La fiamma olimpica – 2

La fiamma olimpica – 2
(dalla Grecia antica a Milano-Cortina 2026)
a cura della Redazione di Uomini e Sport
(pubblicato su Uomini e Sport n. 41, aprile 2026)

(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/la-fiamma-olimpica/)

Dorothea Wierer
(l’arte del biathlon: gran finale di carriera a Milano-Cortina ’26)
a cura di Sara Sottocornola

Dorothea Wierer, una delle più importanti biatlete italiane di sempre, ha chiuso la sua straordinaria carriera sportiva alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Dopo oltre 15 anni di gare ai massimi livelli e quattro partecipazioni olimpiche, ha salutato l’agonismo con un emozionante 5° posto nella Mass Start di Anterselva e un profondo legame con il pubblico che l’ha sempre sostenuta.

Per oltre quindici anni ai massimi livelli e con quattro partecipazioni Olimpiche, Wierer ha costruito un palmarès di primissimo piano: due Coppe del Mondo generali consecutive (2018-19 e 2019-20), numerose vittorie individuali e medaglie olimpiche che hanno segnato il rilancio del biathlon in Italia: bronzo nella staffetta mista a Sochi 2014 e bronzo nell’Inseguimento a PyeongChang 2018.

Dorothea Wierer

Capace di coniugare velocità sugli sci e precisione al poligono, Wierer ha raccolto anche titoli mondiali e podi iridati che l’hanno resa un punto di riferimento internazionale della disciplina. Cresciuta ad Anterselva in Alto Adige, fuori dalle piste ha sempre raccontato l’importanza dei legami familiari per la sua crescita sportiva e personale. Con il ritiro Olimpico si chiude un capitolo che ha unito risultati di altissimo livello e un rapporto autentico con il pubblico, lasciando in eredità un movimento più seguito e una nuova generazione ispirata dal suo esempio.

Qual è il ricordo più bello che porti con te da questa tua ultima Olimpiade a Milano-Cortina 2026?
Il ricordo più forte è l’atmosfera. Gareggiare in casa, sentire il calore del pubblico italiano e vedere così tante bandiere tricolori è stato qualcosa di unico. Al di là del risultato, mi porterò dentro l’emozione di vivere un’Olimpiade nel mio Paese, con la mia famiglia e le persone che mi hanno accompagnata in questo percorso sugli spalti.

Dorothea Wierer

Cosa ti ha attratto nel biathlon? Qual è la parte di questo sport che ami di più?
Mi ha sempre affascinato il contrasto tra fatica e precisione: passa in pochi secondi dal massimo sforzo sugli sci alla necessità di avere calma e controllo al poligono. È uno sport completo, mentale prima ancora che fisico. La parte che amo di più è proprio questa sfida con me stessa.

Un bilancio della tua carriera: il risultato per te più importante?
Le medaglie olimpiche restano qualcosa di speciale, ma se devo scegliere direi la Coppa del Mondo generale. Vincere la generale significa essere stata la più costante per un’intera stagione, ed è qualcosa che racconta davvero il valore di un’atleta.

Quanto pesa e quanto aiuta l’affetto del pubblico rispetto ai risultati nei grandi eventi?
L’affetto del pubblico aiuta tantissimo. Nei momenti difficili ti sostiene, ti ricorda perché fai questo sport. È vero che alla fine contano i risultati, ma sentirsi apprezzata anche oltre le vittorie mi ha dato una forza enorme.

Ora che hai deciso di ritirarti dal biathlon, quali sono i progetti o gli obiettivi per il futuro?
Prima di tutto voglio prendermi del tempo per me, per la famiglia e per vivere con più calma. Poi mi piacerebbe restare in qualche modo legata allo sport, sicuramente esplorare nuove sfide, anche fuori dall’ambiente agonistico. Ho delle proposte di lavoro interessanti ma voglio prima valutare bene il tutto.

Come vedi il biathlon italiano e il futuro per questo sport e le nuove generazioni di atleti?
Vedo un movimento in crescita. Negli ultimi anni il biathlon italiano ha fatto passi da gigante e c’è sempre più attenzione mediatica. Credo che il futuro sia positivo: ci sono giovani talenti interessanti e una struttura sempre più solida. Spero che i nostri risultati abbiano acceso ancora di più la passione nelle nuove generazioni.

Michela Moioli
(cadere, rialzarsi e crederci. Così è arrivata la medaglia olimpica)
a cura di Sara Sottocornola

Michela Moioli è il volto simbolo dello snowboard cross italiano. Dopo l’oro a PyeongChang 2018 e l’argento a Pechino 2022, ha confermato la sua energia e il suo valore ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, conquistando un bronzo nella gara individuale e un argento nel mixed team con Lorenzo Sommariva.

Nata ad Alzano Lombardo (Bergamo) il 17 luglio 1995, Michela è cresciuta sportivamente tra le montagne della Lombardia, trasformando la passione per la tavola in una carriera straordinaria ai massimi livelli internazionali: a 30 anni, è una delle atlete più longeve e vincenti dello snowboard cross, disciplina spettacolare e adrenalinica in cui quattro atleti scendono contemporaneamente lungo un tracciato ricco di salti, curve paraboliche e dossi artificiali.

Oltre alle medaglie Olimpiche, Michela vanta titoli mondiali e vittorie in Coppa del Mondo, raggiunti superando momenti anche difficili come la rottura del legamento crociato nel 2019.

Oggi non è solo una campionessa olimpica: è un simbolo di resilienza e determinazione per tutto lo sport italiano e ambasciatrice di una disciplina giovane e spettacolare che, grazie a lei, ha conquistato un posto stabile nel cuore degli appassionati.

Michela Moioli

Michela, come hai vissuto, dal punto di vista della preparazione atletica e mentalmente, il percorso che ti ha portata alle due medaglie nello snowboard cross?
La preparazione è stata sicuramente intensa: la parte fisica per me è quella più facile da gestire, mentre quella mentale è stata più impegnativa. L’Olimpiade in casa l’abbiamo sentita tutti e, in generale, è una gara che crea stress, pressione e agitazione, soprattutto se sai di poterti giocare una medaglia. Molti dicono che è una gara come un’altra: è vero fino a un certo punto. Si sa quanto contino le Olimpiadi per un atleta. È la gara che ogni quattro anni chiude un ciclo e per quattro anni – anzi in questo caso anche di più – tu pensi a quella gara e a quel giorno, per quattro anni lavori su un unico obiettivo, lo comunque ho cercato di viverla giorno per giorno, affrontando alti e bassi. Ho avuto sempre accanto persone che mi hanno aiutato, a partire dalla mia famiglia, e piano piano sono riuscita ad arrivare fino al risultato che desideravo.

Nel mixed team snowboard cross hai ottenuto una medaglia d’argento. Quanto è importante per te gareggiare insieme ad un team, e come cambia la dinamica rispetto all’individuale?
La gara a squadre è sicuramente un’opportunità in più per fare risultato per noi che siamo abituati a gareggiare individualmente. Ha lo stesso valore, ma ottenere una medaglia in squadra è diverso, perché è una gioia e una fatica condivisa. Ho sempre pensato che, invece di avere paura di deludere il proprio compagno di squadra, si possa vedere il compagno come una risorsa che nei momenti di difficoltà ti può aiutare. Era successo quattro anni fa con Omar Visentin e questa volta la medaglia è arrivata con Lorenzo Sommariva, che è un mio compagno di squadra da tanti anni. Anche lui non era soddisfatto della sua prova individuale e teneva particolarmente a far bene questa gara, proprio come me. Portare a casa un’altra medaglia è stato bellissimo. Abbiamo lavorato bene, eravamo determinati a portare a casa il risultato. La medaglia ce la siamo messi al collo io e Lorenzo, ma in realtà è la medaglia di tutti, anche dello staff.

Hai vissuto anche una caduta in allenamento poco prima della gara individuale. In che modo si superano questi momenti e si trasformano in una medaglia olimpica?
Purtroppo mi è successo varie volte, prima di un appuntamento importante, di avere qualche problema o qualche caduta: l’anno scorso al Mondiale, quattro anni fa prima della gara a squadre in Cina e anche questa volta. Mi capita, ma so che quando tocco il fondo – in questo caso la neve- poi rimbalzo. Non sono state ore facili, perché cadere a quarantotto ore da un appuntamento olimpico che aspetti da tanti anni, finire in ospedale con un trauma facciale e tanti graffi sulla faccia, non è stato facile da gestire. Ho cercato di recuperare il più possibile e non ero certa di riuscire a gareggiare fino praticamente alla sera prima. Poi però ho sentito che ero lucida, ero sul pezzo e stavo bene. Ci tenevo con tutta me stessa a esserci il giorno dopo. Credo che sia stato proprio questo sentimento, il volerci essere a tutti i costi, ad aiutarmi a trovare quell’energia che magari in altre situazioni mi sarebbe mancata. Volevo chiudere quel quadriennio ed esserci, davanti alla mia famiglia e ai miei amici, a prescindere dal risultato.

Il momento più bello delle Olimpiadi che avete appena vissuto?
Ci sono stati vari momenti molto belli. Sicuramente la sera prima della gara, quando dopo cena sono andata a fare una passeggiata con mia mamma e mia sorella. Nevicava e, abbracciate, ci siamo messe a cantare “Notte prima degli esami”. È stato un momento bellissimo in cui entrambe abbiamo sentito che finalmente c’ero davvero e che forse sarebbe arrivato qualcosa di bello. Era una sensazione che avevamo avuto anche otto anni fa, quando poi ho vinto l’oro. È stata una vibrazione nel cuore difficile da spiegare a parole, ma sono momenti che custodisco dentro di me. Un altro momento molto bello è stato quando mi hanno dato la medaglia di bronzo sul podio. Nelle settimane precedenti non ero ancora riuscita a visualizzare bene quel momento, però ci tenevo tantissimo e sapevo di meritarmi una medaglia. Non pensavo alle medaglie, volevo arrivare alla finale, che non ero riuscita a raggiungere quattro anni fa. Quando ero al cancelletto della finale, invece di pensare alla paura di arrivare quarta, come mi era capitato in altre gare, mi sono detta: se arrivo quarta, amen. Il mio obiettivo l’ho già raggiunto. Fare questo switch mentale mi ha aiutato a non concentrarmi sul risultato. Alla fine sono partita, ho fatto la mia gara e sono riuscita a portarmi a casa il bronzo.

Michela Moioli

Questa medaglia olimpica arriva in Italia, davanti al tuo pubblico. Correre “in casa” ha influenzato le tue performance o le tue aspettative?
lo ho sempre amato gareggiare in Italia, perché avere tanto pubblico e tanto tifo mi è sempre piaciuto e mi ha sempre dato energia. Negli anni ho imparato a fare le gare per me stessa e non per chi ho intorno, ma devo ammettere che sentire urlare il mio nome, “Vai Miki”, lungo tutta la pista è stato qualcosa che mi ha dato tantissimo, anche mentre scendevo: era quasi come se il pubblico e gli amici mi stessero spingendo. Avere poi la mia famiglia, le mie nipotine e i miei amici al traguardo con gli striscioni e tutta la tifoseria è stato qualcosa di speciale. Sono emozioni che si vivono pochissime volte nella vita e spero che le mie nipotine se lo ricorderanno. Penso che questo abbia influito tantissimo sulla mia gara, soprattutto su quella individuale. Per noi atleti è un momento sempre speciale, e anche per la nostra famiglia. Se poi arriva anche una medaglia diventa qualcosa di indimenticabile.

Lo snowboard cross richiede non solo abilità tecnica ma anche strategia e sangue freddo nei contatti ravvicinati. Qual è il tuo punto di forza e quanto conta l’esperienza rispetto alla fisicità?
Sicuramente l’esperienza è fondamentale in questo sport. Nella gara delle Olimpiadi, per esempio, sapevo di non partire fortissimo, ma sapevo di essere forte nella seconda parte della pista. Per questo ero tranquilla nelle retrovie: sapevo che da metà pista in poi avrei potuto recuperare. Qualche anno fa una situazione del genere mi avrebbe messo in ansia, invece l’esperienza mi ha aiutato a gestire il momento, a rimanere lucida e ad attaccare nel momento giusto. I contatti fanno parte di questo sport, ma soprattutto nei grandi eventi si cerca di non prendere rischi che possano compromettere la gara. Mi era successo quando avevo 18 anni a Sochi: ho provato un sorpasso azzardatissimo e siamo cadute entrambe, lo mi sono rotta il ginocchio. A posteriori direi che forse sarebbe stato meglio aspettare: probabilmente l’avrei superata sul salto e magari avrei fatto anche medaglia. Però sono cose che impari con il tempo. Da giovane non hai l’esperienza per valutare queste cose.

Come hai iniziato lo snowboard? Fai altri sport?
Ho sempre sciato con la mia famiglia fin da quando ero piccolina. Poi a sette anni io e mia sorella abbiamo iniziato a prendere lezioni di snowboard e da lì è nata una passione che è esplosa subito. In generale mi piace fare tanti sport. Negli ultimi anni mi sono appassionata di bici e di surf, ma mi piace molto anche la palestra e andare a nuotare. In generale ho una grande passione per lo sport.

Hai un messaggio per i giovani atleti italiani che sognano di seguire le tue orme nello snowboard cross?
Gli direi sicuramente di divertirsi. In qualsiasi lavoro o attività, soprattutto nello sport, il divertimento è fondamentale, perché deve essere alla base di tutto. Non tutte le cose che facciamo lo sono, ma se si ha passione per quello che si fa, soprattutto per i propri sogni, diventa più facile raggiungerli. Non sempre si riesce, nella vita ci sono tanti momenti difficili, ma bisogna imparare a viverli. In ogni caso, prima o poi si superano!

Emanuel Perathoner
(due ori in casa: il sogno diventato realtà)
a cura di Sara Sottocornola

Sul tetto del mondo, davanti al pubblico di casa. Emanuel Perathoner ha scritto una delle pagine più belle dello sport italiano alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026: due medaglie d’oro nello snowboard paralimpico, nello snowboard cross e nel banked slalom, nella categoria SB-LL2. Una doppietta storica, mai riuscita prima, che lo consacra tra i protagonisti assoluti dei Giochi.

Classe 1986, altoatesino della Val Gardena, Perathoner è uno dei volti più rappresentativi dello snowboard paralimpico italiano. Cresciuto tra le montagne dell’Alto Adige, ha costruito negli anni un percorso fatto di passione per la neve, sacrificio e continua ricerca del miglioramento, fino a diventare un punto di riferimento internazionale nella disciplina. Già atleta di snowboard, la sua carriera prende una svolta nel 2021 dopo un grave incidente che gli causa una disabilità a una gamba: in quel momento nasce una nuova sfida rimettersi in gioco e tornare a fare ciò che ama.

Con determinazione e forza di volontà, Perathoner entra nel circuito paralimpico e, anno dopo anno, cresce fino a diventare uno dei migliori snowboarder al mondo nella categoria SB-LL2. Un percorso fatto di sacrifici, allenamento e gioco di squadra, che lo porta fino all’appuntamento più importante: le Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.

La sua è una storia di caduta e rinascita, di passione e resilienza. Oggi Emanuel Perathoner non è solo un campione, ma anche un esempio di come si possa ripartire e arrivare ancora più in alto. Lo incontriamo dopo questi trionfi per farci raccontare emozioni, retroscena e obiettivi futuri.

Emanuel Perathoner

Emanuel, partiamo da Milano Cortina 2026: cosa ha significato per te partecipare a queste Olimpiadi?
È stato bellissimo, la cosa più bella che si possa immaginare. Le Olimpiadi erano un mio obiettivo già dieci anni fa, ma dal ritorno alle gare fino alle medaglie a Milano-Cortina 2026 sono passati anni di adattamento, allenamento e crescita. Questa volta, è stato tutto ancora più speciale perché si gareggiava in casa, dove c’erano famiglia e amici a sostenerti. Non era scontato essere qui, e poterlo fare in casa, con la famiglia e gli amici a sostenermi, ha reso tutto ancora più speciale. Vincere due medaglie, poi, è stato davvero meraviglioso.

Te lo aspettavi?
L’obiettivo, da quando ho iniziato il mio percorso paralimpico, era arrivare a medaglia in questi Giochi. Però lo sport è sempre pieno di sorprese, quindi non si può mai sapere; serve allenarsi e prepararsi al meglio. Sono molto felice di essere riuscito a raggiungere questo obiettivo, non ci sono parole per descrivere ciò che ho provato nel vincere due ori alle Olimpiadi di casa.

Quando hai capito davvero che potevi riuscirci?
Il giorno prima delle qualifiche, vedendo i tempi, ho capito che c’era la possibilità di fare qualcosa di importante. Non ci sono certezze nello sport, ma quando sono arrivato in finale e ho visto che ero partito bene, ho pensato che potesse essere la volta giusta.

Quanto conta crederci?
Conta moltissimo. Appena ho tagliato il traguardo ho capito di essere davanti e ho iniziato a festeggiare. Quando dai tutto, in quell’istante sai se è andata come volevi.

Tra snowboard cross e banked slalom, qual è stata la gara più difficile?
Nello snowboard cross si gareggia in quattro ed è sempre più imprevedibile. Nel banked slalom, invece, sei da solo e non ci sono avversari che possono condizionarti direttamente. Proprio per questo, però, ho sentito più pressione nel banked slalom: mi ero caricato dell’idea di non poter sbagliare, soprattutto in un evento così importante. Probabilmente è stata la gara che ho sofferto di più per questo motivo.

Preferisci quindi gareggiare contro gli altri?
Sì, perché è quello che ho sempre fatto. La mia disciplina preferita resta lo snowboard cross. Se dovessi scegliere tra le due medaglie, sceglierei quella dello snowboard cross.

Emanuel Perathoner

Il tuo è stato anche il primo oro italiano ai Giochi: che emozione è stata?
Un’emozione speciale. Portare a casa il primo oro per l’Italia, soprattutto in Giochi disputati in casa, ha un valore ancora maggiore. Sono stato davvero molto felice di essere io a riuscirci.

Gareggiavi ad alti livelli già prima dell’incidente: com’è stato riprendere?
All’inizio, dopo l’infortunio, l’obiettivo era tornare alle Olimpiadi di Pechino da normodotato. Poi le cose si sono complicate ed è iniziata questa seconda carriera, quasi per caso, grazie anche a una mia ex compagna di squadra che ha parlato con persone coinvolte nelle Paralimpiadi. Sono tornato a gareggiare per capire come mi trovavo con la protesi, e piano piano è tornata anche la voglia di mettermi in gioco. All’inizio facevo solo slalom per limitare i rischi, ma dopo qualche mese è tornata la voglia di spingere di più.

Cosa pensi delle polemiche su Olimpiadi e Paralimpiadi separate?
È una questione che spesso viene sollevata anche sui social. Da un lato, se Olimpiadi e Paralimpiadi venissero unificate, verrebbe fuori un evento troppo lungo. Inoltre, con troppe gare che si svolgono contemporaneamente, per le televisioni diventa difficile riuscire a trasmettere tutto e dare spazio a ogni disciplina. Come spesso accade, si critica tanto per criticare. Secondo me, la presenza di pubblico c’era. Forse, nel nostro caso, l’arrivo non era organizzato nel modo migliore, non c’era una struttura come quella dello sci alpino, che disponeva già di tribune dedicate grazie alle Olimpiadi, ma non è una questione di “paralimpiadi”.
Nonostante questo, si riusciva comunque a vedere bene, e nel complesso, l’atmosfera era entusiasta: si sentiva il pubblico, si percepiva energia mentre scendevi in gara, e questo contribuiva a rendere tutto ancora più coinvolgente.

Quanto conta il pubblico durante una gara?
Conta tanto. In genere lo sento molto e in questa occasione c’era tanta gente sul percorso. C’era anche una curva con un maxischermo dove si concentrava molta gente, che seguiva la gara e si faceva sentire: questo contribuiva a creare atmosfera e a dare una spinta in più, soprattutto negli ultimi metri.

Guardando al futuro, quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Adesso voglio godermi questo momento. Poi penserò a preparare le prossime stagioni e magari ai Giochi del 2030, anche se scherzando dico di essere ormai “anziano”. In realtà, finché sto bene fisicamente e mi diverto, voglio continuare.

Quanto lavoro c’è dietro questi risultati?
Tantissimo. Ho un preparatore che mi segue dall’infortunio e il mio fisioterapista a casa che mi ha aiutato molto. Da settembre abbiamo iniziato ad allenarci sulla neve, insieme alla squadra di Michela Moioli, con Cesare Pisoni, sulle stesse piste, anche se siamo una squadra propria con i nostri tecnici della Federazione Fisip che hanno fatto un grandissimo lavoro questa stagione mettendomi nelle condizioni migliori per essere pronto a questo evento così importante.

Tra settembre e novembre abbiamo lavorato molto sul campo. Da novembre in poi diventa più complesso parlare di allenamento vero e proprio, perché iniziano le gare. Le ho considerato parte del lavoro: sono state anche un modo per allenarmi e arrivare pronto all’appuntamento principale delle Olimpiadi.

In totale ho vinto 9 gare su 10 e ho costruito la condizione per arrivare al 100% nel mese di marzo. Ho fatto molto lavoro anche individuale a casa, integrato con gli allenamenti sulla neve e con il lavoro di squadra. È stato uno sforzo collettivo importante, in cui ciascuno ha dato il proprio contributo e ringrazio tutti coloro che hanno lavorato con me.

Cesare Pisoni
(dietro le quinte dello snowboard azzurro)
A cura di Sara Sottocornola

Allenatore della nazionale italiana di snowboard e figura chiave nella carriera di Michela Moioli, Cesare Pisoni segue da anni i migliori atleti italiani di questo sport. Dalla crescita dello snowboard al ruolo della tecnologia e della preparazione mentale, ci racconta il percorso con cui li guida ai vertici mondiali.

Cesare Pisoni, originario della Valcanale in Alta Val Seriana (Bergamo), è uno dei tecnici più importanti dello snowboard italiano. Allenatore storico della nazionale azzurra di snowboard, ha seguito da vicino la crescita e i successi di Michela Moioli, accompagnandola fin da bambina, sia dal punto di vista tecnico che mentale e nella preparazione fuori dalle piste. Con oltre quarant’anni di esperienza nello snowboard, Pisoni ha costruito un metodo fondato su cura dei dettagli tecnici, preparazione fisica mirata e attenzione all’aspetto psicologico e relazionale degli atleti, valorizzando anche l’uso della tecnologia per analisi video e GPS. Nel periodo preolimpico di Milano-Cortina 2026 ha coordinato allenamenti e test sulla pista Olimpica di Livigno insieme allo staff federale e al CONI, seguendo campioni come Michela Moioli, Lorenzo Sommariva e Omar Visintin. Sotto la sua guida, l’Italia ha conquistato medaglie Olimpiche e numerosi podi in Coppa del Mondo, facendo dello snowboard una delle punte di diamante della FISI.

Cesare Pisoni

Cesare, cominciamo dalle medaglie. Qual è stato il percorso che ha portato Michela Moioli a confermarsi ai vertici mondiali per così tanti anni? Quali sono stati gli step tecnici e mentali più importanti nella sua evoluzione?
Michela è uno di quei talenti che nascono raramente. Fin da subito si è capito che aveva qualcosa di speciale. Ha iniziato a fare snowboard con un mio amico maestro, Giancarlo Tagliaferri, e poi è entrata nello Scalve Boarder Team, il club con cui ha iniziato il suo percorso agonistico. In quel periodo conoscevo già i suoi genitori e aveva fatto anche alcune lezioni con me.

Racconto spesso un episodio che fa capire bene il suo carattere. Un giorno l’avevo portata in fuoripista, con neve fresca e nebbia, e le avevo detto di restarmi dietro perché le condizioni erano difficili. Ma lei già allora non riusciva a non spingere: mi ha superato ed è finita in un buco a Colere, rompendosi gli incisivi. L’ho portata in rifugio e dopo pochi minuti mi ha detto: “Dai andiamo”. Voleva tornare subito a fare snowboard. Questo racconta molto della sua determinazione. Michela è sempre stata estremamente competitiva: quando fa qualcosa vuole farlo al massimo.

Lo si è visto anche alle Olimpiadi.
Sì, durante un training ai Giochi era caduta e si era ferita al volto; per precauzione l’avevamo portata in ospedale per escludere un trauma cranico. Il giorno dopo stava già meglio ed è tornata in gara, conquistando poi due medaglie. La sua continuità ai massimi livelli nasce da questa combinazione di talento naturale, determinazione e grande capacità di reagire alle difficoltà.

Siete cresciuti insieme dal punto di vista sportivo? L’hai seguita tu fin dall’inizio?
Praticamente sì. Michela ha iniziato nello Scalve Boarder Team e l’ho seguita in tutte le fasi della sua crescita sportiva. Il rapporto è sempre stato molto stretto anche dal punto di vista personale, perché conosco bene la sua famiglia. Con suo padre, grande appassionato di scialpinismo, abbiamo fatto diverse uscite insieme in montagna, spesso con la splitboard. Lei è davvero molto legata alla montagna. I suoi genitori l’hanno portata spesso a viverla fin da piccola, e questo ha contribuito molto alla sua formazione come atleta.

Lo snowboard cross come si è sviluppato negli ultimi anni? È uno sport in crescita?
Possiamo parlare dello snowboard in generale. A livello agonistico esistono tre grandi ambiti: snowboard cross, snowboard alpino e freestyle. Cross e alpino sono discipline abbastanza simili, perché si sviluppano “a favore di gravità”: nel cross vince chi arriva primo, nell’alpino conta il cronometro. Il freestyle invece è valutato dai giudici ed è un mondo completamente diverso.

Dai Giochi di Pechino mi occupo soprattutto di snowboard cross e snowboard alpino. Lo snowboard cross oggi è probabilmente la specialità più diffusa in Italia: in molte regioni esistono snowboard club che lavorano su questa disciplina.

Come si inizia?
Per iniziare non serve necessariamente una pista dedicata. Un atleta di cross deve saper andare veloce, fare bene le curve e gestire i salti, e sono abilità che si possono allenare anche su piste normali o in neve fresca. Con l’evoluzione dell’atleta, però, diventa fondamentale lavorare su tracciati specifici.

Noi abbiamo piste fisse allo Stelvio durante l’estate e a Cervinia in inverno. Ci sono strutture anche a Colere e al Passo San Pellegrino. Le opportunità di allenamento esistono, anche se rispetto allo sci alpino è uno sport più costoso, perché richiede la costruzione e la manutenzione di piste dedicate.

Quanti atleti segui e come è organizzato il lavoro delle squadre?
lo coordino le squadre A e B dello snowboard cross e dello snowboard alpino. Il gruppo più numeroso è quello dello snowboard alpino, dove l’Italia sta vivendo un momento molto positivo.

Siamo in corsa per diverse Coppe del Mondo e guidiamo anche la Coppa delle Nazioni. Atleti come Bormolini, Elisa Caffont, Aaron March e Lucia Dalmaso stanno ottenendo risultati molto importanti. Lavoriamo anche con i settori giovanili, organizzando stage con i migliori atleti dei comitati regionali. È una struttura complessa, con diversi staff tecnici e costi abbastanza elevati, perché oggi questi sport richiedono investimenti importanti.

Tu segui gli atleti più dal punto di vista tecnico o anche mentale?
Il mio ruolo è soprattutto quello di coordinare gli staff. Dal punto di vista tecnico lavorano gli allenatori delle singole squadre. Avendo un passato da atleta di snowboard alpino, in quella disciplina intervengo anche più direttamente sugli aspetti tecnici. Nel cross invece mi occupo molto della gestione dell’ambiente, della comunicazione e delle relazioni tra staff e atleti.
L’aspetto mentale resta comunque fondamentale. Michela, per esempio, nel corso della carriera si è fatta seguire da professioniste che l’hanno aiutata a superare momenti difficili.

Federica Brignone in copertina di Uomini e sport n. 41

Oggi l’aspetto mentale è più considerato rispetto al passato?
Sì, oggi cerchiamo di valorizzare molto di più la persona nel suo insieme. La “centralina” resta sempre la testa: se ci sono problemi di comunicazione, di relazioni o di gestione delle emozioni rischi di sprecare tutto il lavoro tecnico. Per questo è importante costruire staff che trasmettano energia. Gli americani parlano di energy drivers, persone che portano energia positiva, e energy suckers, quelle che invece la sottraggono. Chi lavora nello staff deve mettere da parte il proprio ego e pensare al bene del gruppo. Trasmettere energia è fondamentale.

Quanto conta la tecnologia nella preparazione?
Conta molto. Oggi utilizziamo analisi video, GPS e sistemi che permettono di condividere le immagini quasi in tempo reale. Carichiamo i video su iCIoud e l’atleta può rivedere subito la propria run sul telefono o sul tablet quando torna in partenza, confrontandola anche con quelle degli avversari. Utilizziamo software che sovrappongono le immagini per confrontare le traiettorie: sulla stessa curva, possiamo vedere più atleti scesi in momenti diversi e capire dove uno guadagna o perde tempo. Questo ci permette di essere molto più precisi e di non basarci soltanto sull’occhio del tecnico.

Gareggiare in casa, come ai Giochi di Milano-Cortina, cosa cambia per un atleta?
A Livigno ci siamo sentiti davvero molto sostenuti. Tra i volontari c’erano anche tanti miei ex atleti, appassionati e tifosi. L’ambiente ci ha aiutato a lavorare nelle migliori condizioni. Avevamo anche l’albergo vicino alle piste e potevamo muoverci a piedi: una situazione quasi ideale. I prossimi Giochi saranno comunque vicini, tra Francia e Italia, con gare praticamente al confine. Questo significa poter restare vicino a casa, con il nostro cibo e le nostre abitudini, e sono aspetti che aiutano molto gli atleti.

Qual è la qualità che non può mancare a un campione olimpico?
La capacità di prendere decisioni. In una frazione di secondo devi analizzare cosa succede intorno a te, capire cosa fanno gli avversari e scegliere la traiettoria o la strategia giusta. È una capacità mentale di elaborare le informazioni molto velocemente.

Guardando al futuro, che sviluppo prevedi per questo sport?
Il futuro è positivo. Ci sono molti giovani promettenti e gli snowboard club continuano a mantenere viva la passione. Lo snowboard fa parte quasi della motricità naturale dei bambini: scivolare con un piede davanti all’altro è qualcosa che viene spontaneo. Quando avevo ventenni eravamo pionieri. Oggi ho quasi sessantenni: sono quarantenni di snowboard. Non è più uno sport nuovo, ma una disciplina con una forte identità e mondi diversi al suo interno.

Il tuo legame con Sergio Longoni e DF Sport Specialist, è altrettanto longevo…
Ho iniziato a essere sponsorizzato da Longoni Sport nel 1996, quando gareggiavo nello snowboard alpino. Il primo contatto è stato nello storico negozio di Barzanò, dove mi avevano preparato le prime scarpe a iniezione. Le aveva realizzate Paolo Mauri, storica figura del negozio. Nel 2006 ho iniziato anche a gareggiare nello snowboard alpinismo: ho vinto cinque titoli italiani e l’Arctic Splitboard Challenge a Tromsø, in Norvegia, una gara internazionale di splitboard: ho sempre portato il marchio DF Sport Specialist anche nelle gare di Coppa del Mondo, oggi sul casco o sul berretto, quando sono nel parterre a seguire i miei atleti. È un legame che dura da quasi trentenni. Un aneddoto: all’ISEF studiavo insieme a Simone Moro. All’epoca eravamo tutti sponsorizzati Longoni Sport e ancora oggi ci lega una vera amicizia con Sergio Longoni: un rapporto che dura da più di trentenni con una persona speciale.

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