L’ultima battaglia del Piave

(difendere la portata del fiume insieme alla sua energia)
di Nicola Salduti
(pubblicato su corriere.it il 24 novembre 2021

C ‘è un aspetto, nella questione della transizione ecologica, che qualche volta viene sottovalutato. La natura, molto spesso, è il risultato dell’opera dell’uomo, quando (purtroppo più spesso) non ne è anche vittima.

Un sistema che, come spiega il direttore generale del Consorzio di Bonifica Piave, Paolo Battagion, «è il risultato di un equilibrio». Equilibri complicati se pensiamo agli scarichi illegali delle industrie o delle città e delle comunità che dei fiumi vivono. Eppure, le cose stanno in maniera più complicata di quello che sembra.

Il lago formato dalla diga sul Piave a Pieve di Cadore. Foto: Luigi Baldelli.

L’Italia, proprio per la cura del fiume Piave, molto più di un corso d’acqua per il simbolo della nostra storia e della capacità di ripresa che rappresenta, è a rischio di procedure d’infrazione dell’Unione Europea.

Nella sua lunghezza di 231 chilometri è una vera e propria infrastruttura verde dalla quale dipende l’economia del territorio, molto del suo turismo e molta dell’energia idroelettrica (e dunque rinnovabile per definizione).

Come spesso accade, ci sono cambiamenti normativi per i quali ci si potrebbe preparare in tempo, soprattutto quando arrivano dall’Europa. Ma succede raramente.

Così a partire dal primo gennaio 2022 è prevista l’entrata in vigore della nuova normativa europea sul deflusso ecologico, che supererà la soglia del deflusso minimo vitale. Si legge sul sito del Consorzio Piave: «I valori ipotizzati per il deflusso ecologico sono pari a 2-3 volte quello del Dmv (Deflusso minimo vitale, NdR). Se la portata che deve rimanere nel fiume aumenta, progressivamente non possono che diminuire i prelievi artificiali per altri usi come quello irriguo o idroelettrico o, più in generale, quelli che soddisfano i fabbisogni del territorio circostante al fiume».

Parole che, tradotte nella vita quotidiana, significano la richiesta dell’Ue di aumentare la portata dei fiumi.

Il motivo? Restituire ai fiumi la loro dimensione naturale.

Fin qui il ragionamento non fa una piega, soltanto che le norme sembrano concepite per i grandi fiumi che attraversano l’Europa, come il Danubio o il Reno.

Diventano più difficili da applicare a fiumi torrentizi e dunque più incostanti come può essere il Piave. Da quel corso d’acqua partono derivazioni, canali, ecosistemi che portano fino ai canali che attraversano Treviso.

La diga di Pieve di Cadore: secondo l’Enel, la variazione di portata del Piave prevista dall’Ue potrebbe prosciugare i bacini di 73 centrali idroelettriche. Foto: Luigi Baldelli.

Poca consapevolezza
L’algoritmo previsto dall’Ue porterebbe, secondo le valutazioni del consorzio Piave, all’intensificarsi del rischio di crisi.

Secondo l’Enel la variazione nella portata avrebbe come effetto il prosciugamento dei bacini che alimentano le 73 centrali idroelettriche del territorio. Con un risultato paradossale: 380 mila tonnellate di anidride carbonica in più distribuita nell’aria per effetto della minore energia rinnovabile prodotta e per la sua sostituzione con quella fossile. Un terreno complicato, dunque.

Secondo uno studio dell’Etifor, uno spin off dell’Università di Padova, che misura gli impatti, il 64 per cento della popolazione che vive dentro l’ecosistema generato dal Piave non è consapevole di tutto questo, segno che la vita dei fiumi e quello che nei secoli hanno determinato (le prime opere sono datate 1436) vengono spesso date per scontate. Sebbene lo stesso campione di popolazione sarebbe disposto a pagare 26 euro al mese pur di poter essere rassicurato della tutela del fiume.

Una consapevolezza molta alta, dunque di una transizione ambientale che per essere giusta ha bisogno del coinvolgimento di tutti.

Il calendario corre e alla scadenza mancano poco più di due mesi. Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, non ha usato mezzi termini: «Questa normativa azzopperebbe il Veneto, la sua economia, la sua agricoltura, basti pensare al Prosecco.

Siamo pronti a ogni tipo di intervento e a sostenere ogni tipo di iniziativa per fermare questo percorso». Ecco il punto: il Piave rappresenta un caso-pilota per capire quale può essere la soglia di sostenibilità per l’economia dei fiumi.

In realtà, come spesso accade, le ragioni di questi territori andavano descritte a Bruxelles prima che le decisioni venissero prese, però uno spiraglio c’è ancora. La stessa norma prevede la possibilità di valutare gli effetti negativi del provvedimento e sulla base di questo avviare un possibile negoziato.

Un ruolo chiave spetterà all’autorità di Bacino delle Alpi Orientali, guidata dal segretario generale, Marina Colaizzi. Autorità preziosa, a cui è affidata la cura dei fiumi e la loro salvaguardia.

Lo spiraglio e i fondi del nostro Pnrr
A Treviso nei giorni scorsi si ragionava su queste possibili conseguenze, con le analisi del Consorzio di bonifica Piave, dell’Enel, di Etifor, del dipartimento di Eco-Idraulica dell’Università di Trento. Documentazioni e numeri che potranno essere decisivi per introdurre, come richiesto dalle istituzioni «un’applicazione graduale della direttiva». Che risale a vent’anni fa. Spiega Francesco Vincenzi, presidente dell’Anbi: «Il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta una grande occasione per investire sulle infrastrutture dell’acqua. Che non va sprecata. Abbiamo presentato molti progetti che consentirebbero di rispondere alle esigenze del Paese. Il dialogo con il ministero delle Politiche Agricole e con le Regioni è molto proficuo. Quello della gestione dei fiumi è una delle priorità».

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