Broad Peak, odio e amore

“Iniziai a percorrere la cresta, il terreno era finalmente più tecnico e mi divertivo un sacco ad affrontare i facili passaggi di misto che mi trovavo davanti…”.

Broad Peak, odio e amore
di François Cazzanelli
(pubblicato su francoiscazzanelli.it il 2 novembre 2023)

Dopo l’ascesa al Nanga Parbat mi sentivo in gran forma. Arrivati a Skardu, iniziammo subito a prepararci per ripartire verso il Baltoro. Immaginavamo la città diversa, credevamo di riuscire a riposarci e rilassarci di più e meglio. In realtà questa cittadina, che di fatto è la porta d’accesso alle grandi montagne del Karakorum, presenta un clima molto torrido con temperature altissime. Gli hotel e i servizi sono molto spartani, tra le vie c’è molto traffico e oltre al museo italiano sul K2 c’è ben poco da visitare. Non esiste un ristorante internazionale, sono presenti qualche raro e mal fornito negozio di montagna e l’aeroporto. Anche correre e allenarsi al trave è difficile a causa delle alte temperature e al traffico che sembra quello di una grande metropoli, ma senza le zone ZTL. Insomma, capimmo presto che era meglio scappar via velocemente e cercare di restare concentrati sui nostri obiettivi alpinistici.

Lasciammo Roger Bovard a Skardu. Lui aveva in programma di salire soltanto il Nanga e mentre noi eravamo impegnati su K2 e Broad Peak, avrebbe dovuto accompagnare al campo base del K2 come guida un gruppo di trekker. Tra i partecipanti c’erano alcuni amici valdostani tra cui la mia fidanzata Alessia, la fidanzata di Roger, Federica e Sergio Cirio, uno dei miei migliori amici e compagni di scalate di sempre. Sergio, oltre ad essere un inossidabile compagno di cordata, è per me una persona speciale.

La mole del K2. Foto: François Cazzanelli.

Abbiamo molti anni di differenza, si può dire che per me è come un nonno, una persona che non mi stanco mai di ascoltare e dalla quale ho sempre qualcosa da imparare. I trekker sarebbero dovuti arrivare qualche giorno più tardi e noi non potevamo aspettare oltre, quindi salutammo Roger e la mattina del 10 luglio 2023 partimmo con le jeep in direzione Askole. Al nostro gruppo si è aggiunto un alpinista italiano di nome Mattia Conte che abita a Milano e ha una casa a Cervinia. Mattia è un alpinista che scala da pochi anni ma è ambizioso, forse troppo, e si confronta con le cime di 8000 m senza ossigeno e senza Sherpa. Alla partenza da Skardu il nostro team era composto da Emrik Favre, Jerome Perruquet, Marco Camandona, Mattia Conte e Pietro Picco.

Arrivati ad Askole, il clima era meraviglioso ed ebbi la possibilità di allenarmi facendo una corsa. Purtroppo, il bel tempo durò poco. Già a metà del trekking di avvicinamento cominciò a diluviare e non smise più fino al nostro arrivo al campo base. Il trekking verso il K2 si svolge nella prima parte seguendo la valle del fiume Braldu con un clima desertico. Si dorme nelle oasi di Joula e Paju dove gli alberi danno un po’ di refrigerio e si può trovare un po’ di acqua pulita. Da lì si percorre tutto il ghiacciaio del Baltoro dormendo ancora a Urdokas, una piccola oasi a lato del ghiacciaio e poi accampandosi sul ghiaccio a Gore 1 e 2 fino a raggiungere Concordia. Qui si vira a nord sul ghiacciaio Godwin Austen. Grazie al nostro buon acclimatamento, siamo stati in grado di raggiungere il campo base del K2 il 15 luglio, in cinque giorni di cammino da Askole, saltando alcune tappe. Da Concordia in avanti le nuvole cominciarono a diradarsi consentendoci di ammirare tutta la maestosità del K2. Vi assicuro che al suo cospetto ci si sente minuscoli!

Arrivati al campo base, il meteo annunciava un’importante finestra di bel tempo per i giorni successivi, così iniziammo subito a discutere su quale fosse la strategia migliore da adottare. Prima il Broad Peak oppure il K2? Ovviamente Marco spingeva per il Broad Peak, lui aveva già salito nel 2000 il K2 con una salita epica al fianco di Abele Blanc e Valdemar Niclevicz.

Anche Dawa Sherpa, leader di Seven Summit, l’agenzia che si occupa dell’allestimento delle corde fisse su gran parte degli 8000 e ovviamente anche sul K2, ci consigliò di iniziare dal Broad Peak. Sul K2 ci sarebbe stata tantissima gente che ci avrebbe costretto a lunghe attese nei tratti più tecnici e per noi che scaliamo senza ossigeno sarebbe stato un grosso rischio. Conosco Dawa da tanti anni e mi fido di lui, inoltre anche Marco, con l’esperienza dei suoi Ottomila senza ossigeno, concordava. Quindi era deciso: io, Pietro, Marco e Mattia ci saremmo mossi verso il Broad Peak a 8047 m, mentre Jerome ed Emrik avrebbero fatto una ricognizione fino in cima alla Piramide Nera ovvero al Campo 3 del K2.

K2 e Broad Peak da Concordia. Foto: Pietro Picco.

Marco e Mattia decisero di dormire al campo base del Broad Peak la sera del 17 luglio per poi proseguire il 18 fino al Campo 3 e poi tentare la vetta il 19 luglio, scendendo nuovamente al campo base. Pietro li avrebbe raggiunti lì la mattina del 18 luglio per poi scalare con loro i giorni seguenti. Io invece mi ero fissato un obiettivo molto ambizioso, ovvero quello di tentare a vista una montagna di 8000 m portando con me tutto il materiale necessario e salendolo nella maniera più veloce possibile, quindi partendo dal campo base e facendoci ritorno senza sostare nei campi intermedi. Avevo già scalato con questo stile “one push” il Manaslu e il Nanga Parbat, ma su entrambe le montagne conoscevo parzialmente la via. Qui sarebbe stato diverso: non conoscevo nulla, quindi avrei dovuto dosare bene le mie energie ed essere preparato a tutto per non rischiare di restare troppo presto senza forze. Al campo base del Broad Peak i giorni prima trovai il mio amico Benjamin Védrines. Benj è un alpinista fortissimo con un fisico fuori dal comune. Aveva già salito i giorni prima il Broad Peak e adesso voleva fare il record di salita e lanciarsi dalla cima con il parapendio. Decidemmo di partire insieme e fin dove era possibile farci compagnia. Avevamo due stili molto diversi: lui aveva già tutto il materiale sulla via depositato i giorni precedenti nei punti dove gli sarebbe servito, mentre io avevo tutto con me per un totale di dieci chili di zaino.

Il 18 luglio alle 22 in punto lasciai il campo base del K2 e dopo un’ora di cammino, in compagnia della mia frontale, incontrai Benj al campo base del Broad Peak. Facemmo una sosta nella sua tenda mensa, una tazza di caffè, due biscotti e via. Alle 23.55 eravamo alla fine del campo base a 4900 m dove Benjamin aveva costruito un enorme ometto dal quale, di comune accordo, decidemmo di far partire il tempo. Da quel punto alla vetta c’era un dislivello di circa 3147 m. A mezzanotte in punto partimmo! Benj si mise a fare il ritmo e io mi misi dietro in scia come un ciclista. In quell’istante ho rivissuto le stesse sensazioni delle partenze delle mie dieci Pierra Menta. La Pierra Menta è il Tour de France dello scialpinismo, si svolge ogni anno ad Arêches Beaufort e in quattro giorni di gara gli atleti coprono un dislivello positivo di 10.000 m tra creste, canali, migliaia di inversioni e discese vertiginose.

Salendo il Broad Peak. Foto: François Cazzanelli.

Benjamin aveva un ritmo incredibile, era molto più leggero di me. Nei giorni prima aveva depositato tutto il suo materiale nei campi in quota così da potersi permettere di partire con un piccolo zaino da trail running semivuoto. C’era comunque tra noi un’importante differenza di ritmo. Nemmeno fossi stato leggero come lui sarei riuscito a tenere il suo ritmo, era più veloce di me. Dopo circa mezz’ora al crampon point lo salutai e decisi di salire al mio ritmo. In 1 h e 21′ raggiunsi il Campo 1 a circa 5600 m. Stavo bene e avevo già percorso 700 m. Continuai a salire e in 3h 40′ minuti ero al Campo 2, a 6212 m. Qui incontrai Mattia che mi raccontò di non essere riuscito a tenere il ritmo di Marco e Pietro e di essersi fermato al Campo 2 per non compromettere la loro scalata. Mi invitò nella sua tenda dove con il mio fornello feci acqua e mangiai qualcosina. Mi cambiai, misi gli scarponi pesanti e i piumini d’alta quota. Salutai Mattia e ripartii verso l’alto, stavo bene, ero in sintonia con me stesso e con l’ambiente circostante. Era l’alba, stava sorgendo il sole ed era stupendo. Scattai un sacco di foto al K2, al Masherbrum e a tutte le altre vette intorno. Era veramente uno spettacolo magnifico. Dopo 6 h 30′ minuti arrivai al Campo 3 a 6850 m dove trovai il mio amico Themba Sherpa con il quale avevo condiviso anni prima la vetta del Manaslu. Themba mi conosce bene e sa benissimo lo sforzo a cui mi stavo sottoponendo! Mi preparò del caffè, mi offrì dei biscotti e mi riempì di acqua calda la borraccia. A queste quote questi gesti non hanno prezzo!

Ripartii di buon passo verso il Broad Col che si trova tra la punta centrale 8011 m e quella principale 8047 m. Purtroppo tra i 7300 m e i 7700 m il vento aveva ricoperto la traccia costringendomi a ritracciare tutto. Questo mi costò molte energie, ma comunque arrivai al colle in forma. Appena prima del colle incontrai Pietro, ci abbracciammo, mi raccontò di aver raggiunto la vetta e fui veramente contento per lui. Mi diede forza e mi disse che stavo andando bene e che non dovevo mollare. Iniziai a percorrere la cresta, il terreno era finalmente più tecnico e mi divertivo un sacco ad affrontare i facili passaggi di misto che mi trovavo davanti. A circa 7900 m incontrai Cama che mi disse che era felice di aver raggiunto la vetta del suo dodicesimo Ottomila. Non volevamo più lasciarci, piangevamo entrambi, eravamo contenti per l’importante risultato. Alla fine ripartii incoraggiato da lui. Guardare un compagno che ti saluta e scende è sempre un momento difficile: c’è un po’ di invidia, lui ha finito, sta scendendo e tu devi ancora tribolare. Essere soli a 8000 m ti rende fragile ed è una cosa che mentalmente ci fa paura.

Dopo pochi metri di salita mi si presentò davanti Denis Urubko, “la leggenda” che io conoscevo soltanto di vista. Sapevo che anche lui era riuscito a salire il Broad Peak in giornata. Gli feci i complimenti per la cima e gli chiesi di scattarci una foto insieme. Lui mi rispose: “Va bene, ma poi tu scendi con me! A quest’ora è tardi per continuare”. Scattai la foto e gli risposi che da lì al campo base avevo impiegato dieci ore e mezza, vidi cambiare l’espressione sul suo volto e di colpo mi disse: “Allora fila su! Ci vediamo dopo, campione”.

Mi gasai a più non posso, ero a 8000 m, tutto stava andando in maniera perfetta e avevo pure ricevuto i complimenti da Urubko. Cosa potevo chiedere di più? Purtroppo non potevo immaginare che da lì a poco tutto sarebbe cambiato. Dopo qualche istante vidi volarmi sopra la testa il parapendio di Benjamin, ero felicissimo per lui, aveva realizzato il suo sogno facendo veramente qualcosa di incredibile! Quante emozioni in poco meno di un’ora: Pietro, Marco, Denis e Benjamin. Ormai mancavo solo io e questa giornata sarebbe stata perfetta! Arrivai alla rocky summit, ma lì mi capitò qualcosa che mi avrebbe segnato per sempre. Appena prima della cima mi trovai davanti una cresta affilata e un piccolo diedro con una corda fissa che porta sulla “Rock”.

In quell’ istante vidi davanti a me che scendeva, proprio sulla cima di questa piccola sommità, un uomo, con una tuta arancione e degli scarponi della ditta Scarpa. Ci guardammo, lui aveva l’ossigeno, ci scambiammo uno sguardo e qualche gesto per capirci. Con le mani gesticolammo per metterci d’accordo su chi doveva affrontare per primo quel tratto sul quale si poteva passare soltanto uno alla volta. Cedetti il passo e mi sedetti tranquillo ad aspettare su una roccia dalla quale potevo vedere l’uomo scendere faccia a valle.

A un tratto vidi questa figura inciampare e in una manciata di secondi sparire nell’abisso della parete sud. Restai impietrito per qualche secondo, poi di colpo mi sbloccai, guardai l’orologio: erano le 11 ed era da undici ore che camminavo e mi trovavo a 8035 m. Alcune domande mi assalirono. Perché non si è assicurato alla corda? Perché non l’ha presa in mano per aiutarsi a scendere?

Mi misi subito a chiamarlo usando tutto il fiato che avevo in corpo, andai avanti e indietro per la cresta continuando ad urlare, ma senza ricevere risposta. Ad un tratto presi coraggio e scesi lungo la parete. Mi abbassai di circa 60-70 metri affrontando alcune rocce, avevo i ramponi leggeri con la talloniera di alluminio e la picca da scialpinismo, sempre in alluminio, e il pendio era molto ripido. Capii quasi subito che stavo facendo una cavolata, avevo attrezzatura al limite per fare ciò che stavo facendo. Ero stanco e spossato, quindi decisi di risalire e tornare in cresta. Mi sedetti di nuovo in cima alla Rocky Summit, era passata un’ora da quando avevo guardato l’orologio l’ultima volta. Ero solo, non sapevo cosa fare e decisi di prendere la radio e chiamare Emrik al campo base. Chiamai più volte senza ricevere risposta. Poi chiamai Barbara, la moglie di Marco, con il telefono satellitare. Quando siamo in spedizione è disponibile h24 e sicuramente mi avrebbe aiutato. Il telefono squillò due volte e di colpo sentii la sua voce che mi arrivava: “Allora? Sei su?” “No! Ti devo dire una cosa… non volevo chiamarti per questo, ma non ho altra scelta”.

Le raccontai tutto l’accaduto per filo e per segno e le dissi che dovevo assolutamente parlare con il campo base. Chiusi la telefonata e dopo un tempo non definito sentii la voce di Emrik per radio. Risposi subito e lui mi chiese immediatamente come stavo e cosa fosse successo. Gli raccontai tutto e di colpo calò un silenzio devastante. Dopo qualche secondo sentii la voce di Emrik che mi diceva; “Che cosa ci fai ancora lì? Scendi subito!” Non ci pensai nemmeno un istante e come una marionetta cominciai a scendere. Non ho avuto nemmeno un istante un dubbio o un ripensamento: Emrik aveva ragione: avevo fatto ciò che potevo e adesso dovevo pensare a me stesso e scendere. Mi accorsi subito di non essere lucido come prima, ero tranquilo, ma dovevo sforzarmi maggiormente per restare concentrato su quello che facevo.

Arrivai al Broad Col e trovai altri alpinisti ai quali mi unii per affrontare le doppie che scendono dal colle sul ghiacciaio. Sotto il colle mi ripresi un po’ e aumentai il passo. Superai tutti e persi parecchia quota. Avevo ormai il campo in vista ed ero a circa 7000 m. A un tratto qualcosa attirò la mia attenzione. Sulla traccia iniziai a trovare degli strani oggetti: una giacca in Goretex, dei guanti e uno scarpone Scarpa!

Guardai meglio e vidi davanti a me un solco nella neve che attraversava la traccia. Nel solco ogni tanto c’erano delle macchioline rosse, sembrava sangue. Questa specie di trincea spariva dietro a un dosso e da dove mi trovavo non potevo vedere dove andava a finire.

Guardai la parete sopra di me e finalmente capii: era la traccia lasciata dall’uomo che avevo visto precipitare. Doveva per forza essere la sua perché lo scarpone era identico al suo e inoltre la perpendicolare era quella della Rocky Summit. Dalla mia esperienza come soccorritore sapevo che ogni tanto i corpi, quando prendono degli urti importanti, diventano come dei sacchi dove la pelle trattiene tutto ciò che all’interno si frantuma. Ecco perché lo scarpone era lì da solo. Più in alto individuai il secondo scarpone e a quel punto non ebbi più dubbi. Ero certo che al termine della traccia si trovava il corpo. Arrivai al campo verso le 16 dove Pietro con un grandissimo gesto di altruismo mi aveva aspettato! Ci abbracciammo, ero felicissimo di vederlo. Si era sacrificato per me aspettandomi e questo non lo dimenticherò mai. Di comune accordo decidemmo di fermarci lì. Eravamo entrambi esausti e non aveva senso continuare.

Avevamo però un problema: entrambi non avevamo il saccopiuma, e nemmeno cibo, fornello e tenda. Fortunatamente si avvicinarono a noi Galjen e Norbu Sherpa, due amici con i quali avevamo condiviso il campo base al Nanga. Ci proposero di usare il loro materiale perché alle 21 sarebbero partiti con le loro rispettive clienti per la vetta. Alle 20.30 ci lanciammo nella loro tenda, senza mangiare e bere e crollammo in un sonno profondo. La mattina dopo, ad un orario che non ricordo, sentii Pietro che mi chiamava: “Cazza, dobbiamo scendere!”. Prima di riuscire ad alzarmi passarono un paio d’ore, Pietro mi chiamò almeno cento volte. Entrambi eravamo stanchi e avevamo la vista appannata. Iniziammo a scendere molto lentamente. Io ero da più di quaranta ore che non facevo un pasto. Lentamente perdevamo quota e pian piano stavamo meglio! Sapevo che quel giorno Alessia avrebbe raggiunto il campo base del K2 e saperla lì era la mia più grande motivazione.

Sosta durante la salita. Foto: François Cazzanelli.

Finalmente nel primo pomeriggio arrivammo sul ghiacciaio Godwin Austen. Decidemmo di non passare dal campo base del Broad Peak, ma di usare un sentiero fatto dagli Sherpa per arrivare direttamente a quello del K2. Raramente ricordo uno sforzo, ma quell’ora e mezza per raggiungere il campo base la ricordo benissimo. Non salivamo più, ogni dieci passi ci sedevamo sugli zaini. Quasi all’altezza del campo base trovammo un torrente da attraversare, per assicurarsi c’era una corda fissa ancorata a delle viti ormai praticamente fuori dal ghiaccio. Cadere nel fiume sarebbe stato un suicidio anche nel pieno delle nostre forze, quindi che fare? Presi coraggio e con la piccozza in mano feci un balzo dal lato opposto. Senza usare la corda e con l’aiuto della piccozza feci degli scalini per i piedi e degli scalini per le mani. Riposizionai le viti da ghiaccio e Pietro riuscì a passare in sicurezza. Questo gesto mi costò le ultime energie e ci volle parecchio tempo prima di riuscire a riprendermi. Alle 16 arrivammo al campo base del K2 totalmente esausti. Abbracciai fortissimo Alessia, Sergio e tutti gli altri. In quel momento capii di essere ritornato al mondo! Mangiammo e bevemmo a più non posso e alle 20 crollai in tenda abbracciato da Alessia. Non ringrazierò mai abbastanza Pietro per il suo grandissimo gesto di altruismo. Senza di lui le cose sarebbero potute andare molto peggio. È in situazioni come queste che si vede l’unione e l’amicizia che lega la nostra squadra.

Onestamente non ho nessun rimpianto per la mia decisione, doveva andare così. Dal momento che sono una Guida Alpina e un soccorritore del Soccorso Alpino Valdostano, era giusto che provassi a fare qualcosa per aiutare quella persona. Da quel momento in poi tutto il resto non contava più. Il giorno seguente, seguendo le mie indicazioni, gli Sherpa trovarono il corpo e mi portarono alcune foto per il riconoscimento. Arrivarono da me anche due alpiniste sue compagne di spedizione, scoprii che era un ragazzo inglese di nome Gordon. Aveva 40 anni e due figli piccoli. Era un militare e faceva parte di una spedizione dell’Esercito Inglese.

Nei mesi seguenti scrissi una dichiarazione sull’accaduto in modo che i figli e la moglie potessero avere accesso all’eredità e ai premi delle assicurazioni. Inoltre partecipai ad alcune riunioni on line organizzate dall’Esercito Inglese con lo scopo di evitare in futuro questi incidenti. Gli incidenti o i mancati incidenti stanno alla base di ogni attività esposta a dei rischi. A volte ripercorrere la dinamica di un incidente può essere doloroso e non piacevole, però è uno dei modi migliori per capire, evolvere e migliorarsi.

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5 Comments

  1. says: Fabio Bertoncelli

    Secondo fonti inglesi, Gordon morí il 19 luglio 2022 (non 2023).
    Non fu possibile recuperare il cadavere.

  2. says: Fabio Bertoncelli

    Grazia, purtroppo i refusi sono sempre in agguato. In questo caso l’errore nell’indicare l’anno della morte di quel poveretto non è importante. Ciò che importa è questo: aveva 40 anni, era giovane e forte, ha lasciato due orfani.

    Nei volumi della Guida dei Monti d’Italia (quando ancora esisteva!) mi accorsi di numerosi errori nelle date delle ascensioni; a volte pure nei nomi. Non saranno mai piú corretti.

    Bisognerebbe controllare e ricontrollare date, nomi, notizie, fatti.
    E perché mai? Se non per altro, per amore della verità e della storia di ciò che è stato.

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