Traversata Adriatica-1

di Paolo Bursi, pubblicato su Ecochange in data 30 giugno 2020

 

Estate 2017. Mi rompo l’alluce durante una stupida gara di corsa ad ostacoli, fatta con intento ludico, più che sportivo. Nonostante l’incidente di percorso al 2° km riesco comunque portare a termine la corsa, percorrendo più di 10 km con questo costante dolore a livello del piede sinistro. Il giorno dopo la corsa vado a fare una partita di calcetto (non giocavo a calcetto da almeno 3 anni), pensando cocciutamente che basti ignorare il dolore per evitare di avere le ossa fratturate. La sera mi rendo conto che il mio alluce sinistro non è per nulla normale e, incoraggiato da mia mamma, vado a farmi una radiografia, che conferma una micro-frattura a livello articolare. La prognosi dell’ortopedico è decisamente negativa: almeno un mese fermo immobile, dolore all’alluce persistente per almeno un anno, con l’impossibilità di calzare una scarpetta d’arrampicata (che deve vestire qualche numero in meno). Inizialmente sconsolato, mi continuo ad allenare svogliatamente senza usare il piede; è proprio un peccato, avevo raggiunto un livello di forma notevole, questa proprio non ci voleva.

Decido di chiudere per qualche settimana con l’arrampicata – anche se poi, a distanza di un mese e mezzo dalla frattura, salirò la parete sud della Marmolada – e di dedicarmi ad un’attività che mi aveva sempre affascinato, ma di cui sono sempre rimasto ignorante: la vela. Inizialmente pensavo fosse uno sport di persone di alto rango che devono ostentare la propria ricchezza. Più mi addentravo nel mondo velico e più venivo a conoscenza della nobiltà della disciplina, nata e sviluppatasi non per persone viziate e viziosi, ma per persone bramose di avventura.

La Marmolada vista dalla Cengia dei Camosci. Foto: Paolo Bursi.

Sembrerà incredibile, ma le differenze che sussistono tra un arrampicatore (alpinista) ed un velista (d’altura) sono poche. Chiaramente l’attività è diversa, i movimenti e le competenze necessarie per queste due attività sono completamente all’opposto, ma il primum movens ed il fine ultimo sono quanto mai simili. Il tutto nasce dalla ricerca di avventura del singolo individuo e, come dice Y. Chouinard: “non è avventura finchè qualcosa non va storto”. In entrambe le attività è quasi impossibile che qualcosa non vada storto, solitamente si tratta di piccole cavolate, ma che permettono ogni volta di migliorarsi ancora. L’obiettivo è ovviamente raggiungere la destinazione, che però non è, come banalmente si può pensare, la vetta o il porto d’arrivo: la destinazione rappresenta il cammino del singolo nell’affermazione di sé stesso.

Esistono altre similarità tra la barca a vela e l’alpinismo; una fra tutti è la presenza delle cime che, mentre in arrampicata rappresentano il luogo a cui puntare, in barca rappresentano più semplicemente le corde. Sono molti i nodi che sono comuni nelle due attività: il “barcaiolo” degli alpinisti è chiamato però “parlato” dai marinai, il nodo a “otto” o “delle guide” è il “Savoia”, il “bulino” è la “gassa”. È verosimile che gli alpinisti abbiano “rubato” questi nodi ai marinai, per poi migliorarli per la propria attività.

Tornando a me, attraverso alcuni amici, uno con la barca (Mauro) e gli altri con la voglia di imparare questa arte (Bonnie e Cecio), ho dedicato molte giornate e serate alla vela in maniera da approfondire le mie conoscenze e diventare progressivamente più esperto in materia, fino a che verso metà estate non abbiamo deciso di frequentare il corso per prendere la patente nautica senza limiti dalla costa.

Inizia una nuova avventura.

Il corso consiste in due lezioni a settimana da ottobre fino a marzo/aprile, in base alla data dell’esame. Per mettere un po’ più di pepe a questa sfida, che altrimenti sarebbe stata troppo facile, abbiamo deciso di fare il corso tramite la Lega Navale Italiana (LNI) di Trento, dove avevamo conoscenze che ci avevano raccomandato il corso.

Ci impadroniamo di teoria e carteggio, sulla pratica inizialmente siamo titubanti, ma, dopo aver rotto il ghiaccio le prime volte, ci rendiamo conto di essere pienamente competenti per raggiungere il risultato prefissato: la patente nautica è nostra.

Come per tutti i brevetti o certificati, l’abilitazione a fare qualcosa fornisce la possibilità legale di eseguire l’attività, ma non la capacità.

L’estate 2018 ha sancito il grande passo nell’acquisizione della coscienza di sé sulla barca. Oltre alle uscite sul lago, abbiamo avuto la possibilità di andare per cinque giorni in Croazia con il nostro mentore numero uno (il Qualbico) e con il guru (Claudio, amico d’infanzia del Mauro). In ogni caso, l’esperienza che probabilmente mi resterà di più nella mente è stata l’attraversata del Mare Adriatico dalla Grecia fino a Monfalcone. Questo viaggio viene proposto a me e a Bonnie da alcuni soci della LNI di Trento, che passeranno le vacanze in barca in Grecia che necessitano di una mano per riportarla all’ormeggio in Italia verso la fine di agosto.

Accettiamo senza pensarci due volte la proposta. L’ultima settimana di agosto sarà dedicata solo alla barca a vela.

In testa all’albero del Luna Ghost. Foto: Bursi Paolo

Prendiamo i biglietti aerei per andare ad Atene; da qui ci sposteremo tramite bus fino a Lefkada, sul margine occidentale della Grecia, dove troveremo la barca con Silvano e Guido che ci aspettano.

In totale siamo in cinque: Silvano e Guido (co-proprietari della barca), Bonnie, Max ed io.

Di questa ciurma conosco bene solamente Bonnie, mio compagno universitario e collega, nonché compagno di studi nautici. Silvano lo conosco solo per la fama di grande velista e regatante, oltre che per le ottime doti culinarie; Guido (er romano di Trento) lo ricordo perché ha tenuto una lezione sulla nomenclatura della barca, durante il corso per la patente; per quanto riguarda Max, l’ho visto fugacemente durante la vacanza in Croazia. Questi tre personaggi rappresentano la grande incognita della vacanza: mi riuscirò a trovare bene con loro? Ma soprattutto, sarò in grado di essere all’altezza dei maestri?

I dubbi si dissolvono velocemente durante la cena, rendendomi conto che, come al solito, anche se persone esperte, restano comunque persone normali.

Si parte il sabato mattina alle ore 5.40, in modo da arrivare alle ore 6.00 all’altezza del ponte levatoio che ci permette di abbandonare il porto di Lefkada ed entrare nel mare che circonda le Isole Ionie.

Si entra in mare aperto: un brivido mi percorre la schiena, issiamo le vele bianche. Nonostante il poco vento, si riesce a viaggiare ad una velocità variabile tra i 4 e i 5 nodi (poco meno di 10 km/h), in direzione Paxos, Antipaxos e Corfu. Siamo in mezzo al mare, il vento si interrompe completamente, calma piatta, il mare è liscio come l’olio. L’unico modo che abbiamo per proseguire il viaggio è accendere il motore. L’idea iniziale è di risalire il fino alle isolette e fermarsi per fare un tuffo, ma quando siamo in prossimità del canale di Corfù sale un vento da Sud-Ovest che ci fa cambiare idea e proseguire con la navigazione. Il vento ci permette di tenere un’andatura al traverso, che è la più redditizia in fatto di miglia nautiche da percorrere.

Durante il tramonto del primo giorno, una volta usciti dal canale di Corfù, vediamo un imponente veliero britannico che si gode l’ultimo sole.

Golden hour e veliero brittanico. Foto: Bursi Paolo

Mangiamo un boccone per cena e stiliamo i turni per la notte. Poiché il mare è calmo e le previsioni indicano assenza di vento, faremo dei turni da un’ora ciascuno al timone. Solo in caso di necessità, un secondo verrà a dare una mano a chi è al timone.

Alle 22 vado a dormire. Il mio turno, previsto per la mezzanotte, mi mette un po’ di timore.

Sarò da solo, in mezzo alla notte, al comando del “Luna Ghost”, uno sloop* di 12 metri.

La notte è calma, mi ritrovo baciato dalla luna in un’immensa stellata, la stella polare è il mio unico riferimento stabile; come consigliato dai più esperti, è meglio prendersi un punto di riferimento nel cielo o a terra, perché continuare a controllare la bussola impedisce di goderti la navigazione. Inizialmente alla mia destra si trova la costa dell’Albania; più prosegue il mio turno, più queste si fanno remote e distanti e, lentamente, usciamo dall’area entro cui prendono i cellulari.

Siamo da soli in mezzo al mare.

Sono da solo in mezzo alla notte.

Gli unici punti di riferimento sono le stelle. Controllare la bussola sulla correttezza della rotta da seguire permette di tirare un sospiro di sollievo. La luna è immensamente grande e si trova a poppa, esattamente dietro di me.

Passare un’ora al timone di notte permette di comprendere la lunghezza di ogni singolo secondo di tempo, garantisce la possibilità di riflettere sulla propria esistenza. So che può sembrare un ragionamento banale, ma ritrovarsi soli nella tranquillità del mare notturno, con le sole stelle e la luna a farti compagnia, permette di apprezzare ancora di più i propri pensieri, ricordi ed idee.

La solitudine della notte, rotta solo dalla presenza della Luna. Foto: Bursi Paolo

Subito mi viene in mente “Il canto notturno del pastore errante dell’Asia” di Leopardi, comprendo, prima di tutto, il perché una persona si metta a parlare con la luna, compagna solitaria del vagabondare notturno; comprendo poi l’immensità della natura che ci circonda e di come sia inutile il tentativo dell’uomo di poterla controllare. Sono affascinato dall’idea di conoscere sempre meglio il suo funzionamento e proprio per questo non mi pare logico (o meglio, naturale) che questi meccanismi vengano distrutti dall’attività umana, per la sua sola brama di controllo e possesso.

Rifletto sul fatto che si debba sensibilizzare di più l’essere umano sull’importanza di mantenere al meglio la natura, soprattutto perché l’uomo è esso stesso natura, e distruggendola non può far altro che distruggere sé stesso; questo non vuol dire che si debba ritornare all’età della pietra ma, al contrario, che l’uomo evoluto debba essere in grado di godere delle proprie capacità tecniche nel rispetto della natura. Penso che la sostenibilità rappresenti il futuro verso cui si deve muovere l’uomo per mantenere la sua vita e quella dei propri discendenti.

Il turno procede alla grande, rotta 315°. Si alza Guido, mi saluta come solo un romano di Trento sa fare; gli cedo il timone. Prima di andare in cabina, mi guardo l’ultima volta la luna e le stelle, saluto e ringrazio della compagnia, conscio del fatto che stanotte la natura voleva farci godere le gioie della notte.

Tocco il cuscino, imposto la sveglia per le 5.00, avrò la fortuna di osservare l’alba. Non riesco a pensare più di tanto e sprofondo in una breve ma ristoratrice dormita.

 

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