Il mio Ironman
di Bob Babbitt
(pubblicato sulla pagina fb LaBagarre il 23 gennaio 2025)
È successo 45 anni fa, domenica 12 gennaio 1980. Quello è stato un giorno che ha cambiato per sempre la mia vita. Eravamo in 108 sull’isola di Oahu (Isole Hawaii) per tentare la terza edizione dell’Ironman. Dico tentare, esatto: allora l’Ironman non era ancora un vero e proprio sport, era piuttosto una sfida che si disputava annualmente in cui ogni atleta si metteva totalmente in gioco. Il punto era: sarò in grado, io, di portare a termine questa cosa? Sia nel 1978 che nel 1979 l’evento aveva attirato 15 partenti in tutto, 12 dei quali erano stati capaci di finire. Grazie a un’intervista e a un lungo articolo pubblicato da Sports Illustrated sul campione del 1979 Tom Warren, l’evento del 1980 aveva decuplicato il numero di iscritti.
Quel lontano giorno di gennaio oltre a me sulla linea di partenza c’erano il mio coinquilino e futura leggenda della Mountain Bike Ned Overend e altri personaggi celebri nell’ambiente degli sport di resistenza. C’era ad esempio il leggendario direttore di gara della maratona di Boston Dave McGillivray, il campione in carica vincitore della edizione del Ironman 1978 Gordon Haller, e il campione del 1979 Tom Warren. A partecipare eravamo tutti appassionati di sport, di ciclismo, di corsa e di sfide un po’ pazze.
Io arrivai a Oahu ma non avevo neanche idea di cosa mi aspettasse esattamente e la fotografia qui sopra lo testimonia chiaramente. Al momento dello scatto avevo appena finito di nuotare per 3,8 km di nuoto e stavo per cominciare a pedalare per 180 chilometri.
Sono d’’accordo con voi, il mio look è imbarazzante ma era il 1980, nessuno sapeva esattamente come vestirsi per una prova del genere. Dave Scott, che vinse la gara, indossava quel giorno un costume da bagno, una canottiera di cotone e ai piedi per la maratona dei calzini tubolari da pallacanestro in spugna. I suoi genitori lo avevano seguito per tutto il percorso con una station wagon a noleggio, con una bicicletta di riserva legata sul tetto e bevande ghiacciate nel bagagliaio. Io ero lì da solo, per la gara dovevo sfangarmela per tutto il giorno.
La bicicletta era una Centurion, mi pare. Non so dirlo con certezza perché la scritta sul tubo obliquo si era cancellata. L’avevo comprata tre settimane prima di partecipare alla gara a un’asta della polizia per 75 dollari. La bici era scampata a un incendio mentre era legata fuori da un negozio a cui avevano appiccato fuoco, per questo era in mano alla polizia, perché per qualche motivo era stata sequestrata. Dopo l’acquisto, per prepararla alla gara avevo infilato sul manubrio, al posto del normale nastro usato per le bici da corsa, dei manicotti morbidi in gommapiuma. Al momento mi era sembrata una grande idea. Avevo cambiato anche la sella e aggiunto una foderina morbida in pelo di procione. Ve lo giuro, procione. Fissata sul manubrio avevo fissato una radiolina portatile, 180 chilometri sono parecchi da fare pedalando in solitudine. Pensavo che la musica mi avrebbe tenuto compagnia. La bici aveva anche un portapacchi posteriore che non avevo fatto in tempo a smontare, ma posso spiegare il perché era lì. Quando ero arrivato a Oahu per partecipare alla gara, il mio piano era questo: pensavo di nuotare per i 3,8 chilometri, poi percorrere 90 km in bici portandomi dietro il saccopiuma, accamparmi per qualche ora e dormire, ripartire al mattino presto percorrendo i restanti 90 km, e poi correre la maratona. Questa cosa di fare tutto in un giorno (tutti ne sembravano così convinti) aveva scombussolato i miei piani.

La mia bici era dotata anche di cavalletto e fari, perché non si sa mai cosa può succedere. Avevo anche fatto montare degli pneumatici in gomma piena. Lo ammetto: all’epoca non avevo la più pallida idea di come si cambiasse un pneumatico, quindi quella scelta mi sembrava un’ottima idea, anche per non dovermi portare dietro il necessario per il cambio, in caso di foratura. Sembrava di pedalare su delle ruote di legno ma pazienza, almeno sapevo che non mi sarei mai dovuto ritirare a causa di una foratura. Dio mio, quegli pneumatici erano fatti con una gomma così dura che avrebbero resistito anche a un attacco nucleare. Probabilmente nemmeno una bomba atomica sarebbe stata in grado di scalfirli. Purtroppo però per pedalare erano la cosa più scomoda e meno rotonda che uno può immaginare.
Passiamo al mio look, adesso: barba e capelli lunghi e incolti. Non credo che la barba fosse molto idrodinamica in acqua, era un po’ come avere una spugna bagnata attaccata al mento. Quando sono volato dagli Stati Uniti a Oahu però, la barba mi ha fatto divertire. Gordon Haller, il vincitore del primo Ironman della storia, nel 1978, aveva una barba scura e folta simile alla mia. Ero sull’aereo da San Diego a Honolulu e sul mio stesso volo c’erano un gruppo di Navy SEAL che a loro volta andavano alle Hawaii per prendere parte al terzo Ironman della storia. Io non li conoscevo, mai visti prima. Probabilmente per via della barba mi scambiarono per Gordon Haller – quel Gordon Haller, il leggendario primo vincitore dell’Ironman. Mi guardavano un po’ come per prendendomi le misure, ma non mi chiesero mai niente personalmente e non si presentarono per salutare o per scambiare due chiacchiere. Io non feci niente per chiarire l’equivoco o per presentarmi con il mio nome. La situazione era diventata abbastanza divertente e li lasciai nel loro brodo. Al ritiro bagagli – allora le biciclette non venivano imballate come si fa oggi – videro la bicicletta di quello che nella loro testa doveva essere il campione triatleta da battere, uno dei favoriti. Scrutavano ogni dettaglio della mia bici come se fosse stata quella di un campione del Tour de France. Coprisella in pelo di procione, radio, pneumatici di gomma piena, cavalletto, portapacchi, questo Gordon Haller doveva per forza sapere cose che loro non sapevano. Ripensare a quella scena mi fa ridere ancora oggi.

Il casco non era obbligatorio, in quelle prime edizioni. Io e Ned Overend in una uscita di allenamento pre-gara provammo a usarne uno da arrampicata senza fori per la ventilazione, lo stesso che usavamo in quegli anni per la mountain bike, però era impossibile tenerlo in testa per via del caldo. Dopo un quarto d’ora fummo costretti a levarcelo, se non volevamo svenire per un colpo di calore. La decisione fu quindi quella di usare per la gara un normalissimo cappellino da ciclismo Cinelli con la visiera girata all’insù.
Maglia in cotone a maniche lunghe, direi la scelta perfetta per le Hawaii. Metti che la temperatura fosse scesa sotto i 27°C nelle ore notturne, meglio essere preparati… Avevo cucito delle tasche sul retro della maglia, proprio come per le maglie da ciclismo, che a quell’epoca però erano ancora in lana. La scelta del cotone al posto della lana per le Hawaii sembrava azzeccata, a parte le maniche lunghe, che però mi sarebbe spiaciuto tagliare. Decisi di tenerle così, lunghe.
Per i pantaloncini optai per un modello in cotone grezzo con le tasche color kaki. Sì, avevo anche un leggero fondello in pelle di daino ma soprattutto confidavo nella mia arma vincente, il coprisella in vello di procione che mi sembrava un’idea geniale. Nella foto potete anche notare che i pantaloncini erano tenuti su da una cintura in pelle con fibbia in ottone, non lo so esattamente ma forse posso vantarmi di essere l’unico Ironman finisher della storia con una cintura in vita a tener su i pantaloni.
Il mio numero di pettorale era il 3. Anche i volontari in servizio per la gara mi scambiavano per Gordon Haller, a quel punto, non soltanto per via della barba. Non so con che criterio venissero distribuiti i numeri di gara, in quelle prime edizioni. Sospetto che il numero dipendesse dalla data di iscrizione, probabilmente i nomi dei partecipanti venivano scritti su una lista da qualche parte in ordine di arrivo e poi sempre in quell’ordine si assegnavano i numeri di gara. Io avevo mandato la mia quota di iscrizione quasi un anno prima (costo dieci dollari), forse ero stato uno dei primi a iscrivermi, non poteva esserci altra spiegazione.
Ai piedi avevo delle scarpe da tennis a suola piatta, che mi sembrava si adattassero perfettamente ai pedali a gabbietta. A quell’epoca i pedali Look a sgancio rapido ancora non erano stati inventati. Come calzini, avevo scelto dei tubolari in cotone da basket in spugna. Se andavano bene per Dave Scott, potevano andare bene anche per me.
La gara fu divertente, nonostante tutto. Ricordo che mangiai un sacco, avevamo tutti il terrore di morire di fame o qualcosa del genere. Io mangiai qualsiasi cosa mi venisse data: dolci, pane, degli hamburger di McDonald’s, un sacco di gelato e perfino delle patatine, varie volte lungo il percorso bici. Erano salate e andavano giù che era un piacere. In quelle prime edizioni dell’Ironman vigeva la regola che bisognava fermarsi e pesarsi più volte durante la gara, in alcune stazioni apposite. Se si perdeva più del 5% del peso corporeo iniziale, si veniva messi fuori gara. In uno dei punti di controllo a un certo punto della maratona risultò perfino che io ero ingrassato di 2 kg rispetto alla pesata iniziale del mattino. Devo essere un caso unico, l’unico atleta al mondo che facendo tutto quella attività fisica invece che perdere peso, era ingrassato. Mentre ero lì sulla bilancia la persona con il walkie-talkie che comunicava con la giuria ripeteva sconcertato il mio peso. Sentivo la voce di uno dei giudici di gara uscire dalla radiolina: “Potete pesarlo di nuovo, per favore? Ci deve essere un errore.” Non c’erano errori in effetti, la bilancia pesava correttamente. Ero ingrassato.
L’arrivo al traguardo al Kapiolani Park fu surreale. Pensavo che mi sarei trovato una banda musicale ad accogliermi e festeggiarmi. Mi immaginavo delle cheerleader, della gente che applaudiva e della musica, cose così. Non sapevo esattamente dove fosse il traguardo ma non dovevo essere lontano e mi trovavo ancora al buio pesto. A un certo punto davanti a me sull’asfalto c’era una linea tracciata con il gesso e sopra quella linea, una lampadina accesa attaccata a un filo elettrico.
“Ehi tu”, all’improvviso sentii una voce uscire da un cespuglio al buio alla mia sinistra, “Sei un partecipante della gara?’.
“Sì!”, risposi con orgoglio.
“OK. Hai finito”, furono le sue parole successive. Ero arrivato.
Niente musica, niente cheerleader, niente di niente. C’ero solo io e nemmeno qualcuno dell’assistenza, non c’era proprio nessuno. Evidentemente chi aveva seguito la gara durante il giorno si era stufato di aspettare. Arrivai 55° su 108 concorrenti partiti.
Capii immediatamente, comunque, che quella cosa chiamata Ironman mi aveva cambiato per sempre. Avevo portato a termine in un giorno qualcosa che non pensavo di poter fare. Da quel momento, in ogni frangente della mia vita, ogni volta che una situazione mi sembrava opprimente o difficile da superare, mi sono ispirato a quel giorno e a quel traguardo. Avevo trasformato l’impossibile in possibile. L’Ironman è proprio come la vita, è costellata di alti e bassi, e in gara devi aspettarti che possa succedere di tutto, nel bene e nel male. La chiave del successo in entrambi i casi, ho scoperto quel giorno di 45 anni fa, è semplicemente rimanere positivi e continuare ad andare avanti, un passo dopo l’altro, qualsiasi cosa succeda.


Bellissimi ricordi.