L’arte della solitudine 9-10

L’arte della solitudine 9-10
di Armin Speranza

Nella casa dei camosci
È venerdì mattina, l’ultimo weekend di novembre e alle 8.30 parto dalla stazione di Belluno in direzione rifugio Settimo Alpini.
Più il clima si fa freddo e più lo zaino che porto sulle spalle si appesantisce, non l’ho pesato ma saranno almeno 13 chili. Per quanto cerchi di essere essenziale le condizioni pre-invernali della montagna richiedono molta attrezzatura e vestiario; per quanto riguarda il cibo nulla cambia, niente alimenti caldi, solo acqua e integratori, snack, cioccolata e frutta secca. In fondo si tratta solo di due giornate e una notte. L’ottica è quella dell’apprendimento, di ascolto e osservazione, di lungo allenamento a bassa intensità muovendosi in ambienti non facili e selvaggi come quelli che offre il gruppo della Schiara.
Quante volte ho fatto questo tragitto, Belluno-Settimo Alpini solo le montagne lo sanno e il momento più bello è sempre quello in cui si comincia la traversata nella Valle Dell’Ardo. Profondissima e serrata tra dirupi, il sentiero le corre alto sul fianco destro e permette di ammirarla appieno percependo il cupo richiamo che sale dall’abisso nella quale scorre l’Ardo, decine e decine di metri più sotto.


All’improvviso lungo il sentiero oltre le pieghe dei dirupi, appare la mole del corpo centrale della Schiara e ripercorro con lo sguardo la traversata fatta poco tempo fa, intuisco la posizione del bivacco Sperti dove ho dormito e vedo nitidamente il canalone che conduce sul lato nord della Schiara. Posso anche distinguere in parte il percorso in discesa che dalla cima mi portò nelle viscere della montagna prima di ritornare al ridente rifugio.
Rimango sorpreso quando guardo l’orologio mentre mi trovo nei pressi del bivacco adiacente il rifugio, in meno di 4 ore sono arrivato qui e pur essendo una bellissima giornata non c’è nessuno.
Sistemo le mie cose, riposo un’oretta sotto un sole caldo e mi organizzo per ripartire.

Ho ancora tre ore di luce circa, sono le 14, perciò decido di andare a Forcella Oderz, non molto distante dal rifugio, posso già vederla chiaramente.
Da qui in avanti metto da parte le scarpe da corsa, indosso gli scarponcini a collo basso, un paio di ghette e parto.
Sono curioso come un bambino di arrivare in quell’intaglio tra le rocce e guardare oltre sulla Val Di Piero, di cui ho sentito tanto parlare leggendo di alpinismo.
Poco dopo essere partito, un leggero manto nevoso mi accoglie nel bosco, sono il primo a passare di qui ma, poco oltre, numerose tracce di un gruppo di camosci si immettono sulla via che per un tratto sarà in comune. C’è un bel trambusto guardando a terra in quel bosco all’apparenza silenzioso, un bel via vai e non solo di camosci.

Il manto nevoso cresce, i segnavia sono radi e ad un certo punto devo ricordarmi di dover seguire il sentiero, non i camosci come stavo per fare: ed è quando mi rendo conto che lo sviluppo del sentiero a me celato è in altra direzione.
In mezz’ora dal rifugio, intuendo la linea arrivo in Forcella e finalmente posso guardare oltre sulla Val Di Piero. È proprio come la descrivono nei racconti, una forra angusta, dirupata su entrambi i lati, lunga almeno cinque chilometri. In questo angolino all’apparenza insignificante si cela una delle pareti più alte dell’arco alpino. Purtroppo non riesco a vederla da qui anche se ci speravo. Vedo però una targhetta metallica posta poco sopra la forcella su di una roccia. C’è scritto: “Itinerario alpinistico non attrezzato. Molto difficile”. Scosto una crosta di neve e un segnavia giallo-rosso compare, indica di salire per le roccette: si tratta del “Viaz dei Camorz”, che un giorno spero di percorrere. Resto lì a fantasticare per un po’, lì dove sono passati grandi spiriti avventurieri.
È il freddo a destarmi dalla quiete del pensiero che immagina, sono pur sempre a nord in un luogo dove il sole non batte per diversi mesi, il manto nevoso mi arriva al ginocchio.


Un’ultima occhiata sulla Val Di Piero e inizio a correre giù verso il rifugio, ora non devo più badare alla ricerca della traccia. Accendo il fuoco, stendo i capi bagnati ed esco a godermi i colori del tramonto riflessi sulle pareti che abbracciano l’oasi nella quale mi trovo. La mezza luna sale tra le luci del crepuscolo e appaiono le prime stelle.
L’indomani dopo un lento risveglio parto in direzione Forcella Pis Pilon. Il tempo è buono e, non appena m’incammino, la nebbia che sostava tra i miei pensieri rendendoli confusi, si dirada e tutto si mette al posto giusto. Subito mi concentro ed entro nel mio abituale flusso che mi consente di essere veloce e sicuro, concentrato e vigile, silenzioso e pronto.
Il terreno ricoperto di neve dura e ghiaccio richiede attenzione e con qualche passaggio delicato mi immetto all’interno del canalone che porta alla Forcella Pis Pilon, posta proprio di fronte a Forcella Oderz, ad una distanza di circa tre chilometri in linea d’aria. Come mi aspettavo, la neve è copiosa all’interno del “Boràl”, come chiamiamo i canali valanghivi che solcano le Dolomiti.

Procedo veloce, la traccia è battuta da qualcuno passato qualche giorno prima. Noto alcune colate di ghiaccio appese alle pareti sopra la mia testa, accelero ulteriormente. Di tanto in tanto il suono di qualche piccolo crollo di pietre e ghiaccio rompe la quiete della montagna, talvolta più vicino, talvolta lontano, ciò che conta è muoversi veloci.
Ero passato da qui nel senso inverso un paio di settimane prima eppure non ricordavo nulla.

Il fatto è che quel giorno ero sceso appena in tempo dalla via normale del Pelf, una montagna posta di fianco alla Schiara quasi altrettanto alta. All’altezza dei 2200 metri, i segnali di una imminente tempesta mi fecero retrocedere piuttosto in fretta in direzione Forcella Pis Pilon. Le nubi a quel punto erano talmente compatte e minacciose che la luce calò tutta d’un colpo, facendo quasi buio. Di fronte a me le pareti delle Pale Del Balcon si vedevano appena, inghiottite come erano da grosse nubi che velocemente calavano di quota.
Iniziò a grandinare e io corsi come un camoscio giù tra le pietre del canalone mentre i tuoni scuotevano l’aria. Non guardavo nient’altro che il terreno sul quale avrei posato il prossimo passo.
In venti minuti correndo a perdifiato arrivai al bivacco un po’ fradicio dove incontrai due ragazzi polacchi, anche loro lì per trascorrere la nottata.

Oggi è come se passassi per la prima volta qui. Poco prima di raggiungere la Forcella mi dico: “Non appena sbuco dall’altra parte scommetto che coglierò di sorpresa i camosci”. Oltre si apre una specie di conca prativa dove le asperità lasciano un po’ di tregua al tormentato paesaggio.
Finalmente vedo il sole, la neve dura scrocchia rumorosamente, non c’è un filo di vento perciò quando passo oltre la Forcella i camosci poco distanti hanno le orecchie già drizzate e i più giovani subito si allontanano sparendo alla mia vista. Ne resta uno adulto poco più su e restiamo a guardarci per un po’. Ne vedo altri sui prati circostanti e sui pendii, sono nella casa dei camosci qui. Per loro questo è un santuario nel cuore del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, distanti chilometri in ogni direzione da qualsiasi disturbo.

Procedo verso est in direzione Forcella Caneva a 1800 metri, la neve si fa nuovamente copiosa e cerco la via migliore per raggiungerla.
Alzo lo sguardo e sul profilo del ripido pendio che scende a Forcella Caneva da nord appaiono uno dopo l’altro, affacciandosi sul filo della cresta, sei camosci. Sembra una di quelle scene da film western in cui entrano in scena gli indiani profilandosi all’orizzonte sulla dorsale di un monte. Uno di questi camosci all’improvviso si lancia giù dal pendio, supera con un grande balzo una fascia rocciosa alta almeno un paio di metri e disegnando una mezza luna taglia il pendio che precede Forcella Caneva sparendo tra le rocce e le nevi. Ora in fila indiana, uno dopo l’altro, gli altri cinque camosci scendono sulla medesima traiettoria del primo e come lui spariscono alla mia vista percorrendo in pochi istanti una distanza che io impiegherei almeno 15 minuti a percorrere.

Una scena meravigliosa nella casa dei camosci che mi fa pensare a quanto siano pieni di valore questi momenti, tanto semplici quanto eterni. Potrei anche tornarmene a valle tanto il mio spirito è già colmo della bellezza di questi ambienti ma non ci penso nemmeno e proseguo nella neve alta verso la Forcella.
Una volta lì risalgo da nord i ripidi pendii che precedono la cresta sommitale della cima che sulle mappe è chiamata Tanzon. Vedo chiaramente le tracce del gruppo di camosci passato in precedenza e salgo verso la cresta un centinaio di metri più in alto. Procedo sul ripido, la neve arriva al ginocchio e la presa del piede non è ottimale. Sotto di me oltre il pendio si apre il budello di rocce e ghiaccio che dalla Conca di Cajada sale diretto a Forcella Caneva, se scivolo una sola volta sono fregato. Non ho con me piccozza e ramponi ma aggrappandomi ai rami del rododendro che scovo sotto la coltre nevosa, in breve, tagliando dritto per dritto, arrivo nell’area cresta del Tanzon che percorro godendomi un paesaggio a trecentosessanta gradi.

Il sole è caldo e il rumore di piccoli crolli di ghiaccio e rocce è sempre più frequente.
È ora di scendere, entro sera devo essere a Feltre, perciò ripercorro le mie tracce e con un po’ di strizza scendo con molta cautela dal pendio salito in precedenza. Tiro un sospiro giunto in forcella e velocemente ripercorro il tragitto a ritroso fino al bivacco.
Riordino, preparo lo zaino, ringrazio la Schiara per l’accoglienza e mi fiondo giù verso Belluno a passo svelto e senza soste.
Meno di tre ore dopo la partenza dal Settimo Alpini sono alla stazione di Belluno dove mi bevo un meritato caffè caldo che come al solito, dopo due giorni di cibo freddo e acqua gelida, ha un sapore buonissimo. 

Una meraviglia agordina
Come spesso accade i giorni liberi dal lavoro coincidono con il maltempo che in Dolomiti lascia raramente tregua, perciò poco importa se la giornata si preannuncia uggiosa, alle 9 del mattino dell’ultimo giorno di ottobre mi trovo ad Agordo e dalla piazza sotto una pioggia leggera mi incammino verso i Monti del Sole.
C’era una certa frenesia quel giorno nelle persone, nel traffico, nell’aria. Forse è stata solo una mia impressione dovuta alla stanchezza accumulata durante la settimana di lavoro ma pur essendo una giornataccia, non vedevo l’ora di incamminarmi sotto la pioggia verso le montagne e i boschi che vedo appena, avvolti come sono dalle nubi. Non appena prendo una strada secondaria e inizio ad allontanarmi dal paese tutto si calma.

Raggiungo quello che un tempo era il centro minerario di Val Imperina e poco più su, solo grazie al GPS trovo l’attacco per una delle tracce che salgono al bivacco Le Mandre da nord. La salita si svolge interamente nel bosco e un folto tappeto di foglie accompagnerà il passo per lungo tempo.
Questo sentiero, parte di un itinerario molto più lungo denominato “La montagna dimenticata”, non è molto battuto ma segnalato discretamente e la linea è chiara. Nel bosco la pioggia arriva appena e un velo di nuvole avvolge le chiome dei faggi qualche metro sopra la mia testa, creando uno spazio intimo fatto di foglie, tronchi e dei segni viola e bianchi che indicano la via. Sali e sali arrivo a destinazione a 1400 metri circa, ma il tempo è veramente pessimo, sono completamente immerso in una nube che se ne andrà solo con il calare della notte, non piove davvero ma nell’aria un pulviscolo umido inzuppa ogni cosa.


È la mia seconda volta su queste mitiche montagne e l’obiettivo principale è passare del tempo in quota e salire a vedere il “Bus de le Neole”. Si tratta di un grande camino roccioso alto circa quaranta metri e largo almeno una decina che attraversa da un versante all’altro la dorsale del Piz De Mez. Salirci con questa nebbia sarebbe uno spreco, così decido di attendere per un’eventuale schiarita ma non resto con le mani in mano, c’è da fare molta legna e una bella stufa non attende altro che di essere accesa al piano terra del bivacco. Per due, forse tre ore rimango impegnato nel preparare la legna e a tenere a bada il fuoco ma la cappa di nuvole rimane mentre la luce cala.

Pazienza per oggi, almeno ora il bivacco è caldo e per chi verrà non mancherà una discreta scorta di legna che immagazzino nella cassapanca.
Devo precisare che il termine bivacco è fuorviante, questa è piuttosto una casetta divisa in due parti, una metà riservata al corpo forestale e l’altra ai frequentatori dei monti; all’interno è dotata dell’essenziale.

Dormo molto bene, al risveglio il cielo è ancora grigio però non piove. Preparo lo zaino e nel frattempo passa di lì un ragazzo, che avrei raggiunto più tardi. Riparto poco dopo e mi inoltro nel bosco, la traccia non è segnata, c’è solo un cartello affisso ad un albero poco distante il bivacco che indica la direzione per il “Bus”. La traccia non è battuta però l’orientamento è chiaro e logico. Lungo traverso nel bosco verso ovest e arriviamo a congiungerci sulla traccia CAI che sale da Valle Imperina, quella ufficiale che conduce al” Bus”, questa sì segnata e sicuramente più battuta della precedente (qui siamo sui Monti del Sole quindi battuto vuol dire “abbastanza visibile”).

Nel frattempo avevo raggiunto Jacopo, giovane guida ambientale, anche lui per la prima volta da queste parti. Tra una chiacchiera e l’altra guadagniamo quota, le nubi si diradano qua e là. Tra veli bianchi mossi dal vento sopra di noi s’intravede la sagoma del Piz di Mezzodì che si fa sempre più vicina.
L’ambiente diventa sempre più alpino, il pino mugo inizia a dominare incontrastato coprendo ogni singolo metro disponibile e verso sud iniziano ad intravedersi creste rocciose affilate in sequenze continue.
Senza accorgercene passiamo a una decina di metri dal “Bus” e proseguiamo verso la Forcella del Bus de le Neole. Infatti salendo mi chiedevo dove fosse ma lo avrei visto solo al ritorno.
Una volta alla forcella un precipizio si apre sull’altro versante nella Val Pegolera: tra le nubi angoli selvaggi e intatti, dirupi e creste rocciose senza fine si diramano verso sud.

Ora la gran parte delle nuvole si sono alzate di quota e vorticano senza sosta, segno che nel pomeriggio torneranno a guastare il tempo. Qui io e Jacopo ci dividiamo, lui procede scendendo verso ovest per altra destinazione, io salgo verso est sulla cresta del Piz de Mez che percorro per un tratto seguendo i tagli sui mughi tra roccette e vedute aeree. Questi sono i momenti che amo in montagna, lì su quelle crode che da fondovalle puoi solo ammirare e sulla quale il mio sguardo sogna.
Nei pressi di una sella panoramica devo fermarmi e ricordare a me stesso che devo essere a Belluno nel pomeriggio e intanto devo ancora tornare ad Agordo, 1400 metri più in basso: sono le 11 del mattino circa.

Ancora mi chiedevo dove fosse il “Bus”, ritorno sui miei passi e in corrispondenza di un bivio che in precedenza avevo scartato svolto a destra e pochi metri dopo, eccolo, circondato dalla vegetazione e non visibile fino a che non ci si avvicina a pochissimi metri. Rimango meravigliato, è proprio come lo immaginavo, largo, profondo e tetro. Vedo il portale che si apre sull’altro versante tra luci soffuse e sottili strati di nebbia. È davvero profondo e per un momento mi sporgo sul bordo a gettare un’occhiata.

Chi avrà la fortuna di essere qui con le giuste condizioni potrà ammirare le nubi attraversare questo camino sospinte dal vento. Da questo fenomeno deriva il nome di questa meraviglia agordina.
Ho ancora svariati chilometri da percorrere così mi incammino veloce verso valle, il cielo si sta nuovamente coprendo e il timido sole spuntato per qualche ora è già un ricordo. 

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