Ospitiamo con orgoglio questo lungo articolo di Fosco Maraini, da anni nostro illustre vicino di casa.
Nato a Firenze nel 1912, laureato in Scienze Naturali, ha compiuto viaggi di studio e spedizioni in Oriente, dal Giappone al Tibet, dalla Cina (che lui ama definire Grecia dell’Oriente) all’Himalaya. Sono ben trenta i libri che stanno a testimoniare l’attività del professor Maraini, alla perenne ricerca delle radici di civiltà così diverse e complesse, impegnato nell’analisi di usi e costumi, della religione dei popoli orientali (Il Matsuri – spiega – sta alla religione Shinto come la Messa sta al Cattolicesimo).
C’è chi in suo onore ho coniato anche un termine nuovo, quello di etnofotografo, perché Maraini fa largo uso del mezzo fotografico. “Dicono i Cinesi che un’immagine vale più di diecimila parole“.
Da Firenze o Sapporo, a Kyoto, di nuovo a Firenze, a Poggio Imperiale, fino alla sua casa dell’Alpe di S. Antonio, dove il professore viene a ritemprarsi: un peregrinare continuo reso meno pesante, già da alcuni anni, dalla dolce compagnia della signora Mieko.
– Perché ho scelto di venire quassù? Perché le Apuane sono le prime montagne della mia vita – dice il professor Maraini. Dopo qualche giorno ci ha fatto pervenire questo bellissimo pezzo autobiografico ricco di nomi per noi tutti così familiari: il Pizzo delle Saette, Col di Favilla, il Corchia… (Floriano Moni).
Incontrammo il Linchetto?
di Fosco Maraini
(pubblicato su La Pania – Notiziario Comunale nel 1988)
La prima volta che vidi le Apuane fu, se ben ricordo, nel 1920, quando avevo otto anni. I nonni mi conducevano in villeggiatura a Vallombrosa. Lassù, più in alto della famosa Abbazia, sorgeva un romitorio affacciato sopra una rupe, romitorio che qualcuno aveva poi trasformato in alberghetto montano dove appunto trascorrevamo le settimane più calde dell’estate Una sera, dopo un furioso temporale con lampi, saette, tuoni e grandine, ci fu un tramonto spettacolare per colori del cielo e luminosità dell’area.
Lontanissimo, oltre la conca di Firenze, oltre colli e poggi pistoiesi e pisani, l’orizzonte apparve allora seghettato da una selva di punte irte, irregolari e fantastiche, d’una tinta paonazza cupissima. “Che sono quei monti?”, chiesi molto incuriosito, quasi impaurito. “Sono le Alpi Apuane” mi fu spiegato. Ammirai a lungo lo spettacolo inconsueto che mi faceva pensare, non so perché, alla creazione del mondo: terre ancora da plasmare che emergevano da un vuoto sconfinato, color dell’incendio.
Qualche tempo dopo, avevo 14 o 15 anni, mi prese la passione della montagna. Le prime lunghe comminate le feci intorno a Firenze con un compagno di scuola, e grande amico, di nome Bernardo. Un giorno, eravamo sulla cima del Monte Morello, e di nuovo un glorioso tramonto scoprì in distanza i profili drammatici delle Apuane. “Che ne dici Berna – esclamai – si va sulle Apuane invece di perder tempo tra queste insulse colline?”. Bernardo fu d’accordo e preparammo in gran segreto, timorosi d’una proibizione da parte dei genitori, la nostra prima ‘spedizione’. Da certe carte ch’ero riuscito a procurarmi si vedeva bene che, al centro della catena montuosa, c’era una ferrovia la quale, partendo da Seravezza, portava ad Arni percorrendo la galleria del Cipollaio a quasi mille metri dì quota. “Perfetto” – esclamò Bernardo – Saremo già in alto, forse riusciremo a salire il Monte Corchia, o addirittura la Pania. Ma silenzio, non diciamolo a nessuno…”.
Con la scusa di visitare amici in Versilia, partimmo quasi di nascosto all’alba d’un giorno di prima estate, armati di scarponi, sacchi, corda, borracce. Giunti a Seravezza via treno ed autobus, prendemmo la famosa ferrovia del Cipollaio. I binari erano a scartamento ridottissimo, la locomotiva a vapore sembrava uscita da una cronaca dell’Ottocento, sputava fumo e vapore da tutte le porti e, nei momenti critici (curve strette, gallerie, paesi), lanciava sibili disperati quasi fosse un gigantesco animale ferito. La locomotiva trainava vagoni merci vuoti (ovviamente per caricare marmo), ed una piccola carrozza passeggeri, come se ne vedono oggi, ricordate umoristicamente su certe scatole di caramelle o di cioccolatini.
La salita verso la montagna durò ore ed ore. La locomotiva ansimava e procedeva lentissima. Il tracciato vagava qua e là per i colli e toccava vari paesi, Levigliani, Terrinca ed altri ancora. Nella carrozza c’erano pochi viaggiatori. Attaccammo discorso con un vecchione straordinario che ci dette molte notizie sui monti. Perché ‘straordinario’? Semplicemente perché sfoggiava due baffi, o meglio mustacchi, d’una lunghezza prodigiosa, di cui era chiaramente molto fiero. Mentre parlava, andava affusolandoli in modo amoroso con le dita, formando due pennacchi candidi e sottili che poi, con gesto elegante e spedito, avvolgeva più volte intorno agli orecchi (Molti anni più tardi venni a sapere che il Linchetto, leggendario spirito scherzoso garfagnlno, ha spesso “due baffi che toccano terra”. Avevamo per caso incontrato il Linchetto?).
Quando giungemmo all’imbocco della celebrata galleria del Cipollaio era ormai pomeriggio. La galleria poteva dirsi in realtà un antro nero, stretto, lunghissimo, infernalmente umido: goccioloni d’acqua, in alcuni punti veri scrosci, piombavano dalle rocce ignude della volta sul trenino producendo un fracasso di lamiere colpite dalla grandine. Usciti dalla grotta il trenino si fermò come esausto, sfinito – e scendemmo a terra. Nell’aria si sentiva ormai la sera, sarebbe stato logico pernottare a Campagrina o nelle vicinanze, ma noi eravamo così infatuati dall’idea di trovarci davvero nel bel mezzo delle Apuane, che ci ponemmo subito in cammino, risalendo il vallone di Campanico verso Fociòmboli e il Corchia.
Com’era diverso il mondo apuano di quei tempi da quello di oggi! Campanico è un bel nome collettivo di numerosi casolari dispersi su per una vallata aprica, con selve, pascoli e campi terrazzati. Oggi in simili luoghi sì trovano solo edifici abbandonati o ruderi che fanno pietà. Allora ogni casa era abitata, rallegrata da panni di vari colori distesi ad asciugare, calda di voci e presenze umane; cani abbaiavano, pecore brucavano l’erba, vacche ruminavano tranquille sotto gli alberi. Qua e là degli uomini stavano tagliando l’erba con gesti larghi ed armoniosi, maneggiando la gran falce tradizionale a due mani. Mogli e figlie, con lunghe gonne e fazzolettoni in capo, portavano carichi di fieno verso le abitazioni e le stalle. Un uomo anziano col cappello in testa e una pipa in bocca, seduto dinanzi ad una capanna, vedendoci passare curvi sotto il peso dei nostri sacchi, sudati ed ansimanti, ci salutò. Poi incuriosito, senza alcuna ironia, ci chiese “Ma voi, chi vi paga?”.
Era notte ormai quando raggiungemmo il varco di Fociòmboli. Trovammo una maestaina (1) sotto l’arco della quale stava un mucchio provvidenziale di fieno che ci permise di dormire alla meglio. All’alba ecco davvero le Apuane dinanzi a noi, in tutto il loro splendore! A destra si levava un Corchia turrito, difeso da spalti strani di rocce candide a strati orizzontali, e più lontano, di faccia, sorgeva ribalda una fantasia superba di rupi: il Pizzo delle Saette. I primi raggi del sole tingevano di rosa pareti, creste, strapiombi. Ci sentivamo beati, privilegiati, come fossimo stati ammessi in un mondo di segreti incantamenti. Oggi addentrarsi nelle Apuane, usufruendo di strade asfaltate, di auto e di moto, è la cosa più facile che ci sia: ma allora nulla di tutto ciò. Le distanze erano grandi, andavano superate con fatica, ed ogni piccola meta raggiunta dava immensa soddisfazione.
Radunate le nostre cose caolammo su Puntato, una zona di vasti pascoli in declivio verso nord, quindi umidi e verdi. Lì trascorrevano l’estate alcuni pastori. Improvvisamente ci trovammo immersi in un mondo arcaico, preistorico, oggi non solo sparito del tutto, ma quasi inconcepibile. Il riparo e la dimora temporanea d’un pastore presso cui ci fermammo, era costituita da rozzi pali di legno posti in appoggio contro un salto verticale di roccia bigiastra: sui pali erano poi state fissate delle frasche e delle zolle di terra erbosa. Tra la parete di sasso, il ripiano alla sua base, e questo tetto primordiale, risultava una specie di antro triangolare, micidialmente fumoso per via d’un focarello di ciocchi accesovi al fondo. Lì il pastore dormiva, mangiava, riposava. Era giovane, un ragazzetto poco più anziano di noi. Aveva una faccia simpatica incorniciata da capelli castani lunghi e scompigliati. Gli chiedemmo se ci vendeva del latte, ce ne dette in abbondanza e non volle compensi. Ci togliemmo i sacchi, ci sedemmo. Il pastore non aveva ancora fatto il militare, non era mai stato a scuola, era per così dire ‘vergine di mondo’. Ci chiese se eravamo quelli delle tasse. Lo rassicurammo subito che no, del che si dimostrò sollevato e felice. “Allora siete del grupparpino” chiese meno impensierito (forse voleva dire del Club Alpino); gli rispondemmo di sì, notizia che parve rassicurarlo.
In quei tempi lontani le distinzioni fra le classi sociali erano ovunque forti e cospicue, e il divario di costumi, di abiti, d’aspetto, di mentalità tra coloro che vivevano nei grandi centri e gli altri, era addirittura spettacolare. Se i giovani d’oggi potessero tuffarsi in quegli anni agli inizi del secolo si guarderebbero attorno attoniti, increduli, forse sbigottiti, forse fieramente sdegnati.
il fenomeno era vistosissimo a Firenze stessa, dove ogni venerdì Piazza della Signoria e dintorni si riempivano di fattori, di mediatori, di contadini per il consueto mercato. L’aspetto fisico di quegli uomini era caratteristico semplicemente perché stavano al sole e all’aria aperta, mentre i cittadini d’allora (e specie le cittadine) evitavano con cura “di prendere la tintarella” (gusto nato col tardo fascismo e fiorito nel dopoguerra, fino a noi). Le due categorie vestivano in modo diverso, avevano gesti, voci, discorsi loro particolari.
Se le due civiltà, quella contadina e quella cittadina, avevano volti così diversi nei dintorni stessi dei centri maggiori, figurarsi come differivano quando capitava di mettere piede in piaghe remote, rimaste isolate, al di fuori delle vie lungo le quali si diffondono merci, gusti ed idee. Col giovane pastore parlavamo più o meno la medesma lingua, ma questa serviva solo vagamente da ponte tra i nostri pensieri. Lui non percepiva in alcun modo come potessimo trovar piacere, senza alcun tornaconto materiale, a visitare questi greppi (2) selvatici, queste prode sassose. Gli restava un fondo di sospetto, forse di paura, nei nostri riguardi. Quando gli dicemmo che volevamo salire sul Pizzo delle Saette ci guardò di traverso, quasi fossimo un po’ matti. “Poi state attenti – ci disse sottovoce – lassù ci sono gli omobestie… e quando s’incontrano non si sa che succede”. Bernardo, che già allora s’appassionava di antiche credenze e di leggende, rizzò subito gli orecchi volendo indagare più a fondo, ma il pastore si chiuse in un nervoso mutismo. Forse non voleva parlare di un mondo per lui intensamente reale, ma oscuro e pericoloso. Forse temeva lo deridessimo, chi sa.
Lasciato il pastore proseguimmo facilmente per un paesino più in basso il cui nome, letto sulle carte, ci aveva incantato: Col di Favilla. Colle va bene, ma perché «di Favilla»? Che ci fosse stato qualche fenomeno vulcanico da quelle parti? Oppure il nome ricordava qualche apparizione misteriosa? Scendi e risali, scendi e risali finalmente scorgemmo, quasi sepolto tra giganteschi castagni, un campanile, poi comparvero dei tetti a lastre di pietra e delle case. Il villaggio sorgeva in un punto di straordinaria bellezza, sulla cresta pianeggiante d’un monte, a quasi mille metri d’altezza, proprio dinanzi ai dirupi spettacolari e selvaggi dei Pizzo dette Saette.
Col di Favilla, oggi tristemente abbandonata, era davvero la fine del mondo, non vi si poteva giungere che a piedi, e in capo ad ore di cammino. Lì trovammo accoglienza calda e cordiale presso una vedova del luogo, che affittava una o due stanze agli alpinisti ed ai cacciatori: lire due per notte (se non sbaglio), compreso una ciotola di latte cremoso alla mattina. Della casa ospitale ricordo soprattutto il letto, un trabiccolone di metallo nero, indicibilmente alto e vasto. Inerpicarvisi era come salire sopra un altopiano. Odorava un poco d’antiche muffe, però ci si dormiva da re.
La vita materiale a Col di Favilla ruotava ancora intorno al dio castagno: le piante erano secolari e gigantesche, curatissime, amate. Il terreno ai loro piedi ero tenuto libero da frasche, sterpi, cespugli d’ogni genere, per poter raccogliere più facilmente i ricci in autunno. Il castagneto aveva gentilezza e respiro di parco. E si mangiavano continuamente i prodotti di questi alberi solenni e generosi: castagne secche nel latte, necci (3) di farina dolce, pattona (4) da tagliarsi col filo, migliacci (5) di specie svariate, tutte saporitissime.
Dopo aver salito il Monte Freddone avvolto nella nebbia, ed il Corchia, allora vergine di cave (almeno in alto), ci rimaneva sempre provocante dinanzi al naso la sfida di quel Pizzo delle Saette, ormai doppiamente avventuroso, un po’ per le fatidiche saette (non ci andate – ci dicevano – lassù il tempo cambia a volo!), un po’ per gli omobestie ricordati con un brivido nella voce dal pastore. Da veri folli decidemmo di salirlo per quella che allora era ritenuta la via più difficile, per il crestone nord. Partimmo all’alba. Avevamo con noi trenta metri di corda di canapa e due chiodi col relativo martello, che però sapevamo usare appena. La prima parte della salita non era difficile, anche se lunga e faticosa. Poi ci trovammo sopra una cresta aerea, leggermente ricurva, formata da strani massi biancastri lamellari, che facevano pensare a frammenti d’una gigantesca torta millefoglie. Ai lati della cresta cresceva intanto il vuoto, due voragini smisurate; lontano laggiù si vedevano i ravaneti ai piedi del monte, i boschi, le case di Col di Favilla. Sembrava di volare. La cresta, sempre più affilata, finiva contro un muro di pietra grigia alto una decina di metri, la vera chiave della salita. Tornare indietro? Neppure per sogno! Piantammo i nostri chiodi per l’assicurazione e tentai di superare il malpasso. Alcuni appigli nascosti, e fortunatamente solidi, mi aiutarono. Non so bene come, mi trovai al di sopra del sotto e potei gridare a Bernardo di seguirmi.
Mezz’ora più tardi eravamo sulla vetta del Pizzo; ci sentimmo finalmente dei veri uomini, non più dei ragazzi. Ma le profezie dei vecchi di Col di Favilla ci stavano inseguendo. Poco prima d’arrivare in vetta il cielo si era oscurato, e qualche lembo di nebbia ci aveva inghiottito cancellando nel bigio nulla la vista superba sulle valli circostanti. D’un tratto scoppiò un chiarore cilestro, a cui seguì scontento e minaccioso rombo, per fortuna ancora lontano. Il Pizzo chiamava le sue saette? Raccogliemmo di corsa le nostre cose e ci precipitammo giù per il versante facile del monte, quello che dà sulla Foce di Mosceta. Come spesso succede, appena fummo in base rieccoti il sole: e ci sentimmo beffati dall’ironico monte.
Calando ancora raggiungemmo dei magri pascoli ed il sentiero per Col di Favilla. Ci fermammo a chiacchierare con un vecchio seduto sopra un sasso, che teneva a bada alcune pecore. Il vecchio parlava con accento fortemente toscano ed usciva di quando in quando con frasi di stupendo lindore poetico. Ci sarebbe voluta una di quelle macchinette, comparse mezzo secolo più tardi, che registrano le voci! Ad ogni modo, attraverso il velo degli anni, due delle sue uscite mi sono rimaste perfettamente impresse nella memoria. Tra una cosa e l’altra gli chiedemmo se aveva mai sentito portare delle Mura del Turco. Il vecchio, abbronzato, risecchito, dagli occhi azzurri, dai capelli ormai quasi bianchi, poggiandosi sul suo bastone, disse di no. Poi aggiunse, con tono sentenzioso “che volete, tutti i posticelli e c’hanno i su’ nomicchioli”. Frase degna d’esser posta in capo ad un trattato di toponomastica o a un volumetto di liriche.
Ovviamente parlammo del tempo bislacco di quel meriggio, delle nuvole che roteavano intorno ai Pizzo, del tuono, delle saette. Il vecchio guardò a lungo in su, in giro, con aria di sofisticato intenditore, quasi di mago, poi indicò un cumulaccio oscuro, pesante, pressoché viola, “la pioggia – dichiarò -quella nuvola la covicchia fin che poi la schiocca”, e accompagnò l’ultimo verbo con un gesto espressivo della mano, quasi scagliasse con violenza una manciata di sabbia in terra.
Note
(1) Piccola edicola votiva.
(2) Pendii ripidi.
(3) Sottili cialde preparate con farina di castagne e acqua, cotte tra piastre di ferro o pietra.
(4) Polenta dolce ottenuta cuocendo la farina di castagne in acqua.
(5) Focaccine morbide e saporite, a metà strada tra il dolce e il salato.
Il commento
di Eugenio Casanovi
Fosco amava questo racconto, così come il Pizzo delle Saette era la sua montagna preferita.
Fino a quando l’età gli permise di farcela ogni tanto andava a ripetere la cresta nord. Poi si accontentò della “normale” e infine di guardare la “sua” cresta dal Rovaio.
Il racconto, e in particolare la storia del giovane pastore di Puntato e degli “Omobestia” erano il suo cavallo di battaglia a presentazioni di mostre fotografiche e altri eventi pubblici.
Ricordo una presentazione di un libro sulle Apuane di Elia Pegollo, in Rocca a Castelnuovo, quando Fosco cominciò a raccontare smise il brusio in sala, arrivato al punto degli “Omobestia” avresti potuto rubare cellulari e portafogli dalle tasche del pubblico senza che nessuno se ne accorgesse.
Tutti ipnotizzati dal racconto e dalla figura del grande vecchio – Fosco – che aveva trasportato il pubblico per un quarto d’ora in un’altra dimensione….






Apuane di un tempo ormai passato.
Racconto molto bello
Mi vengono in mente figure mitiche dell’alpinismo apuano, come il Nerli e il
Sarperi
“Tra una cosa e l’altra gli chiedemmo se aveva mai sentito portare delle Mura del Turco.”
ERRATA portare
CORRIGE parlare (?)
Pizzo delle Saette, montagna del cuore a cui sono particolarmente legato. Ho salito gran parte delle sue vie, d’estate e d’inverno, anche in solitaria, aprendone anche di nuove.
IMMENSO