Un’avventura è una vicenda straordinaria dall’esito incerto. Ed è nata proprio così la scalata di El Capitan lungo la via Free Rider, finita nel migliore dei modi.
di Alessandra Prato
Foto: Archivio Alessandra Prato
Quello in California, sulla mitica parete di El Capitan, nello Yosemite, era un viaggio che inseguivamo da tempo. Saremmo dovuti partire a novembre, ma il 2025 decisamente non è stato un anno fortunato per me: prima un’ernia cervicale in Patagonia che ha mandato all’aria la spedizione e mi ha bloccata per mesi, poi un incidente d’auto, un morso di vipera che quasi mi costava la pelle, l’annullamento del corso Guide e il rinvio di Yosemite: a una settimana dalla partenza ho scoperto che un mio vecchio viaggio in Iran mi precludeva il diritto all’ESTA, e avrei dunque dovuto affrontare l’odissea burocratica del visto classico. Tra costi e attese, il passaporto è tornato nelle mie mani solo il 24 dicembre 2025. Ormai pensavo a un viaggio a Lourdes, soprattutto quando il mio 2026 è iniziato con due ernie lombari e un inverno passato sulle stampelle.
Eppure mi ripetevo che il 2026 sarebbe stato il mio anno. Avevo voglia di roccia, di progetti, di riscatto. Abbiamo riprogrammato il viaggio per maggio, sfruttando ogni momento utile per prepararci. Appena la schiena mi ha dato tregua, ho iniziato a scalare solo in fessura, facendo la spola ogni settimana tra la Val di Mello, dove lavoravo, e la Val d’Ossola. Ho fatto il massimo, pur sapendo che davanti alle grandi sfide non ti senti mai davvero preparata. Se dunque aspetti di essere pronta, le grandi avventure non inizieranno mai. Il primo maggio io e Andre (Andrea Migliari, NdR) siamo finalmente atterrati negli Stati Uniti per una toccata e fuga nel tempio del granito mondiale. Quando entri nella valle di Yosemite, El Capitan ti si para davanti come un titano. I nostri occhi sono tornati quelli di due bambini: un misto di adrenalina pura, riverenza e un pizzico di terrore. “Wow Andre, è una bestia! Dici che ci arriviamo in cima?”.
La salita
Niente modalità vacanza, eravamo lì senza piani B e con un solo obiettivo: scalare quel chilometro di parete verticale. Poco tempo, nessuna esperienza pregressa di big wall e un’unica cartuccia da sparare sulla mitica Free Rider, la linea liberata dai fratelli Huber nel 1998. I primi giorni di pioggia li abbiamo passati al Camp 4 – lo spartanissimo campeggio dei climber – a studiare la relazione fino a consumarla. Dovevamo calcolare tutto: cenge da bivacco, taniche d’acqua, buste di liofilizzati, barrette e salamini. Abbiamo persino fabbricato un “poop tube” artigianale (contenitore per i prodotti di scarto del corpo umano) con un barattolo di proteine e nastro americano e selezionato i friend al grammo. Tutte cose che fino al giorno prima conoscevamo solo attraverso i video.
Quei primi giorni li ricordo intensi: passare le giornate in tenda sotto l’acqua, al freddo e con l’umidità nelle ossa, è stato una sofferenza. Mi sentivo in colpa per Andre, che avrebbe preferito un camper confortevole, ma che ha accettato senza fiatare la mia linea della “full experience autentica”, in realtà dettata dal budget ridotto. La tensione era palpabile: avevamo un colpo solo. L’ansia è salita ancora il giorno in cui abbiamo affrontato le corde fisse per trasportare i materiali al primo bivacco. Lì, risalendo con jumar e scalette sotto il peso di un saccone spropositato, abbiamo incrociato tanti scalatori americani, espertissimi di artificiale, che sono stati super gentili a darci qualche dritta, ma che probabilmente non avrebbero scommesso un centesimo su di noi, così inesperti e senza nemmeno un portaledge. Ma noi, testardi come muli, metro dopo metro imparavamo le manovre sul campo. Seppellendo i dubbi, ci siamo guardati e abbiamo deciso di provarci comunque.
Il giorno successivo abbiamo salito i primi 10 tiri della Free Blast come unico acclimatamento. Tiri impegnativi ma spettacolari, su cui io mi sentivo incredibilmente bene. Abbiamo depositato acqua e materiale sulla cengia e ci siamo calati. Poi un giorno di riposo, speso a cambiare la batteria all’auto a noleggio, e la sveglia del grande giorno è suonata. Ultimo caffè allo Yosemite Lodge per caricare le frontali, Andre concentrato sul mio Silmarillion e io su un romanzo angosciante per scacciare la tensione, e poi via, si parte. Non c’è altra parola: è stata un’avventura, nel senso più letterale del termine, ovvero una vicenda straordinaria dall’esito incerto. Avevamo calcolato tre notti in parete, alla fine ne sono servite quattro, più una in cima. Ogni tiro era severo, esigente, in un ambiente pazzesco e con un’esposizione vertiginosa. Il saccone da recupero era un incubo: si incastrava ovunque e parancarlo nei camini richiedeva uno sforzo immane. Per fortuna eravamo quasi soli sulla via: oltre a noi, solo una coppia di austriaci e un canadese che tentava la solitaria in libera. Un grande. Noi non pensavamo alla libera: scalavo al meglio che potevo, ma se cadevo o se c’era qualche passaggio da azzerare non mi tiravo indietro.
Ci sono immagini che mi rimarranno stampate dentro per sempre. La sosta 25, per esempio: la relazione diceva chiaramente “poor bivy for one”, ma noi avevamo rimosso il dato sperando comunque in una cengia comoda. Ci siamo ritrovati su un gradino di roccia minuscolo, a tentare di dormire seduti con le gambe a penzoloni nel vuoto, metà contro la parete e metà nel baratro.
L’arrivo in cima
E poi il traverso sulla Headwall. All’alba ero sospesa su una bizzarra altalena di legno sopra l’Enduro Corner. Andre è sparito oltre lo spigolo, fuori dal mio raggio visivo e uditivo. Rimasta sola nel silenzio, con il dubbio di come calargli i sacconi in traverso senza poter comunicare, ho capito che eravamo oltre il punto di non ritorno. Potevamo solo salire. Sulla Headwall il paesaggio diventa lunare: cambia la roccia, arriva il vento, l’ambiente è severo. Lì ci siamo divisi i compiti chirurgicamente per essere veloci: io da prima su tutti i tiri e Andre al recupero dei sacconi. La mia schiena devastata dalle ernie gli sarà grata per la vita. E così, metro dopo metro, distrutti dalla stanchezza ma uniti, siamo usciti in cima a El Capitan.
Forse, in realtà, non dimenticherò mai nulla dei giorni in parete: le imprecazioni contro il saccone incastrato, le notti sospese sotto le stelle, gli urfidi camini bagnati seguiti da fessure da sogno, la prima volta che ho dovuto usare il poop-tube, il rumore del mio respiro affannato nelle ultime offwidth, i voli di Andre sull’Enduro Corner. Ma soprattutto, il supporto reciproco: quando uno era stanco, l’altro lo capiva al volo ed era forte per entrambi. Raggiungere la cima è un’emozione indescrivibile. Urla, abbracci, lacrime e la certezza profonda che nessuno, al di fuori di noi due, avrebbe mai capito davvero quanto avessimo lottato. Era un’avventura solo nostra, dentro c’eravamo solo noi.
La notte in vetta, sotto un cielo stellato indimenticabile, è stata la più bella di sempre. Abbiamo finito le ultime scorte di cioccolato, biscotti e formaggio e chiamato le famiglie e gli amici.
La discesa
Ignari della lunghissima discesa che ci attendeva, ce ne stavamo beati in cima al Capitan e ci pareva di essere in Paradiso. Il giorno dopo, l’ultimo che avevamo a disposizione, avremmo fatto i turisti! Saremmo andati al lago, ci saremmo fatti una doccia, avremmo mangiato una bistecca… il lusso e lo sfarzo ci attendevano!
Io e Andre ci siamo conosciuti solo pochi anni fa, comprando un biglietto aereo per Taghia, in Marocco, senza esserci mai visti prima. Siamo matti uguali insomma. Anche allora abbiamo fatto bingo, perché abbiamo iniziato a costruire un’amicizia rara e solida. Andre ha una testa incredibile, è un uomo determinato ed è un padre fantastico che mette sempre la sua bellissima famiglia al primo posto, sacrificando spesso la scalata. Per questo giro è toccato a me fare i compiti a casa e allenarmi sulle fessure per entrambi, e a lui sobbarcarsi il peso di quei sacconi che io non riuscivo nemmeno a staccare da terra. Non avrei voluto nessun altro al mio fianco in questo viaggio pazzesco. Grazie Andre: anche se mi dici sempre che sono acida, ti voglio un gran bene.




