Tra giugno e luglio 2026 Hervé Barmasse ha percorso quasi 5.000 chilometri esclusivamente in bicicletta, in barca a vela e a piedi per collegare tutte le terre alte della Penisola e delle Isole.
Le montagne d’Italia by fair means
di Sara Canali
Foto di Luca Rolli (salvo diversa indicazione)
Un mese per raggiungere le vette più alte di ogni regione italiana e attraversare la Penisola a piedi, in bicicletta o via mare facendo affidamento solo sulle proprie forze. Il progetto Endurance-Italia di Hervé Barmasse è stato questo, ma anche molto di più perché ha unito in un unico grande viaggio le terre alte d’Italia, così come le isole, alla terra ferma, grazie alla barca a vela di Giovanni Soldini e alle miglia nautiche percorse insieme. E ancora, un viaggio condiviso che ha coinvolto alpinisti, appassionati runner, semplici curiosi che hanno risposto all’appello di Hervé e percorso con lui parte del viaggio a piedi o in bicicletta, partendo dalle montagne della Sardegna e della Sicilia per passare poi dagli Appennini e dalle grandi faggete del Centro Italia fino ai ghiacciai delle Alpi. Se si considera solo la parte a piedi o in bici i numeri parlano chiaro: 4.250 chilometri e 81.000 metri di dislivello positivo. Dopo aver concluso questa incredibile avventura, abbiamo chiesto a Hervé di raccontarci qualcosa di più.
Iniziamo dalla fine: com’è stato il rientro dopo questa esperienza?
È andato bene, anche se mi sarebbe piaciuto avere un po’ di tempo per sedimentare tutto quello che ho vissuto, mettere nero su bianco le annotazioni che mi sono segnato durante il viaggio e rielaborare questa esperienza. Invece il ritorno è stato piuttosto frenetico, tra interviste, incontri e impegni già fissati. Spero comunque di riuscire a raccontare tutto, perché non vorrei perdere i ricordi di un’avventura così intensa.
Facciamo un passo indietro. Come è nato questo progetto?
Nasce dalla voglia di unire la dimensione sportiva con la scoperta del nostro territorio. L’Italia ha una caratteristica unica: una vera spina dorsale fatta di montagne. Parte dalla Sardegna, passa per l’Etna in Sicilia, percorre tutta la dorsale appenninica fino a collegarsi alle Alpi e arrivare a Trieste. Per esperienza sapevo che ogni regione vive un rapporto molto profondo con la propria montagna, una sorta di relazione identitaria che si percepisce ovunque, dalla Barbagia alle pendici dell’Etna, fino agli Appennini. L’idea era quindi quella di affrontare un percorso impegnativo usando esclusivamente le mie forze, ma anche di riscoprire un Paese che, nonostante i tanti viaggi, conosco ancora troppo poco. E poi c’era il desiderio di condividere parte di questa esperienza con tutte le persone incontrate lungo il cammino.

Come ti sei preparato per questa avventura?
Pur partendo da una buona base atletica, ho dovuto preparare soprattutto la parte ciclistica, perché la media era di circa 150 chilometri e 2.700 metri di dislivello positivo ogni giorno, senza praticamente pause di riposo per un mese. I due giorni trascorsi in barca non sono stati un vero recupero, ma è stata un’esperienza bellissima, sia dal punto di vista sportivo sia da quello umano e culturale.
C’è una montagna o una regione che ti ha sorpreso più delle altre?
L’Etna mi ha colpito moltissimo. Negli ultimi anni l’avevo frequentato soprattutto d’inverno; questa volta era in attività e le guide hanno deciso di non salire in vetta. Anche solo essere lì, davanti a una montagna viva, è stato qualcosa di speciale. Mi hanno sorpreso anche gli Appennini. Il Pollino, la Serra Dolcedorme… montagne tecnicamente semplici, ma con paesaggi straordinari, che a tratti ricordano la Svizzera o perfino il Colorado. Sulle Alpi, invece, la scoperta è stata l’Ortles. Non l’avevo mai salito e mi ha davvero conquistato. È una montagna che consiglierei a chiunque ami l’alpinismo.

Dopo aver attraversato tutta l’Italia, come hai trovato le nostre montagne dal punto di vista ambientale?
Male. La prima cosa che mi ha colpito è stata vedere torrenti e fiumi praticamente asciutti. E stiamo parlando di poche settimane fa. Mi sono chiesto cosa potrebbe succedere se arrivassero un altro paio di ondate di caldo come quella vissuta durante il viaggio. Anche in alta montagna i segnali sono evidenti. Sul Monte Bianco, salendo dalla via italiana, ho visto con i miei occhi gli effetti del cambiamento climatico. Si sentono continuamente i crolli dei seracchi, le scariche di pietre, si percepisce una montagna che sta cambiando profondamente, anche se saprà adattarsi. Siamo noi a rischiare di più, perché senza le risorse idriche garantite dal esse sarà difficile immaginare il nostro futuro. È un aspetto positivo, ma mette anche in evidenza quanto molte località non siano ancora preparate a gestire questi flussi. Ci sono tante domande, ma ancora poche risposte.
Come hai organizzato la logistica del viaggio?
Mi sono ispirato a progetti come quelli di Kilian Jornet. Avevo un piccolo team che mi seguiva con un camper: era il punto d’appoggio per cambiarmi, riposare e documentare il viaggio. Non volevo appoggiarmi continuamente ad alberghi o strutture ricettive perché avrebbe snaturato il senso dell’avventura. Avevamo anche una tenda nel caso fosse servita, ma alla fine non è stato necessario utilizzarla. L’obiettivo era muovermi nel modo più essenziale possibile.

Una parte importante del viaggio è stata anche la traversata in mare con Giovanni Soldini. Com’è andata?
È stata un’esperienza bellissima. Avevo già navigato con lui anni fa, quando mi aveva invitato a bordo della sua barca da regata. Questa volta è stato diverso: abbiamo avuto tempo per parlare, confrontarci sulla montagna, sul mare, sui cambiamenti climatici e sui progetti futuri. È stato come avere un rifugio mobile tra Sardegna, Sicilia e Calabria. Ho imparato tantissimo ancora una volta.
Cosa succederà adesso? Questo viaggio diventerà un libro, un documentario?
L’idea c’è. Potrebbe diventare un libro, un documentario oppure una serie, perché il materiale raccolto è davvero tanto. Di solito, quando concludo un progetto, penso subito a quello successivo. Questa volta, però, credo sia importante fermarmi e trasformare tutto quello che ho vissuto in qualcosa di concreto, anche perché lungo il viaggio tante persone hanno condiviso un pezzo di strada con me.


Un marziano avrebbe fatto di più e meglio!
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