Il clima cambia sotto i nostri occhi, modificando l’ambiente alpino. Perché la nostra mente continua a negarlo? Perché sappiamo, ma non agiamo?
La montagna ci avvisa, la mente no
di Matteo Motterlini
per Outdoor Magazine
Chi cammina in montagna non ha bisogno di saperlo dai grafici. Lo vede nel ghiacciaio che ogni estate arretra di qualche metro, nella morena che affiora come una cicatrice, nel rifugio che ha dovuto cambiare la presa d’acqua perché il nevaio sopra non c’è più. La montagna ce lo dice in faccia: sta cambiando, e in fretta. Eppure la nostra mente fatica a registrarlo. Sappiamo, ma non agiamo. Perché?
La risposta, prima ancora che ecologica, è cognitiva. Il nostro cervello si è evoluto per cacciare e raccogliere, per scappare davanti a un predatore, non per reagire a minacce lente, diffuse, distribuite su decenni. È sensibile alle variazioni rapide di suono, luce, temperatura, ma se il cambiamento è abbastanza graduale, semplicemente non lo percepisce. È la metafora della rana bollita: gettata nell’acqua già calda, salta fuori; se la temperatura sale piano, si adatta finché muore.
La metafora è retoricamente efficace e scientificamente falsa: le rane, animali ectotermi, saltano fuori ben prima di cuocere. Ma su di noi funziona benissimo. Gli scienziati avvertono che sul piano fisico il riscaldamento globale è rapidissimo, senza precedenti. Ma sul piano percettivo non lo è abbastanza da svegliare la nostra mente. Se potessimo passare un solo giorno nel 2100, torneremmo così scossi da fare tutto il necessario. Invece restiamo addormentati in un letto che brucia.
C’è un secondo cortocircuito, e si nutre del primo. Lo stesso cervello che non vede arrivare le minacce lente è programmato per inseguire le ricompense immediate. È lo sconto intertemporale: il valore di una gratificazione si erode quanto più la proiettiamo nel futuro. Uovo oggi, non gallina domani. Per i nostri antenati nella savana era saggezza pura: consumare subito le calorie, sfuggire subito al pericolo. Oggi quello stesso istinto ci consegna mani e piedi legati a un ambiente progettato per pigiare di continuo il pulsante della dopamina: notifiche, like, feed infiniti, scorciatoie a portata di pollice. E un cervello abituato a volere tutto subito è il meno attrezzato a preoccuparsi di un ghiacciaio che sparirà tra trent’anni o di una soglia climatica che varcheremo a fine secolo. La crisi climatica chiede esattamente ciò che siamo meno capaci di fare: pensare a lungo termine per le future generazioni.
Così, mentre l’Europa attraversa l’ennesima ondata di calore che frantuma ogni record, c’è ancora chi grida all’allarmismo e se la prende non con i 40 gradi, ma con il rosso acceso delle mappe meteo. E c’è chi nega dall’alto: il presidente del Paese che più di tutti ha contribuito storicamente alle emissioni globali liquida la crisi climatica come una bufala. Ma com’è possibile?
Negli anni Cinquanta lo psicologo Leon Festinger studiò una setta che attendeva la fine del mondo per il 21 dicembre 1954, salvata all’ultimo da un’astronave aliena. Quando la profezia fallì, i seguaci non persero la fede: la rafforzarono. La catastrofe era stata evitata grazie a loro. È la dissonanza cognitiva: quando la realtà contraddice ciò che crediamo, spesso non cambiamo idea, cambiamo la narrazione. Funziona così anche con il clima. Ammettere che le nostre azioni alimentano la crisi significa riconoscere di far parte del problema – una ferita narcisistica difficile da digerire. Più comodo raccontarsi che “è estate, ha sempre fatto caldo!”, confondendo il meteo di oggi con le serie climatiche di decenni.
Inoltre, mentre i ghiacciai arretrano, il mondo brucia anche la risorsa più preziosa per fermarli: la fiducia tra gli Stati. Le guerre divorano il futuro due volte – aumentando le emissioni e distruggendo la cooperazione necessaria a ridurle. Quattro anni di invasione russa dell’Ucraina hanno prodotto circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, quasi quanto le emissioni annuali dell’Italia. E il settore militare globale pesa per circa il 5 per cento delle emissioni mondiali. Ma il danno peggiore è l’erosione del diritto internazionale, della credibilità degli impegni. Se un Paese sospetta che gli altri resteranno fermi, perché muoversi per primo nel ridurre le emissioni? La fiducia è condizionale: regge finché ciascuno crede che anche gli altri faranno la loro parte. Quando si rompe, vince il calcolo egoistico.
Attenzione anche all’alibi dei piccoli gesti. La borraccia d’acciaio e la borsa di cotone placano il senso di colpa, non il cambiamento climatico: sono un alibi verde, un placebo per la coscienza. Servono scelte collettive, coordinate, e una difesa ostinata della fiducia – nelle istituzioni, nella scienza, tra gli Stati.
La buona notizia è che la fiducia non nasce per decreto: si costruisce. Nelle comunità, nelle città, perfino sui sentieri. La montagna ce lo insegna da sempre: in quota non si sopravvive da soli. Ci si lega in cordata, ci si fida del compagno, si dipende l’uno dall’altro. È la stessa logica che può ancora salvare il clima. A patto di smettere di fare la rana – e riconoscere, finalmente, che l’acqua sta bollendo.


Se potessimo passare un solo giorno nel 2100, torneremmo così scossi da fare tutto il necessario. Invece restiamo addormentati in un letto che brucia.
Una bella metafora.
Un altro piccolo seme depositato sulle nostre menti, nella speranza che siano, o possano tornare ad essere, terreno fertile. C’è chi usa la metafora del Titanic, immaginandoci intenti a ballare su una nave che sta già affondando.
Anche se l’articolo auspica correttamente di vedere le cose con più ampio respiro, rimane che i piccoli gesti, alibi o meno, possono fare solo del bene. Bisognerebbe poi trovare la sintesi in un voto consapevole, e qui la difficoltà da superare è forse ben più ardua del salto di un crepaccio. Ma bisogna saltare.
La nostra mente analizza e commenta cosa che’ e avvenuta nelle precedenti 3-4-5 generazioni (si parla di circa 120 anni). Chi studia geologia ed il sistema planetario che circonda, sa bene che il globo va attraverso periodi di glaciazione estesa e torridi periodi ciclici che oscillano nei milioni di anni. Radiografica geologica analisi dimostra che il pianeta fu’ formato circa 14 miliardi di anni indietro, quindi attraverso’ cicli di temperature, pressioni atmosferiche, bombardato da meteore, e influenze di passaggi di altri oggetti spaziali dei quali non abbiamo traccia. Per cui, assumere, che la nostra azione come umani sono i protagonisti del ciclo termico che testimoniato, e’ assolutamente aleatorio.
Ho una casa costruita in bioedilizia, ho il solare termico e il fotovoltaico, coltivo l’orto, ho un frutteto e faccio la spesa dai produttori locali, non vado quindi nei supermercati, spesso mi muovo con mezzi pubblici, ho due biciclette e un pulmino di 21 anni regolarmente tagliandato, Non uso impianti da sci perchè faccio solo scialpinismo, le mie figlie si muovono in treno e ci aiutano nell’orto.
Quale sarebbe la mia colpa?
Sto aspettando il pulmino a idrogeno e anche una rete di distribuzione adeguata che non interessa al mio stato, ai politici e all’industria dei combustibili fossili, ripeto, qual’è la mia colpa?
Sono andato ad una conferenza tenuta da una brava climatologa, non ha mai detto una volta la frase “crisi climatica”, ha spiegato per filo e per segno l’evoluzione climatica e sottolineato il fatto che i cicli non sono minimamente stravolti dall’essere umano, ha inoltre detto che nei prossimi decenni tutta l’area nord europea subirà un’abbassamento importante delle temperature. Nessuno ha osato commentare questo scenario previsto dai modelli scientifici, anche questa sarà una nuova “crisi climatica”?
Il Colombo (Manuale dell’Ingegnere, N.d.R.) donatomi da mio padre appena laureato quaranta anni fà, riporta una composizione chimica dell’atmosfera differente da quella di oggi, con decisamente meno CO2.
Non essendoci stati altri eventi che possano spiegare questo aumento, appare evidente che il responsabile sia stato l’uomo.
I cicli climatici della terra non c’entrano nulla e si muovono su ordini di grandezza decisamente diversi.
Secondo me Marco Corti Mela non ha capito quello che ha detto la climatologa e Ferdinando Federico Saglio non ha capito nulla.
il clima è sempre cambiato. e bisognerà correre ai ripari. mi chiedo per esempio come cambierà l’economia della pianura padana quando le riserve dei ghiacciai alpini finiranno di fornire acqua in estate.
ma spesso si chiama “negazionismo climatico” quello che più propriamente nega la narrazione del cambiamento climatico, ovvero che esso dipenda dalle emissioni di carbonio ascrivibili a attività umane. (oltre il respirare beninteso).
Una narrazione che come quella sul covid e relativi vaccini si pone a guisa di dogma scientifico di foggia medievale.
Ma il sospetto che narrazioni divisive e irragionevoli siano volute è ampiamente motivato, considerando il contesto in cui viviamo.
E visto il commento precedente:
_—–_
IPCC ATTRIBUZIONE UMANA DI CO₂ DIMOSTRATA MATEMATICAMENTE IMPOSSIBILE
Il carbonio fossile contribuisce ≈ZERO all’aumento osservato di CO₂ atmosferico.
L’intercetta di Keeling è rimasta bloccata a δ¹³C_I ≈ −13‰ per cinque secoli interi, mentre le emissioni fossili sono passate da praticamente nulla a ~10 GtC yr⁻¹.
Una grande frazione fossile avrebbe trascinato l’intercetta verso −28‰. Non si è mossa di un millimetro.
L’unico valore coerente con un’intercetta fissa è
frazione fossile f ≈ 0.
I metodi propri dell’IPCC, i propri standard isotopici e i propri dati impongono la conclusione:
Le emissioni fossili umane non sono la causa dell’aumento di CO₂ atmosferico. PUNTO.
L’affermazione è matematicamente morta.
Prova matematica completa: drive.google.com
isotopic-falsification.pdf
Tradotto in linguaggio più semplice:
Ogni fonte di carbonio ha un’impronta isotopica.
Carbonio fossile: -28‰.
Fuoriuscite oceaniche: -8‰. Valori standard. Indiscussi. In ogni manuale del ciclo del carbonio. Usati dallo stesso IPCC.
Il grafico di Keeling legge l’impronta di qualunque cosa venga effettivamente aggiunta all’atmosfera. Bilancio di massa puro. Nessun modello. Nessuna parametrizzazione. Nessuna assunzione.
Scripps l’ha misurato in quattro stazioni, da Barrow al Polo Sud, dal 1978 ad oggi.
Risposta: -13.2‰.
Non -28.
Non vicino a -28.
Non carburante fossile.
Le sclerospugne caraibiche preservano quella stessa impronta fin dal 1500 d.C.
Stesso valore.
Circa -13‰.
Per cinque secoli.
Attraverso quei cinque secoli, le emissioni fossili sono passate da essenzialmente zero a circa 10 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno. Un aumento di diecimila volte.
L’ago isotopico non si è mosso.
Se la combustione fossile stesse guidando la CO2 atmosferica, quell’ago avrebbe oscillato forte verso -28‰.
Non si è mosso di un millimetro.
L’equazione di miscelazione dei due estremi è aritmetica che un ragazzino delle medie può fare. Inserisci -13.2 per la firma osservata, -28 per il fossile, -8 per le fuoriuscite oceaniche.
La quota fossile dell’aggiunta netta all’atmosfera non può superare il 26%.
Poi applica la costanza dei cinque secoli. Nel 1500 d.C. le emissioni fossili erano essenzialmente zero, quindi la firma osservata di -13‰ doveva essere la firma naturale stessa. Questo fissa il mix naturale a -13‰. Inseriscilo con il -13.2‰ moderno.
Quota fossile dell’aggiunta netta: 1.3%.
Entro il rumore dello zero.
Per arrivare a una conclusione, è semplice:
1. Algebra elementare applicata alla conservazione della massa
2. I valori isotopici degli estremi che l’intera letteratura sul ciclo del carbonio ha usato per sessant’anni
3. I dataset di Scripps e sclerospugne su cui si basa lo stesso IPCC
Non quadra.
L’aumento della CO2 atmosferica non è il residuo del tuo serbatoio di benzina.
Gli isotopi lo escludono.
Punto e basta.
Mi era sfuggito questo superbo esempio di disinformazione parascientifica.
Io non so che cosa sia l’intercetta di Keeling, conosco la curva di Keeling, la quale attesta senza possibilità di errore che dal 1958 al 2020 il contenuto di CO2 è aumentato del 38% circa, passando da 305 a 420 ppm, portandosi a un livello che non si registrava da milioni di anni.
In assenza di altre forzanti, è evidente che questo aumento sia dovuto all’uomo (a meno di voler pensare a omini verdi venusiani che scaricano non visti CO2 nella nostra atmosfera per renderla come la loro…), certamente con la combustione, ma magari anche con il proprio respiro (che è solo un’altra forma di combustione), con la deforestazione, con l’impermeabilizzazione del suolo.
La conclusione “L’aumento della CO2 atmosferica non è il residuo del tuo serbatoio di benzina” è assolutamente falsa: è anche dovuta al tuo serbatoio di benzina. E al tuo smartphone, al tuo condizionatore, alle fragole a Natale, alle vacanze a Bali, ecc.