L’arte della solitudine – 4

Due giorni sulla Schiara
(quarto racconto dalla serie L’arte della solitudine)
di Armin Speranza

Finalmente andrò sulla montagna dei Bellunesi che è anche la mia montagna. I racconti che ho letto e le arrampicate che ho sentito narrare da mio padre su questa montagna potrebbero riempire un libro intero. Ora è stata addomesticata un po’ di più rispetto al passato, grazie all’encomiabile lavoro del Club Alpino bellunese, grazie all’ottima manutenzione e ristrutturazione delle vie ferrate e dei tre bivacchi che si trovano tra le sue immense pareti. La Schiara appare da Belluno imponente e cela la sua profondità, il suo cuore, apparendo come un corpo unico ma è in realtà un susseguirsi di torri e pinnacoli che precedono la grandiosa, estesa, assolutamente verticale parete meridionale.

Ci andrò da solo e come sempre mi servirò solo di mezzi pubblici e delle mie gambe per l’avvicinamento. È il mio segno di rispetto e lealtà verso l’ambiente, approccio che ormai seguo da anni. Siamo in pochi a farlo, pochissimi e siamo anche coloro che meno parlano a vanvera di rispetto per l’ambiente come sento fare da alcuni verso qualsiasi iniziativa volta a portare innovazione sulle montagne, vedi olimpiadi. Ma tralasciamo l’ipocrisia contemporanea di chi vuole fare il paladino e poi non farebbe un solo metro in più a piedi pur di lasciare l’automobile fin sotto i monti. Ne vedo fin troppi di personaggi simili, tante chiacchiere, poca gamba.

Gusela del Vescovà

Parto dalla stazione dei treni di Belluno alle 7.15 e in 4 ore e mezza a passo spedito sono al bellissimo bivacco Sperti, essenziale e rimesso a nuovo. Prima di raggiungerlo faccio solo una breve sosta al rifugio Settimo Alpini dove sistemo il mio zaino. Noto alcune facce stranite e quasi infastidite di alcuni escursionisti che vedendomi con il mio unico paio di scarpe, scarpe che uso per correre durante la settimana, sistemando imbrago e moschettoni, capendo che sarei salito in quota avranno pensato: “Dove pensa di andare questo?”.

Uso un solo paio di scarpe per tutte le mie attività sportive fino a che la suola non esiste più. Eppure non sanno che se avessi i piedi condizionati abbastanza ci salirei a piedi nudi sulle montagne tanta è la sicurezza del passo che mi sono guadagnato con tanta fatica. Questa gente è debole, vestono scarponi invernali per fare semplici escursioni, il loro zaino è pesante quanto il mio eppure percorrono un quinto della distanza che percorrerò e restano sulla montagna poche ore, io ne resterò quasi 40, così come i chilometri che percorrerò, il dislivello è intorno ai 3000 metri. Sono piccoli uomini che pretendono di essere all’altezza della montagna ma non saprebbero “squattare” neanche 50 kg sulle loro fragili gambe, figuriamoci un quintale, peso con la quale mi alleno abitualmente in funzione preventiva e di sviluppo della potenza in chiave atletica. Sapessero fare almeno un piegamento sulle braccia. Tanto per chiamare l’elisoccorso non serve forza, basta uno smartphone. Corro a ritmi che loro possono solo sognare.

Sono un giovane che si inchina di fronte alle montagne quando ci arriva e quando torna ma nessuno di loro lo fa, si vergognerebbero. Eppure non manco mai di dare il buongiorno, augurando buon cammino. Per me le montagne sono di tutti e per tutti, volete correrci, a piedi, in bici, in monociclo, volarci con tute alari, parapendio o farvi scaricare da un elicottero sulle più belle cime o semplicemente scendere dall’auto e mangiare in rifugio per me siete liberissimi di farlo perché questa è l’Europa, non l’Iran o la Russia, questa è terra di libertà.

Breve parentesi per sottolineare che non sono uno sprovveduto né un retrogrado provinciale, sono un vero figlio delle montagne, nato in loro presenza e cresciuto grazie a loro. Chi fa della montagna la sua maestra è élite perché devi essere molto forte e se commetti un solo errore ti uccide, semplice.

Eccomi allo Sperti, arrivo al bivacco immerso nella nebbia ma percepisco la verticalità che mi attornia e intuisco di essere su di un cocuzzolo immerso tra i precipizi. Non è nemmeno l’una di pomeriggio, prestissimo, ho percorso circa 15 km fino a qui e più di mille metri di dislivello, domani ne avrò almeno 25 di chilometri e altrettanto dislivello per compiere la traversata e tornare a Belluno tra sali e scendi. Allora godiamoci quest’angolo di solitudine, le nebbie si levano e i torrioni che sovrastano il bivacco appaiono in tutta la loro bellezza.

Verso le sei arriva Sasha, un ragazzo ucraino amante della solitudine e delle montagne come me e trascorriamo la serata parlando di tante cose, la guerra, la vita, le avventure e consiglio lui alcune zone montuose snobbate da molti ma meritevoli e adatte a chi in montagna sa andarci. Fortunatamente l’inglese abbatte ogni barriera. Lui è sceso da Forcella Sperti arrivando da Cima Schiara, il medesimo percorso che farò io all’inverso. L’unico mio timore era quello di trovare ghiaccio lungo il percorso ma Sasha mi rassicura e nell’unico passaggio dove c’è del ghiaccio ci si può assicurare al cavo della ferrata perciò sono tranquillo.

Eppure durante la notte sento la paura di dover salire la montagna solo con me stesso, nulla di tecnicamente difficile però l’ambiente è molto severo e se si sceglie un approccio leggero e veloce bisogna essere pronti a pagarne le conseguenze. Si ha molto meno margine di errore, ogni passo, ogni appiglio, nulla è lasciato al caso, inoltre mai e poi mai chiamerei il soccorso a meno che non fossi seriamente infortunato. Mi è successo di farmi male, compromettendo la mia capacità di proseguire ma mai a tal punto da non consentimi di tornare a valle seppur con difficoltà.

Dormo come un tronco sui comodissimi materassi del bivacco e tra i suoi caldi piumini. Alle 6 suona la sveglia, sistemo le coperte, preparo lo zaino, saluto con calore Sasha augurando il meglio a lui e al suo paese martoriato dal mafioso governo russo.

L’alba è un vero tripudio di colori, il sole appare dietro le creste affilate dell’Alpago e i colori della Dolomia sono indescrivibili, fuoco puro. La traccia è stupenda, un susseguirsi di cenge, canali rocciosi e paretine da scalare. Il sentiero Sperti non è altro che una via di roccia storica che sfrutta i punti più deboli per scavalcare sul lato nord della Schiara attraverso forcella Sperti. Da qui si traversa con sali e scendi continuo sulla dorsale sommitale. Ed eccola, finalmente sono al suo cospetto, la mitica Gusela del Vescovà. Monolite roccioso simbolo della montagna bellunese.

Qui devo fermarmi, sto procedendo rapido godendomi ogni singolo metro ma sotto la Gusela voglio restare qualche minuto nella pace più completa che mi accoglie lassù. È un sabato ed è una bellissima giornata eppure non c’è anima viva a parte i bramiti dei cervi che dalla valle del Vescovà salgono fin quassù. Passo a fianco all’altrettanto mitico bivacco della Bernardina e su verso la cima. Breve traverso in salita sopra il bivacco e qui c’è l’unico passaggio dove mi lego alla via ferrata, una scaletta su roccia strapiombante e passaggio piuttosto stretto che mi porta tra rampe rocciose e crestine dove si sale piacevolmente in facile arrampicata. La salita è bellissima, ripida e con grandi vuoti attorno e finalmente eccomi sulla cima.

Non firmo il libro di vetta, non m’importa, la montagna sa del mio passaggio: ma mi fermo al grande ometto e mi inchino davanti a lui. Breve sosta e via lungo la bellissima cresta della via normale dove a sbarrarmi la strada sono tre camosci, madre e due piccoletti, il padre l’ho incontrato poco prima, poco sotto la cresta ha lanciato il suo forte grido avvisando la famiglia.

Sempre un onore incontrare i re della montagna, indomabili, incorruttibili, queste sono le caratteristiche per la quale amo le bestie selvagge.

Alla base della Gusela del Vescovà

Continuo la discesa e di fronte a me le straordinarie pareti del Pelf salgono con una verticalità impressionante. Arrivo al bivacco Marmol e percorse poche decine di metri capisco subito che sarà molto ripida, l’ambiente è impressionante, la Schiara si manifesta in tutta la sua imponenza abbracciandomi tra le sue pareti e gole, i suoni vengono inghiottiti e la temperatura si fa più fredda. Non amo fare queste vie in discesa, provo paura, non c’è nessuno e sento solo i rumori di qualche sorgente tra le profondissime gole. Voglio solo uscirne al più presto, la via scende dapprima su pareti piuttosto ripide poi come un serpente si snoda lungo cenge aeree e molto esposte. In meno di un’ora dal bivacco Marmol sono fuori dalla ferrata, arrivo al caratteristico “Porton”. Un viaggio bellissimo, penso, mentre mi tolgo l’imbrago e mangio i miei ultimi 3 snicker con voracità.

Non mi faccio mai i complimenti, sono estremamente severo con me stesso e ho avuto un po’ di paura nello scendere ma poi mi dico, se ti fossi visto da fuori cosa avresti visto? Avresti visto un giovane spirito che con estrema sicurezza e velocità scendeva lungo le verticalità e veloce attraversava le serpentine cenge. Non un sasso è rotolato, né un piede è scivolato. Ho perso tempo a legarmi solo sulle cenge più esposte che odio, mi fanno rabbrividire e gelare il sangue.
Scendo al rifugio Settimo Alpini dove trovo alcune persone che vedendomi mai avrebbero immaginato che arrivassi dalla vetta, con le mie adidas ai piedi e la tuta. In meno di 5 ore dal bivacco Sperti ero al Settimo Alpini, niente di che, non sono stanco, sono felice e ora mi aspettano altri 14 km per arrivare a Belluno, saluto tutti e senza fermarmi proseguo verso valle.

Con me per questo giro avevo 14 snicker, 4 uova sode, 200 grammi di pane e 500 grammi di frutta secca. 2,5 litri d’acqua e 2 litri di Monster (energy drink).

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2 Comments

  1. says: Carlo Crovella

    Un antico detto afferma: “beata solitudine, sola beatitudine”. E’ vero, ma ci si deve esser portati.

  2. says: Roberto Bozzo

    Peccato però che con tutta quella roccia attorno non abbia neanche provato a scalare qualche paretina.

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