Il riscatto delle Dolomiti Friulane

Può una tragedia immane come quella del Vajont assumere nuovi significati positivi? Sì, se diventa un monito per le nuove generazioni ad agire in modo consapevole, responsabile, sostenibile. Il Parco naturale regionale delle Dolomiti Friulane, che accoglie tutta l’area della frana, ha come obiettivo primario proprio l’educazione dei ragazzi e la diffusione di un’informazione corretta dei fatti. 

Il riscatto delle Dolomiti Friulane
di Claudia Reali
(pubblicato su piemonteparchi.it il 27 gennaio 2022)

Erto e Casso costituiscono insieme l’ultimo comune a Nord-Ovest del Friuli Venezia Giulia, al confine con la provincia di Belluno. Immersi nell’incontaminato paesaggio del Parco naturale regionale delle Dolomiti Friulane, aggrappati sulle pendici del Monte Salta affacciato sulla Valle del Vajont, i due paesi non potrebbero essere più diversi. Differiscono per origini, dialetti, credenze e tradizioni. In comune, però, hanno due cose: la prima è che sono stati dichiarati “monumenti nazionali” per la loro tipica architettura spontanea di montagna; la seconda è che per entrambi la storia ha iniziato a essere scritta con le medesime parole a partire dal 9 ottobre 1963. Da allora non si può più parlare di Erto e Casso senza raccontare della frana del Vajont. Come se quell’onda immensa di acqua e detriti che in quattro minuti falciò borgate intere (Longarone su tutte) e con loro quasi duemila vite avesse anche annientato ciò che c’era prima, coprendo ogni cosa e ogni anima di una spessa coltre grigia.
Una tragedia che si sarebbe potuta evitare. Eccome. Bastava, innanzi tutto, il buon senso: un’opera mastodontica progettata sotto a una montagna chiamata Monte Toc, abbreviazione di Patoc in friulano, che significa “marcio”, “sfatto”, non poteva essere una buona idea.

Forcella Giaf. Foto: David Cappellari.

Chi sono gli informatori della memoria
Sono trascorsi quasi sessant’anni da quegli eventi” ci racconta Graziano Danelin direttore del Parco naturale regionale delle Dolomiti Friulane da ben 22 anni, “ma qui il tempo si è fermato. Ciò che è accaduto è sempre davanti ai nostri occhi. Eppure, nel tempo il dolore si è trasformato ed è diventato perentorio dare un senso alle cose. Come? Raccontando la vera storia e trasmettendo un messaggio ecologico forte“.
Nel 40° anniversario venne realizzato da parte dell’Enel un percorso lungo il coronamento della diga, affinché l’allora presidente Carlo Azeglio Ciampi potesse vederne almeno una parte. Da allora migliaia di ragazzi e visitatori possono compiere lo stesso tragitto accompagnati dai cosiddetti ‘informatori della memoria’, ossia dalle guide semi volontarie che hanno il prezioso compito di fornire una versione chiara e corretta dei fatti.
Prima del Covid venivano in visita nel parco oltre 15mila studenti e gran parte di loro passavano dalla diga del Vajont, vivendo un’esperienza indimenticabile. Per questo è importante continuare a divulgare questa storia. Perché i giovani possano tornare a casa arricchiti e più consapevoli, diventando essi stessi ‘informatori della memoria’ con i loro genitori e amici. È dare un senso delle cose, come si diceva. Le guide vengono gestite dal parco, così come il centro visite di Erto, che ospita un’importante mostra permanente sul disastro del Vajont ed è anche un valido punto di riferimento per studi e ricerche”. Nella prima sezione un’ampia raccolta di foto d’epoca porta alla scoperta di tradizioni, usi e costumi della gente del Vajont prima del 9 ottobre 1963; la seconda sezione descrive invece, attraverso pannelli e plastici, l’intera vicenda dalla progettazione del bacino idroelettrico del “grande Vajont” fino al processo. C’è anche un video con la ricostruzione grafica della frana e i filmati originali dell’epoca.

Campanile di Val Montanaia. Foto: Fabiano Bruna.
Catena Monte Duranno. Foto: Mauro Corona.

“Qui non nevica firmato”
Oltre a custodire una storia così importante, il parco ha tra i suoi obiettivi la salvaguardia del patrimonio naturalistico e lo sviluppo di un’economia locale che oggi risulta piuttosto povera, fondata per lo più sull’allevamento di ovini e caprini, sul terziario e su aziende di piccole-medie dimensioni. L’area protetta si estende per 36mila ettari dalla provincia di Pordenone a quella di Udine abbracciando tre valli: la Valcellina (comuni di Andreis, Cimolais, Claut, Erto e Casso); l’Alta Valle del Tagliamento (Forni di Sopra, Forni di Sotto) e i territori confluenti verso la Val Tramontina (Frisanco e Tramonti di Sopra).
Collegata al parco vi è inoltre la vicina Riserva Naturale Forra del Cellina, uno dei canyon più spettacolari d’Italia e una meta molto frequentata dai turisti. “E naturalmente ci sono le Dolomiti“, continua Danelin.
Ed ecco una curiosità. È stato il parco, istituito nel 1996, che ha utilizzato per la prima volta il toponimo ‘Dolomiti friulane’. Dal punto di vista geologico prima la zona era nota come ‘area delle dolomiti d’Oltrepiave’. La caratteristica unica del territorio è l’altissimo grado di ‘wilderness’, percettibile grazie all’assenza di grandi strade di comunicazione, difficilmente riscontrabile, per estensione, in altre zone dell’arco alpino.

Erto, diga Vajont. Foto: Antonio Cossutta.
Forni di Sopra, Val Giaf. Foto: David Cappellari.

Le nostre Dolomiti sono meno note rispetto alle più blasonate del Trentino-Alto Adige. Non abbiamo i loro flussi turistici. Per usare una frase di Mauro Corona: ‘Qui da noi non nevica firmato’. Eppure quando nel 2009 le Dolomiti sono state dichiarate Patrimonio Mondiale dall’UNESCO quelle friulane sono state determinanti per questa assegnazione, proprio per il loro essere ancora selvagge e poco antropizzate. Una garanzia di mantenimento del valore naturalistico anche per il futuro“. La rete sentieristica del parco si estende per 250 chilometri. I fondi comunitari vengono utilizzati per conservarla e svilupparla, oltre che per realizzare nuovi progetti didattici. Nell’area protetta non c’è la copertura telefonica e le guide hanno il satellitare. “Una cosa rara, ormai. Tanto che un tour operator danese, sensibile ai temi ecologici, organizza vacanze naturalistiche tra rifugi e bivacchi del parco il cui claim recita: ‘Goditi il silenzio e la natura selvaggia perché qui non prende il cellulare’. Può essere un grande valore aggiunto in tempi frenetici come questi“.
D’altra parte, come si è visto, sono numerosi i motivi per visitare questo territorio. Tra i punti di interesse più importanti del parco, c’è anche il Campanile di Val Montanaia, una guglia alta circa 240 metri che sfreccia verso il cielo, imponente e maestosa, e che solo gli alpinisti più temerari e coraggiosi si apprestano a scalare. E, ancora, ci sono i paesini di montagna, nessuno dei quali supera i mille abitanti, ognuno con il suo centro visite dedicato a una tematica particolare che ne rappresenta storia, etnografia, aspetti naturalistici e antropologici. Qui si respira pace e si apprezza la semplicità. Guardando verso il cielo non è raro scorgere la sagoma dell’aquila reale, l’animale simbolo di un Parco che ha abbracciato, con sensibilità e saggezza, una terra ferita assumendosi il compito delicato di trasmettere la memoria di un’immane tragedia e di educare a un futuro finalmente sostenibile.

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