Per una nuova comfort zone
di Marrano
Ci sono luoghi con i quali l’uomo del passato sembra aver ingaggiato una sfida al limite dell’impossibile. Visti con gli occhi di oggi viene spontaneo chiedersi che cosa abbia spinto certe antiche comunità a depositare le proprie vite in equilibrio instabile lungo pendii remoti, inospitali quanto inaccessibili territori che in origine, per certo, non prevedevano la presenza dell’umano. Luoghi di rifugio a volte, transiti temporanei per sottrarsi a un pericolo o per un lavoro di fatica, ma diventati nel tempo dimora stabile per vite destinate all’estremo. Estreme per adattamento e per capacità di resistenza, o resilienza come va di moda dire oggi. Vite che non contemplavano neanche la sola idea di comfort o rigenerazione nella natura, a cui ci ha abituati a pensare l’ingannevole racconto della nostra epoca.
In Fazzoletti di terra, documentario deliziosamente straziante del maestro neorealista Giuseppe Taffarel – chi non lo conosce farebbe bene ad andarsi a documentare … – ci viene raccontata la vita agra e mortificante di una coppia arrampicata lungo i drammatici versanti impervi della Valbrenta. Una coppia tenuta in vita, se si può chiamare tale, da un fazzoletto di terra, appunto, faticosamente ricavato dalla montagna su un incerto terrazzamento. Una donna e un uomo puniti dalla vita, condannati a quella dimensione remota e impervia che li ha condotti, senza via di scampo, a una prematura vecchiaia, fatta di fatica e rassegnazione a contatto con la natura.
Eppure, da qualche tempo a questa parte, forse da dopo la lavanda gastrica del Covid, i luoghi remoti e impervi sembrano esercitare via via un fascino sempre maggiore su di un popolo outdoorsy, inconsapevolmente assuefatto dal comfort e dalla mistificazione. Video di vite “off the grid”, cioè fuori della griglia dei servizi urbani, si susseguono impietosi con racconti provenienti da tutte le latitudini. Scrittori affetti da embolia ambientalista si riscoprono figli del remoto, cercando rifugio nella montagna dura e minore, da cui liberare il proprio fragile lamento. Atleti del fine settimana puntano gli sci dritti verso il loro ultimo ripido canalone Instagram, mentre la vista di un antico maso, appeso a uno strapiombo della Val Venosta, esalta in modo uguale tanto la vivace fantasia di bioarchitetti in vena di sperimentazione, quanto lo spirito di temerarie famiglie neo-rurali, affascinate dall’idea di poter mangiare finalmente una patata senza pesticidi, cavata con le proprie (fragili) nude mani da una terra incontaminata, proprio perché lontana da tutto e da tutti.
Una seduzione che per alcuni diventa quindi richiamo fatale, che li spinge fino al punto del fatidico “ho deciso di cambiare vita”, mentre per altri si ferma alla pura contemplazione, a un sogno cullato che alimenta un desiderio estetico più che il vero bisogno di un’azione reale.
Sogno per sogno, quello che rimane e che ci fa riflettere è lo stupore che sempre ci pervade nel conoscere la storia di certi luoghi, di chi li ha realmente vissuti per necessità o perché in assenza di alternative, per contrasto a ciò che, il più delle volte, risulta essere il ridicolo epilogo di quanti, senza aver mai aver neanche sbucciato una patata comprata alla Coop, hanno deciso che quella sarebbe stata la loro “nuova vita”.
Una nuova vita cercata fuori dalla dimensione del comfort, per sfuggire a quella che con il tempo, il nostro tempo, ha trasformato per alcuni in una brodaglia insipida, dove il falso diventa ogni giorno sempre più indistinguibile dal vero. A cominciare proprio dall’idea stessa di vita nella natura, rappresentata dall’ennesimo spot come un comodo playground dove tutto è possibile, basta solo immaginarlo. Salvo poi ritrovarsi appesi a un fazzoletto di terra, in un luogo remoto e impervio, senza più via di scampo, neanche grazie al nuovo perfetto outfit PataGucci acquistato apposta per l’occasione.


Considero da sempre un grande errore separare la vita “civilizzata ” da quella rurale e semplice, in una parola: naturale. La vita è una sola con i suoi valori assoluti che tutti perseguiamo per sopravvivere. Arrivare all’esistenza off grid dopo una vita magari trascorsa in finanza e comprarsi la baita eco compatibile è meglio di niente ma a me ha sempre fatto tenerezza e anche un po’ pena.
È nei primi 4/5 anni di vita che un essere umano deve seguire quello che sente, a costo di andare contro tutti e tutto. Dopo, sono solo tentativi guidati dell’irrequietezza che non sempre portano a una vera serenità.