Il gentle parenting sta facendo danni?

È il metodo educativo più in voga, ma anche il più criticato: il gentle parenting mette in primo piano il rispetto e i bisogni emotivi del bambino, ma secondo i suoi detrattori è la causa della maleducazione (e non solo) dei giovanissimi. Cosa c’è di vero in queste critiche?

Il gentle parenting sta facendo danni?
(intervista a Katty Ciarallo)
di Giulia Mattioli
(pubblicato su repubblica.it/culture il 9 maggio 2026)

“Il ‘no’ è diventato una parolaccia nell’educazione dei figli”. “La mancanza di disciplina sta trasformando mia nipote in una mocciosa viziata”. “Il gentle parenting è da incolpare per la violenza nelle scuole primarie?”. Titoli così, corredati da una valanga di commenti online, stanno alimentando un dibattito sempre più acceso sul metodo educativo noto come gentle parenting, diventato popolare nell’ultimo decennio. Secondo i critici, questo approccio renderebbe i ragazzi meno capaci di autoregolarsi, più insofferenti alla frustrazione e più oppositivi. In una parola: più maleducati.

Il gentle parenting – anche chiamato disciplina dolce o educazione rispettosa –è un approccio che si basa su empatia, rispetto e connessione emotiva tra adulto e bambino. È nato in contrapposizione all’autoritarismo, e si inserisce nel più ampio cambiamento culturale che, soprattutto dalla seconda metà del Novecento, ha rivalutato l’infanzia come fase fondamentale dello sviluppo umano. Influenzato dagli studi di psicologia dello sviluppo e dell’attaccamento, questo approccio riflette una società più attenta ai bisogni emotivi, ai diritti dei bambini e alla qualità delle relazioni familiari.

Una parte della sua diffusione è legata alla forte presenza sui social, dove educatori, psicologi e genitori condividono consigli ed esempi pratici tramite contenuti che sono spesso molto semplificati per essere facilmente fruibili. Questa operazione che ha reso il gentle parenting estremamente popolare, ma anche molto esposto a fraintendimenti: estrapolato dal suo contesto teorico, può apparire come un invito a non dire mai ‘no’ o a evitare qualsiasi conflitto.

Inoltre, la disciplina dolce viene percepita da molti genitori come difficile da mettere in pratica: richiede tempo, coerenza e una forte regolazione emotiva da parte dell’adulto, risorse che non sempre sono disponibili nella quotidianità. Non è raro che di fronte ai consigli degli esperti ci si senta inadeguati o confusi, tanto da chiedersi quanto sia utile seguire le regole di un metodo educativo che sarà anche ‘gentile’ con i bambini, ma mette ansia ai genitori.

Cosa c’è di fondato in queste critiche? Il gentle parenting sta davvero creando scompensi in una generazione – sia di bimbi che di adulti? Lo abbiamo chiesto a Katty Ciarallo, pedagogista esperta in sostegno alla genitorialità.

Il gentle parenting alla prova della pedagogia
Innanzitutto, come definirebbe quello che viene chiamato gentle parenting o disciplina dolce?
“Sono termini ombrello che oggi raccolgono approcci diversi tra loro, e questa è già parte della confusione. In senso generale indica un’educazione rispettosa dei bisogni emotivi del bambino, che rinuncia alla coercizione e alle punizioni umilianti, e che prova a fondarsi su relazione e dialogo. Significa educare senza usare la paura come leva e senza confondere l’obbedienza immediata con una vera maturazione emotiva e relazionale. E fin qui non c’è nulla di problematico, anzi. Il punto è che non si tratta di una metodologia unica, strutturata e definita in modo rigoroso: è più un’etichetta culturale. E come tutte le etichette, viene riempita di significati diversi a seconda di chi le usa”.

C’è un crescente allarme sul fatto che questo stile educativo stia producendo effetti negativi. Alcune testate e figure molto seguite sostengono che possa portare a una minore capacità dei bambini di gestire frustrazione, limiti e conflitti. Dal suo punto di vista si tratta di una lettura corretta?
“Direi che è spesso una semplificazione mediatica. Il problema non è l’educazione rispettosa in sé, ma cosa si intende con quel termine e come viene tradotta nella quotidianità. Se rispetto significa assenza di limiti, paura di contrariare il bambino, negoziazione continua o rinuncia al ruolo di guida dell’adulto, allora sì, possono emergere difficoltà importanti. Ma quello non è gentle parenting nel senso più serio del termine: è spesso permissivismo, stanchezza o disorientamento educativo. Capisco perché l’allarme esista, perché alcuni segnali nei bambini sono reali e non vanno negati. Però attribuirli in blocco a un approccio educativo è troppo semplicistico”.

Secondo lei le difficoltà nella gestione della frustrazione nei bambini di oggi sono realmente aumentate come spesso si sente dire?
“Oggi siamo molto più attenti al benessere emotivo dei bambini, comprendiamo meglio i loro comportamenti e accettiamo meno modalità educative che in passato tendevano a spegnere certe espressioni emotive, spesso attraverso la paura. Questo può dare l’impressione che il problema sia nuovo, quando prima era solo meno nominato. Allo stesso tempo il contesto in cui crescono i bambini è cambiato davvero: meno noia, meno attesa, meno tempi morti, più stimoli rapidi, più adulti sotto pressione, meno occasioni spontanee di allenarsi alla frustrazione. È chiaro che tutto questo abbia un impatto reale sulla regolazione emotiva”.

Alcuni insegnanti ed educatori riportano un aumento di comportamenti problematici nelle scuole dell’infanzia e nelle elementari, collegandolo a una maggiore difficoltà dei genitori nel porre limiti. Quanto è plausibile questa interpretazione?
“È plausibile, ma non sufficiente. Molti genitori oggi faticano maggiormente a sostenere il ruolo educativo con fermezza e continuità: porre limiti richiede energia, presenza, coerenza e regolazione emotiva, risorse che tante famiglie sentono di avere sempre meno. C’è poi un altro aspetto da considerare: molti adulti stanno cercando consapevolmente di non replicare modelli ricevuti basati su autoritarismo, minacce o umiliazione. Il problema è che sapere cosa non fare non significa automaticamente sapere cosa fare. Spesso si scivola nell’opposto, che se vogliamo è altrettanto problematico in quanto porta a lassismo e assenza di limiti. Poi esiste il contesto più ampio: ritmi frenetici, stress economico, solitudine, schermi introdotti troppo presto, reti di supporto insufficienti e scuole spesso già sovraccariche. Il comportamento del bambino nasce quasi sempre dall’intreccio tra ciò che accade in famiglia e ciò che accade intorno”.

Evitare il ‘no’ è spesso associato al gentle parenting: esiste il rischio che questo riduca la capacità dei bambini di tollerare limiti nella vita adulta?
“Sì, se il ‘no’ viene davvero evitato in modo sistematico. Ma questo è uno degli equivoci principali. Un’educazione rispettosa non è un’educazione senza limiti. È un’educazione che pone limiti in modo diverso: con prevedibilità, chiarezza, calma, coerenza, e senza umiliare. Il limite resta, cambia il modo in cui viene comunicato e sostenuto. Un bambino che non incontra mai un ‘no’ fermo e affidabile rischia di non allenare la tolleranza alla frustrazione, la capacità di attendere e di autoregolarsi. I confini, se sani, non schiacciano il bambino: lo aiutano a crescere”.

Nella sua esperienza professionale riscontra davvero maggiore maleducazione nei bambini di oggi rispetto al passato?
“Preferisco non usare la parola maleducazione, perché spesso colpevolizza il bambino invece di leggere cosa c’è sotto. Quello che osservo più frequentemente è una maggiore difficoltà nella regolazione emotiva, una minore tolleranza all’attesa, una forte reattività quando arriva un limite inatteso e, in alcuni casi, comportamenti oppositivi. Ma questi non sono difetti morali: sono segnali che parlano dell’ambiente in cui quel bambino cresce, delle relazioni che vive, del livello di stress intorno a lui e di quanto abbia potuto fare esperienza del limite in modo stabile e sicuro”.

Non c’è ancora un solido supporto scientifico a favore o contro il cosiddetto gentle parenting. Perché dovremmo fidarci di questo metodo?
“È una domanda legittima, e apprezzo che venga posta. Il gentle parenting come etichetta pop non corrisponde a un metodo unitario con una letteratura scientifica specifica e coerente. Per questo io invito sempre a non innamorarsi delle etichette. Quello che invece ha basi molto solide sono la teoria dell’attaccamento, la neurobiologia dello sviluppo, gli studi sulla regolazione emotiva e sull’autorevolezza educativa. Tutti ci mostrano l’importanza di un adulto presente, regolato, capace di sintonizzarsi emotivamente e di porre limiti rispettosi. Anche il Metodo CALMA™ che ho sviluppato nasce da queste fondamenta (il 19 maggio esce per edizioni Piemme il libro che la dottoressa Ciarallo ha dedicato al suo metodo, intitolato Genitori che restanondr). Non si tratta di fidarsi, ma di guardare a ciò che sappiamo sullo sviluppo dei bambini”.

Tra le principali critiche a questi approcci educativi c’è anche l’idea di una pressione eccessiva e irrealistica sui genitori. Che ne pensa?
“È una critica che condivido in parte. Esiste oggi una narrativa del genitore perfetto: sempre paziente, sempre presente, sempre regolato, sempre capace di dire la cosa giusta. Questa è una richiesta irrealistica e spesso crudele, che produce più senso di colpa che competenza. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo cadere nell’eccesso opposto e assolvere del tutto l’adulto. Essere genitori comporta una responsabilità reale: lavorare su di sé, interrogarsi, chiedere aiuto quando serve, imparare strumenti nuovi e offrire ai figli una guida sufficientemente stabile. I bambini non hanno bisogno di adulti impeccabili, ma solidi, capaci anche di sbagliare, riconoscere l’errore e riparare.”

Quanto pesa nella percezione comune la confusione tra educazione rispettosa e permissivismo?
“Moltissimo. È probabilmente una delle fonti principali di confusione nel dibattito pubblico. Rispettare il bambino viene spesso tradotto in dargli ragione sempre, non farlo soffrire mai, evitare ogni frustrazione. Ma il rispetto autentico include anche il ‘no’, il limite, la delusione contenuta da un adulto presente. Un genitore che non pone confini non sta necessariamente rispettando il figlio: spesso sta evitando il conflitto. E i bambini questa differenza la sentono molto bene”.

Possiamo dire dunque che il problema non è il principio educativo in sé ma il modo in cui viene interpretato e applicato?
“Sì, spesso è così. Direi che è una delle situazioni più frequenti che incontro nel mio lavoro con le famiglie. Il principio di fondo è valido. Il problema nasce quando viene applicato senza una struttura, senza strumenti e senza chiarezza sul ruolo del genitore. Così si trasforma in negoziazione infinita, adulti che si giustificano per ogni limite posto e paura costante di traumatizzare il figlio. Però ecco, qui non si sta più parlando di rispetto, bensì di disorientamento educativo”.

Se dovesse riassumere, qual è l’equivoco più grande su questi approcci educativi?
“L’equivoco più grande è pensare che educare senza violenza significhi educare senza fermezza. Sono due cose completamente diverse. Si può essere molto chiari, molto solidi e profondamente rispettosi allo stesso tempo”.

Qual è invece il principio più valido da salvare?
“Che il cambiamento educativo passa prima dall’adulto che dal bambino. Quando il genitore cresce in consapevolezza, regolazione e chiarezza, il sistema familiare cambia. Non è un caso che molte famiglie arrivino da me portando come ‘problema’ il figlio e scoprano poi che, lavorando soprattutto sui genitori, cambia anche il figlio”.

Quando si parla di educazione emerge spesso il confronto con il passato: ‘ai miei tempi si faceva così e siamo cresciuti bene lo stesso’…
“Comprendo questa narrazione, e non la giudico. Spesso nasce dal bisogno legittimo di difendere la propria storia e una generazione che ha fatto del suo meglio con gli strumenti che aveva. Ma la frase ‘siamo cresciuti bene lo stesso’ merita una domanda che può sembrare scomoda: bene rispetto a cosa? Molti, troppi adulti portano ancora le conseguenze di un’educazione che non nominava le emozioni, che usava la paura come leva di controllo o che confondeva l’obbedienza con l’essere dei bravi bambini. Non si tratta di colpevolizzare il passato, ma di usare ciò che oggi sappiamo per fare un passo in avanti.

Secondo lei ci sono elementi validi da salvare dai modelli educativi più tradizionali?
“Assolutamente sì, ci sono elementi preziosi da salvare, come la chiarezza dei ruoli, per esempio: l’adulto è l’adulto e il bambino è il bambino. Poi abbiamo la continuità, la coerenza, il valore dell’impegno, l’idea che il limite faccia parte della vita e non sia una forma di violenza. Quello che invece andrebbe superato non è tanto il messaggio, ma il mezzo con cui spesso veniva trasmesso: paura, umiliazione, punizione come strumento di controllo, silenzio emotivo. Quindi la vera sfida oggi non è scegliere tra vecchio e nuovo, ma integrare il meglio di entrambi”.

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8 Comments

  1. says: bruno telleschi

    Nella scuola italiana i danni maggiori sono stati provocati dalla demagogia che ha ostacolato qualsiasi forma di disciplina: gli alunni che non imparano a obbedire diventano uomini pericolosi per tutta la società.

  2. says: Carlo Crovella

    E’ vero: società indisciplinata, ergo maleducata, per colpa dei genitori, ma non solo. Quando ho frequentato le elementari (seconda metà anni Sessanta), eravamo in classe categoricamente entro le ore 8.00 e, quando entrava la maestra, ci alzavamo tutti in piedi a dire: “Buongiorno signora maestra”. Se ci azzardavamo a ribellarci a questa prassi, dai genitori ci arrivava un ceffone, altro che comprensione. Invece oggi i genitori vanno a litigare se non a fare a botte con gli insegnanti “perché mobbizzano i loro figl”. E’ anche da questi particolari che si impara l’autodisciplina e quindi l’ “educazione” verso gli altri e verso le istituzioni (come la scuola ecc).. Negli ultimi decenni si è assistito a un rapporto di amicizia fra genitori e figli (in particolare fra padri e figli, risvolto che meriterebbe una specifico approfondimento) e il risultato è che i figli sono venuti su senza il senso della disciplina, quindi senza il senso di auto-regolamentazione verso la società e verso gli altri. Il risultato è l’indisciplina generale della componente più giovane della società (direi dai 30-35 anni in giù), con fenomeni ingovernabili fra gli adolescenti (come le baby gang) che poi portano inevitabilmente a varare leggi repressive come l’ultima sulla punibilità d’ufficio dai 14 anni in su. Il vulnus è nei genitori di oggi che non fanno più i genitori. Educare significa insegnare a comportarsi (cioè insegnare a recepire delle regole che poi restano per tutta la vita) e non rendere felici i figli a prescindere dalle regole.

  3. says: Luisa

    Io sono classe ’95 e credo di essere stata cresciuta in un modo che potrebbe essere definito “gentle parenting” prima che diventasse di moda questa etichetta anglicizzata da social media. Mai ricevuto nessun ceffone, mai umiliata, mai bacchettata, mai messa in ginocchio sui fagioli. Eppure i miei genitori sono stati capaci di insegnarmi il rispetto per il prossimo, per le regole e per le autorità, la cortesia, la pazienza, e ad accettare il “no”, ma anche il rispetto per me stessa, a pensare con la mia testa, e a non dipendere dall’approvazione degli altri. Tutto senza mai alzare un dito su di me, senza usare la paura o punizioni umilianti. E non sono mica psicologi, non sono nemmeno laureati. Forse mia madre ha letto qualche libro di pedagogia per nuovi genitori prima che nascessi, tutto qua. Quindi se ci sono riusciti loro, può riuscirci chiunque, basta un minimo di intelligenza emotiva, pazienza, fermezza, coerenza. Tutte qualità che un adulto dovrebbe verificare di aver sviluppato prima di diventare genitore a caso.

  4. says: Bobby

    Allora perche’ gran parte dei bambini / ragazzini e’ allergica a un semplice “no” ?

  5. says: Alberto

    Luisa, sono del ’61. Ho conosciuto il termine “gentle parenting” da questo articolo. Anche i miei genitori, classe 1931, non mi hanno mai dato ceffoni, umiliato, bacchettato e messo in ginocchio sui fagioli, quasi mai detto di NO, ed erano commercianti ambulanti con 5° elementare e poco presenti a casa.
    Ma i NO, i ceffoni, le umiliazioni e altro ho incominciato a riceverle quando uscivo di casa e andavo in ” SOCIETA’ “, nel mondo. Ed è quello che ricevo ancora adesso a 64 anni e con le armi un pò spuntate.
    I miei genitori non mi hanno mai fatto da guardaspalle, avvocato difensore, sponsor. Mai allora, meno che meno adesso che sono abbondantemente morti.
    Non ho avuto figli, non so come si fa il genitore.

    ” L’uomo nasce per vivere e non per prepararsi alla vita.”
    Da: “Il dottor Zivago” , di B. Pasternak

  6. says: Carlo Crovella

    Io sono del ’61, quindi sono un boomer alla grandissima. Ho ricevuto un’educazione severa, ma assolutamente non umiliante (mai ceffoni umiliazioni ecc) e cmq in un clima di affetto, ma impartita a farmi incamerare una profonda autodisciplina, che poi comporta il rispetto verso gli altri e verso le istituzioni. Ho dei figli più o meno coetanei di Luisa (quindi ora adulti): mia moglie ed io abbiamo impartito una analoga educazione, molta serena, ma improntata all’auto disciplina. Il gentle parenting di cui si discute non è quello aureo citato da Luisa, ma quello morboso, incentrato su genitori che voglio essere “amici” dei figli, che li abituano a fare ogni cosa passi loro per la testa (il contrario dell’autodisciplina) e che anzi si comportano da guardia spalle quando qualcuno “osa” giudicare i figli anche dove ciò avviene legittimamente (il caso tipico è quello dei genitori che aggrediscono verbalmente, ma a volte anche venendo alle mani, i professori che hanno dato 4 ai loro figli…). Questo lassismo è molto deleterio, è come un cancro sociale perché i giovani che crescono in tale lassismo non recupereranno mai più il senso dell’autodisciplina. Saranno quindi dei pessimi adulti e (se avranno figli) dei pessimi genitori, ampliando il male che si portano dietro.

  7. says: Alberto

    Saranno quindi dei pessimi adulti…???
    Abbiamo visto pochi giorni fa in Thailandia, chi e come saranno i futuri dirigenti INPS.
    Ma avevamo già visto a capodanno a Crans, chi e come saranno i futuri avvocati, medici, professionisti e faccendieri vari, da bottiglie di champagne e vodka a 300 CHF a 16 anni alle 2 di notte.
    Tali e quali ai genitori!!! Con casa a Crans da 20.000 CHF/metro quadro. PAGATA CASH !
    Ma in Thailandia non si andava per turismo sessuale?
    Adesso ci si va in gita scolastica a 16 anni?
    Io nel ’79 in 4° sup. sono andato a Roma!
    In pulmann!
    Nel convitto delle suore!

  8. says: Barry

    In mia figlia rivedo la consapevolezza interiore che ho sempre posseduto, come un dono. Trovi conforto pace e concentrazione dentro te stesso nel pieno di una “bufera casalinga”, oppure in classe in piena rivolta studentesca riesci ad estraniarti e a disegnare con mano ferma. La consapevolezza che la strada giusta te la devi trovare da te ed è importante prima di tutto per te stesso/a se agisci senza recare fastidio ad altrui. E in fondo a questo ideologico serbatoio di decompressione un ristagno sempre più spesso ed oleoso di misantropia, che tutto debba essere sempre più ostile e chiassoso, e che si debbano sempre anglicizzare i termini, come ha giustamente detto la Luisa. Ecco perché la montagna è così importante per me, mio padre mi ha invitato a cercare la ricchezza nelle cose di più naturali ma non gratuite.

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