A Maria Chiara Pesenti è stato recentemente assegnata (ex-aequo con Miriam Rubeis) la menzione speciale del Premio Marcello Meroni 2025, con la seguente motivazione:
Maria Chiara Pesenti
Bergamasca di San Pellegrino Terme, massoterapista di professione, ha una storia personale di forte resilienza e rinascita che ha trovato senso nella cura di Sussia, luogo fragile e “marginale” da cui provengono le sue radici ed al quale ha scelto di dedicare il suo tempo libero anche al di là dell’associazione “Amici di Sussia” che presiede. Con costanza e discrezione, spesso armata di motosega o decespugliatore, ripulisce sentieri e collegamenti tra le case, incontra gli anziani ex residenti, raccoglie memorie e le trasforma in patrimonio condiviso. Costruisce un modo nuovo di abitare la montagna e invita a viverla senza consumo, con passo lento e cuore aperto, regalando a chi arriva lassù non solo paesaggi ma esperienze autentiche.
Con dedizione e discrezione trasforma un borgo fragile in luogo di memoria, comunità e accoglienza. Il suo impegno volontario unisce solidarietà, cultura alpina e originalità, intrecciando cura del territorio, raccolta di memorie e promozione di un turismo gentile e sostenibile. Dimostra come anche le montagne marginali possano diventare spazi vivi, generare legami autentici, riscoprire tradizioni e ispirare rispetto, appartenenza e speranza nelle nuove generazioni.
La solitudine di Sussia
di Chiara Pesenti
Sono Chiara Pesenti, e abito fra i silenzi e i boschi di Sussia, una piccola frazione di mezza montagna della Valle Brembana che vive sospesa tra il rumore del fondovalle e il respiro lento dei boschi. A questa realtà dimenticata il 7 febbraio 2024 è stato dedicato un bellissimo articolo firmato da Erica Balduzzi.
Leggendo un articolo sulle GAE, le Guide Ambientali Escursionistiche, ho sentito il bisogno di scrivere. Non per polemica, ma per condivisione. Non volevo affidare la mia voce ai social, alle tastiere frettolose e ai giudizi sommari: ho scelto la via più antica e sincera, quella della lettera. Che belle le parole di Mauro Delgrosso! Le ho sentite vere, quasi mie.
Quassù, a Sussia, dicono spesso che “non c’è nulla”. Ma io ogni giorno scopro qualcosa che vale: un fiore che sboccia dove nessuno guarda, un suono di vento che cambia stagione, una pietra che racconta più di mille libri.
Credo di essere l’unica autoctona che ha pagato per partecipare a visite guidate lungo i propri sentieri. E l’ho fatto con gratitudine, perché ascoltare chi cammina e sa raccontare la montagna è sempre un dono, ed ogni volta, ogni anima più aiutare a scorgere nuovi dettagli.
Eppure, pur condividendo le parole di Mauro, ho sentito il bisogno di fermarmi a riflettere sul mestiere delle guide e su come, a volte, insieme alla burocrazia e alla politica dimentichino il cuore dei territori.
Sussia è raggiungibile da qualche anno grazie a una strada agrosilvopastorale che ha permesso di salvare qualche casa e poco più. Siamo fra gli 850 e i 1.100 metri di quota, sulle alture del famoso paese termale di San Pellegrino Terme, all’inizio della media Valle Brembana. È la cosiddetta montagna di mezzo: quella senza vette spettacolari, ma con un’anima profonda.
Eppure, nel linguaggio turistico, è quasi invisibile. Gli escursionisti cercano le cime dell’Alta Valle, e proprio lì lavorano gli Accompagnatori di Media Montagna (AMM) che raramente scendono fin qui o provano interesse per questi luoghi.
I nostri boschi, i prati rinati, i muri a secco che ancora resistono non fanno notizia.
In Lombardia, le GAE sono state confinate da una norma che sembra scritta da chi non conosce la montagna: possono accompagnare solo fino a 700 metri o lungo percorsi “turistici”. Un limite assurdo, se pensiamo a quanti luoghi come il mio vivono proprio in questa fascia di quota, fragile e bellissima.
Così, per passione e per amore di Sussia, collaboro con tutti — AMM, GAE, associazioni, gruppi CAI — ma senza tutele, senza un riconoscimento, senza un reddito.
Eppure, quando una guida porta quassù un gruppo, se i sentieri sono puliti, i cartelli al loro posto e se c’è qualcosa di vero da raccontare è grazie all’“indigeno”.
La politica locale, purtroppo, non si accorge o non è interessata sinceramente a queste cose. Sussia non porta né voti, né soldi.
Intanto, quassù, la vita resiste. Ma resiste in silenzio. Io stessa ho imparato a resistere. Mi sono sposata a vent’anni e a trenta ero già vedova, con quattro bambini piccoli.
La montagna, Sussia, è stata la mia terapia: i boschi e il loro respiro mi hanno insegnato la pazienza, il ritmo lento della rinascita, la forza delle radici. Sussia mi ha salvata. Ma oggi sento che non basta più l’amore per tenerla viva.
Con l’amore non si pagano le bollette o il mutuo.
Ora che i figli sono più grandi, sto cercando lavoro, e il mio sogno sarebbe poterlo fare restando a Sussia: per avere tempo di curare i sentieri, accogliendo visitatori, raccontando la storia di chi, come me, non se n’è andato, ed ha scelto di restare. Ma non esiste una figura che lo permetta.
Il corso per diventare AMM richiede prove fisiche e tempi che non sono per tutti. Io non cerco la vetta più prestante: cerco lo sguardo più profondo.
E i corsi GAE, in Lombardia, non si fanno. Bisogna andare in Emilia-Romagna, studiare su ambienti lontani. Certo, un faggio è sempre un faggio, qui o a Parma, ma qui ogni albero ha un nome, una leggenda, una storia.
Più volte ho visto guide organizzare uscite “a casa mia”. Si parte da altri paesi, si ottimizzano i posti in auto, si sale fin dove si può con l’auto e da lì, si cammina si ascoltano i racconti. Alla sera le auto ripartono, la guida fattura, i partecipanti tornano felici.
E Sussia? Il territorio? Resta sola. Resta qualche foto sui social, un tag su Instagram, e poi il silenzio di nuovo.
Io non ho bisogno né di un grazie né delle mance per fingere di contribuire all’acquisto della miscela per il decespugliatore o per la motosega. Vorrei che il lavoro di chi tiene vivi i luoghi venisse riconosciuto come valore, non come folklore.
Vorrei che si trovasse il modo per permettere a chi abita le montagne di mezzo di restare, di fare della cura del territorio un mestiere dignitoso, o almeno di poter lavorare online, per dedicare ai luoghi il tempo che non si passa nel traffico o ad aspettare che trascorra il tempo della pausa pranzo (troppo lungo per essere produttivo ma troppo corto e dispendioso per poter tornare a casa). Vorrei si potesse trovare il giusto equilibrio, perché il territorio non sia sfruttato oltre il giusto per il dio soldo.
Se un giorno dovrò scendere non più solo a valle per lavorare, ma anche più lontana so che lascerò qui un vuoto. E con me se ne andrà anche un pezzo di memoria, di voce, di vita.
Perché, come disse qualcuno già più di vent’anni fa “quando le donne se ne vanno, la montagna muore”.
Pochi giorni fa, chiacchierando con Gianni, l’unico abitante ufficiale della frazione, alla mia domanda su come veda il futuro di Sussia la risposta è stata un triste sospiro e a bassa voce ha detto: “Quando morirò diventerà un cumulo di macerie avvolte da rovi e bosco”. No, io continuerò ad impegnarmi perché questo non succeda.
Con gratitudine, speranza e scusandomi per lo sfogo
Chiara Pesenti



Capisco la realtà di questa donna, ma credo che debba essere lei stessa a riconoscere valore a quel che fa, senza riconoscimenti da parte di altri. E se vuole restare, è lei stessa a dover cercare o creare una qualche occupazione che valorizzi il proprio operato e il proprio territorio. Recentemente sono stata a Caccamo, dove un uomo vive grazie al suo lavoro di guida locale presso il castello.