Il mercante dei capelli

di Paolo Crosa Lenz
(pubblicato su Lepontica n. 17, febbraio 2022)
Immagini tratte da Paul Scheuermeier. Il Piemonte dei contadini 1921-1932. Rappresentazioni del mondo rurale subalpino nelle fotografie del grande ricercatore svizzero a cura di Sabina Canobbio e Tullio Telmon (Priuli e Verlucca, Regione Piemonte, Università di Torino, 2007).

L’anno scorso è uscito un libro interessante sui montanari delle valli del basso Piemonte. L’ha scritto Franco Faggiani (Gente di montagna, Mulatero, 2021). Non parla di alpinisti o esploratori, guerrieri o scienziati, ma racconta 35 “storie” di gente comune, storie di lavoro e spesso di sogni infranti. Una di queste è quella di Giovanni Barbero (Le mani nei capelli) che nella vita commerciò di tutto: comprava acciughe a Marsiglia, valicava le Alpi e le vendeva nelle città del nord Italia. Soprattutto girava la Val Maira comprando capelli per rivenderli per parrucche signorili. I mariti non erano contenti che le loro mogli vendessero i capelli per cui Giovanni Barbero portava acciughe e bottiglioni di vino agli uomini e fazzoletti di pizzo provenienti da Parigi (?) per blandire le donne.

Quando mia moglie mi ha letto questa storia, mi sono ricordato che queste cose accadevano anche nelle mie valli. Sono andato a riprendermi A piedi nudi scritto da Nino Chiovini nel 1988, che racconta la storia di Sofia Benzi di Cicogna, morta scalza mentre faceva fieno in un corte sperduto. È una storia vera. Racconta il Nino: “Sofia si stava trasformando in un’avvenente ragazza dai bei capelli castani leggermente ondulati nei giorni di festa, mediante l’artificio dell’acqua zuccherata. I suoi capelli non erano tanto lunghi, perché per la prima volta nel corso dell’adolescenza e per la seconda volta nella prima gioventù, li aveva venduti. Tagliati dall’uomo che una volta all’anno faceva il giro dei villaggi per acquistare i capelli dalle ragazze; li pagava bene, specie quelli biondi; ma quelli delle ragazze di Cicogna erano in prevalenza castani, di qualcuna neri. Più lunghi erano i capelli, più li pagava. Acquistava anche quelli che rimanevano nel pettine dopo la ravvia- tura: pure quelli venivano conservati. Tutto sarebbe servito per la confezione, da parte di ragazze di città, di parrucche e di capigliature per bambole di lusso, mentre i denari dei capelli servivano alle ragazze di paese per acquistare il primo, e spesso ultimo, tradizionale vestito della festa, ul custùm”.

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1 Comment

  1. says: Emanuele Barini

    Che bella segnalazione, in generale una raccolta di storie quotidiane di genti della montagna, storie di un passato che sembra lontano ma che è possibile vivere ancora oggi, magari senza alcuni tratti estremi, se ci si inoltra tra le valli con una vocazione turistica meno di massa. E non vuole dire le più remote.
    Ho visitato di recente il museo dei pels ad Elva dove il fenomeno dei “pelassier-cavier” è nato ed ha rappresentato una emigrazione unica nel suo genere, basata sulla capacità di relazione e non solo su capacità tecniche, che ha regalato ad Elva la prosperità non solo grazie alle rimesse ma soprattutto grazie alla creazione di numerosissimi posti di lavoro nel paese stesso.
    Una storia bellissima, magnificamente descritta e documentata dai curatori del museo.

    https://www.vallemaira.org/attrazioni/museo-dei-capelli-museo-dei-pels/

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