L’isolamento ha moltiplicato i conflitti: divisi tra rissose tribù immateriali, tentiamo di mettere insieme i frammenti del nostro io.
Il secolo solitario
(tutti casa & telefonino, lottiamo a distanza contro nemici immaginari)
di Jonathan Bazzi
(pubblicato su corriere.it il 16 aprile 2025)
Fino a sette-otto anni fa avevo un ampio gruppo di amici: una novità per me, solitario fino al liceo. È iniziato tutto con l’università: i semestri passati tra aule studio, pause-sigaretta e patemi da esami, una volta finiti, mi hanno lasciato al centro della piccola comunità nata dalla condivisione del passaggio all’età adulta. Abbiamo organizzato feste e vacanze, ci siamo supportati nei momenti bui: per la prima volta nella mia vita ho sentito di far parte di qualcosa di collettivo, plurale. A poco a poco, poi, quel gruppo ha iniziato a perdere pezzi. Da una quindicina siamo passati a dieci. Poi sei, quattro, due. E non si è trattato dell’effetto di abitudini diverse, del fisiologico passare del tempo. Le tensioni e le rotture tra di noi sono avvenute sempre in chat, e per ragioni quasi inesistenti.
Sono stato io il principale responsabile della fine di questa specie di famiglia d’elezione. Sono io che, ripetutamente, mi sono infilato in ossessioni e fastidi: ho provocato, e attaccato, fatto fuori, bloccato. Da solo, dietro una tastiera, ho fatto in modo di tornare alla solitudine in cui sono cresciuto. Se oggi mi guardo indietro non so dire se l’ho voluto davvero: ho chiaro il sangue alla testa, la voglia di sfogarmi, quando il comportamento altrui si discostava dalle mie aspettative. Ma so anche che queste reazioni sono avvenute sempre in assenza dell’altro, all’interno di una comunicazione indiretta: era quando mi trovavo solo davanti allo schermo che i conflitti, in me, detonavano.
La messaggistica istantanea m’ha permesso di essere vile e insieme tirannico: è stato semplice ed esaltante scagliarmi contro qualcuno fatto solo di lettere, lasciarmi esplodere di intolleranza. Per spezzare un rapporto durato anni mi è bastato premere invio.
Nelle tappe precedenti di questo viaggio della solitudine contemporanea abbiamo esplorato le mutazioni tecnologiche e relazionali di quello che qualcuno già chiama il secolo antisociale: ora vorrei sottolinearne le ricadute politiche. L’abbiamo già detto: oggi è difficile sentirsi soli, anche se, nei fatti, lo siamo, perché il nostro è un isolamento affollato. Gli altri ci sono, virtualmente, e forse contano persino più di prima, ma sono soprattutto interpretazioni, proiezioni, pretesti.
Il conflitto prospera: chiusi nelle nostre bolle – di convinzioni e interessi – ci fronteggiamo, assecondando le istruzioni non scritte delle piattaforme, che si nutrono dei nostri scontri a oltranza, della nostra indisponibilità a mediare. L’impulso aggressivo può essere liberato senza l’ostacolo del volto dell’altro: un’accusa o una stilettata sarcastica non possono essere smorzate, inibite, dalla delusione di uno sguardo, dallo sconcerto della piega della bocca, dalla vulnerabilità colta nella postura che cambia. Il rispecchiamento empatico è frenato, spesso diventa impossibile: non serve, non funziona, non paga, nel gioco dei social, specie quando a dividerci ci sono convinzioni stabili e identitarie, di gruppo.
Nell’assetto di base del cittadino digitale tutto un sistema fa sì che gli altri si offrano come bersagli impersonali: non vediamo davvero le conseguenze del nostro cinismo, del nostro livore, del nostro accanimento. Disumanizzare non è complicato, estremo: non occorre essere dei mostri. È comodo, veloce, banale: lo facciamo più o meno tutti. In un tempo di vuoti e angosce, ci serviamo del sacrificio mediatico altrui per ottenere surrogati alla serenità che ci manca, tentando di riaggregare, per un istante, i frammenti del nostro io.
Le piattaforme hanno ricodificato molte delle nostre esperienze, incluse quelle politiche. L’impegno, l’attivismo e il dibattito pubblico sono ormai plasmati dalle regole di spazi di interazione e autorappresentazione che, tutto sono, fuorché neutri. L’idea di comunità è uno strumento al servizio della promozione del sé: quasi nessuno ha interesse a comprendere le ragioni dell’altro, e se è vero che egoismo e autoreferenzialità sono connaturati all’essere umano, forse mai come oggi è però esistito un sistema che promuovesse la riduzione di ogni cosa alla lotta per la propria rilevanza e visibilità. Viviamo in tempi polarizzati, ma non solo: oggi tutti gli scontri avvengono sotto gli occhi degli altri. Nell’anfitrione delle nostre bacheche il colpo che assestiamo è sempre dedicato, commissionato, visto. «Eccomi, guardami, lo sto facendo»: è il sottotesto di tutti i linciaggi, che spinge al sogno dell’annichilimento dell’avversario. Performer, divisi in bande nemiche, col loro pubblico: il libretto di istruzioni invisibile degli algoritmi ce lo ripete ogni giorno: «Più infierisci e più sarai amato».
Passiamo molto più tempo da soli con lo smartphone in mano, e questo sta rendendo la società sempre più debole, feroce, delirante. Alcuni legami, in realtà, sono diventati più forti: quello tra genitori e figli, per esempio, modulato da attenzioni e ansie un tempo assenti. Ma anche la vita di coppia, immersa in un flusso continuo di comunicazioni e aggiornamenti sulle reciproche attività. Parallelamente, si sono intensificati i legami più remoti, quelli dei gruppi legati da passioni comuni o idee politiche, oggi in grado di ritrovarsi e diventare sempre più coesi. La cultura contemporanea, tutta casa e telefono, sembra aver potenziato insomma i rapporti più stretti e quelli più astratti, intaccando invece la cerchia intermedia delle relazioni prossime, ma non intime, che costituiscono, di fatto, la comunità. Se la famiglia è il luogo dell’amore, e la squadra, il partito, quello della lealtà, la comunità dovrebbe essere il luogo della tolleranza. È nel contatto contingente – corporeo e imprevedibile – con persone che esulano dalla nostra zona di controllo e comfort che le opinioni possono smussarsi: sei di destra ma, trovandoci a parlare, scopriamo di avere entrambi lo stesso problema di salute, oppure, sei di sinistra ma i nostri figli studiano insieme e si stanno molto simpatici. Dietro collocazioni e battaglie personali resiste sempre un piano ulteriore, quello della nostra reciproca umanità. Il piano della nostra finitezza, del bisogno di calore e supporto, della paura di perdere i legami che ci stanno a cuore, del nostro corpo, senziente, vulnerabile, impotente davanti alle grandi forze della natura: è lì che si dovrebbe andare a cercare la premessa per immaginare i modi in cui le differenze possano riprendere a convivere in modo incruento, praticando il disaccordo produttivo, il compromesso e, in definitiva, la democrazia.
Il senso della parola “comunità” oggi è smarrito, frainteso: la sostituzione col termine inglese, community – che indica l’insieme di follower di un influencer o content creator – restituisce bene la forma di questa perdita. La disconnessione sociale, la distanza dalla materialità vissuta, è uno dei motivi che spiega, ad esempio, l’incapacità dei progressisti di capire l’attrattiva di figure come Giorgia Meloni o Donald Trump. E, se non capisci nulla del perché l’altro ha quella narrazione, vuoi che la tua parte lo combatta in modo totalitario. Il divario, in questo modo, non fa che aumentare. L’erosione della comunità conduce allo stile politico grottesco di questi anni, tutto basato sull’individuazione/punizione del (presunto) nemico interno. La polarizzazione è aumentata in modo vertiginoso: tutti – queer e conservatori, femministe e antiabortisti, interventisti e pacifisti – pensiamo e, soprattutto, reagiamo così. Non deve sorprendere se a beneficiarne sono poi i leader delle fazioni non pluraliste: il loro approccio comunicativo è spesso ormai anche il nostro.
Donald Trump è una specie di distillato di questa contrapposizione endemica, tutta tribù e niente comunità: spinti a pensarci come identità cristallizzate, ovvero piccole aziende, brand, scattiamo furiosi contro il cartonato competitor/nemico che ci viene messo davanti. Ripetiamo sempre le stesse parole, ci avvaliamo sempre degli stessi schemi di (non) ragionamento: le piattaforme sono multinazionali, modelli di business, e il mercato si è impadronito delle nostre facoltà di pensiero, parola, confronto. Viviamo un tempo a bassissimo tasso di creatività: vogliamo solo essere rassicurati su ciò che già crediamo di sapere, non scoprire qualcosa di nuovo. Gli altri ci ossessionano, ma da lontano: fluttuiamo, afflitti, in una superficialità di relazione e contatto. Per questo è di enorme importanza, oggi, provare a escogitare modi per approfondire il nostro sguardo sull’altro: da vicino nessuna persona reale può essere ridotta a un ruolo, una categoria, un clan. Ma questa vicinanza – che, nota a margine, è poi lo specifico della letteratura – oggi ci sembra troppo faticosa, rischiosa: sentiamo di non averne la forza.

Infine, un ricordo privato: per tutta l’infanzia ho avuto paura di mio nonno, un uomo burbero e intransigente, con cui ho abitato per dieci anni, conoscendone solo i divieti, le minacce, le urla. A un certo punto ho deciso di non frequentarlo più: l’ho rivisto solo il giorno del funerale. Dopo la sua morte, mia madre mi ha riportato un suo racconto, che non conoscevo. Quando fu costretto a trasferirsi a Milano, da Napoli, ogni mattina, all’alba, raggiungeva la fabbrica in cui lavorava, percorrendo le rive del Naviglio Pavese. «Tina», disse a mia madre, «non sai i pianti al mattino su quella bicicletta in mezzo alla nebbia». In balia di quella che fu, forse, una depressione mai diagnosticata, mio nonno ci ha rovinato la vita. A mia madre, e per certi versi anche a me, nella catena intergenerazionale del trauma. Prima di morire, tre anni fa, si è fatto promettere che l’avrebbero sepolto a Napoli: una richiesta violenta, che m’è parsa rinnegare tutta la sua vita milanese, moglie e figli inclusi. Ma ora, dopo quel pezzo di storia in più, dopo il racconto di quella migrazione forzata e quei viaggi all’alba nella nebbia, dopo il racconto delle lacrime solitarie di quell’uomo che ho sempre e solo sentito inveire e spaventare, anche se non posso certo dire di averlo perdonato, o di poterlo in alcun modo scusare, ora io penso a lui in modo diverso.
Tra le tante ragioni della nostra crisi collettiva, politica, un posto speciale credo spetti alla bidimensionalità ordinaria, e armata, con cui ci siamo abituati a pensare, e giudicare, la vita degli altri. Ritirati e senza forze, sogniamo, appartati, un mondo sempre più controllato, cerebrale e uniforme. Un mondo ridotto al giardino solitario della mente, con un gigantesco sole freddo allo zenit, capace di azzerare, in un clic, tutte le ombre.
Il commento
di Carlo Crovella
Chissà perché, leggendo questo articolo, mi sono venute in mente le “discussioni” fra i commenti del Gogna Blog. Non scappa nulla alla legge del web, neppure un portale di montagna.


