Grandi imprese sul Cervino – 2
di Giuseppe Bepi Mazzotti
(continua da https://www.sherpa-gate.com/grandi-storie/grandi-imprese-sul-cervino-1/)
Parte seconda
La parete ovest
I
Dalla parte di Zmutt, il Cervino mostra dei precipizi paurosi. Whymper li aveva creduti inaccessibili: “I precipizi di Zmutt impediscono ogni tentativo da quella parte”. Per una dozzina d’anni dopo la prima ascensione del monte, si continuò a crederli inaccessibili. Poi qualcuno, guardando bene dalla Dent Blanche, pensò che si sarebbe potuto provare: Imseng, Dawidson, Conway, Penhall: quest’ultimo si era deciso.
Quando espresse la felice idea di salire da quella parte, le sue guide non saltarono affatto dalla contentezza, come egli credeva. Dovette attendere due anni. Finalmente poté partire con Ferdinando Imseng, “l’uomo che reggeva la fortuna con le dande”, e Luigi Zurbrücken di Macugnaga. Era lunedì 1° settembre 1879.
Andando così, nel bosco, prima dell’alba, cercarono qualche stella fra i rami degli alberi: il cielo era tutto coperto. A Zermatt nessuno poteva immaginare che sarebbero andati alla cresta di Zmutt. Penhall non era sicuro di riuscire, e aveva pregato le guide di dire che sarebbero andati in un posto qualunque, su un’altra montagna, e le guide lo avevano accontentato, ma non si erano messe bene d’accordo: una aveva detto che sarebbero andati allo Zinal, e l’altra alla Dent d’Hérens. Il portatore aveva lasciato capire che sarebbero andati a caccia del camoscio, non sapeva però da quale parte. Nessun sospetto, dunque, tanto più che erano partiti, per andare a caccia, senza fucili.
Alle ultime capanne, il cielo era ancora oscuro. Si buttarono sul fieno per dormire.
Alla mattina, il Cervino si mostrava libero dalle nuvole che coprivano gli altri monti. Continuarono a salire fino al Ghiacciaio di Zmutt. La conca di Tiefenmatten è cupa. Grandi montagne escono dal ghiaccio, tutto intorno: la parete ovest del Cervino, grigia e altissima; la Testa del Leone; la Dent d’Hérens, la Dent Blanche, sotto il cielo grigio.
Penhall avrebbe voluto salire sulla parete, a metà. Imseng aveva detto che, sotto la parete, non avrebbero trovato un posto per passare la notte: era meglio salire sulla cresta di Zmutt. Così fecero. Salirono sulla cresta di neve fino ai “Denti” di Zmutt: in quel luogo lasciarono i sacchi e il portatore. Scavalcarono i due primi denti: davanti al terzo si fermarono per guardare la parete e la cresta più in alto: molte pietre cadevano nel grande canale che comincia dai “Denti” e scende sul ghiacciaio di Tiefenmatten. La parte centrale della parete pareva sicura.
Erano tornati dove avevano lasciato i sacchi, e si erano fermati su poche rocce che affioravano dal ghiaccio. Il cielo, al tramonto, era pulito; l’aria, calma e limpida.
Da quel punto si vedeva bene la parete: si sarebbe potuto passare dal canalone, più in qua, e poi dall’altra parte, e, forse, ancora più in là; da sei o sette parti: così si mostravano quelle rocce da vicino.
Nella notte s’alzò un vento robusto e freddo: buon segno. Imseng sapeva che ogni notte, a quell’ora, si levava il vento: sarebbe caduto prima dell’alba, mantenendo il cielo sereno. Però quel vento era proprio fastidioso. All’alba nevicava. Discesero sulle rocce, verso il ghiacciaio di Tiefenmatten, per poter vedere meglio la parete: la nebbia la nascose subito.
Sul ghiacciaio incontrarono Albert Frederick Mummery, con Alessandro Burgener e Augustin Gentinetta. Mummery aveva osservato la cresta di Zmutt dal colle di Tiefenmatten, e gli era parso che si potesse percorrerla. Aveva saputo a Zermatt che Penhall era già partito: il tempo, là in basso, pareva perfetto, e Penhall sarebbe senz’altro riuscito…
Mummery era voluto salire lo stesso a Staffel Alp: se non fosse arrivato in tempo per la cresta di Zmutt, avrebbe salito la Dent Blanche. A Staffel Alp c’era un gran vento, e in alto, sulle creste, ancora di più: nessuno quel giorno sarebbe potuto salire…
Incontrato Penhall che scendeva, decise di fermarsi al rifugio dello Stockje: avrebbe tentato il giorno dopo. Per un momento, anche Penhall aveva pensato di fermarsi, ma poi aveva continuato a scendere. A Zermatt si era convinto di aver fatto benissimo. Infatti pioveva, un poco.
Allo Stockje, le guide erano d’accordo: inutile restare, perché il tempo diventava sempre più brutto; e poi le provviste non sarebbero bastate. Mummery sosteneva che il tempo sarebbe potuto cambiare: anzi sarebbe cambiato senz’altro. Ne era sicuro.
Pareva che Burgener si fosse lasciato convincere, ma Gentinetta no: “dal giorno in cui fu creato il mondo, e anche prima, vento e nubi del genere non avevano mai portato altro che un tempo disperato e, anzi, il più cattivo possibile”. Mummery non aveva nessun bisogno di sentire opinioni così deprimenti, perciò Gentinetta venne mandato a Zmutt a comperare altre provviste: doveva tornare, prima di sera, con un portatore. Li avrebbero attesi più in alto, verso la cresta di Zmutt.
Nuvole oscure si affollavano sul Col Tournenche; il vento passava ululando fra le rocce, in alto. Raffiche bagnate li investivano fin dentro al rifugio: quell’inglese era proprio ostinato e cieco. Adesso dormiva in un angolo: non avrebbe riposato meglio nel suo letto, all’Hotel du Mont Rose? Ma prima di sera Burgener aveva dovuto svegliarlo: il cielo si era in parte rasserenato, e i raggi del sole passavano fra le ultime nubi. Così salirono verso la cresta, portando con loro le coperte del rifugio: si fermarono in un posto piano, per attendere Gentinetta. Lo scoprirono mentre saliva con un altro: erano piccoli e lontani, ma si muovevano svelti fra i crepacci. Nell’ultima luce il cielo si mostrava tutto sereno. Gentinetta giunse al buio, con Johann Petrus di Zermatt. Distese le coperte sulla pietra nuda, fra pozze d’acqua gelata, passarono tutti insieme la notte in quel luogo.
A Zermatt, Penhall aveva visto le nuvole sciogliersi a poco a poco intorno al Cervino. Alle 18, Imseng era venuto a portargli “una buona notizia”: Zurbrücken era stato dal prete; quel galantuomo gli aveva detto che il giorno dopo sarebbe stato bellissimo…: si sarebbe sentito il signor Penhall, di ripartire dopo cena? Dopo cena, “il signor Penhall” era ripartito. Era la terza notte che non dormiva. Questa volta non sarebbero più saliti sulla cresta ma sulla parete: proprio nel mezzo della parete ovest.
All’alba si arrampicarono sotto il canalone che divide tutta la parete. Mummery, molto più alto, sulla cresta era giunto in quell’ora al luogo dove Penhall aveva passato la notte del lunedì; e poi era andato più avanti mentre Penhall cercava di attraversare il canalone- era’ dovuto salire ancora per attraversarlo più in alto. Dall’altra parte, Penhall si arrampicava con piacere su rocce salde, sempre più ripide. Aveva legato la piccozza al polso con una cordicella e la trascinava così malamente sulle rocce. Ad un tratto gli volò via precipitando nel canalone: in sei grandi salti fu sul ghiacciaio. Senza piccozza, Penhall si arrampicava meglio, ma Imseng non era contento: è inutile portare in montagna le piccozze per buttarle via: “il signor Penhall avrebbe potuto, almeno, portarla ancora un poco”. In quel momento videro Mummery sulla cresta, proprio nel punto più alto che essi avevano raggiunto due giorni prima: egli era lassù con le sue guide da molto tempo. Stavano guardando la cresta e la parete davanti a loro, quando sentirono un richiamo: c’erano tre uomini, là in basso, sulla parete. Penhall? Doveva essere la comitiva di Penhall. Salivano svelti. Mummery e le sue guide erano sempre fermi. La parete e la cresta, davanti a loro, erano proprio brutte; e intanto Penhall saliva. Era scomparso dietro una rupe.
Mummery aveva guardato in alto di nuovo: bisognava superare, subito, quella parete. E la parete fu superata.
Penhall s’era dovuto fermare su una stretta cengia, sotto un muro liscio. Da quella parte non si passava. Provarono a destra. “Le rocce riunivano in sé le più brutte qualità possibili”; gli appigli diventavano sempre più piccoli e rari. In tre quarti d’ora riuscirono a superare trenta o quaranta metri: non era possibile andar più lontano: “non c’erano dubbi su quel che restava da fare: l’unica cosa chiara era di scendere un’altra volta. Ma se era abbastanza facile arrivare a questa decisione, non era altrettanto facile portarla a compimento”. Per fare quei pochi passi impiegarono più di un’ora. Finalmente si erano trovati di nuovo sulla cengia, sotto il muro: avevano perso due ore.
Provarono a sinistra. Furono costretti a passare su altre rocce “che non sarebbero state facili in nessuna circostanza”: quel giorno erano coperte di ghiaccio. Sopra quelle rocce non v’era più nessun ostacolo. Enormi rupi, come grandissime torri, si alzavano verso la cresta: per di là si doveva passare, si vedeva benissimo. Ma, per di là, Mummery era già passato. Alle 15, quando Penhall giunse sulla vetta, Mummery stava scendendo sulla cresta dell’Hörnli. Era arrivato in cima alle 13.45.
Tutti e due tornarono subito a Zermatt. Penhall aveva dormito due ore nella notte della domenica; neanche un’ora sulla cresta, nella notte del lunedì; aveva camminato tutta la notte del martedì, e, in quel giorno, mercoledì, aveva salito e disceso il Cervino da Zermatt: tremila metri in salita, e tremila in discesa. Egli e le sue guide avevano camminato per 67 ore.
Così venne salito per la prima volta il Cervino dalla cresta e dalla parete di Zmutt. Quel giorno era appunto il 3 di settembre del 1879.
II
Il 17 luglio del 1929 un giovane camminava di malumore per le strade di Zermatt: Fritz Herrmann, di Vienna. Il compagno che attendeva da due giorni non era giunto, ed egli non aveva più nessuna intenzione di aspettarlo: avrebbe salito da solo la parete ovest del Cervino.
Era partito subito. Aveva risalito la valle verso la capanna dello Schönbuhl, e si era spinto fino dove sorgeva il vecchio rifugio dello Stockje. Di là aveva potuto rivedere la parete: la cresta di Zmutt, il canalone Penhall, le grandi rocce verdi e contorte sotto il Pic Tyndall, la cresta e il colle del Leone. L’aveva vista, la prima volta, dalla Dent d Hérens, oscura e altissima sopra i crepacci del
Ghiacciaio di Tiefenmatten. Così da lontano, sentiva il fracasso delle pietre che cadevano e rimbalzavano sulla parete. Gli era venuta subito l’idea di salirla.
Dallo Stockje era disceso sul ghiacciaio di Tiefenmatten, e lo aveva attraversato, piegando a poco a poco verso la cresta di Zmutt: là sotto ci doveva essere un posto abbastanza comodo per riposare all’aperto. Quando vi
giunse si accorse di non avere i ramponi: doveva averli dimenticati, ma dove? Era disceso di nuovo sul ghiacciaio, saltando i crepacci, e guardando qua e là dietro i massi delle morene. Dopo qualche ora era tornato “con una perfetta cognizione topografica del ghiacciaio” ma senza i ramponi: sarebbe salito lo stesso. Si era disteso su una pietra tiepida. Quel luogo era meraviglioso e solitario. Dalla parete nord della Dent d’Hérens crollavano valanghe di ghiaccio. Echi lontani rispondevano dai fianchi nevosi della Dent Blanche. Molte pietre cadevano dalla parete che egli avrebbe salito il giorno dopo. Ma non voleva pensare a quello che avrebbe fatto lassù: gli bastava guardare quelle grandi montagne, quelle ombre profonde, quelle nevi candide al sole, sotto l’azzurro intenso del cielo. La sera era venuta lentamente, e con essa il silenzio: lo strepito di un’ultima pietra, poi basta. Il sole era scomparso dietro nubi fantastiche, lasciando le cime dei monti rigide nel cielo teso e netto. Dal ghiacciaio di Zmutt saliva un vento freddo.
Fritz Herrmann aveva voluto dormire ancora un poco all’alba. Quando si era mosso, il sole toccava la neve leggera sulla vetta della Dent Blanche. Herrmann non era ancora ben sveglio, e, camminando nella luce fredda, incespicava. Si era diretto verso il canalone che, dai Denti di Zmutt, scende a perdersi nel ghiacciaio: si era trovato sotto il canalone, e il silenzio era ancora grande fra i monti. Il cielo diventava leggero.
Nessuno aveva mai pensato di salire da quella parte; e, in cinquant’anni, nessuno era riuscito a percorrere di nuovo la via di Penhall, più a sinistra. Soltanto due alpinisti — Eugen Guido Lammer e August Lorria — avevano provato a passare di là nel 1887, ma erano stati costretti a ritornare, poiché le rocce, in alto, erano coperte di ghiaccio. Herrmann lo sapeva bene: mentre Lammer e Lorria cercavano di attraversare il canalone, erano stati investiti da una valanga di neve che li aveva trascinati per duecento metri: “Ho fatto il terribile volo in piena coscienza, e vi posso assicurare, amici, che è una bella morte” aveva scritto Lammer. Veramente straordinario questo Lammer! Una sola cosa gli aveva dato fastidio: la luce del sole che filtrava attraverso la neve entro la quale stava cadendo: aveva dovuto chiudere gli occhi.
Si era trovato sopra un gran mucchio di neve, fra blocchi di roccia. Seguendo la corda che lo legava a Lorria lo aveva trovato sepolto nella neve, con due giri di corda attorno al collo. Il sangue gli usciva dalla bocca. Lo aveva scosso. scosso Lorria delirava: perché quei cani maledetti di guide lo volevano trascinare per forza in osteria? Aveva un piede spezzato. Molte pietre cadevano intorno. Lammer era riuscito a trascinarlo più in giù sul ghiacciaio, sopra una grande pietra. Gli aveva fatto indossare la sua giacca, gli aveva infilato le mani in un paio di calze di lana, e lo aveva lasciato in quel luogo, col sacco sotto i piedi. Erano le 18.
Lammer aveva una caviglia slogata, il naso rotto, le mani spellate. Nel volo aveva perduto la piccozza e gli occhiali. Così solo, senza piccozza, aveva cominciato a scendere sul ghiacciaio, saltando i crepacci col piede sano e buttandosi dall’altra parte sulle mani ferite: voleva arrivare al rifugio dello Stockje – tre chilometri in linea d’aria. Sotto il rifugio, che sorgeva là in alto, sul grande scoglio dello Stockje, aveva chiamato: nessuna risposta. Aveva chiamato di nuovo, più forte, sventolando un gran fazzoletto: ancora silenzio. Non poteva salire camminando, poiché la caviglia non lo reggeva, e si era dovuto arrampicare aiutandosi con le ginocchia. Al rifugio non c’era nessuno.
Bisognava scendere fino a Staffel Alp: cinque chilometri sul ghiacciaio, e altri due sulle morene e sui pascoli. Lammer aveva ricominciato a discendere. Non poteva più reggersi in piedi, e aveva continuato carponi. Non poteva più appoggiare per terra le mani, e aveva proseguito trascinandosi sulle ginocchia e sui gomiti. Era giunto così sulle morene. Scivolava dalle pietre sul ghiaccio, attraversava pozze d’acqua strisciando per terra fra le pietre. A mezzanotte si era dovuto fermare. Poi era rotolato dalle morene sull’erba dei pascoli, più in basso, fino alla Staffel Alp. Quella discesa era durata sette ore.
Da Staffel Alp qualcuno era sceso subito a Zermatt: alle otto della mattina, una comitiva di guide giungeva sotto il canalone. Lorria si era tolto i vestiti nel delirio, ed era scivolato dalla pietra dove Lammer lo aveva lasciato.
A colpi di piccozza avevano dovuto rompere il ghiaccio che nella notte gli aveva imprigionato le gambe. Lo avevano trasportato a Zermatt, dov’era rimasto 21 giorni senza conoscenza.
Fritz Herrmann si trovava appunto sopra un grande mucchio di neve dura, caduta in valanga dalla montagna: in quel luogo erano finiti Lammer e Lorria, quarantadue anni prima; e adesso egli saliva. Vi era un grande silenzio e niente altro. Il canalone era là davanti, indifferente. La montagna altissima e ferma. Herrmann avrebbe voluto dire qualche cosa: avrebbe ascoltato volentieri la voce di qualcuno. Ma lì c’erano solo le pietre che sporgevano dalla neve su cui le scarpe lasciavano appena un piccolo segno.
Il mucchio di neve finisce: diventa sempre più sottile, e il ghiaccio affiora. Coi ramponi si potrebbe camminare sul ghiaccio, ma senza ramponi bisogna scavare il posto per il piede ad ogni passo. La piccozza vibra i colpi elastici e decisi, così: uno, due, e tre: “Va bene”. Le rocce, dall’altra parte del canale, erano lisce, insuperabili. Ed ecco che, di nuovo, Fritz Herrmann non può salire senza ramponi sul ghiaccio duro. Era dovuto scendere di nuovo nel fondo del canalone: scavava gli scalini in fretta e guardava la sponda di rocce lisce. In quel luogo la valanga aveva investito Lammer e Lorria; il canale non è, adesso, colmo di neve soffice, ma luccicante di ghiaccio da cui sporgono pietre aguzze.
Sessanta metri più in alto, era riuscito ad arrampicarsi su una fascia di lastroni coperti qua e là da uno straterello di ghiaccio trasparente, asciutto e liscio come cristallo. Se un colpo di piccozza staccava un pezzetto di quella crosta, restava sulla roccia un poco di polvere bianca come vetro pestato. I tratti di roccia pulita diventavano sempre più rari. Il ghiaccio si mostrava dappertutto: pendeva a frange dalle pietre sporgenti, usciva dalle fessure in cascatelle, sporgeva in cuscinetti dal fondo dei camini. Il ghiaccio! Quello stesso che aveva respinto Lammer: “col ghiaccio, la salita è impossibile” aveva letto nella guida. Ma ormai, senza corda e senza ramponi, Herrmann non potrebbe scendere: e poi non scenderebbe lo stesso. Si infila in un camino stretto e profondo, corazzato di ghiaccio. Rocce lisce lo attendono sopra il camino: le scarpe scivolano mentre le dita contratte in una screpolatura lo reggono sul precipizio.
Ma presto le dita diventano rigide e insensibili: egli aderisce al ghiaccio non sa in che modo: con la punta di una scarpa o col vestito, forse, poiché si trascina come un verme. Morde il ghiaccio per resistere ancora un poco, e si aiuta con le ginocchia, coi gomiti, con tutto il corpo. Finalmente si ferma. Sulla montagna pesa sempre un grande silenzio.
Può succedere di dover camminare sull’orlo di un crostone di neve dura, appoggiato al monte: si avanza leggeri, cercando di scavare con la piccozza un gradino.
La crosta resiste. Ad un tratto, mentre si è così in equilibrio, un grande pezzo di quella crosta si stacca dal monte, sotto i nostri piedi, e si precipita assieme alla neve che ci sosteneva. Può anche darsi che qualche cosa fermi la nostra caduta: Fritz Herrmann ha avuto questa fortuna. Il suo sacco si è incastrato fra due blocchi e lo ha trattenuto sul vuoto. Perciò è potuto salire ancora verso un gradone di roccia fulva.
È giunto sotto quel gradone quasi senza volerlo. Una piega del monte lo ha portato su certe placche difficili: anzi, più in alto, proprio impossibili. È costretto a discendere, piano piano, sulle placche lisce, fino a una cengia sotto il gradone. A sinistra vi è un canale, e, dall’altra parte, una parete: forse potrebbe salire di là. Attraversa il canale, e prova ad arrampicarsi su quella parete.
Si trova di nuovo con le dita nel ghiaccio, mentre le scarpe scivolano sulle rocce. No. Non è possibile salire neanche da quella parte.
Intanto le ombre si accorciano sulla parete: il sole, che la sfiorava, la illumina a poco a poco. Splende sul ghiaccio e lo scioglie. Non pare, ma lo scioglie: qua si è formata una goccia, un’altra più in là, altre gocce su tanti ghiaccioli. Alcune sono scivolate via sul ghiaccio, altre sono state assorbite dalla roccia, altre ancora si sono riunite in piccoli rivoletti che scendono tortuosi e pigri sulla pietra, luccicando: qualcuno ha raggiunto l’orlo della pietra, si è dilatato, lo ha superato in un punto, formando una cascatella piccola piccola. Quei rivoletti ne hanno incontrato altri, li hanno gonfiati, e adesso scendono insieme, più svelti. Ormai la roccia è tutta bagnata.
Fritz Herrmann è fermo: non può far altro che tentar di salire nel canale; ma in alto il sole ha sciolto il ghiaccio attorno a una pietra, che adesso è trattenuta solo da un orletto sottile e lucente. L’acqua gorgoglia sotto la pietra e la sospinge. Ormai è libera: scivola indecisa, si rovescia, cade, rimbalza, guizza via sul ghiaccio, piomba nel canale e precipita. Percuote le rocce in basso. Si sente lo strepito una, due, tre volte, sempre più lontano, e un tonfo cupo. Altre pietre passano nell’ombra fredda.
Egli non può dunque più salire neanche nel canale: forse, le placche di prima non erano proprio impossibili… Attraversa di nuovo il canale, e prova da due o tre parti: rocce rotonde e lisce dappertutto.
Due ore dopo, dalla cengia sotto il gradone, Herrmann guardava ancora le pareti, intorno, immutate ed estranee. Il sole staccava enormi ghiaccioli che si frantumavano cadendo; l’acqua scendeva a ruscelli nei camini; blocchi di pietra e di ghiaccio crollavano da tutte le parti.
Egli era solo.
Altri rumori venivano dalla Dent d’Hérens. Anche da quella montagna precipitavano valanghe; qualche cosa scendeva là in basso sotto le torri della cresta, lasciando un segno nero nella neve al sole. Dopo un poco giungeva un rombo soffocato e lontano.
Lammer e Lorria! “Davanti a noi avevamo un ripidissimo canale di ghiaccio; tutti i tentativi di salire furono inutili e neanche i ramponi ci servirono”, aveva raccontato Lorria. Erano dovuti discendere sotto la furia delle pietre. Lammer aveva descritto quella furia e quella discesa in modo impressionante.
Herrmann era sempre sulla cengia. Il canale? Egli non aveva ancora provato a salire nel canale dove l’acqua scrosciava con le pietre. Poteva tentare. Si era avvicinato al canale senza pensare a niente: doveva salirlo. Lo avrebbe salito senz’altro, così solo e senza ramponi. In fretta.
Quaranta metri più in alto usciva dal canale sopra le placche lisce. Le pietre non lo avevano colpito. Sopra di lui sporgeva ancora l’orlo del gradone: doveva salire aggrappandosi alle sporgenze di quelle rocce gialle e rotte: così, un poco alla volta. Una mano tasta un tratto di roccia nascosta; c’è solo il cielo, in alto, e il ghiacciaio, in fondo, proprio sotto i piedi: ecco una sporgenza. Un piede si sposta, passando nell’aria, sopra il ghiacciaio.
Adesso pare che sia tornato il silenzio della mattina. Un sasso si stacca: scende senza rumore. Si sente il colpo sulle rocce: un suono elastico, e un altro colpo. Herrmann è sospeso alle rocce che sporgono sempre di più: ma può proprio salire di là? Che strano colore ha la roccia, così vicina al volto! Grigia, bruna e anche gialla: odora di terra e di sale. Passa un poco di vento. Le nocche delle dita toccano il cielo sull’orlo della rupe; tutte e due le mani sono sull’orlo del gradone, e le braccia sollevano il corpo; le spalle non arrivano ancora all’orlo, ed Herrmann ha già visto una grande fascia di pietre piane, tutta luccicante d’acqua sotto grandi torri.
Egli non può parlare con nessuno, non può dire proprio niente mentre sale su quelle pietre e non si accorge nemmeno di salire. A che cosa pensa? A cose accadute da tanto tempo. Egli è lontano, in posti diversi, mentre cammina sulle pietre bagnate. È stanco, e sale così stupidamente. Vorrebbe aver già finito quando si trova sotto le grandi torri: forse, anche queste saranno tanto difficili.
Quanto sono alte? Pensa di raggiungere la cresta di Zmutt: potrebbe passare su quella cengia, una brutta cengia che s’interrompe, e riprende, più incerta. Ne ha abbastanza di quella parete! Ma la cengia finisce contro rocce levigate. Tenta di superarle; sale un poco e un altro poco. Adesso non può più salire e non sa neanche come fare a discendere: la roccia è ferma, ma pare che lo respinga. Tutto disteso, con le braccia aperte, riscalda col fiato un breve tratto di quella roccia così vicina e pur tanto lontana: “Sali pure, o discendi, come credi, se puoi…” pare che dica. E resta ferma e dura.
Forse avrebbe fatto meglio a salire ancora su per la parete. Si sposta adagio, riesce a raggiungere una cresta che ritorna verso le torri, e, così di fianco, vede che non sono proprio torri, ma costoloni appena sporgenti dal monte. Ed ecco finalmente la vetta, rossastra e precisa nel cielo, sopra le torri e la neve: la vede bene. Quell’orlo bruno è la cengia percorsa dagli italiani nella loro prima salita dal Breil: la “Galleria Carrel”. Vi conduce un canale di neve. Egli sale in quel canale. Ma sente un rumore che diventa strepito e rombo: pietre che crollano, vengono dalla cresta, dove forse passa una comitiva, Herrmann si ripara sotto una roccia bagnata. Adesso sente lontano lo scroscio dell’acqua. Sporge il capo e ascolta; poi torna a salire.
Il sole non c’è più, l’aria diventa subito fredda, e la montagna triste. Da dove è venuta la nebbia? Non lo sa; ma ormai ha nascosto ogni cosa. Egli avrebbe dovuto voltare a sinistra, per raggiungere la cresta, e invece è salito ancora: è arrivato alla “Galleria”? Forse. Sopra di lui vi sono delle rocce a strapiombo da cui scende una pioggia d’acqua fredda; si arrampica di cengia in cengia fra le rocce tagliate da tante fessure, fin che è costretto a salire in una di quelle fessure. È piena di ghiaccio, e vi scende un torrente d’acqua: riesce a superarla. Un chiarore palpita per un momento nella nebbia e illumina le rocce. Poi basta. La notte è venuta così, ed egli deve fermarsi, ma dove? Là vi è soltanto un piccolo nevaio. Forse a destra, forse a sinistra: non vede più niente se non alla luce dei lampi.
Dal basso, il Cervino si vedeva ancora, oscuro contro il cielo sereno: poca nebbia nascondeva in parte la vetta. Entro quella nebbia Fritz Herrmann cercava un posto largo abbastanza da potervi restar fermo, seduto. Per lui era come se tutta la montagna fosse immersa nella nebbia. Lassù non c’era nessun posto piano, s’era dovuto rassegnare a rimuovere la neve e la terra sotto una roccia per ricavare un posto “non più largo di un sacco da montagna”. In quel posto si era fermato. Non aveva chiodi, né un pezzo di cordicella per potersi legare. La nebbia era scomparsa e le stelle lucevano nella notte serena. Ripiegato in quel piccolo spazio egli attendeva.
Non aveva niente da mangiare. Non doveva far altro che attendere, restando sveglio per non cadere nel precipizio. Guai se si fosse addormentato lassù! Lo sapeva benissimo: doveva star sveglio e attento.
Si era svegliato quando le stelle si scioglievano nella luce dell’alba; aveva dormito tutta la notte. Le cime, intorno, erano rosee nel silenzio. La mattina era di una bellezza limpida e rara. Il sole lo avvolse sulla cresta di Zmutt, mentre saliva sulla neve intatta, inebriato dall’aria leggera. Si era disteso sulla neve della vetta per godersi il tepore del sole che gli scioglieva nelle membra il gelo della notte. Restando così, tutto preso da una dolce pigrizia, aveva sentito prima un ronzio, e poi un rombo metallico e chiaro, vibrante: un aeroplano era spuntato dal Breithorn e veniva sempre più veloce verso il Cervino. In un momento aveva sorvolato la valle. Saettando nell’aria, aveva compiuto un giro attorno alla vetta. Le ali d’argento lucevano al sole. Poi si era allontanato, navigando sempre più lentamente. Il rombo si era affievolito, e spento lontano, nell’aria. Herrmann era rimasto di nuovo solo. E così era disceso, ricalcando le peste lasciate dalle comitive sulla via dell’Hörnli. La montagna era deserta.
Perché aveva voluto attraversare la parete est? Ormai aveva finito, e poteva scendere senza fretta: girovagava.
Dalla Cresta di Furggen, semplice e grandiosa, aveva potuto vedere i precipizi della parete sud nella loro cupa bellezza. Una valanga lo aveva sorpreso mentre tornava verso la cresta dell’Hörnli: s’era potuto rifugiare dietro una roccia, mentre le pietre rimbalzavano e rotolavano percuotendo la roccia che vibrava tutta a quei colpi. Alla capanna dell’Hörnli era giunto quando la grandine cominciava a crepitar sulle pietre. Della discesa non ricordava altro che il calore del sole sulla roccia, il silenzio stupito e fondo dopo la valanga, e la perfetta solitudine: egli aveva compiuto da solo la prima salita diretta della parete ovest del Cervino.
Da tre giorni non sentiva la voce di un altro uomo.
Come era venuta la grandine? Improvvisamente, come capita spesso sul Cervino. Nevicava, mentre scendeva verso il paese. Era tanto contento e aveva una gran fame: a Zermatt avrebbe mangiato. Poteva forse pensar di morire? Eppure doveva passare soltanto un anno. Un anno e pochi giorni. Sarebbe venuto il 27 luglio 1930: egli sarebbe partito, come tante altre volte, per salire una montagna, e non sarebbe più ritornato.
Fritz Herrmann è scomparso in quel giorno. Si crede che sia finito in un crepaccio sulla parete est del Rothorn de Zinal, quella grande montagna che si trova a sinistra della valle di Zermatt. Guardate sulla carta, sopra il paese. Un poco a Nord-ovest.
III
Due italiani avanzavano da qualche ora su una cornice della parete ovest, fra le nebbie che salgono sempre più dense dai canaloni, a confondersi nell’aria con altre nebbie sfuggite dalle crepe del monte. Quando avevano aperto nella notte le piccole finestre del rifugio, solo qualche nuvoletta era ferma nella valle, sopra Findelen. Il cielo era sereno, e il vento fresco. E sereno il cielo era rimasto anche quando avevano attraversato il ghiacciaio che accoglieva la prima luce sotto la parete nord, mentre più in alto, attorno alla vetta, rari vapori si scioglievano nell’aria della mattina.
Stimolati da quell’aria viva, Amilcare Crétier e Leonardo Pession avevano girato attorno allo spallone di neve che scende dalla cresta di Zmutt, ed erano giunti nella conca deserta di Tiefenmatten, fra alte montagne che si mostravano grigie e fredde nel silenzio dell’alba. Solo il cielo curvo sopra quei monti poteva far pensare alla vita, e ai prati caldi del Breil. Si erano fermati a guardare i grandi ghiacciai, fra le rocce di quei monti cupi, e poi si erano diretti verso il canalone che rompe la parete del Cervino. Alle sette avevano cominciato a risalirlo. Le valanghe avevano scavato nella neve altri piccoli canali, in cui scivolavano ogni tanto mucchi di pietre che finivano nel crepaccio spalancato in basso.
Erano saliti su certe rocce, fin dove il canale piega e si restringe, e poi Crétier lo aveva attraversato, mentre Pession faceva scorrere la corda fra le mani. Quando Crétier aveva toccato l’altra sponda, la corda era tutta tesa: quarantaquattro metri. Alcune pietre erano passate nell’aria, sopra la corda; altre erano passate sotto, scivolando; altre ancora, toccandola, l’avevano fatta oscillare.
Alle dieci della mattina erano tutti e due insieme di là dal canale. Stando così fermi si erano accorti che il cielo era diventato grigio. Nebbie pesanti erano scese a toccare la cima della Dent d’Hérens: il silenzio stagnava con la nebbia nella conca morta. Essi sarebbero potuti ancora tornare, ma invece si erano alzati e avevano ricominciato a salire. Avevano visto lassù una cornice di rocce che porta alla Cresta del Leone, sotto la Gran Torre, e avevano pensato di raggiungere la cresta e il rifugio passando per quella cornice che appariva larga e facile. Essa è formata da lastre lisce e poco inclinate, su cui si potrebbe passare, se non fossero coperte di ghiaccio. Bisogna toglierlo, passo per passo. Così facendo, sono arrivati a un canale.
Rupi strane si mostrano nella nebbia per un momento; si deformano e si dissolvono, per ricomparire più oscure e vicine. Fra quelle rupi essi avanzavano lentamente sulla cornice. Folate di vento investono la nebbia che ritorna subito come il fumo sul fuoco. Alle quattro del pomeriggio si fermano sotto un grande blocco che sporge dalla parete. Ormai non possono più raggiungere la cresta prima del buio. In quel posto un lastrone si è staccato dal monte, formando una spaccatura in cui si può infilare un braccio e una gamba. Il resto può riposare sull’orlo del lastrone, largo una spanna. “Più avanti, sarà difficile trovare un posto migliore”. Riparati dal blocco che sporge sul loro capo, piantano tre chiodi nella roccia: si legano ai chiodi, si infilano nella fessura, e rimangono così, sospesi sul precipizio, legati a quei chiodi, per sedici ore.
Il cielo è grigio. Una luce smorta viene dalle nuvole basse. Uno spuntone affiora sotto di loro dalle nebbie che nascondono la conca. L’aria bagnata si trascina sulle rocce oscure. Crétier e Pession restano fra quelle nebbie, sul sasso freddo e nudo, un ginocchio dell’uno contro un ginocchio dell’altro, senza parlare. Sono appena le 17. Accendono una sigaretta, e la fumano adagio adagio.
Il cielo è sempre cupo e il vento li molesta. Fumano un’altra sigaretta. Quando anche questa è finita, Pession distende una bella giacca da automobilista. Gliela ha prestata suo fratello: “Guarda bene di non rovinarla e di non perderla!” Con quella giacca si coprono tutti e due, e cercano di dormire fin che è possibile.
Il cielo è diventato ancora più oscuro, e il vento mulina nell’aria la prima neve. Mettono i fiammiferi in un posto asciutto, caricano l’orologio, muovono un piede intorpidito, si rannicchiano bene sotto la giacca, chiudono gli occhi e attendono. Respirano l’odore di roccia bagnata: forse anche dormono.
Sono proprio sospesi, come in un sogno, sopra le nebbie, quando viene a destarli una folata di vento, improvvisa ed energica come uno schiaffo. Spalancano gli occhi, e vedono un grande uccello che svolazzava nell’aria: scende, rotea, risale, si tuffa, e si posa leggero e soffice trenta metri più in basso, sullo scoglio che affiora dalle nebbie: la loro giacca. Bisogna riprenderla: ecco qualche cosa da fare, intanto! Scendere con la corda, piano piano, senza far rotolare pietre, tendere la mano e agguantarla. Ma laggiù cadono le pietre che si staccano dal monte sopra di loro… Però, adesso che non si sente nessun rumore, si potrebbe anche provare. Basterebbe arrivare fin là, prima che il vento la porti via. La nebbia lambisce lo scoglio, e quasi lo sommerge, ma la giacca si vede sempre, sull’orlo. Si scende? Ormai è inutile scendere, perché una valanga di sassi e neve è rimbalzata nell’aria spessa e grigia, è caduta sulla giacca, l’ha coperta, l’ha trascinata con sé nella nebbia. La neve cade, bagnata: si posa sulle rocce e si scioglie; si accumula in fondo a un canale. Crétier fuma ancora. Pession fa scorrere la lingua sulle labbra asciutte: “Se torno sano al Breil, accendo due candele a Nôtre Dame des Ermites”.
La sera è scesa sulla montagna. Al Breil, gli ospiti di Aimé Maquignaz si alzano dalle poltrone per sedersi a tavola. Ma anche Crétier e Pession mangiano sulla loro tavola di sasso: pane, lardo, miele, formaggio, prugne, acquavite: ne hanno un litro. Si spostano poi di qualche centimetro, stendono pigramente una gamba, sbadigliando, e fumano ancora: sono appena le venti. Con le mani strette alla corda, la fronte appoggiata alle mani, cercano di dormire. Il vento passa in alto fra le rocce dell’Arête du Coq, la Cresta del Gallo; rumori, come di tuono, vengono dal basso: torri di ghiaccio che crollano sotto il Col Tournenche. I due compagni sono vicini, eppure si scorgono appena nella poca luce diffusa dalle nebbie e dalla neve. Poi si confondono e si allontanano nella notte.
Che cosa pesa sul collo di Crétier? Qualche cosa che pulsa e discende. Ma egli vede solo un fiume largo, sempre uguale, la sua Dora, che scorre lenta fra campi e prati: “Quanta acqua! Ci starà tutta nel mare?” E altra ancora ne viene, senza fine, come quella cosa fredda che gli batte sul collo: una goccia che ha formato un rivoletto fra la camicia e la giacca. Crétier si muove e l’acqua gli cola sulla schiena. Si sposta un poco: ecco una posizione comoda, finalmente! La gamba riposa distesa, e la goccia cade adesso sulla scarpa: tac, tac, tac. Secondo per secondo, quella goccia misura il tempo: dieci secondi, venti, trenta. Tac, tac, tac: trentasette, trentotto, trentanove, un minuto, un minuto e mezzo, due minuti. Tac, tac, tac: un’ora. Due ore. Sedici ore.
Crétier dorme di nuovo, sulla pietra, fin che il vento lo ridesta. Vede allora un gran fuoco… un braciere? Una lanterna, forse: una lanterna che salta a un tratto dall’altra parte della valle, poiché Pession ha tolto dalle labbra la sigaretta accesa. Mezzanotte è passata. La goccia d’acqua non cade più. Sulla scarpa si è formata una piccola stalattite di ghiaccio. Fumano tutti e due, e bevono ancora acquavite. Dicono delle cose qualunque, e poi non dicono più niente. Se avessero una corda lunga lunga, si calerebbero nel buio fino al ghiacciaio, e rotolerebbero al rifugio dello Schönbull. Sarebbe una fuga straordinaria, giù giù, lungo il filo, come in certe favole.
Crétier carica l’orologio all’una del mattino. Dopo cinque minuti prova a caricarlo di nuovo. Non nevica più. Il vento freddo sconvolge la nebbia e la disperde: ecco le prime stelle nel cielo pulito: una, due, tre, e tante altre… Lassù nel cielo — ci son le stelle — si contano fra loro – le storielle… Quali storie? Dove l’han letto? In un libro di canti alpini. Una canzone assurda e ridicola: le stelle sono ferme e lontane; e non dicono niente. Fa molto freddo.
Quella più lucente dev’essere Venere, l’eteïla du berdzi, la stella del pastore, come dicono i montanari. E poi non importa, pur che venga il giorno e il sole! Intanto possono bere ancora, e fumare. La fiammella del cerino illumina per un momento la mano, la corda e la pietra vicino al volto: sempre la stessa pietra. Il sole? I primi abitatori della Valle d’Aosta s’inginocchiavano davanti al sole, all’alba e al tramonto. Pession e Crétier ripeterebbero quel gesto, alla mattina, pur che venisse presto! La stella del pastore splende nel silenzio.
Cento. Duecento. E poi mille; e poi tremila, e poi diecimila. Diecimila ottocento secondi; uno alla volta: tre ore.
Altre ore sono passate sulla pietra uguale: Crétier e Pession sono sempre infilati nella fessura, con le mani strette alla corda. Sopra i Mischabel le stelle si spengono a poco a poco. I monti mostrano nella prima luce i contorni precisi: la Dent Blanche, il Weisshorn, il Rothorn de Zinal. I due compagni si vedono finalmente, uno davanti all’altro, e sono contenti di essere in due.
I monti rivelano adesso le altre creste e le pareti, più in basso, come il giorno prima, ma la valle è nascosta dalle nebbie distese sotto la cornice: una immensa pianura bianca, su cui si potrebbe andare, da monte a monte, sopra le valli. Basterebbe camminare leggeri in principio, dove la nebbia è rara vicino alla roccia, e correre poi via sicuri dove è più densa. In un momento si arriverebbe alla cresta e al rifugio… Ma quel piano, così fermo e tranquillo, si solleva e si gonfia; ribolle, e, spinto dal vento, sommerge le ultime stelle. Bisogna attendere ancora: un’ora. Due ore. Tre ore. Sono le otto. Nevica.
Alle dieci Crétier e Pession hanno lasciato il luogo dove han passato la notte. La neve, sciolta in parte, ha formato uno strato di ghiaccio sulla pietra; altra neve lo ha ricoperto. Camminando sulla neve sopra quel ghiaccio, sono giunti dove la cornice si rompe, e riprende dieci metri più in alto; dieci metri di muro diritto e liscio. Valanghe precipitano dal Pic Tyndall.
Immaginate di essere costretti a camminare per ventiquattro ore sull’ultimo cornicione di un campanile come quello di San Marco, in un giorno di tempesta. Il cornicione è stretto e inclinato, senza parapetto; ed è coperto di ghiaccio, su cui il piede scivola. Il campanile è altissimo, e tanto lontano, in mezzo ai ghiacciai: nessuno potrà venire ad aiutarvi. Camminate appoggiandovi alla cuspide, su cui cercate qualche asperità senza trovarla, perché anche il muro è coperto di ghiaccio. E dopo aver girato per tante ore in equilibrio sulla cornice, immaginiate di dovervi arrampicare sulla cuspide.
Dieci metri: due ore. Per due ore Amilcare Crétier è rimasto aggrappato alla crosta di ghiaccio su quel tratto di rupe percossa dal vento. Ed ha anche avuto paura, per un momento, sentendosi sospeso nel vuoto, sulla conca di Tiefenmatten, e avrebbe voluto mordere la roccia per non cadere; ma poi è riuscito a salire, un poco alla volta. E’ arrivato in cima al muro, dove ha atteso Pession. Adesso cammina di nuovo sulla cornice, più in alto.
Pession si ferma e si tasta una mano: “Devo avere le dita gelate”. “Sbattile sulla roccia”. Pession sbatte la mano sulla pietra come uno straccio: una, due, tre volte il dorso e le nocche; e ancora più forte, fin che le unghie si staccano dalle dita. Il sangue gocciola sul fazzoletto.
Intanto il tuono rimbomba tra i monti; il fulmine si abbatte alto, sulla cresta; la nebbia li investe, gonfiata dal vento. Infilano le piccozze in una spaccatura, nascondono la testa sotto una roccia, e attendono, sorretti dalle piccozze. Con grande frastuono enormi blocchi rimbalzano davanti a loro. Il vento irrompe con furia sulla cresta, e altri ne stacca, che rovinano in valanga. L’aria odora di ozono e di zolfo.
Un silenzio improvviso resta sospeso nell’aria… Stupiti da questo silenzio, si sporgono dal loro riparo. Altre valanghe crollano. Il vento scroscia di nuovo, violento; la grandine crepita e rimbalza sulla pietra. Non possono più frugare nel ghiaccio con le dita rotte, eppure bisogna che resistano ancora, e si trascinino verso la cresta, ormai vicina, poiché là in basso, fra le nebbie, hanno scorto la Testa del Leone…
Sopportino intanto la grandine che li acceca, restino distesi per un’ora, ben afferrati alla rupe, per non volar via col vento, e poi si lascino dondolare da un canalone all’altro, sospesi alla corda; e piantino altri chiodi nel monte; e facciano sprizzar scintille dalla piccozza vibrata nel ghiaccio; e succhino i ghiaccioli che pendono dalla barba, e tolgano con le mani la neve dalle sporgenze, e proseguano così, sulla loro cornice, fino alle sette della sera. Poche ore soltanto.
Parte terza
La parete sud
I
Sulle più basse rocce della Testa del Leone, vi è una croce: Ici est mort l’intrépide guide Jean-Antoine Carrel le 26 août 1890, agé de 62 ans. Une prière pour le repos de son âme. Jean-Antoine Carrel, il Bersagliere, fu il primo a credere che si potesse salire il Cervino; fu il primo a salirlo dal Breil nel 1865.
Vi sono sulla Cresta del Leone dei luoghi che ricordano i tentativi fatti in tanti anni per salire il Cervino; “luoghi storici” come dice qualcuno: il Colle del Leone, la Cheminée, la Grande Tour, Le Vallon des Glaçons, le Mauvais Pas, le Linceul, la Grande Corde, l’Arête du Coq, la Cravate, il Pic Tyndall, la Spalla e l’Enjambée…
Dai tempi di quei tentativi, Carrel era tornato più di cinquanta volte sul Cervino. Molte corde erano state fissate sulla cresta. Una piccola capanna era sorta sulla “Cravate” sotto il Pic Tyndall. Una scaletta di corda pendeva dalla rupe nel tratto più difficile, sotto la vetta: la scala Jordan. Un’altra capanna era stata costruita più in basso, sulle rocce della Gran Torre… In quella capanna, 25 anni dopo la sua prima ascensione, Jean-Antoine doveva passare la sua ultima notte.
Era partito il 23 agosto dal Giomein con Carlo Gorret e Leone Sinigaglia per salire il Cervino. Verso sera, mentre si trovavano fermi alla capanna, era scoppiata una bufera paurosa. Nella notte, alla luce dei lampi, vedevano come di giorno. Il freddo era insopportabile. Non avendo più legna, avevano dovuto bruciare le panche.
Erano rimasti nella capanna tutta la notte, tutto il giorno e tutta la notte seguente. Alla mattina del 25 avevano deciso di scendere. Sei ore più tardi si trovavano al Colle del Leone, mezzo soffocati dalla tormenta. Gorret aveva perduto un guanto e aveva una mano gelata.
Si erano trascinati nella neve per tutto il pomeriggio. Dovevano urlare per intendersi, e per poter vedere dovevano togliersi il ghiaccio che si formava sulle ciglia.
Verso le 22 erano ancora sulle rocce della Testa del Leone. Carrel aveva continuato a guidare i suoi compagni nel buio, ed era riuscito finalmente a condurli sull’ultimo nevaio sopra i pascoli. Mentre lo attraversava era caduto due o tre volte…: che cosa aveva? “Rien”. Erano giunti sull’orlo dell’ultimo salto, e già Gorret, che scendeva per primo, stava per toccare l’erba dei pascoli, quando la corda s’era tesa ad un tratto fra Sinigaglia e Carrel, che scendeva per ultimo. Sinigaglia aveva provato a chiamarlo, e a tirare la corda: Carrel non scendeva. Non poteva più scendere, e del resto non occorreva più che scendesse. Ormai i suoi compagni non avevano più bisogno di lui.
Egli stava morendo lassù, aggrappato a una pietra: Montez me prendre, je n’ai plus de forces… Je ne sai plus où je suis.
Gli avevano fatto inghiottire quel poco di vino e di cognac che restava nelle borracce: egli aveva gridato, e poi era caduto nella neve. Gli avevano chiesto se volesse raccomandarsi al Signore. Aveva detto di sì, e basta.
Si racconta che un alpinista, passando davanti alla croce abbia chiesto alla guida se Carrel fosse veramente caduto in quel posto. La guida avrebbe risposto subito di no.
Perché Carrel non è caduto: Il n’est pas tombé. Il est mort.
II
Vista così, da quella nicchia, come da un balcone sull’altissimo muro, la conca del Breil appare larga fra colline appena rilevate. La valle si stende sotto le rocce oscure della Grande Muraille, e s’incupisce, in fondo, nei boschi. Le morene scendono dal Teodulo e dalle Cime Blanche, a piccole gobbe fra strisce di neve, fino al verde dei pascoli. Laggiù splende il torrente come una strada d’argento; e un lago anche, nell’ombra del bosco: il piccolo lago che da vicino mostra il fondo, nell’acqua chiara, azzurro e verde come certe penne d’uccelli rari. Dove finisce il bosco, fra gli ultimi larici, si vede una villa sul prato, un breve recinto e una capanna. Lai villa di Guido Rey, e il suo “grenier”.
Rey aveva comperato quell’antico “grenier” in fondo alla valle; lo aveva fatto demolire e trasportare lassù pezzo per pezzo, a dorso di mulo. Lo aveva ricostruito vicino alla sua “Bicocca”.
Enzo lo aveva visto due mesi prima. Avevano acceso il fuoco proprio in quel giorno per la prima volta nella piccola stufa della capanna, e dal camino si scioglieva nell’aria un poco di fumo. La capanna, di assi robuste, posava su blocchi di pietra cementati, che sporgevano poco dalla terra, ed era coperta da grandi lastre di pietra.
Pareva che fosse sempre stata in quel luogo; e il muschio che sfuggiva fra asse e asse, confermava il pensiero della casa germinata dal suolo. Era di quel muschio tenace che si comprime fra le assi perché l’aria non penetri, e che dura quanto la casa. La porta era massiccia e pareva nuova, ornata in modo semplice e rozzo. Dentro c’era solo un letto rifatto, basso come una branda; e la stufa. Attorno, sotto il soffitto, un’asse sporgeva.
“Qui dorme Ange”, aveva detto Guido Rey. Céla, ça fait vivre plus longuement: dice che a dormire nelle case di legno si campa dieci anni di più. Fosse vero! Ange Maquignaz veniva da una tettoia, tenendo in mano una lama tesa da un robusto ramo ricurvo: per terra c’era un gran tronco, di cui aveva segnato una parte. Ange si muoveva adagio, appoggiandosi alla sega come a un bastone. Era grande e aveva i pantaloni di velluto slacciati sui polpacci: i suoi gesti erano larghi. Si era fermato portando lentamente una mano al cappello; e, guardando il fumo che saliva tranquillo, aveva detto semplicemente: “perché le case senza fumo sono case morte”. Sotto il tetto vi era la testa di un angelo con due alucce scolpite e dipinte. La finestrina lasciava vedere le tende chiare; e, attorno ai vetri, l’orlo del telaio verniciato di bianco.
In quel recinto arioso ai piedi del Cervino, viveva della gente umile e grande. Erano cresciuti gli abeti piantati da loro; e già qualcuno s’alzava svelto sugli altri. L’aria passava fra i ramicelli senza muoverli, e ogni cosa appariva così ingenua da far pensare ai paesaggi dei presepi.
Dall’alto si vede la casetta messa fra gli abeti in quel paesaggio: le finestre chiuse e il fuoco spento. Siamo a metà di ottobre e Guido Rey non c’è.
Quel giorno d’agosto egli aveva carezzato una tortorella che aveva il nido sotto il portico, vicino alla lampada: la povera tortorella disturbata nel suo nido da quel falso sole! Rey non avrebbe più acceso la lampada. Guardava verso i monti, fra le nebbie, con quei suoi occhi limpidi. Che cosa era venuto a fare Benedetti? Aveva salito i Jumeaux dalla parete; va bene, questo lo sapeva; ma, adesso, che cosa voleva fare di nuovo? Enzo non gli aveva detto niente; anzi non aveva mai detto niente a nessuno, eppure Rey sapeva: “Ho già capito, basta”. Certe notizie sono l’aria: le raccoglie il torrente, là in alto, e le trascina a valle. S’erano visti dei giovani valdostani sotto la parete, e qualche cosa si era saputo. I tedeschi avevano salito la parete nord pochi giorni prima. Crétier aveva tentato la parete ovest, e poi la Sud: Crétier e Binel. Rey aveva fatto un gesto con la mano, seguendo nell’aria la forma della montagna. Un gesto simile aveva fatto Antonio Castagneri quando Rey era venuto per tentare la Cresta di Furggen: Castagneri non era più tornato dal Monte Bianco, e Rey aveva percorso la cresta molti anni dopo: sono ormai passati altri trent’anni. Un anello di corda sbiancata dal tempo attorno a un sasso sporgente dal muro, ricordava quelle cose lontane. Benedetti era venuto per salire la parete sud.
Aveva pensato di salirla appena visto il Cervino. Nel 1930, percorrendo la Cresta di Furggen, aveva guardato la parete di fianco e dall’alto: forse sarebbero potuti passare da quella parte. L’aveva osservata di nuovo con Luigi Carrel e Bich…: si sarebbero arrampicati sulle placche del canalone che sale verso la Cresta di Furggen, e poi avrebbero cercato di superare la parete sopra il canale. Se fossero riusciti a superarla, avrebbero potuto raggiungere facilmente la “Testa” del Cervino.
Più in alto, sulle rocce della Testa, erano già passate tre guide di Valtournenche: i tre Jean-Baptiste. La via scoperta da queste guide conduce alla vetta Svizzera, e Benedetti avrebbe voluto invece salire diritto, nel canale che divide le due vette; ma Carrel aveva detto di no. Erano a Cheneil, quella volta: “Per il canale no: per di là non passano neanche i gatti”.
Avevano voluto vederla anche d’inverno, quando la neve rivela tutte le piccole cenge. Il vento di tramontana aveva pulito il cielo, e urgeva ancora, alto fra i monti. La neve, trascinata dal vento sulle creste, si perdeva in nuvolette tese e palpitanti come lembi di velo nell’azzurro uguale. Una di quelle piccole nuvole s’era staccata a un tratto dal Teodulo, rotolando nella gran luce: una nuvoletta bizzarra. Anche quando le altre, non più sorrette dal vento, ricadevano come una bianca criniera sulle creste, essa continuava a discendere velocissima. E poi il vento non veniva da quella parte. La nuvoletta guizzava seguendo le gobbe del monte, e si avvicinava a Plan Torrette. Eccola: uno sciatore, solo.
Aveva il capo avvolto da un fazzoletto rosso, annodato sulla nuca. Aveva perso una racchetta. Dell’altra gli era rimasto un pezzo di bastoncino. Così solo veniva da Zermatt. Si era fermato, domandando qualche cosa a Carrel, in dialetto: una racchetta? Ormai poteva scendere senza. Carrel lo ascoltava attento: forse si conoscevano.
Kaspar Mooser aveva tentato ancora di salire la parete nord? Lo sciatore diceva di aver trovato Maurizio Bich al rifugio del Teodulo… Benedetti non capiva niente. L’uomo dal fazzoletto rosso continuava a parlare con Carrel, come se Benedetti non ci fosse. Finalmente si era allontanato, col suo pezzo di bastoncino, scivolando rapido verso il Breil. Benedetti aveva conosciuto così Amilcare Crétier. Era il giorno dell’Epifania di quel 1931.
Dal Breil, Crétier aveva osservato la parete col grande cannocchiale di Aimé Maquignaz. Era già venuto nel luglio del 1930 per salirla con Lino Binel, e sarebbe tornato. Un anno dopo, ai primi d’agosto, era di nuovo al rifugio Duca degli Abruzzi: Binel sarebbe venuto presto. Intanto Crétier andava a spasso sui ghiacciai, sotto il Cervino. Il 9 di agosto si era diretto verso la parete.
Oltre il crepaccio, aveva percorso una cengia, e poi era salito sull’orlo del gran canalone verso la Cresta di Furggen. La nebbia si stendeva sulla conca del Breil. Si era avvicinato alla cresta, dove cade diritta, sotto la “Spalla”: una parete enorme, rotta da una fessura altissima. Era salito sulla neve dura, di roccia in roccia, e si era fermato su un breve ripiano. Davanti a lui si alzava un muro. Dall’altra cresta, sotto la vetta italiana, veniva un rumore di piccozze sbattute sulle rocce: una comitiva sulla scala Jordan.
Crétier aveva messo un biglietto in una scatola, aveva disposto tre pietre in mucchio sopra la scatola, si era seduto e aveva guardato in alto. Nell’aria calma passava ogni tanto il suono lontano delle piccozze. Egli si sarebbe dovuto arrampicate su quel muro.
Il rumore di una valanga lo aveva riscosso: la cenere della sigaretta si era dispersa sulla pietra. Mentre le ultime pietre crollavano là in basso, egli aveva cominciato a discendere: aveva guardato ancora in alto, ogni tanto. La nebbia copriva sempre il Breil: nessuno poteva averlo visto, eppure qualcuno, dal rifugio, lo aveva seguito col cannocchiale. Amilcare Crétier aveva raggiunto, da solo, l’altezza di quattromila metri.
Binel era venuto, “portando il brutto tempo”: pioggia e tempesta per tanti giorni. A metà di agosto la neve era scesa al Breil: Binel e Crétier erano tornati a casa.
Proprio allora, forse appena una settimana più tardi, Benedetti aveva visto fumare per la prima volta il “grenier” di Ange. Il Cervino era coperto di neve. Benedetti aveva atteso qualche giorno andando al Teodulo e al Breithorn, ma era piovuto e nevicato ancora, e anch’egli aveva finito per partire. Settembre era passato, era venuto l’ottobre sereno. Ormai le giornate erano troppo corte; sulle rocce doveva esservi già molto ghiaccio: bisognava attendere un altr’anno. Così pensava Crétier, e così, forse, aveva finito per pensare anche Benedetti.
Improvvisamente gli era giunto un espresso da Carrel. Sì era buttato in un omnibus da Milano a Chivasso, viaggiando tutta la notte. Il 14 ottobre era a Valtournenche. Era venuto proprio, come diceva, “per non aver niente da rimproverarsi”. La sera stessa aveva dormito con Luigi Carrel e Maurizio Bich al rifugio Duca degli Abruzzi, all’Oriondé.
Alla mattina di quel giorno, 15 ottobre, la sveglia non aveva suonato, ed erano partiti tardi dal rifugio: il monte era freddo nella luce dell’alba. Camminavano respirando l’aria fresca. Le scarpe gemevano sulla neve dura.
Enzo credeva di trovare un grande crepaccio, sotto le rocce: da che parte sarebbero potuti passare? Si era trovato sulle rocce senza essersi accorto d’aver attraversato il crepaccio. Così avevano cominciato a salire sulla parete grigia: il sole già la scaldava in alto.
Davanti all’albergo dei Jumeaux qualcuno li sta cercando col cannocchiale: nel cerchio della lente passano solo rocce scure e macchie di neve. Altre rocce, così distanti, fluiscono nitide nella lente: strisce di neve, un pezzo di cielo; e poi, di nuovo, le rocce di prima. Da un ora tre uomini sono scomparsi nelle pieghe del monte.
Li avevano visti all’alba sotto il gran canalone, e poi una rupe li aveva nascosti. Erano rispuntati più in alto, per più di quattro ore avevano potuto vederli nel canalone verso la Cresta di Furggen. Avanzavano in fretta e poi si fermavano, così piccoli, con la corda come un filo sulle rocce… “Non li vedi? Sotto quella striscia di neve”.
Avrebbero voluto sentirli parlare mentre si muovevano senza rumore: la lente li avvicinava, ma, in quel silenzio, essi restavano sempre lontani: che cosa facevano fermi di nuovo? Lassù cadevano tante pietre. Quando cominciavano a sentire il rumore delle pietre, si fermavano dietro qualche roccia. Le pietre scrosciavano intorno, mentre erano fermi; poi ritornava il silenzio. Allora riprendevano a salire.
Così erano giunti sotto la Spalla di Furggen. Due mesi prima Crétier era salito, un poco più a destra, fino a quel punto. Essi avevano continuato ad arrampicarsi fino a una nicchia sull’altissimo muro.
Da mezz’ora stanno godendosi il sole in quella nicchia. Dal Breil non li hanno ancora scorti, perché, cosi fermi, si confondono con le rocce. Il giorno è sereno e la rupe calda. Maurizio, seduto, col sacco aperto sulle ginocchia, sopra qualche anello di corda, guarda in alto senza parlare. Carrel, con le maniche della camicia rimboccate e i polpacci nudi al sole, seduto ancora più in là, sull’orlo della nicchia come sul davanzale di una finestra, guarda anche lui verso la Cresta di Furggen: da questa parte nessuno ha mai visto la cresta così da vicino.
Dal Breil continuano a cercarlo col cannocchiale: davanti all’albergo dei Jumeaux un’ombra nasconde un gruppetto di guide che parlano di lui: c’è anche suo padre, Giovan Giuseppe. Gli hanno portato in quel momento una buona notizia: daranno una medaglia d’argento al suo figliolo. Vi ricordate? Luigi Carrel s’era fatto calare per 60 metri in un crepaccio del Breithom, per trovare il corpo di uno sciatore.
Egli non pensa adesso a queste cose: guarda le lisce e paurose pareti sotto la Spalla di Furggen, sicuro ormai di arrivare sulla vetta. Il sole dispone alla serenità. Anche i suoi compagni provano un senso di benessere e, quasi, di pigrizia: sono fiduciosi e tranquilli: “Che cosa dirà il buon Crétier?”.
Il Breithorn e le altre cime del Monte Rosa s’inseguono pesanti. Il Monviso si mostra diafano nella lontananza, attraverso l’aria ferma sulla conca del Breil. Enzo guarda ancora il torrente, il lago azzurro, la casa di Guido Rey, chiusa e lontana, fra gli ultimi abeti: “Che cosa era venuto a fare, di nuovo, il signor Benedetti?” Ecco che cosa voleva fare! Gli dispiace proprio che Rey non sia al Breil.
Carrel si è stato sull’orlo della nicchia e guarda dall’altra parte. Pianta un chiodo: il suono dei colpi vibra nell’aria chiara. Girano attorno all’orlo, e salgono sul muro. Più in alto, da un masso che sporge sprizza una cascata, rappresa nell’aria dal gelo. Carrel è già nell’ombra di quella cascata di ghiaccio, e anche Maurizio. Arrivano in un canale sopra un ripiano sparso di tanti funghi lucenti: li vedono bene, così vicini. Il cielo era aperto sopra il ripiano, nessun stillicidio veniva dal monte, e il vento non avrebbe potuto portare le gocce in modo così regolare. Eppure quei mucchietti di ghiaccio lucevano viscidi e rotondi, come meduse.
Dopo quattro ore, il cannocchiale del Breil rivelava i tre uomini sull’orlo del muro: “eccoli là, sotto la neve… sopra quella roccia, quella roccia oscura”. Stavano piantando un chiodo per poter passare una cengia liscia e bagnata: scendendo dal monte, l’acqua rimbalzava sulle rupi, e ricadeva come una pioggerella. Erano arrivati fin là salendo per certi canaletti ripidi e faticosi; adesso l’acqua li inzuppava. Dal Breil li avevano visti di nuovo, più in alto, mentre salivano sulla neve, verso la “Testa” del Cervino. Ormai sarebbero arrivati in cima di sicuro. Il padre di Carrel era già sceso a Valtournenche; sarebbe andato fino a Cheneil, a prendere una bella forma di fontina, da regalare a Benedetti, perché proprio se la meritava.
Alle 16 si erano fermati sotto la vetta italiana. Avevano mangiato qualche cosa. Non restava che salire a sinistra, sulla cresta, fino al “Passaggio Aymonod”, e per quel “passaggio” raggiungere la vetta svizzera, ma Carrel aveva fatto invece qualche passo verso destra. Vi era là uno sperone che nascondeva il grande canale fra le due vette, quel canale “per dove non sarebbero passati neanche i gatti”. Si era arrampicato sullo sperone, sostenendosi su sporgenze tanto piccole che quasi non si vedevano: la mano aderiva alla rupe proprio dove pareva più liscia: ma come faceva a sostenersi? Spostandosi su quella rupe, Carrel era scomparso nel canale.
Dopo un poco, anche Maurizio lo aveva seguito. Enzo lo aveva guardato per un momento, mentre era sospeso alla rupe, e poi aveva voltato la testa. Dall’altra parte un corvo saltava sulle rocce. Enzo sentiva che Maurizio sbuffava, e non voleva guardarlo: come avrebbe fatto a ripetere i suoi movimenti? Non voleva neanche pensarci. Il corvo si era avvicinato tranquillo, beccando qua e là briciole di pane. Non aveva paura: lassù gli uomini non fanno male alle bestie. Ma, a un tratto, era volato via spaurito, il vento aveva mosso un pezzo di carta.
Maurizio era fermo, sull’orlo dello sperone. Dal canale si sentivano venire i colpi secchi del martello che picchiava su un chiodo. Il corvo era tornato, posandosi più in là, incerto e sospettoso. Carrel aveva finito di battere sul chiodo: non si sentiva più nessun rumore, e pareva che intorno ci fosse un gran vuoto. Maurizio non era più sull’orlo dello sperone, forse stava salendo nel canale. La corda si svolgeva piano piano, e poi si fermava: pendeva sulla rupe liscia, e spariva dietro lo sperone. Stando così fermo, coi vestiti bagnati, Enzo aveva freddo. Era appoggiato da mezz’ora alla pietra, e doveva stare ancora così in compagnia di quel corvo. La corda aveva ricominciato a muoversi. Dopo un poco, il cannocchiale mostrava di nuovo la montagna deserta.
Verso sera qualche cosa era spuntato sulla cresta: un uomo sulla forcella tra le due vette, e poi un altro, e un altro ancora: camminavano sulla cresta, in fila. Nel crepuscolo, la montagna era diventata altissima e fredda. Il cannocchiale era fermo: nel cerchio della lente, sull’orlo della montagna oscura, si vedeva una piccozza.
I tre italiani stavano scendendo dall’altra parte. Enzo era ancora sorpreso: ormai aveva rinunciato, per quell’anno, come tutti gli altri, e aveva compiuto l’ascensione quasi senza saperlo. Ricordava ancora la luce fredda dell’alba, le immense pareti e la nicchia nel sole, quel gran cielo sereno, il lago azzurro, i monti lontani nell’aria limpida, le morene, le case in fondo alla conca del Breil, la cascata di ghiaccio, i salti della Cresta di Furggen, i funghi di ghiaccio sulla pietra, la pioggerella che gli aveva inzuppato i vestiti sull’ultima cengia… Il vento freddo, sulla cresta, li aveva irrigiditi subito! Entro quei vestiti si muoveva, scendendo sulla neve, nel buio, verso la capanna Solvay.
Le dita gli dolevano. Le aveva rovinate sulla roccia, in basso, e poi nell’ultimo canalone. Laggiù, sotto la nicchia, dovevano aver superato un passo molto difficile; aveva cercato di afferrarsi a un blocco che gli era caduto addosso: sentiva ancora un dolore al ginocchio. E il corvo impaurito da un pezzo di carta? Maurizio scendeva dalla neve sulle rocce: quella era una roccia, o ancora la schiena di Maurizio? Una roccia; ma ormai non vedeva più niente.
Anche l’ultimo canalone era stato tanto difficile. Carrel aveva piantato un chiodo, ed Enzo non riusciva ad afferrarlo. Si era allungato sulla rupe, aveva teso il braccio, si era sollevato ancora: la mano era arrivata un altro poco più in su, ma il chiodo era ancora più in alto, sopra il dito. Quando era riuscito ad afferrarlo, era rimasto attaccato con una mano a quel chiodo per riposarsi. La corda saliva davanti a lui: stando così, contro la roccia, non poteva vedere i suoi compagni. Era salito fra le pareti coperte in parte di ghiaccio. Il vento del Nord investiva a tratti la cresta vicina, ma nel canale non cadeva neanche una pietruzza. Ad un tratto si era trovato costretto fra due pareti: dall’alto tiravano la corda ed egli non poteva salire. Aveva alzato le braccia per tirare a sé un poco della corda che lo soffocava, e, in quello sforzo, si era potuto sollevare di peso. Infine era uscito dal canale passando sotto le gambe di Bich.
Carrel, sulla cresta, aveva legato un fazzolettone rosso alla piccozza, ma il vento lo avvoltolava al manico: erano scesi sulla neve, che serbava ancora un poco di luce, e, più in giù, lungo le corde, verso la “Spalla”. Ma perché Carrel aveva voluto discendere da quella parte? Il vento non lascia neanche respirare, e sulla cresta non c’è nessun riparo: bisogna scendere adagio, nel buio.
Enzo si accorge di aver lasciato andare la corda che lo lega a Maurizio. È possibile addormentarsi su quel pendio? Là vicino erano scivolati gli inglesi nel 1865: Croz! Michele Croz appunto. Erano scivolati sul dorso, con le braccia aperte: erano scomparsi uno dopo l’altro in quel buio. Anche Croz aveva legato una bandiera a un bastone sulla vetta: il suo camiciotto, che era rimasto a sventolare lassù per tanto tempo. Eppure Enzo è stanco, e vorrebbe poter dormire. Se fossero scesi dall’altra parte, il vento non li avrebbe molestati: si sarebbero anche potuti fermare in qualche posto. Invece bisogna sostenere una fatica che non finisce più: “Carrel avrebbe dovuto dirglielo prima! Non si deve fare così, non si deve!“. Egli credeva che volesse giungere sulla vetta svizzera soltanto per far sventolare lassù il fazzoletto: veramente sarebbe stata una grande sciocchezza a quell’ora e con quel vento!
Il piede non trova un appoggio sulla pietra: i chiodi grattano di qua e di là, da ogni parte…; il piede si è fermato su qualche cosa: regge. L’altro sprofonda nella neve: scivola. “Ecco: adesso Carrel vedrà che cosa succede! Non bastava esser saliti? Niente affatto!”. E intanto scivola ancora il piede di prima: bisogna stare attaccati lo stesso alla roccia che non si vede. Le mani la tastano al buio, si afferrano alla corda, cercano una sporgenza più in basso. Così quei tre uomini scendono sulla cresta della montagna, in bilico sulle valli. Ecco un gancio di ferro e un’altra corda. Fermarsi non si può nella notte freddissima: bisogna scendere ancora, dove non ci sono più corde. Neve. Altra neve dura: un pendio ripido che si perde sul precipizio.
“È questa la Spalla?” “Sì.” Scendono carponi, sulla cresta, fra piccole torri; quella che pareva vicina non c’è: aria e buio. Il vento è scemato, arriva ancora a raffiche, mentre più in alto cava dalle rocce suoni lunghi come certi ululati che si sentono di notte nelle campagne.
Scendono da più di tre ore. Carrel accende a tratti una lampada: la luce improvvisa li acceca. Quando la spegne, Enzo non vede proprio più niente: gli pare che, prima, riuscisse ancora a vedere qualche cosa. Ma perché Carrel si ostina ad accendere la lampada? Quella luce lo esaspera. Là, a destra, pare che ci sia un’altra torre, forse; o un macigno. La cresta piega più in là: sentite i chiodi della scarpa sulla roccia? Il piede scivola di colpo, ma la mano è salda. Queste scosse improvvise fanno sudare come per una grande fatica, e stancano in modo incredibile. Uno strattone: la corda deve essersi impigliata in qualche posto. Adesso poi basta. Ancora un poco e poi basta. Enzo è stanchissimo.
Quei lumicini? Il paese, nella valle: lontano. Un’altra piccola torre, e un’altra: merlature rotte e cadenti. Così frastagliata è la cresta sopra i due precipizi.
“Ma dov’è questa maledetta capanna?” “Qui sotto, non vede?” La voce di Maurizio viene dal buio: Enzo non vede né Maurizio, né la capanna, né il monte stesso. È allucinato. Procede sospeso a fantastiche grondaie di edifici altissimi, sopra un vuoto immenso. La capanna? Egli vede solo quei lumicini, ogni tanto: prima gli pareva che fossero dall’altra parte; due o tre spariscono a un tratto, e poi tutti insieme, nascosti da una roccia: lontana o vicina?
Di nuovo le mani cercano un appiglio, e i piedi un appoggio: è inutile voler guardare in quel buio… La capanna è lì sotto. Ma bisognerà continuare a discendere per altre due ore prima di arrivare a quella capanna. Finalmente le mani di Maurizio hanno toccato qualche cosa che non è roccia: un’asse, una parete di legno, sonora e uguale. Anche Enzo è arrivato. Ecco fatto. A momenti è mezzanotte. È proprio vero: possono ormai riposare, ma non ne sentono più tanto bisogno adesso che sono fermi in un posto piano e sicuro.
Carrel deve ancora scendere: su quell’ultimo tratto c’è un gran lastrone e una cordicella, ma Carrel non si vede. Si sente che scende lentamente. “Potrebbe però scendere un poco più in fretta”, pensa Enzo: ‘‘quegli ultimi passi non erano poi tanto difficili”. Dopo un quarto d’ora arriva anche Carrel. Adesso hanno finito davvero. Ma che cosa hanno acceso nella capanna? Sulla porta, Enzo deve chiudere gli occhi per un momento, tanto lucente gli appare la fiamma della candela. Da quante ore non vede i suoi compagni? Essa li illumina dal tavolo, come in certi quadri fiamminghi: ecco il volto di Carrel, coi pomelli rossi, il sorriso da ragazzo forte e timido, una ciocca nera sulla fronte; e quello di Bich, chiuso e potente, come una maschera del Verrocchio. Le loro mani si muovono in quella luce e mandano grandi ombre sulle pareti. Il vento passa, alto, nella notte serena.


