Ambrogio Fogar

Ambrogio Fogar. Le mille straordinarie vite dell’ultimo grande sognatore. A 20 anni dalla sua scomparsa, la biografia che restituisce memoria e umanità a un personaggio irripetibile, oltre le sue imprese estreme.

Le avventure dimenticate di Ambrogio Fogar
(un italiano libero e i suoi sogni che ancora oggi parlano al futuro)
di Daniele Fiori
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 9 agosto 2025)

C’è stato un tempo in cui Ambrogio Fogar era un volto familiare, capace di evocare orizzonti lontani, mari in tempesta e avventure ai limiti dell’impossibile. Oggi, a vent’anni dalla sua scomparsa (24 agosto 2005), il ricordo di quest’uomo straordinario sembra essersi sbiadito, relegato nei cassetti polverosi della memoria collettiva. Per i più giovani, Fogar è poco più di un nome, quando non un perfetto sconosciuto. Eppure, per chi lo ha conosciuto, seguito o anche solo intravisto attraverso lo schermo televisivo, è stato molto più che un esploratore: è stato un simbolo di coraggio, libertà e sete insaziabile di vita. Lorenzo Grossi, con il suo libro Ambrogio Fogar. Le mille straordinarie vite dell’ultimo grande sognatore (Infinito Edizioni, 2025), compie un’operazione tanto doverosa quanto illuminante: riscoprire una figura che ha saputo incarnare l’inquietudine creativa di un’intera generazione. Un modo per portare il lettore in un viaggio affascinante tra le mille vite di un uomo che sembrava incapace di stare fermo. Ma anche per rileggere in retrospettiva la storia di un grande italiano e le sue imprese. In un mondo dove tutto è conosciuto, dove l’inesplorato sembra non esistere, l’esempio di Fogar – più nei suoi istinti che nelle sue imprese – diventa un modello estremamente attuale per chi crede ancora nei cambiamenti. I suoi sogni, la sua indole, parlano ancora oggi al futuro. La sua biografia ci ricorda come esistano sempre dei limiti da superare, delle resistenze da superare. Geograficamente e metaforicamente.

Fogar è nato a Milano il 13 agosto 1941. La narrazione della sua infanzia e adolescenza prende avvio con un passo calibrato. Grossi non ha fretta: prepara il terreno, contestualizza, ricostruisce la cornice storica, culturale e sociale nella quale si inscrivono le imprese di Fogar. È un avvio meditato, che potrebbe apparire lento, ma che si rivela invece fondamentale. Perché Ambrogio Fogar non si comprende davvero se non si tengono insieme i pezzi – sportivi, politici, umani, mediatici – che lo hanno reso ciò che è stato. Il libro diventa così anche uno strumento per rileggere l’Italia del secondo Novecento attraverso gli occhi di un protagonista non convenzionale.

Poi, quando il profilo è stato tracciato, la narrazione accelera e si apre il sipario sulle imprese che hanno fatto di Fogar un “supereroe in carne e ossa”, come lo ha definito l’amico Guido Meda. Ovviamente il giro del mondo in solitaria compiuto nel 1974 a bordo del Surprise: il secondo uomo in assoluto a completarlo da Est a Ovest, ovvero contro le correnti e i venti dominanti. Fogar diventa famoso, anche per aver compiuto l’impresa senza alcuna esperienza pregressa nella vela. Dalla fama alle polemiche, per la morte dell’amico Mauro Mancini al largo delle isole Falkland. E ancora – senza troppi spoiler – le esplorazioni tra i ghiacci (con altre polemiche) in compagnia dell’iconico cane Armaduk, le corse nel deserto, la partecipazione alla riapertura del Canale di Suez.

Ma Fogar non fu solo un pioniere dell’estremo. Fu anche giornalista, conduttore, autore, imprenditore, attivista, perfino arbitro di calcio e attore. Siamo nel 1984 quando con Jonathan – Dimensione Avventura Fogar inventa un nuovo genere di trasmissione tv che diventerà un modello di riferimento e gli consentirà di portare gli italiani negli angoli più remoti del globo. D’altronde, la sua vita è stata un susseguirsi di metamorfosi, di sconfinamenti, di nuove partenze. E Grossi restituisce questa complessità con uno sguardo ampio, che mette in luce le tante sfaccettature di un uomo capace di essere sempre un passo avanti rispetto al suo tempo: parlava di cambiamento climatico negli anni Ottanta, difendeva gli animali, sosteneva la ricerca sulle cellule staminali, criticava la politica piegata agli interessi religiosi, e s’interrogava – senza arroganza – sui temi più profondi della convivenza civile.

Ambrogio Fogar

Fino e anche oltre il tragico incidente del 12 settembre 1992, in pieno deserto del Turkmenistan, durante una gara di rally. Dalle imprese simbolo di libertà al corpo simbolo di tenacia: Grossi esplora anche il nuovo Fogar, paralizzato nei muscoli ma non nella mente, che si fa strumento di testimonianza, di nuovi tipi di esplorazione. La lettura ha il merito di mostrare quanto sia stato anche un intellettuale atipico, un sognatore, soprattutto un uomo libero. Un anticonformista, si direbbe forse oggi. Sicuramente quei personaggi che smuovono le coscienze, spingono a sognare, sono ispirazione. Eccola l’importanza di questa biografia: la riscoperta di un personaggio che ha vissuto molte vite in una sola e che merita un posto nel pantheon laico degli italiani. Resta una domanda inevitabile: com’è possibile che Ambrogio Fogar sia stato dimenticato? Il lavoro di Grossi è come se riaccendesse un faro, per restituirgli il posto che gli spetta nella memoria collettiva. E per far parlare la sua storia al futuro.

Le mille incredibili sfide di Ambrogio Fogar
di Orlando Sacchelli
(pubblicato su ilgiornale.it il 21 agosto 2025)

Non è stata una vita normale la sua, è stata una lunga avventura. Per certi versi “pazzesca”. Ha fatto il giro del mondo in barca a vela, in solitaria, contro le correnti dominanti, sfidato i ghiacci del Polo Nord, attraversato i deserti. Tutte sfide estreme quelle in cui si è cimentato Ambrogio Fogar. Un incidente tragico avvenuto durante un rally in auto pone fine alle sue scorribande. Siamo nel 1992. Fogar resta paralizzato dalla testa in giù. Respira solo grazie a uno stimolatore elettrico e la sua vita è attaccata alle macchine. È la fine, pensa lui, che non a caso chiede ai familiari di chiuderla lì, di farsi accompagnare all’estero per l’eutanasia. Non esaudiscono questo suo desiderio e, dopo qualche anno, lui gliene sarà grato. Nel giro di poco tempo Fogar troverà nuove sfide da portare avanti, nonostante le sue condizioni di vita. Un esempio per tanti, ancora oggi, a venti anni dalla sua morte, avvenuta il 24 agosto 2005.

Nel libro Ambrogio Fogar – Le mille straordinarie vite dell’ultimo grande sognatore (Infinito edizioni, pagg- 218, euro 18) Lorenzo Grossi ci accompagna per mano lungo i 64 anni di vita di questo milanese che è stato tante cose: navigatore, esploratore, scrittore e conduttore televisivo. Ma anche assicuratore.

Era proprio vendendo polizze, infatti, che sbarcava il lunario. Ma una vita normale gli stava troppo stretta. Aveva bisogno di stimoli, prove continue con se stesso. Era così fin da quando era bambino, quando a soli 12 anni aveva voluto vivere per tre giorni e tre notti da solo, tra i boschi sopra la casa di famiglia delle vacanze estive, in val d’Ossola. Sfida con se stesso vinta. Come tante altre in seguito. Se c’è un fil rouge che unisce tutte le imprese di Fogar è proprio la voglia di superare le difficoltà mettendosi alla prova. E subendo, ogni tanto, anche pesanti batoste.

Una delle più dure, senza dubbio, è legata al naufragio che porterà alla morte del suo compagno di viaggio, il giornalista Mauro Mancini. Siamo nel 1978. Il 6 gennaio i due salpano da Mar della Plata, in Argentina, diretti in Antartide. Dopo 12 giorni la barca viene colpita da un branco di balene e affonda. Fogar e Mancini si rifugiano su una zattera autogonfiabile e, con solo un po’ di zucchero e della pancetta, riescono ad andare avanti, nutrendosi anche con degli uccelli uccisi alla bisogna. Quando ormai pensano solo alla morte, dopo 74 giorni di galleggiamento in alto mare pesano 40 kg, vengono miracolosamente tratti in salvo da un mercantile greco. Sembra un lieto fine da favola, ma non è così. Il suo amico e compagno di avventura, due giorni dopo il salvataggio muore di polmonite. Un episodio che segnerà per molti anni la vita di Fogar, messo “sotto processo”, moralmente, per quanto avvenuto

Non stiamo qui a ripercorrere tutte le avventure di Fogar, alcune delle quali conosciutissime, per aver ricevuto una notevole copertura mediatica. Fra queste senza dubbio c’è la sfida per arrivare al Polo Nord a piedi, con la slitta e il cane Armaduk, un husky siberiano. L’avventura dura 51 giorni ma tecnicamente non va a buon fine: a un certo punto Fogar è costretto a salire su un aereo, perché si rende conto che, a causa della rottura di alcuni enormi blocchi di ghiaccio, non sarebbe mai riuscito a concludere l’impresa. Seguono, ovviamente, altre polemiche. Qualcuno lo accusa di aver barato, lui si difende.

Negli ultimi anni prima del tragico incidente in Turkmenistan, Fogar diventa un apprezzatissimo divulgatore e conduttore tv. “Jonathan – Dimensione avventura” (su Canale 5) e “Campo base” (Canale 5 e Tele +) sono solo alcuni dei programmi a cui si dedica, molto apprezzati dal pubblico e dalla critica. Fogar non inventa nulla, è se stesso: parla di viaggi, avventure e sfide in tutto il mondo.

Ambrogio Fogar. Wikipedia / © Rino Petrosino/General public domain

Concludiamo citando le parole dell’autore, che spiega perché abbia deciso di scrivere questo libro:
“Tu sai chi è stato Ambrogio Fogar, vero?” Credo che questa domanda, posta da me nel corso degli ultimi anni a colleghi e amici coetanei, sia stata quella che – tra gli interrogativi di carattere nozionistico – abbia regolarmente messo più in seria difficoltà tutti i vari interlocutori. Le reazioni sono state, infatti, sempre uguali: lunghi silenzi, sguardi pensierosi che fissavano nel vuoto, fronti corrugate, tentativi di abbozzare qualche timida replica, classica e “disperata” frase riparatoria: “Ho già sentito questo nome…”, poi più niente… Facevo estremamente fatica a sopportare l’idea che si fosse creato un vuoto di memoria tra due generazioni e che, quindi, a coloro che hanno meno di quarant’anni il suo nome non dicesse proprio niente. E io stesso sarei potuto cadere in questa lacuna storica se non mi fosse venuto in soccorso un episodio specifico che è capitato durante la mia infanzia.

Il commento
di Carlo Crovella

Personaggio discusso e discutibile, inutile nascondere che Fogar ha rappresentato un’epoca: quella della avventura mediatizzata. L’avventura raccontata per filo e per segno, con libri che hanno fatto scuola, ma ancor di più l’avventura che è approdata in TV con sistematicità e alimentando costantemente l’attesa per la puntata successiva.
Gli spettatori di quegli anni non si sono dimenticati delle emozioni scaturite in loro semplicemente guardando il piccolo schermo.
Ancora adesso, trascorsi quarant’anni circa, quando riascolto la sigla della trasmissione Jonathan, mi si accappona la pelle.

Non sapevamo, allora, noi giovani ventenni, ingenui emuli emotivi di Conrad e di Melville, di Mallory e di Irvine, di Bonatti e di Messner che proprio la mediatizzazione dell’avventura avrebbe aperto la porta al trend che è poi degenerato fino all’attuale invasione incontrollata dei “cannibali”, al connesso assalto antropico dei luoghi di avventura (e, fra questi, delle montagne) e alla loro sofferenza, ormai visibile a occhio nudo.
I mentori di tutto ciò, i Fogar di allora, sono quindi colpevoli per quello che è avvenuto dopo? Ne sono i mandanti, seppur inconsapevoli?

Evidentemente no. Si tratta di un fenomeno socio-culturale intessuto di mille risvolti: abbiamo avuto tutto il tempo per controllare il trend, ma è totalmente mancata la volontà in tale senso. Inutile piangere sul latte versato, oggi occorre trovare delle soluzioni efficaci e non andare a caccia dei responsabili ideologici.

Certo, in chi ha vissuto lo spirito iniziale del fenomeno resta una profonda nostalgia per quella particolare visione, un po’ ingenua e un po’ onirica, che non tornerà mai più.

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3 Comments

  1. says: Enrico Villa

    Sicuramente non aveva la tempra di Bonatti e Messner e nemmeno era un professionista come loro: le sue avventure erano motivate da grandissima passione, concepite durante la normale routine del suo lavoro. Ma era estremamente comunicativo ed esageratamente avvincente nei propri racconti. Rappresentava il modello di ogni impiegato medio che immagina di essere un fuoriclasse, pur se la vera avventura, quella che rimane scritta nella storia, è ben lontana dai propri sogni. Purtroppo quel brutto incidente gli ha negato ogni possibilità di muoversi, ma non quella di continuare ad immaginare. Mi piace ricordalo così, non per quanto ha fatto ma per quello che pensava ancora di fare.

  2. says: tore panzeri

    mi piace ricordarlo come avventuriero che vedevo in tv. Mi piace ricordarlo come persona che doveva apparire ma non sono sicuro che lo volesse. Mi piace ricordarlo nel momento che ho avuto modo di conoscerlo e parlarci per pochi minuti quando, accompagnato dalla sua fidata guida alpina Graziano Bianchi, lo incontrato sulla cresta del Grignone, Grigna Settentrionale, in inverno mentre decollavo con il mio parapendio dopo le solite salite di allenamento. Sono passati 40 anni e mi sembra ieri. Grande persona

  3. says: Valerio Brustia

    In alta val Bognanco hanno realizzato un nuovo bivacco e lo hanno intitolato a lui. Mi sembra il modo migliore per ricordare un uomo che, comunque la si voglia vedere, è andato sempre oltre dimostrando, con il suo corpo, di non concepire la resa come opzione.
    Lo ricordo al campo Giuriati a Milano, nel mezzogiorno corsetta di allenamento, si trascinava un discreto codazzo di docenti del poli che apprezzavano la sua compagnia. Questo accadeva ovviamente prima di quell’incidente idiota.
    Non ci sono più sognatori di quel livello e se ci sono, non abbiamo modo di saperlo.

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