Ecco i costi (anche ambientali) a carico pubblico
A cura di Mountain Wilderness Italia
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 20 aprile 2022)
Olimpiadi 2026, la Fondazione Milano-Cortina ha approvato il bilancio 2021: un passivo di 21,2 milioni di euro, con soddisfazione dei vertici perché nel 2020 le perdite erano stimate oltre i 40 milioni. Il cda della Fondazione, varando il nuovo business plan e il budget 2022, ha confermato l’obiettivo del pareggio economico-finanziario nell’arco di vita della Fondazione, con costi e ricavi stimati attorno a 1,58 miliardi di euro, 200 milioni in più rispetto al previsto. Le entrate per circa un terzo arriveranno dal Comitato olimpico (oltre alla messa a disposizione di servizi), un altro terzo dagli sponsor ed il rimanente dalla vendita dei biglietti per gli eventi e da lotterie e merchandising, dalla voce “ospitalità” (pacchetti turistici promossi a livello internazionale) ed altri possibili incassi.

La Fondazione continua a sostenere che quelle del 2026 saranno le prime Olimpiadi a costo zero per i contribuenti. Però a Cortina sarà necessario rifare la pista da bob al costo attuale di circa 80 milioni, mentre in Trentino, a Baselga di Piné, dovrà essere ammodernato e chiuso l’ovale per il pattinaggio di velocità, per il quale sono ancora aperte le decisioni sul progetto e quindi sui costi. Queste ultime due voci saranno probabilmente tutte a carico del pubblico, pronte a ripianare eventuali buchi di bilancio. Altri impianti, come l’Arena Santa Giulia a Milano, erano già in progetto prima dell’assegnazione dell’evento olimpico e seguono percorsi diversi.
Infine c’è la questione delle infrastrutture di collegamento: il governo ha già stanziato a novembre 2020 un miliardo di euro per le opere stradali e ferroviarie necessarie a migliorare l’accessibilità, i collegamenti e la dotazione infrastrutturale dei territori della Regione Lombardia, della Regione Veneto, delle Province Autonome di Trento e di Bolzano interessate dall’evento sportivo. Nel complesso 473 milioni di euro per quelle nella Regione Lombardia, 325 milioni nella Regione Veneto, 82 milioni nella Provincia Autonoma di Bolzano e 120 milioni in quella di Trento.

Al di là dei costi, le associazioni ambientaliste sono preoccupate per il possibile impatto ambientale di tutte le opere previste per l’evento olimpico del 2026. Già un anno fa, in una lettera inviata ai ministeri competenti, era stata inoltrata la richiesta di “valutare per tempo la rilevante ricaduta sui territori degli effetti del complesso delle opere previste” attraverso l’avvio di una Valutazione Ambientale Strategica (VAS) a livello nazionale e alla relativa contestuale Valutazione di Incidenza (VincA). A quella lettera, che chiedeva coerenza e trasparenza nelle informazioni sulle opere con un fattivo coinvolgimento delle Associazioni di protezione ambientale, non è stata data alcuna risposta; non avendo potuto avere accesso ai progetti relativi alle opere previste per i Giochi, nulla si conosce per quanto riguarda l’attivazione delle procedure di VAS nazionale sulle opere essenziali, connesse e di contesto in corso o in preparazione.
Se il silenzio è spesso una risposta eloquente, lo è ancor più il fatto che lo scorso 23 febbraio sia stato nominato un Commissario straordinario per ben otto importanti interventi (tra cui il prolungamento ovest della tangenziale di Sondrio e le varianti della statale di Alemagna a Cortina e a Longarone). Come riportato un recente comunicato congiunto delle associazioni ambientali, “La percezione è che, ad oggi, si punti al commissariamento straordinario degli interventi per recuperare l’evidente ritardo sulla tabella di marcia dei lavori, tutto ciò a scapito degli impatti ambientali che le opere in corso e in progetto avranno sui territori”.
La Fondazione Milano-Cortina, ente di diritto privato, si occupa “solo” dell’attività di organizzazione, promozione e comunicazione degli eventi sportivi e culturali legati alle olimpiadi, mentre la realizzazione delle opere connesse è appannaggio della Società Infrastrutture Milano Cortina (SIMICO S.p.A.) costituitasi il 22 novembre 2021, società pubblica partecipata dai Ministeri dell’Economia (MEF) e delle Infrastrutture (MIMS) insieme alle Regioni coinvolte; tuttavia la SIMICO deve operare, come stabilisce la legge olimpica (legge 8 maggio 2020, art. 3), “in coerenza con il Comitato Organizzatore”, cioè quella stessa Fondazione per cui “La sfida è aprire la strada al nuovo Rinascimento Italiano”. Uno slogan che ne richiama altri già sentiti in passato che hanno portato a risultati preoccupanti. Dobbiamo stare sereni?

Olimpiadi 2026: lavori in ritardo
(la storia si ripete: i lavori sono in ritardo, si scavalcano le procedure)
a cura di Mountain Wilderness Italia
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 12 maggio 2022)
Se Cortina è sotto i riflettori per gli impatti ambientali dei lavori in vista delle Olimpiadi 2026, rischia di passare in secondo piano la situazione di Bormio, dove sono in programma le gare di sci alpino maschile.
Bormio ha già ospitato i mondiali di sci alpino nel 1985 e nel 2005. Mario Cotelli, indimenticato commissario tecnico della nazionale maschile di sci scomparso nel 2019, ebbe a scrivere: “La storia è maestra di vita per tutti, salvo che per i valtellinesi. Nell’approccio ai Mondiali di sci 2005 si sono compiuti gli stessi errori del 1985. Manifestazione sportiva impeccabile, ampio risalto mediatico, ma nessun ritorno positivo di immagine, nessuna ricaduta economica sul territorio”. A distanza di altri vent’anni, la storia si ripete?
Nel 2005 i progetti sono stati realizzati in fretta, senza trasparenza e coinvolgimento della comunità valtellinese, ignorando numerose prescrizioni ambientali. La nuova pista “Deborah Compagnoni” ha richiesto l’abbattimento di oltre tremila alberi contro gli 800 prescritti dal Decreto Regionale di Valutazione di Impatto Ambientale, per una pista larga 20 metri invece dei quasi 60 di quella realizzata; per questo intervento l’Unione Europea ha deferito alla Corte di Giustizia l’Italia per mancato rispetto della normativa comunitaria. L’allora sindaco di Santa Caterina disse: “Siamo venuti a conoscenza tardi di questa zona di protezione speciale”.
Per la stessa opera è stato necessario realizzare demolizioni “non previste” di cinquemila metri cubi di roccia, usando esplosivi nel parco nazionale e a poca distanza dalle case. Il ponte sul torrente Frodolfo, all’arrivo della pista da sci, è stato costruito in violazione della legge con sentenza del Consiglio di Stato. L’impianto funiviario che da Santa Caterina Valfurva sale lungo la Valle dell’Alpe ha insediato la stazione intermedia su una torbiera che secondo il Parco andava “assolutamente rispettata”, mentre la cresta del Monte Sobretta è stata letteralmente devastata per realizzare la stazione di arrivo della funivia.
Poco più in basso la Regione Lombardia, il Comune di Valfurva e i vertici del Parco hanno dato il permesso di costruire un rifugio: prevista una struttura di “dimensioni ridotte al fine di minimizzare l’impatto visivo e ottimizzarne l’inserimento nella configurazione morfologica del contesto”, inaugurato nel 2007 un vero e proprio albergo, il Sunny Valley, costruito su quattro livelli e capace di offrire ristorante, servizi congressuali, centro fitness e attività sportive. Sulla sua realizzazione sono state avviate indagini di Polizia Giudiziaria, stroncate con il trasferimento degli agenti del Corpo Forestale disposto il giorno successivo all’emanazione dei primi avvisi di garanzia. La stessa Forestale ha erogato oltre 700 mila euro di multe per violazione del vincolo idrogeologico. Il parcheggio multipiano di Santa Caterina, previsto per i mondiali 2005, è stato aperto nel 2019. Il tutto a fronte di un impegno di spesa di circa 180 milioni di euro, dei quali solo 40 da privati e il restante in carico a Stato ed Enti locali. Qualcuno questi soldi li ha intascati, i residenti non ne hanno tratto beneficio.
E oggi? Ebbene sì, la storia si ripete: i lavori sono in ritardo, occorre fare presto, commissariamo e scavalchiamo le procedure. Siamo o non siamo italiani?

Milano-Cortina 2026: la promessa tradita
a cura di Gianluca Vignoli-Mountain Wilderness Italia
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 24 maggio 2022)
Differenti punti di vista della medesima realtà fanno vivere un evento con uno stato d’animo e con sensibilità diametralmente opposte rispetto a quelle altrui. Emblematico è l’esempio delle moto che sfrecciano lungo la strada del passo Sella e degli alpinisti che si lamentano del loro rumore, le medesime azioni provocano reazioni profondamente diverse.
Stati d’animo similmente contrastanti ci accompagneranno nel percorso che ci porterà ai giochi olimpici e paraolimpici invernali di Milano-Cortina 2026, che vede contrapposti da un lato lo spirito olimpico, quello che unisce tutti, chi vince e chi perde, i popoli di tutto il mondo e dall’altro l’impronta ecologica che questi giochi portano inevitabilmente con sé. Ma perché parliamo di impronta se la candidatura di Milano-Cortina è stata segnata dalla parola sostenibilità? Perché parliamo di impronta se nel dossier di candidatura è riportato che questi giochi saranno i più sostenibili di sempre? Se addirittura è riportato “l’impegno di realizzare un evento a emissioni zero”?
Sono passati quasi tre anni dal momento in cui l’Italia si è aggiudicata questo evento. L’agenda condivisa nel dossier di candidatura è molto dettagliata e nei primi anni, diciamo dal 2019 al 2022, prevede le procedure di valutazione di impatto che dovrebbero essere svolte prima degli appalti per la realizzazione delle nuove opere e con la partecipazione di tutti gli stakeholders. Ebbene sì, le valutazioni di impatto ambientale si devono fare prima di costruire le opere, sembra superfluo ripeterlo ma ad oggi, maggio 2022, di queste procedure non c’è traccia.
Sono le due facce della stessa medaglia: da un lato la macchina organizzativa per le olimpiadi che è in ritardo, e non solo perché ha dovuto fare i conti anche con la pandemia; dall’altro le aspettative di chi teme gli impatti di questo evento, il popolo degli ambientalisti che non si dimentica dei resti delle olimpiadi di Torino e dei mondiali di sci in Valtellina e a Cortina.
Le principali associazioni ambientaliste italiane si sono costituite in un tavolo di coordinamento per mantenere monitorata la situazione. Il tavolo ha incontrato diverse volte la fondazione Milano-Cortina 2026, ha incontrato anche il viceministro per le Infrastrutture Morelli riscontrando una situazione di incertezza e mancanza di chiarezza ed informazioni, nella quale non si capisce perché le valutazioni di impatto non siano ancora iniziate. Il dossier di candidatura aveva illuso tutti: “Infine, il Piano di Realizzazione di Milano Cortina 2026 prevedrà una Valutazione Ambientale Strategica (VAS) complessiva, (…) La VAS sarà condotta da una commissione ad hoc alla quale concorreranno tutte le Autorità Regionali coinvolte nei Giochi: Regione Lombardia, Regione Veneto e Province Autonome di Bolzano e Trento.” Ad oggi le valutazioni di impatto che erano state previste non sono disponibili e le associazioni ambientaliste non sono state convocate.

L’agenda per i giochi olimpici è sempre più compressa visto che la data finale del 2026 è fissata e in questo contesto i dubbi sul corretto svolgimento della valutazioni ambientali sono più che fondati. Questo perché i territori montani dove si svolgeranno i giochi, Valtellina, Cortina, Val di Fiemme e Anterselva, sono tutti attualmente fortemente sviluppati e siamo di fronte al rischio di un sovrasviluppo turistico, che aumenta la pressione su un ambiente già in difficoltà. L’occasione dei giochi olimpici ha infatti stimolato nella politica la tentazione di implementare ulteriormente il comparto turistico, con opere che non sono necessarie per lo svolgimento dei giochi. Il tema si sposta evidentemente sul piano della politica ambientale e delle scale temporali; la prima da qualche anno fa giustamente fulcro sul tema del cambiamento climatico, le seconde sono ahimè un concetto sconosciuto alla nostra politica, che opera con riferimento all’orizzonte temporale della legislatura. Il punto è che il cambiamento climatico fa sentire i propri effetti molti anni dopo il momento in cui vengono emessi gas clima-alteranti (CO2 e metano sono i principali). Nel 2022 il riscaldamento globale che osserviamo è il risultato delle emissioni degli ultimi 150 anni, è quello che stanno dicendo a gran voce Greta Thunberg e tutti i ragazzi dei “Friday for future”, se non agiamo adesso le conseguenze non le vedremo noi ma le prossime generazioni. Un dato che fa riflettere: secondo i calcoli di un’agenzia per il clima le emissioni di CO2 di un ospite di un hotel di lusso nelle Dolomiti sono circa 7 volte più alte della media.
In questo contesto di crisi ambientale globale l’Italia sta utilizzando l’evento olimpico per non cambiare rotta, nascondendosi dietro la foglia di fico della lotta contro lo spopolamento delle montagne e continuando ad intervenire su un’area montana fragile con interventi energivori e di grande impatto: nuovi impianti di risalita, nuovi impianti di illuminazione notturna delle piste da sci, nuova pista da bob refrigerata, nuove infrastrutture viarie, nuovi villaggi olimpici in aree dove ci sono centinaia di strutture alberghiere, ecc. Invece che ridurre il consumo energetico si procede verso il suo aumento e poco aiuta il fatto che le aziende che gestiranno questi impianti acquisteranno localmente energia rinnovabile, perché a livello nazionale la produzione di energia da molti anni fa affidamento a fonti fossili per più del 50%.
La politica continua a ragionare sulla scala temporale del 2026 senza vedere al di là, cogliendo la scadenza olimpica per continuare a sviluppare il turismo ed aumentare il consumo di energia senza fare ancora nulla di veramente innovativo dal punto di vista economico e sociale per spostarci dalla rotta dei cambiamenti climatici, che consegnerà ai nostri figli e ai nostri nipoti un mondo surriscaldato. Continuiamo a sperare che la scienza trovi una soluzione tecnica a un problema di (sovra) sviluppo economico e nel frattempo procediamo diritti verso un muro contro il quale si schianteranno le prossime generazioni. Sono proprio i punti di vista differenti che attribuiscono alle stesse azioni finalità ed obiettivi profondamente diversi.
