fa che un giorno sarei stato in grado di salire quassù, in poche ore, partendo dal fiume Piave. La stazione dei treni di Santa Giustina (BL) da dove parto alle 8 non è molto distante dal fiume. Per raggiungere la vetta, tra andata e ritorno, calcolo ventuno chilometri e quasi millenovecento metri di dislivello positivo.
Quel giorno c’era una nebbia fittissima nel fondovalle che non si sarebbe mai diradata lungo l’intero arco della giornata.
Inizio salendo la “via dell’acqua”, un itinerario turistico che da Santa Giustina conduce in Val Scura seguendo il corso del torrente Veses. Questo tragitto mi consente di evitare le strade e salire tramite sterrati e sentieri fino alla frazione di Roncoi, un borgo posto alle pendici del Monte Pizzocco.
Da lì in breve arrivo al Rifugio Le Ere che mi è molto caro perché ci ho passato molte giornate e notti nella mia infanzia; gestito anche dai miei genitori per un periodo.
Mi concedo una breve pausa, in poco meno di due ore sono arrivato qui. Riparto verso la cima del Monte Piz che raggiungo salendo una traccia non segnalata ma evidente che parte direttamente dal rifugio, quindi proseguo verso nord imboccando la via normale al Monte Pizzocco.
Arrivo in prossimità del passaggio più complicato della salita, un tratto esposto che porta alla forcella tra il Pizzocchet e il Monte Pizzocco. In assenza di neve è un semplice camminamento dove prestare la dovuta attenzione, in presenza di neve compatta e ghiacciata, come ne ho trovata quel giorno, può essere un ostacolo non banale da superare. Con moltissima cautela e un po’ di paura passo senza bisogno di indossare i ramponi ma li userò per percorrere questo singolo tratto al ritorno.
Alle 12.30 sono sulla cima e il panorama è grandioso. Una meritata sosta baciato dal sole mentre guardo la cappa di nebbia che stazione sulla Valbelluna: sembra di rivedere il ghiacciaio che modellò questa terra e queste montagne.
Scendo rapido e ritornato in prossimità del Monte Piz devio verso ovest per comoda traccia. Non molto tempo dopo noto un camoscio solitario che parallelamente a me, a un centinaio di metri di distanza, corre lungo un ripido pendio. Mi fermo ad osservarlo mentre con un lungo balzo verso l’alto supera una fascia rocciosa e si ferma su di un prato scosceso. È una scena bellissima che come sempre mi porta fuori dal tempo e una scintilla brilla nella profonda, atavica memoria dell’essere umano.
Riprendo a correre mentre lui rimane lì come un re.
Mi piace pensare che le montagne abbiano occhi incarnati nelle creature che le abitano e attraverso questi “messaggeri” mi osservino.
Sono le 16 che torno mio malgrado dentro il nebbione che staziona a valle.
È un trauma passare in un baleno da un cielo terso e lucente, al freddo, grigio torpore del fondovalle, soprattutto quando il sudore ti ricopre da capo a piedi.
Arrivo alla stazione dei treni da cui sono partito nove ore prima solo dopo aver bevuto due tazze di cappuccino stra-meritate.
Parte 2 (27 dicembre 2025)
Esco di casa alle 10, tardissimo per salire una cima a quattordici chilometri di distanza alta più di duemiladuecento metri. Se le giornate fossero più lunghe non mi porrei nessun problema ma da queste parti alle 17 è buio. Conosco molto bene queste montagne e non ci scherzo troppo, la discesa lungo il bosco della Val Fratta se percorsa al buio può essere disorientante e perdersi in quel labirinto di faggi è un attimo.
I sentieri sulle montagne della Destra Piave in Valbelluna, non dovete immaginarli come quelli che trovate sulle Tre Cime di Lavaredo o attorno a Cortina: molto spesso si tratta di tracce impegnative segnate in maniera saggia ed essenziale, fatta eccezione per i tragitti più frequentati che rappresentano comunque una percentuale infinitesimale rispetto alla totalità della sentieristica. Quindi meglio non sottovalutare questi ambienti dove non di rado capita che qualcuno ci lasci la pelle.
M’incammino da Feltre (BL) e in un’ora sono tra i boschi all’imbocco della Valle di San Martino. Salgo al fianco del torrente Stien lungo lo sterrato che continua per almeno tre chilometri portandosi sempre più all’interno di queste montagne selvagge chiamate Le Vette.
Quando ripresi a correre dopo anni di stop, venivo ad allenarmi proprio in questo ambiente, dove ho scoperto gli angoli più remoti, celati come tesori dalla conformazione della montagna stessa.
Un classico allenamento, diventato in seguito rituale estivo, consiste nel correre da casa fino all’interno della valle nei pressi di una bellissima pozza lungo il corso del torrente Stien. L’acqua è gelida anche nelle giornate più calde e dopo qualche tuffo si corre nuovamente a valle rigenerati.
Impiego due ore da Feltre per arrivare all’imbocco del sentiero che sale a Casera Ramezza Alta che raggiungo con un’altra ora di cammino. Si tratta di un validissimo riparo sempre aperto, unico vero punto d’appoggio su queste montagne nel raggio di chilometri. Ci arrivo fradicio di sudore nonostante le temperature non superino i tre, quattro gradi. Cambio il mio assetto, lascio in casera le scarpe da corsa, indosso scarponcini, ghette e parto di corsa verso Forcella Scarnia.
Mi dico che continuerò a salire fino alle 14.55, non importa dove mi troverò a quell’ora, passato quell’orario si scende.
Mi lascio alle spalle Forcella Scarnia e raggiungo l’Alta Via numero 2 che passa all’altezza di millenovecento metri circa. Il terreno ora si fa completamente roccioso e alcuni cumuli nevosi mi rallentano non poco; ancora non è passato nessuno se non qualche camoscio le cui tracce ogni tanto compaiono lungo la via. La progressione a tratti non è banale e richiede attenzione in alcuni passaggi esposti su dirupi e salti rocciosi.
Arrivo a duemila metri e abbandono la traccia salendo liberamente verso la cima.
Alle 14.55 mi trovo a quindici minuti dalla vetta, posso vederla ma non la raggiungerò oggi. Mi riposo per cinque minuti e godo del panorama meraviglioso dai ripidi pendii innevati.
Feltre è a sud, davanti a me immersa in una leggera foschia. Mi aspettano altri tredici chilometri per tornarci e non appena scenderò sotto i duemila metri potrò correre e dimezzare abbondantemente i tempi impiegati durante la salita.
Correre nelle luci calde del tardo pomeriggio sulle nevi dello Scarnia, poi tra i mughi e giù fino agli abeti e i faggi, mentre le pareti rocciose si colorano delle sfumature più belle che gli occhi possano vedere. Muovermi in questi ambienti rapido e libero è prezioso. Un tesoro coltivato in anni di frequentazione e allenamento in ambiente alpino.
C’era un silenzio totale lassù ma ogni cosa parlava nelle forme, nei colori e nei profumi di un limpido pomeriggio d’inverno.
Mi fermo alla Casera Ramezza Alta per recuperare le scarpe da corsa, le indosso, infilo ghette e scarponcini nello zaino e mi lancio verso valle lungo il grande bosco della Val Fratta.
È quasi scuro quando il brusio del torrente Stien torna a risuonare nella faggeta.
Alle 18 sono di nuovo a casa, otto ore dopo la partenza.
Sulla vetta non sono arrivato ma ne è comunque valsa arrivare lassù. Non baratterei poche ore passate in questi ambienti neanche per mille giorni passati nell’agio.
Parte 3 (29 dicembre 2025)
Sono le 8 quando esco di casa diretto sul Monte San Mauro.
La vetta si trova a più di undici chilometri di distanza e oltre millecinquecento metri più in alto. Il dislivello è concentrato quasi totalmente negli ultimi tre chilometri ed è il bello di questa montagna solitaria, slanciata verso il cielo e selvaggia.
Alle 15.30 dovrò essere sul posto di lavoro quindi parto a buon ritmo percorrendo i primi chilometri su asfalto, poi su per ripidi sterrati fino agli ultimi borghi aggrappati alle pendici del Monte San Mauro.
Questi avvicinamenti sono sempre un tuffo nelle riservate realtà rurali che pur così piccole esistono e non di rado devo schivare qualche gallina, scappare dalle oche oppure tenere a bada qualche cane mentre passo per le strette viuzze, le strade ripide o sugli sterrati che si diramano attorno.
In un’ora e trenta minuti sono all’attacco del sentiero vero e proprio.
Questa montagna rappresentava il terreno sulla quale facevo la prova del nove rispetto alle mie presunte capacità atletiche. C’è stato un periodo in cui mi allenavo correndo fino alla cima di questa montagna e in base alla fatica che percepivo capivo subito quale fosse il mio livello.
Le prime volte mi sono sentito impotente, sembrava quasi surreale raggiungere una forma tale da permettermi di salire e scendere correndo, senza ritrovarmi esausto.
Oggi ho raggiunto l’obiettivo e l’ho di gran lunga superato ma nulla mi è stato regalato.
La montagna dona, non regala.
Alle 11.34 sono in cima.
L’ultima volta che ero stato qui, più di due anni fa, ero in compagnia di una femmina di cane pastore che abitava in una delle ultime case sulle pendici del monte. Non ricordo il suo nome, era già avanti con gli anni ma energica. Apparteneva ad un signore anziano che la lasciava sempre libera. Al primo incontro con lei ho avuto timore perché mi venne incontro abbaiando, era di grossa stazza ma ho subito intuito che fosse molto buona e mi resi conto poco dopo che non aspettava altro che passasse qualcuno diretto sulla sua montagna per accodarsi.
Capitava che fiutasse qualche cervo e come un fulmine scattava dentro i boschi, alle volte non la rivedevo più. Altre volte mi seguiva fino sull’alta montagna e se fiutava i camosci non ci pensava due volte, partiva a razzo e li inseguiva. Era veramente una forza della natura quel cane ma non poteva più competere con il camoscio come faceva un tempo.
L’ultima volta che la vidi siamo andati in cima, era molto invecchiata e non si lanciava più all’inseguimento di qualsiasi cosa si muovesse ma rimaneva sempre poco distante. Quel giorno poco prima di raggiungere la vetta mi accorgo che non è più dietro di me. Lancio qualche fischio ma non succede nulla, così torno indietro fino a quando la vedo: stava ferma sotto un breve salto di roccia che una volta avrebbe superato senza neanche pensarci. La prendo in braccio, superiamo l’ostacolo insieme e andiamo sulla cima.
Credo sia stata l’ultima volta che salì sulla sua montagna perché quando passai di lì poche settimane più tardi scoprii che era morta.
È stato bellissimo averla come compagna di scalata e questo racconto lo dedico anche a lei.
Alle 14 dopo una lunga corsa sono di nuovo a casa, tempo di fare una doccia, un pranzo veloce e corro a lavoro.
Parte 4 (1 gennaio 2026)
È iniziato il nuovo anno e per cominciare al meglio decido di tornare in uno dei miei luoghi preferiti tra le montagne bellunesi. Si tratta di uno spazio fuori dal tempo.
Parto alle 10 dalla stazione dei treni di Santa Giustina (BL). Trenitalia ha deciso di complicarmi le cose accumulando più di mezz’ora di ritardo; sembrerà un nonnulla ma in trenta minuti si fa molta strada.
Il mio obiettivo è la Cima Di Valscura posta a capo dell’omonima valle, a circa undici chilometri di distanza e quasi milleottocento metri più in alto rispetto a me.
Per chi avesse letto i capitoli precedenti saprà che da Santa Giustina è possibile raggiungere direttamente la Val Scura seguendo strade sterrate e sentieri tra i boschi. Così in un’oretta mi trovo immerso nel silenzio di questa valle dove l’ambiente da subito si fa austero; l’aria che respiro lì dentro è così fredda che mi gratta la gola e brucia le narici.
Risalgo tutta la valle fino ad incrociare la traccia che sale a Passo Forca. Qui indosso gli scarponcini e lascio le scarpe da corsa sotto un masso nel greto del torrente Veses.
Inizio a risalire nel bosco devastato dalle tempeste e aggirando una larga macchia di schianti mi porto verso l’alto dove il paesaggio si fa decisamente alpino.
La mole del Monte Pizzocco domina verso est lo scenario innalzando imponenti muraglie verticali. Verso ovest, guglie e picchi selvaggi caratterizzano i tormentati versanti orientali del massiccio del Monte Tre Pietre.
Incontro una coppia di persone in discesa, la signora mi rimprovera dicendomi che non si va in montagna da soli. Mi chiede dove fossi diretto e mi guarda come un alieno mentre le indico la destinazione ben visibile lungo tutto il percorso. Noto che entrambi non sono equipaggiati per l’alta montagna, infatti qualche minuto dopo scopro che le loro tracce sulla neve si interrompono.
Alle 11.45 sono a Passo Forca, batto traccia nella neve alta e inizio la risalita verso la Cima Di Valscura.
Il paesaggio è molto complesso, sono stato qui d’estate ed è un vero spettacolo della natura: si tratta di un ampio altopiano carsico dove il lavorio incessante degli elementi ha creato le forme più varie e impresso nella roccia profonde cicatrici.
La via di salita alla cima non è obbligata così scavando nei ricordi cerco l’accesso all’altopiano che precede la sommità Ripercorro il percorso fatto nel periodo estivo e in prossimità di un traverso in salita che sta sopra un salto roccioso di svariati metri trovo quasi cinquanta centimetri di neve fresca. Mi tornano in mente le sagge parole di Paolo: “Che siano dieci o cinquanta metri, non cambia molto una volta che sei scivolato.”
Inizio a procedere scavando e scostando la coltre dalle rocce cercando appoggi stabili ma la situazione è troppo pericolosa. Salire è fattibile ma quando dovrò ripercorrere gli stessi movimenti in discesa sarà difficile. Decido di tornare sui miei passi alla ricerca di un accesso più sicuro e riesco a trovarlo poco dopo.
La progressione è lentissima, devo fare attenzione ad ogni singolo passo, infatti non appena credo di proseguire agevolmente precipito più volte, incastrandomi ora una, ora l’altra gamba all’interno di alcune cavità. Devo compiere larghi giri attorno a numerose doline sondando ogni dettaglio che la coltre nasconde abilmente.
Sono le 14.30 e ad occhio impiegherò almeno mezz’ora per arrivare in vetta: vale a dire, troppo tardi per tentare.
Ne approfitto per fare finalmente una pausa e mi guardo un po’ attorno. È un vero spettacolo, sembra di stare in un’isola sospesa nel cielo. Il silenzio è totale, solo alcune nubi innocue salendo da valle, movimentano il paesaggio altrimenti immobile in ogni suo dettaglio.
Anche oggi non arriverò in cima ma l’importante è essere qui e godere di questi attimi dove l’eternità del tempo è manifesta.
Scendere dalle montagne al tramonto è bellissimo, spesso mentre sono al lavoro osservo i colori del crepuscolo riflessi sulle pareti distanti e immagino di essere lassù, dentro quelle sfumature, toccato da quelle luci.
Ora sono dove volevo essere, le pareti del Monte Pizzocco trionfano ancora una volta nelle luci di un tramonto invernale mentre torno a valle nel silenzio più totale della Val Scura.







