Modelli fallimentari: “L’erosione delle coste, come l’assenza di neve, dovrebbero farci ripensare al modo in cui viviamo mare e montagna. E invece ci ostiniamo a mantenere in vita un paziente moribondo”.
Il turismo sostenibile non esiste
(e i numeri chiusi sono antidemocratici)
di Elisabetta Ambrosi
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 21 gennaio 2025)
“I numeri dicono che il turismo globale aumenta sempre di più. Non solo in Italia, ma nel mondo, ogni anno si battono nuovi record. Ma il modello turistico attuale è molto inquinante, richiede moltissime risorse e con la crisi climatica non possiamo più permettercelo. E non è certo il numero chiuso la soluzione: non è democratico e crea un turismo serie a e di serie b”. Alex Giuzio, giornalista, è autore di Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi e del tempo libero (Altreconomia). Un saggio sul turismo di massa, analizzato nei diversi ecosistemi in cui incide, dal mare alle grandi città. E sulle possibili soluzioni, diverse da quelle messe spesso in atto da sindaci e amministratori.
Lei scrive che il turismo di oggi presto sparirà.
Ci siamo abituati in fretta a prendere un aereo per fare mille o duemila chilometri per un weekend. Ma questo stile di vita non è più possibile. Inoltre, dobbiamo considerare che ci sono intere destinazioni turistiche destinate a scomparire, a causa dell’erosione delle coste o del mancato innevamento.
Perché non esiste, a suo avviso, un turismo sostenibile?
Quello che chiamiamo tale è un segmento di mercato rivolto tendenzialmente a un pubblico più benestante, visto che le strutture ricettive a basso impatto ambientale costano di più e anche spostarsi in treno costa di più. Il turismo attuale presuppone una crescita continua e il problema è il superamento di certe soglie, al di là del tipo di turismo.
Lei analizza il fenomeno rispetto sia al mare che alla montagna.
Sulle coste il turismo ha determinato una forte antropizzazione e cementificazione, come sulle coste adriatiche, toscane e liguri. Ma appunto, se penso all’erosione, mi chiedo quanto potremo andare avanti, anche perché occorrono sempre maggiori risorse pubbliche per i ripascimenti delle spiagge, ad esempio.
E in montagna?
Il turismo contribuisce alle emissioni climalteranti da un lato e le subisce dall’altro. In montagna l’assenza di neve dovuta al riscaldamento globale sta facendo collassare l’intera industria dello sci, e si spendono enormi risorse, tra impianti di risalita, laghi artificiali e cannoni, per tenere in vita un malato terminale, anziché ragionare su forme meno impattanti.
Nelle città, invece, le conseguenze del turismo di massa sono anche sociali.
Non solo i lavoratori del turismo sono sfruttati e sottopagati, ma i prezzi delle case aumentano con le piattaforme on line e i residenti sono espulsi dai centri. Il turismo è una monocoltura, spariscono le piccole attività di quartiere, beni di prima necessità, i centri sono ormai parchi gioco per abitanti temporanei, il territorio è desertificato e omologato. Così, paradossalmente, vengono meno la diversità e la tipicità che hanno attirato il fenomeno turistico. A Firenze ho conosciuto una signora che abita in un palazzo dove è rimasta sola, ci sono solo affitti brevi. E mi ha raccontato non solo la sensazione di solitudine, ma anche il raddoppio dei costi condominiali, a causa dei turisti.
Quali soluzioni ci sono? Il numero chiuso lo è?
Già oggi lo spazio pubblico è diventato esclusivo di chi consuma, penso a Piazza San Marco: se non stai seduto nei dehors, non puoi godere del luogo. Mettere il numero chiuso o biglietti di accesso non è una soluzione: il secondo è una barriera economica che, se portata all’estremo, impedirà alle persone che non se lo possono permettere di visitare spazi pubblici. Il numero chiuso non ha l’aspetto economico, ma rende comunque limitata la fruizione dello spazio pubblico. D’altronde neanche la destagionalizzazione funziona, o la distribuzione in altri luoghi. La gente vuole vedere Venezia, non Mestre.
Nel libro lei cita i concerti di Jovanotti sulla spiaggia come un cattivo esempio di privatizzazione degli spazi pubblici.
Quei concerti non solo hanno avuto un impatto ambientale, ma hanno utilizzato un gergo di “zone rosse” e “pass”, un lessico utilizzato soprattutto con il Covid. Hanno sdoganato il concetto che si possano chiudere spazi pubblici per esigenze straordinarie. Lo stesso sta accadendo per musei e archivi. C’è, in tutto ciò, anche un certo disprezzo per il turismo povero, per il turista che si mangia il panino portato da casa sui gradini della chiesa.
Cosa possiamo fare?
Serve fermare la mobilità legata agli aerei, almeno fino a che davvero non si azzerino le emissioni. Molti spostamenti possono essere sostituiti con il treno, lo si è fatto in Francia, anche se solo per piccole tratte. Ma io credo che una possibile soluzione sia quella di riabituarci a tornare negli stessi posti, come si faceva negli anni Sessanta, la vecchia villeggiatura, e rimanerci a lungo. Mentre invece abbiamo la tendenza a collezionare tanti luoghi diversi e restarci per poco tempo, senza conoscere mai la cultura del posto. C’è poi un’altra soluzione.
Quale?
Nella nostra vita quotidiana abbiamo poco tempo libero e quindi, quando abbiamo i nostri scarsi giorni di ferie, tendiamo a evadere lontano. Studi recenti affermano che se ci fosse una maggiore quantità di tempo libero a disposizione e di maggiore qualità, se cioè si lavorasse meno, il desiderio di evasione sarebbe minore. Intanto, però, le amministrazioni potrebbero fare subito alcune cose.
Un esempio?
Bisognerebbe rendere noto cosa viene fatto con le tasse di soggiorno. Se i cittadini venissero a sapere che grazie all’arrivo dei turisti si fa, per dire, un ospedale, almeno avrebbero la percezione del beneficio economico, che ora invece va solo agli imprenditori del settore, neanche ai lavoratori. Che, come ho detto, sono spesso precari e sottopagati.
Il commento
di Fabio Balocco
Come ogni estate, ecco il tema del turismo di massa o overtourism, con da un lato i più che gongolano per le strutture ricettive piene e dall’altro i pochi che si lamentano per l’eccesso dei flussi. Secondo l’UNWTO, l’Organizzazione Mondiale del Turismo, nel solo anno corrente, il turismo internazionale crescerà di una cifra mostruosa, tra il 3 ed il 5%. Ed è appena il caso di sottolineare l’impatto ambientale che già oggi il turismo ha: basti pensare alle sole emissioni di CO₂ cui esso contribuisce con un 8,8%; basti pensare al consumo di suolo causato da seconde case, resort, strutture e infrastrutture turistiche; basti pensare alla privatizzazione del mare ad opera dei porti turistici; basti pensare al consumo di risorse dovute a determinate pratiche sportive, come lo sci di pista (elettricità, acqua). Il tutto per giungere alla conclusione che il turismo oggi è nel suo complesso l’industria più impattante al mondo. Questo senza contare le trasformazioni culturali che il turismo comporta che vanno dalla stupidissima locuzione “vi sentirete come a casa vostra” alla omogeneizzazione che avviene nelle popolazioni interessate, pur di soddisfare le esigenze vere o presunte dei turisti; ma anche alle trasformazioni delle strutture sociali delle località divenute turistiche.
Ma di tutto questo non si tiene alcun conto e, come per tutte le attività umane della nostra epoca, si tiene in considerazione solo l’aumento della ricchezza che il flusso turistico arreca e il numero di lavoratori che operano nel comparto turistico. E, come se tutto ciò non bastasse, ecco la corsa delle varie località ad ottenere il riconoscimento UNESCO oppure le grandi manifestazioni, sportive (Cortina insegna) e non.
Ormai il turismo è un cancro e si va dagli ingorghi della piana di Castelluccio per vedere la fioritura, alla fila per la funivia del Seceda, dalle Tre Cime di Lavaredo al lago di Braies. Ed assomiglia ad un palliativo piuttosto che ad una soluzione l’adozione di mezzi di trasporto pubblici, come le navette in zone di montagna, che comunque non influiscono sul dato di base: il numero dei frequentatori, il peso antropico.
Ormai il turismo assomiglia sempre più ad un iperoggetto (per citare Timothy Morton) di cui ci sfuggono le dimensioni reali e le conseguenze devastanti. E sarebbe anche interessante capire perché, cosa spinge una persona a muoversi, a partecipare a questa sorta di rito collettivo, ma qui esco evidentemente dal seminato.
Solita, scontatissima domanda: che fare? Nel recente saggio Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi e del tempo libero, il giornalista Alex Giuzio – escludendo che il numero chiuso possa essere una soluzione – ipotizza alcune piccole strategie da adottare localmente per cercare di arginare il peso del fenomeno.
Personalmente, mi permetto di ritenere che il turismo non si possa arginare e come in ogni altra attività umana tenderà ad andare sempre oltre i limiti (chi abbia tempo e voglia si studi l’hybris greca). E come per altre problematiche in cui siamo letteralmente immersi, io consiglio di rinunciare anche solo a pensare a possibili, irrealizzabili soluzioni. Quello che possiamo noi tutti fare è ovviamente non partecipare al rito collettivo e, se conosciamo un luogo ancora miracolosamente non infettato, guardarci bene dal pubblicizzarlo. Tutto qui.





Il centro storico di Firenze è stato abbandonato dagli indigeni per ragioni demografiche e sociali che non hanno nulla a che vedere con il turismo: i figli non vogliono convivere nella stessa casa insieme con i padri e dunque si trasferiscono in periferia. La simpatica vecchietta che vive sola nel centro storico ha almeno un figlio o un nipote che alla sua morte erediterà l’appartamento per poi affittarlo ai turisti. Gli indigeni non ritornano in centro perché non vogliono vivere in case fatiscenti senza ascensore né garage. Preferiscono speculare sulle spalle dei turisti, belli o brutti che siano.
Una soluzione che pratico è… stare a casa. Forse per me è facile, perché sono molto torinese (“bougia nen”) e mi trovo molto bene nella Torino che frequento. Ho la fortuna che Torino è circondata da un semicerchio alpino (con due ore di auto, o poco più, raggiungi sia le Alpi Liguri che, all’estremo opposto, il Vallese) ed anche il mare è a un tiro di schioppo, non parliamo di laghi, fiumi, campagna. A me personalmente non piace viaggiare e, viceversa, detesto l’affollamento delle mete turistiche (alpine e non) oggi molto gettonate. La mia è una scelta molto personale e mi aspetto che non sia “condivisa” e “condivisibile”. però se entrassimo tutti nell’ottica di fare meno vacanze, farle vicine, non appesantire i luoghi “famosi”, ecc ecc ecc, forse daremmo un piccolo contributo personale all’alleggerimento del peso antropico alle varie località (alpine e non) che in effetti stanno soffrendo e fra poco “scoppieranno”
Oggi il lusso è dato da spazio, silenzio, aria, terra… una sfera prossemica di cui ogni cittadino ha diritto. È un lusso segreto che costa poco: basta che non ci arrivi l’asfalto, basta che non ci sia cemento, …e la valle è di nuovo sacra e senza folla. Non c’è bisogno di tassare se si limitano gli accessi fisici alle automobili e si impedisce la costruzione di nuovi immobili. Al diavolo l’economia! La montagna è sempre e ovunque stata povera, la povertà è nella sua natura. Stava su chi non aveva alternative o chi aveva uno spirito stoico, eremitico e vagabondo. Si viveva una vita dura ma si godeva del silenzio della povertà. Oggi è ancora una scelta possibile per chi non ama il lusso pacchiano e urbano di Coumayeur.
In un mondo finito non si può crescere all’infinito. Era evidente che tutti questi voli in aereo erano poco sostenibili. Purtroppo le persone cercano di sfuggire al grigiore esistenziale con viaggi o altro in destinazioni lontane creando anche overturism.
Uno stile di vita consumistico e poco sostenibile.
La realtà di fondo è che stiamo andando velocemente verso una società divisa tra una piccolissima percentuale di straricchi, e una massa di plebei che non verranno più nemmeno sfruttati perché il loro lavoro non serve più (a parte certe attività servili). Per evitare che i suddetti plebei possano magari prenderla a male, e organizzare qualche brutto ribaltone, è essenziale che la gente venga convinta a rinunciare, più o meno spontaneamente, a tantissime cose che sono/erano considerare come dei diritti più o meno acquisiti e delle abitudini consolidate – tra cui, appunto, le vacanze e il turismo. I nuovi servi della gleba dovranno reimparare a restare dove sono nati (le “città a 15 minuti”, ecc.) e ad esserne contenti.
Tutte le lagne circa la necessità di “salvare il pianeta”, “ridurre l’impatto ecologico” e così via sono in realtà la foglia di fico per nascondere (peraltro malamente) dei precisi interessi di controllo sociale. Siamo all’esatto equivalente aggiornato di quando si spiegava ai poveri che dovevano essere contenti del loro stato, perché garantiva il Paradiso.
Bruno non credo che sia come dici tu. O almeno che sia vero solo in parte.
Quella che viene chiamata gentrificazione delle città è un fenomeno reale e riguarda non solo il centro storico più antico, case fatiscenti e senza ascensore. E non è un fenomeno che riguarda solo le città d’arte, ma è fortemente presente anche a Milano, per esempio, e in quartieri che 50 anni fa erano semiperiferici (purché vicini alla metropolitana)
Meno male che qualcuno parla come si deve di turismo, e pensare che i genii alla Matteo P. continuano a negare il problema, annegandolo nel loro sesantennale disimpegno.
Meno male che qualcuno parla come si deve di turismo, e pensare che i genii alla Matteo P. continuano a negare il problema, annegandolo nel loro sesantennale disimpegno.
Spero accettiate una provocazione a proposito del LUSSO. Oggi lusso non è aria condizionata e Perrier in bottiglia, e non è nemmeno il caviale: Lusso è avere spazio fisico extra per muoverti, è silenzio, luce naturale, aria di vento e acqua di fonte. DEMOCRAZIA: Se tutti hanno diritto al lusso tutto il tempo, addio mare e montagne, 60 milioni di persone + gli stranieri creerebbero immense transumanze umane (e sappiamo quanto le transumaze ovine del passato siano state deleterie per l’ambiente Appenninico: puro capitalismo speculativo, con buona pace dei nostalgici). Vuoi il lusso? DEVI PAGARE per i tuoi rifiuti, per la manutenzione dei servizi, per la presenza di soccorsi. Devi anche pagare per assicurare un servizio di tutela ambientale, di ricerca scietifica, di tutela culturale e spirituale. Devi pagare per impedire la speculazione edilizia dei ricconi che vogliono isole private (che loro poi si pagano costruendo gabbie di cemento per il turismo di massa). Non vuoi pagare? Comprati l’aria condizionata e resta a casa a guardare un film di Messner, piuttosto di fare la transumanza.
Questa provocazione è per ricordare che alla fine non c’è Pantalone che paga per tutti. Senza un obolo versato con amore per la natura e gestito con onestà e consapevolezza, la montagna muore a colpi di piccozza, spit, cemento e teleferiche. Viva la libertà della rinuncia. Viva le montagne inviolabili.