Riflessioni semiserie

Riflessioni semiserie
(di una vecchia alpinista della domenica)
di Alessandra Panvini Rosati
(giugno 2026)

Inizio col dichiarare che la mia idea di montagna è quella dietro casa o, al massimo, a qualche ora d’auto. Mai avuto i mezzi o gli sponsor per affrontare altri orizzonti alpinistici (tutti fenomeni con gli sponsor degli altri! Provate voi a chiedere un contributo per affrontare in solitaria nientepopodimeno che l’Alta Via delle Orobie!).

L’alpinista della domenica è tale perché durante la settimana fa il travèt; altrimenti altro che Kammerlander. E già il fatto di citarlo tradisce l’età che ho: dubito che molti giovani alpinisti griffati di oggi sappiano chi sia stato.

È bello vedere ragazzi giovani — e anche quarantenni che si sentono giovani ma sono già nel mezzo del cammin di loro vita; vero, Dante? — scorrazzare per sentieri. Perché loro corrono; camminare è passibile di condanna alla sedia elettrica.

Ogni tanto qualcuno mi chiede: «Hai fatto questa via? Sei salita di là? Sei stata lassù?». E io rispondo con aria da carampana venata di sufficienza: «Sì, nell’altro secolo». Oppure: «Sì, quando tu non eri ancora nato».

In quei momenti ci si sente un po’ vecchi e si tenta la parte dei saggi, assumendo la posa del vecchio alpinista accanto al fuoco con la pipa in bocca, stile Detassis. Altro personaggio ormai ignoto agli under 30.

Peccato che il fuoco nel camino non si accenda più, perché fa troppo caldo persino d’inverno, e che la pipa oggi sia universalmente riconosciuta come un eccellente sistema per procurarsi un cancro alla bocca.

Anche i rifugi sono cambiati.
Una volta il menù prevedeva sostanzialmente pastasciutta o minestrone. Oggi molti ti propongono sei o sette piatti diversi. Non si sono ancora spinti fino alla cucina destrutturata, ma temo sia solo questione di tempo.

Ricordo un rifugio dove il gestore, alla domanda «Cosa si mangia?», rispose semplicemente: «Quello che c’è». Praticamente mia nonna reincarnata.

Nessuno trovò la risposta offensiva. Anzi, era rassicurante. Significava che qualcuno aveva cucinato per te mentre eri in giro a prendere freddo sulle rocce.

Oggi capita invece di sentire discussioni degne di una guida Michelin: polenta troppo morbida, strudel non abbastanza tiepido, scelta vegetariana limitata. Io, che ho mangiato minestroni misteriosi preparati in pentole grandi come piscine per bambini, faccio fatica a stare al passo con l’evoluzione gastronomica dell’alpinismo.

Da qualche anno tutti hanno la doccia. Io ricordo ancora quando al Monviso mi lavai fuori dal rifugio, alla luce della prima stella del mattino. Doccia sì, ma rigorosamente gelata. Gelata da castigo!

Ricordo anche quando avere un letto era già considerato un lusso. Una notte, in un rifugio strapieno in zona Cima Tosa, finii a dormire praticamente incastrata tra due sconosciuti che russavano in tonalità diverse e perfettamente incompatibili.

Letti a castello a tre piani al Pedrotti-Tosa. Sembrava di stare dentro una composizione sperimentale. Dormii poco, ma il giorno dopo partii lo stesso, convinta di essere perfettamente riposata.

A venticinque anni si possiede una fiducia nelle proprie capacità che sfiora l’incoscienza.

I giovani vogliono fare le vie classiche, ma pretendono anche le ciabattine. Una volta faceva parte del gioco arrivare in rifugio e cercare di recuperare almeno due ciabatte del proprio numero e, possibilmente, dello stesso colore.

C’erano rifugi dove la ricerca delle ciabatte era più impegnativa dell’avvicinamento all’attacco della via. Trovavi una quarantadue sinistra, una quarantacinque destra e una misteriosa ciabatta solitaria di un colore indefinibile, dall’aria depressa, che sembrava presente da almeno tre gestioni. Praticamente la versione in quota della Luisona (citazione Stefano Benni).

Alla fine ti adattavi. In montagna si imparava anche questo: che la perfezione è sopravvalutata.

Anche l’attrezzatura era diversa. Oggi vedo zaini che sembrano usciti da un laboratorio aerospaziale, tessuti che pesano meno dell’aria e scarponi che promettono di fare quasi tutto tranne portarti in vetta da soli. E il tutto costa l’equivalente di tre mesi di pensione erogata dall’INPS a mia madre.

Noi partivamo con materiale che oggi verrebbe esposto in un museo etnografico dell’alpinismo. Eppure arrivavamo comunque in cima. Magari un po’ più lenti, certamente meno fotografati.

Ecco un’altra differenza. Una volta si facevano dieci gite e forse una fotografia. E spesso veniva pure male. Oggi una cima che non finisce sui social sembra quasi non essere mai stata raggiunta.

Ricordo ancora un amico che, dopo una salita particolarmente bella alla Presanella, si accorse di aver dimenticato il rullino nella macchina fotografica. Per settimane venne preso in giro. Oggi sarebbe un dramma psicologico: niente foto, niente storie, niente reel. Praticamente come non essere mai neanche partiti.

La prima cosa che molti cercano, giunti al rifugio, è il campo o il Wi-Fi.

Nell’altro secolo, invece, il rito era la telefonata dal paese a valle. Si cercava un telefono pubblico, si infilavano i gettoni e si comunicava alla famiglia che si era ancora vivi. La conversazione durava trenta secondi perché costava.

Adesso si mandano cinquanta foto, tre video e la posizione GPS aggiornata in tempo reale. No Wi-Fi? No campo? Io continuo a cercare il sorriso del rifugista.

Se poi arriva anche la cortesia, tanto meglio, ma non è davvero indispensabile. Ricordo un Tony Corona da antologia al Rifugio Maniago che, solo per il fatto di essere interista come lui, mi risparmiò almeno tre «va’ affanculo» e un paio di bestemmie. Una dimostrazione concreta di quanto il calcio, talvolta, possa favorire la convivenza civile.

Cerco ancora quel tavolo dove sconosciuti si mettono a parlare come vecchi amici. Cerco le previsioni del tempo discusse davanti a una carta stropicciata, con uno che annuncia temporali certi e un altro che giura sul bel tempo perché gli fa male il ginocchio sinistro. E il ginocchio sinistro non può tradire.

Cerco quelli che raccontano una salita senza bisogno di dimostrare niente a nessuno e quelli che, quando arrivano in vetta, si siedono cinque minuti in silenzio invece di tirare fuori subito il telefono.

Ne ho incontrato uno proprio la settimana scorsa. Aveva l’aria dimessa e vagamente sfigata di chi non è mai andato in montagna o, al contrario, ci è andato davvero troppo. La seconda.

Parlava solo quando aveva qualcosa da dire. O quando glielo chiedevi. Un miracolo. Meglio del sangue liquefatto di San Gennaro.

Giunti alla croce di vetta, snocciolava le cime dell’orizzonte a 360 gradi senza bisogno di Peak Finder e le aveva scalate tutte almeno tre volte. Mi ha dato alcune dritte su una via che vorrei fare prima che giunga il tempo in cui metterò da parte la NDA per occuparmi della SAD (se non sapete che cosa sia la SAD, siete ancora troppo giovani…).

E quindi, mi sento vecchia?

Forse semplicemente ho iniziato ad andare in montagna in un’epoca in cui si partiva con una cartina, due panini e parecchia incoscienza. Quando c’era sempre qualcuno che, alla domanda «quanto manca» (giuro: è uscita dalla mia bocca solo tre volte in tutta la vita!), rispondeva: «Tas e camìna…».

Nonostante GPS, app meteo, tessuti spaziali e rifugi con il Wi-Fi, continuo a pensare che le cose più importanti siano rimaste le stesse.

Una cresta che si accende all’alba. Una birra bevuta dopo una lunga discesa. Una risata condivisa con persone incontrate solo poche ore prima.

E quella strana sensazione che ogni tanto mi prende quando mi fermo a guardarmi intorno e mi accorgo che, almeno per qualche ora, non mi manca assolutamente nulla.

Se questa è vecchiaia, allora non è poi così male.

NDA = Normale Dotazione Alpinistica

SAD = Servizio Assistenza Domiciliare

Grazie Daniele, per le dritte che mi hai dato sul Sasso Manduino!

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7 Comments

  1. says: Paolo Fissore

    Spettacolare come è scritto, e mi ci riconosco per anagrafe. Manca solo l’accenno a quella che era, almeno da noi in provincia di Cuneo, l’abitudine alla borraccia (magari tipo militare) piena di vino. Tassativamente mai acqua, che si sapeva portare ruggine.

  2. says: Barry

    Un quadro esaustivo a pennellate schiette e tinte vivaci, se ci fai un libro lo compro subito!

  3. says: antoniomereu

    Leggerti col sorriso fin all’ultimo rigo ha avuto lo stesso sapore dei panini allo zucchero e vino di quando ero bambino…bellissimo!

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