Montagne a numero chiuso? No grazie.

di Massimo Bursi
(pubblicato sulla Rivista della Giovane Montagna in data luglio 2019)

Lo sapevo che prima o poi ci saremmo arrivati! Lo sapevo che, trasformando i rifugi in alberghi, aggiungendo corde fisse, installando nuove funivie, ammorbidendo gli itinerari alpini… prima o poi saremmo arrivati al sovraffollamento e alla saturazione. Sono lontani i tempi in cui scrutavi il tempo dalla finestra, capivi se eri pronto per l’alta quota e ti accordavi con un amico per salire! Oggi sul Monte Bianco è stato introdotto il numero chiuso e cioè un criterio prettamente economico – che poi non è un criterio di selezione, poiché noi malati di montagna ci indebitiamo e spendiamo tutto pur di raggiungere i nostri sogni alpinistici. Capiamo cosa è successo in questa estate 2019. Vuoi salire al Monte Bianco tramite la via normale dal rifugio Goûter? Devi prenotare e pagare anticipatamente un ticket tramite agenzia. C’è brutto tempo? Ti arrangi! Non c’è più posto? Pazienza, prenoti – e paghi – per l’anno successivo!

Ma allora cambi obiettivo e punti ad andare sul Cervino. Accidenti, anche lì bisogna prenotare il pernottamento alla capanna Carrel o in alternativa devi salire no-stop senza dormire in rifugio. E se invece vuoi salire sul Gran Paradiso, quando arrivi alle roccette finali, ricordati che c’è il senso unico per snellire l’ingorgo della vetta, come meglio spiegato dalla fotografia.

Senso unico sulla cima del Gran Paradiso.

Il problema è che, anche con queste barriere, anche con il numero chiuso, anche aumentando i costi dell’avventura preconfezionata, ci saranno sempre troppe persone per accaparrarsi i pochi posti disponibili con tutti i rischi collegati. Rischi? Sì, certo, i rischi connessi a queste avventure preconfezionate stanno aumentando, anche se una delle più grandi ipocrisie che ho sentito è che con il numero chiuso si aumentano i livelli di sicurezza, diminuendo la concentrazione degli alpinisti nei punti più pericolosi. Purtroppo questo non è affatto vero, come si è visto in questa primavera quando, sull’Everest, 11 persone sono morte nell’assalto alla vetta aspettando poco prima dell’Hillary Step. Ma tornando nella nostra vecchia Europa, quando io mi sono comperato, a caro prezzo, un biglietto per il monte Bianco o per il Cervino in un giorno in cui il tempo dovrebbe peggiorare nel pomeriggio… cosa faccio? Rinuncio? O provo in ogni caso a salire, mettendo a repentaglio la mia sicurezza? Volete un altro esempio del fatto che la montagna “addomesticata” porta ad aumentare i rischi? Nel veronese, vicino a casa mia, la maggior parte degli interventi del Soccorso Alpino avviene nelle vicinanze della funivia che da Malcesine sale sul Monte Baldo: se venisse chiusa, il Soccorso Alpino dimezzerebbe il numero degli interventi annui. Ecco perché penso che addomesticando la montagna e imponendo il numero chiuso, i rischi aumentino anziché diminuire, come ventilato dalle “autorità”.

Folla in vetta al Monte Bianco. Foto: Mario Albertino

Ma si riesce a porre un rimedio a tutto ciò, senza introdurre misure come il numero chiuso? Abbiamo visto che non serve aumentare il costo dell’avventura, tanto per le passioni – la nostra droga – i soldi si trovano sempre. Inoltre imporre regole e divieti è molto antipatico e nettamente contrario allo spirito libertario ed anarchico dell’alpinismo. Forse la ricetta sta tutta nel “togliere”: eliminare i rifugi dal Monte Bianco, eliminare le corde fisse dal Cervino, eliminare corde fisse ed ossigeno dall’Everest. Quindi riportare l’alpinismo alle origini, “by fair means”, cioè con mezzi leali, come predicava Frederik Mummery nella seconda metà dell’Ottocento. Se per andare sul Monte Bianco devo bivaccare a 3.800 metri, salendo dal fondovalle senza funivie o cremagliere… beh allora ci penso seriamente e questo aspetto sicuramente fa selezione. Se non sono in grado di salire il quarto grado con scarponi e zaino, oggi facilitato dai canaponi del Cervino (o del Dente del Gigante)… allora rinuncio al Cervino. Togliere tutta questa infrastruttura significa anche ridare dignità a queste montagne: quando ho salito il Cervino o il Dente del Gigante mi pareva di salire, in fila, un’anonima ferrata e quando sono passato in discesa dalla via normale del Monte Bianco, per trovare la traccia seguivo tutte le chiazze gialle delle minzioni degli alpinisti, una ogni pochi metri… altro che alpinismo sulle montagne simbolo delle nostre Alpi. E vogliamo parlare dei grandi rifugi tipo il Goûter? Oramai sono diventati dei non-luoghi, al pari degli aeroporti: sei lì, aspetti qualche ora in mezzo ad altre centinaia di anonime persone, prima di compiere il tuo viaggio o la tua ascensione. Personalmente sto cercando di eliminare sempre più questi grandi rifugi, bivaccando all’aperto o scegliendo piccoli rifugi ancora a misura d’uomo.

Reinhold Messner

Le nostre montagne, senza lo zampino costruttivo-distruttivo dell’uomo, sono sufficientemente capaci di fare selezione: oggi, ad esempio, le Dolomiti sono super-battute da alpinisti, escursionisti, trekker, jumpers, ciclisti e turisti, ma sul Sassolungo – 4 ore di via normale complicata e 4 ore di discesa complicata – o sul Crozzon di Brenta – 3 ore di via normale e 3 ore di discesa complessa – non troverete mai la coda! Anche sulle Pale di San Lucano, dove non ci sono rifugi, non troverete una folla di escursionisti! Quindi, anziché istituire il numero chiuso, sarebbe meglio smantellare le opere dell’uomo e preservare la natura così com’è. Reinhold Messner, in un celebre articolo del 1968, “L’assassinio dell’impossibile”, poneva queste rinunce come regole basilari per il futuro dell’alpinismo.

Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda e un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso che io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il drago; ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere, senza macchiarci d’assassinio.

E, pure in una recente intervista, Messner ha ricordato le poche regole per praticare l’alpinismo: “no ossigeno artificiale, no spit, no comunicazione, no droghe”. L’alpinismo sopravvive se l’uomo riesce a limitare la propria azione sulle montagne con chiari NO, che non sono divieti, ma regole comportamentali.

 

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