Il titanio del Monte Beigua

La Regione Liguria, guidata da Giovanni Toti, ha dato il via libera alla Compagnia Europea per il Titanio per “effettuare indagini preliminari finalizzate a valutare la distribuzione (areale e superficiale), nonché a definire le concentrazioni delle mineralizzazioni di rutilo presenti nell’area”. È plausibile che l’azienda abbia richiesto questa autorizzazione per soli scopi di studio, e non per una futura concessione mineraria? Come è possibile effettuare un’analisi di questo genere senza prelevamento di campioni?
Per altri dettagli, vedi https://altrispazi.sherpa-gate.com/altrilibri/saggi/il-parco-del-beigua-e-la-guerra-del-titanio/

Il titanio del Monte Beigua
di Flavia Cellerino e Fabio Valentini
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 13 aprile 2021)

Il lungo crinale dello spartiacque Ligure Padano è percorso dal sentiero denominato Alta Via dei Monti Liguri; a ponente di Genova, subito a nord delle località rivierasche di Arenzano e Varazze, si ergono i contrafforti del Monte Beigua. Alto 1287 metri, il nome del monte Beigua (come il Monte Bego nella Valle delle Meraviglie, Alpi Marittime) deriva dalla radice indoeuropea Beg che indica una divinità dagli attributi maschili. Un’area ricca di interesse ambientale, geologico, paesaggistico e storico (sono state rinvenute incisioni coppelliformi, tracce di basolato romano, menhir) che definisce l’omonimo parco regionale istituito nel 1995, una riserva naturale “di cintura metropolitana che per definizione collega e connette i sistemi di verde urbano con le aree esterne, per una fruizione culturale e ricreativa dell’ambiente da parte dei cittadini. Dalla cima del Beigua lo sguardo abbraccia la riviera di levante e quella di ponente, le Alpi Liguri, la Pianura padana, l’Appennino ligure e tosco-emiliano, le Alpi Apuane e la Corsica. Dal 2005 è diventato geoparco europeo e mondiale, e nel 2015 è stato riconosciuto UNESCO Global Geopark per il suo eccezionale patrimonio geologico, un patrimonio che rischia di causare grandi problemi.

Dalla vetta del Monte Reixa 1183 m, verso Genova.

Non è una novità: nel 1970, sepolto in un ammasso di rocce tra i 400 e i 900 metri di altitudine del Bric Tariné (tra Urbe e Sassello), è stato scoperto un giacimento di quasi 400 milioni di tonnellate di rutilo – la forma mineralogica con la quale si presenta il titanio – minerale tra più preziosi e ricercati per i suoi molteplici utilizzi, ma estremamente pericoloso perché tra le sue derivazioni c’è anche l’amianto. Nel 1976 il ministero dell’Industria rilascia alla Mineraria Italiana Srl una concessione ventennale, poi trasferita alla Compagnia Europea per il Titanio (C.E.T.); nonostante l’atto del ministero il progetto non parte tra le sollevazioni dei cittadini, delle istituzioni locali e degli ambientalisti, che considerano l’operazione troppo rischiosa per salute e ambiente. Ma la C.E.T. non si arrende e nel 1991 chiede il rinnovo della concessione per altri vent’anni (senza peraltro ricevere risposta dal ministero), rilancia il progetto che verrà però stoppato di nuovo durante un’animata Conferenza dei Servizi nel 1996 a Savona dove il comitato di cittadini, i sindaci di Urbe e Sassello, l’Ente parco e la stessa Regione – che ha delega su cave e miniere – rigettano e bloccano l’iter. Il giacimento, tra i più grandi d’Europa, è ancora terreno di scontro nel 2015 quando la C.E.T. fa richiesta alla Regione di attivare la procedura per la Valutazione di impatto ambientale per indagini geologiche; questa volta il TAR della Liguria sembra mettere la parola fine con una sentenza del marzo 2020 nella quale si ribadisce come l’estrazione di minerali nell’area che costituisce per circa il 40% il territorio legato alla concessione sia vietata dalle norme a tutela del Parco, mentre il restante 60% interessa un “Sito d’Interesse Comunitario terrestre ligure” nel quale la priorità dichiarata è la conservazione.

La notizia di questi giorni, invece, è che la Giunta Regionale della Liguria con l’atto n. 1211 del 26/02/2021 ha decretato “di conferire a favore della Compagnia Europea per il Titanio – C.E.T. S.r.l., il permesso di ricerca sulla terraferma di minerali solidi (Titanio, granato e minerali associati) denominato “Ambito Mondamito” limitatamente all’area dell’estensione di 229 ha esterna al territorio del Parco Naturale regionale del Beigua, della durata di anni 3 (tre), per effettuare indagini preliminari finalizzate a valutare la distribuzione (areale e superficiale), nonché a definire le concentrazioni delle mineralizzazioni di rutilo presenti nell’area come sopra indicata”. Questo nonostante i pareri contrari del Parco e dei due comuni competenti per territorio di Urbe e Sassello.

Sulla delibera è scritto che “le proposte di attività e di ricerca non modificheranno lo stato dei luoghi esistente, non generando impatti significativi e negativi all’ambiente naturale e al paesaggio, in quanto non interferiranno con i processi naturali ivi presenti e non comporteranno metodi distruttivi o prelievi di campioni minerali, vegetali o animali”, con “rilevamenti geologico-strutturali effettuati a piedi, senza prelievo di campioni, utilizzando esclusivamente piste e sentieri esistenti, con accesso consentito, finalizzati a mappare nel dettaglio la distribuzione (areale e superficiale) delle mineralizzazioni presenti” e “analisi puntuali, non invasive né distruttive del suolo e del soprassuolo finalizzate a definire le concentrazioni delle mineralizzazioni presenti”.

La tutela di ambiente e salute hanno spinto a raccogliere le firme per una petizione che chiede il ritiro del decreto. È plausibile che la C.E.T. abbia richiesto questa autorizzazione per soli scopi di studio, e non per una futura concessione mineraria? Come è possibile effettuare un’analisi di questo genere senza prelevamento di campioni? Chi vigilerà su queste prescrizioni? Cosa ha convinto la Regione, a distanza di pochi mesi da una valutazione di contenuto opposto, a smentire se stessa decretando, sia pure su un areale più limitato, l’autorizzazione a ciò che neppure un anno fa aveva negato?

Fin dal 2013 iniziò a girare la voce che lo sfruttamento della miniera avrebbe potuto portare nelle casse della Regione Liguria circa 500 milioni di euro di royalty, a fronte di un giacimento il cui valore veniva stimato tra i 400 e i 600 miliardi di euro. Le stime odierne sono più prudenti, una tonnellata di rutilo vale oltre 2mila euro e secondo le valutazioni geologiche nei monti del Beigua potrebbero esserci circa 12 milioni di metri cubi di questo minerale, vale a dire circa 60 milioni di tonnellate per un controvalore di almeno 120 miliardi di euro. E forse non è un caso che la richiesta di far entrare il territorio del comune di Urbe all’interno del Parco sia in giacenza sulle scrivanie di Regione Liguria dal lontano 2017, bloccata anche dalla legge del 2019 sul riordino dei parchi liguri poi bocciata dalla Corte Costituzionale nel luglio 2020.

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    Ufficialmente, dopo aver concesso “attività di indagine” a pochi metri dai confini del ‘Global Geopark’ Beigua, la più vasta area naturale protetta della Liguria, la Regione ha dichiarato che non c’è alcuna volontà di autorizzare opere di scavo né tanto meno cave o miniere di titanio nell’area. Eppure, in 26mila hanno sottoscritto una petizione con la quale chiedono alla giunta regionale di dare un seguito politico e concreto alle parole, e oltre trecento persone hanno attraversato nella giornata di domenica diversi sentieri sui monti del territorio di Urbe (Savona). Motivo di preoccupazione è l’autorizzazione che gli uffici della Regione hanno concesso alla CET (Compagnia Europea per il Titanio) per perlustrare la zona ai confini del parco naturale per “valutare la distribuzione e definire le concentrazioni delle mineralizzazioni di rutilo”, forma minerale del titanio che riveste particolare interesse economico.
    “Lo scorso febbraio l’assessore regionale all’ambiente Marco Scajola ha dichiarato che, dei 450 ettari dove questa società ha richiesto di intervenire, ne sono stati concessi poco più di 200, proprio nell’area del nostro Comune – spiega il sindaco di Urbe Fabrizio Antoci -. In seguito alla sollevazione degli enti locali e della cittadinanza ha dichiarato che, per risolvere il problema, sarebbe sufficiente far richiesta di entrare anche Urbe all’interno dell’area Parco, Zona Speciale di Conservazione tutelata dalla legge. Quello che però omette è che noi, questa richiesta, l’abbiamo fatta nel 2017, e pur avendo tutte le carte in regola ancora aspettiamo”.
    Malgrado le dichiarazioni, in questi mesi non è stato fatto alcun passo avanti per l’inserimento di Urbe nell’area del Parco: “Sappiamo che ci sono grossi interessi economici e per questo riteniamo che questo atteggiamento ambiguo sia voluto, sembra che la politica non voglia prendersi nessuna responsabilità”.
    Per fare pressione sulle istituzioni, ma anche per iniziare a presidiare fisicamente il territorio, Legambiente assieme ad Agesci Liguria, Fridays for Future, l’Ente Parco, i comuni del comprensorio e altre associazioni ambientaliste, ieri hanno percorso i sentieri nei territori del Beigua dandosi appuntamento nell’area della base scout ‘il Rostiolo’, a Vara Inferiore: “Non pensiamo siano sufficienti conferenze o petizioni online – spiega il responsabile regionale dell’Agesci Lorenzo Capelli – facciamo educazione e sappiamo quanto sia importante la partecipazione attiva per difendere i beni comuni e l’ambiente. Siamo 6.500 e abbiamo forti interessi in questi territori perché qui abbiamo una base regionale e sono luoghi privilegiati per la nostra proposta educativa, crediamo sia essenziale sporcarsi le mani in questa battaglia, che è quella per un’ecologia integrale per il benessere di tutti contro gli interessi economici di pochi”.
    “Regione Liguria ritiri il permesso di ricerca concesso alla CET ascoltando il territorio ed evitando strascichi nei tribunali amministrativi – aggiunge il presidente di Legambiente Santo Grammatico, che ha animato la conferenza stampa al termine delle camminate – si faccia entrare Urbe nel Parco del Beigua garantendo così la tutela di questi territori dallo sfruttamento insostenibile che porterebbe l’apertura di una cava per estrarre titanio”.
    Se le ipotesi di estrazione del titanio si ripropongono, periodicamente, da 45 anni, è perché sotto un ammasso di rocce del Bric Tariné, tra Urbe e Sassello, si troverebbe uno dei più importanti giacimenti a livello mondiale di rutilo, da cui si ricava il titanio. L’estrazione comporta elevati rischi ambientali e sanitari, oltre a porre il problema dello smaltimento del 95% di materiale sbancato, ma se fossero confermate le stime più recenti, le tonnellate di rutilo presenti nei monti del Beigua potrebbero essere intorno ai 60 milioni. Traducendo in termini di interessi economici, le ultime stime riportano un controvalore di almeno 120 miliardi di euro. Per la concessione la Regione potrebbe incassare ogni anno circa 500 milioni di euro.
    È chiaro che se queste cifre venissero confermate, visto che si tratta di stime che circolano con carenza di fonti indiscutibili, gli ambientalisti temono di trovarsi soli in questa battaglia contro la cava che, per ora, vedrebbe al loro fianco tutti gli enti locali, le opposizioni in regione ma addirittura (sebbene in contraddizione tra parole e fatti) la stessa Giunta. Per questo chiedono che la risposta della Regione sia politica e arrivi ora, “chiuda le porte alla possibilità di speculazioni nel comprensorio del Beigua” e “non attenda furbescamente le stime aggiornate che potrebbe produrre la CET per ottenere ulteriori autorizzazioni”.
    Per avere ulteriori delucidazioni abbiamo tentato, invano, di contattare questa “Compagnia Europea per il Titanio”, con sede a Cuneo, ma sembra impossibile trovare contatti, irreperibilità confermata dagli enti locali: “Nessuno lì ha mai visti né siamo mai riusciti a contattarli per avere maggiori informazioni – spiega il sindaco di Urbe, che pure rischia di vederseli girare per il territorio a effettuare le loro indagini – non nascondiamo che anche questa totale mancanza di trasparenza è un ulteriore motivo di inquietudine”.

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