Isole nella Corrente

Il mondo dei “vent’anni prima”
di Carlo Crovella

Isole della corrente è un romanzo di Ernest Hemingway pubblicato postumo. I suoi eredi, forse spinti da bramosie di profitto, hanno raccolto un malloppo di manoscritti (intesi anche in senso stretto: pagine scritte a mano) ed hanno confezionato questo libro, più un paio di altri fra cui spicca Il Giardino dell’Eden.

Profitto o no, gli invasati di Hemingway (come il sottoscritto) sono riconoscenti agli eredi perché queste pagine, proprio in quanto “non riviste” dall’autore, sono molto genuine e contengono personaggi e quadretti tipicamente hemingwayani. E’ un piacere riuscire a leggere righe che altrimenti sarebbero andate perse del tutto.

Isole della corrente consta di tre parti, tutte dedicate al mare. Originariamente c’era anche una quarta parte che però ha assunto un’autonoma leggiadria, diventando un best seller: Il Vecchio e il mare, che ha permesso a Hemingway di aggiudicarsi il Premio Nobel per la letteratura del 1954.

Il risvolto più intrigante dell’edizione italiana (Mondadori, primi anni ‘70) di Isole nella corrente è costituito dall’introduzione a cura di Fernanda Pivano, nota appassionata di letteratura americana e conoscente diretta dello stesso Hemingway. La Pivano trascorse un periodo di vacanza con lo scritture e la di lui moglie a Cortina nel 1948 e successivamente fu ospite dei coniugi Hemingway nella loro casa di Cuba (1956).

Ernest Hemingway

L’introduzione della Pivano descrive la storia tormentata di queste pagine e illustra risvolti strettamente letterari, quali i dialoghi da “macho” tipici dello stile hemingwayano: tutte cose che fanno andare in estasi gli appassionati del genere. L’intera introduzione, ancorché lunghetta, merita quindi una lettura approfondita e una metabolizzazione adeguata.

Ma il motivo per cui propongo tale testo su un Blog di outdoor si collega a quanto emerge nelle prime righe del testo. Fernanda sottolinea con abilità come Ernest descriva, affascinato e quasi travolto, il “mondo dei vent’anni prima”: spiagge incontaminate, mare cristallino, lussureggianti palmeti scossi dal vento e poi sapori, odori, colori violenti e sfrenati. Un mondo “vergine”, perfetto e meraviglioso.

Va subito precisato che i “vent’anni prima” sono da conteggiare rispetto al periodo in cui Hemingway scrisse queste pagine (all’incirca a cavallo fra anni ’40 e ’50): stiamo quindi parlando del mondo degli anni ’20 e soprattutto ’30 del Novecento. Praticamente stiamo parlando del mondo di 90-100 anni fa rispetto ad oggi.

Questo punto mi ha colpito molto. Cento anni fa, al di fuori delle aree già allora antropizzate e industrializzate (e quindi “inquinate”), il mondo era ancora praticamente “vergine”. Non sono tanti, cento anni, specie se li rapportiamo alle ere geologiche o anche solo alla presenza della vita sulla terra. Cento anni, uno sputo: tre o quattro generazioni umane. Eppure in cento anni, in soli cento anni, il mondo è stato rovinato.

Anche in montagna penso che valga lo stesso confronto. Ora capisco come mai le gesta dei vari Gervasutti, Cassin, Comici e compagnia bella mi affascinino profondamente, mentre non mi “prendono” le imprese successive e, soprattutto, quelle dei giorni nostri. Perché cento anni fa la montagna, anche qui da noi sulle Alpi, era ancora complessivamente “vergine”. Vergine non solo perché molte pareti non erano state salite, ma vergine era il contesto generale: ghiaccia immacolati, valli solitarie, rifugi solo per veri alpinisti… Le spiagge incontaminate, il mare cristallino, i colori e i suoni raccontati magistralmente da Hemingway possono benissimo traslare, mutatis mutandis, alle nostre montagne di 100 anni fa.

Sarebbe bello tornare al mondo vergine di cento anni fa. “Come?” È il vero quesito. Io avanzo due macro ipotesi, che nel caso andrebbero perseguite in combinazione fra loro: contenere il numero degli umani sull’intero pianeta e contrarre gli spostamenti, specie quelli del turismo consumista a sette stelle.

Il secondo punto è facile da comprendere e tutto sommato sarebbe anche facile da attuare: via i resort alla Briatore che ormai infestano anche i più sperduti atolli polinesiani, oltre che le località alpine e, forse, himalayane; via la facilità di trasvolate fio agli antipodi; via la mentalità per cui la felicità è “altrove”. Via, in una sola parola, la “globalizzazione”. Sì, invece, al turismo di prossimità, addirittura dietro casa o comunque nazionale, di pochi giorni e con approccio spartano e severo. Il cosiddetto turismo slow dovrebbe diventare l’unico modo per fare vacanze.

Bimini

Realizzare il primo punto è invece più complesso: mi rendo conto che sia un discorso delicato e, ideologicamente parlando, molto fastidioso. Io sono convinto che siamo giunti ad un livello per cui, d’ora in poi, in “pochi” si starà meglio che in “tanti”. Non c’entra il censo né il livello culturale, è proprio una questione numerica. Rispetto anche solo agli ultimi decenni del Novecento, la situazione è completamente cambiata: 30 o 40 anni fa potevamo permetterci di viaggiare a destra e a manca, magari anche in gruppi numerosi. Oggi invece siamo in un’altra era: questi pochi decenni di differenza cronologica comportano una invece differenza abissale a livello ambientale, perché abbiamo scollinato uno spartiacque storico e comportamentale.

In ogni caso, a prescindere dalle mie preferenze personali, il pianeta non ce la fa più: è sotto gli occhi di tutti. Le proiezioni demografiche sottolineano che, in assenza di interventi, gli attuali 7,5-8 miliardi di individui diventeranno 10 miliardi nel giro di poco tempo. Saremo al punto di rottura, a prescindere dal risvolto del turismo: questo pianeta non riuscirà a sfamare così tanti individui. Non solo sfamarli nel senso di nutrirli, ma anche nel senso di garantire loro il tenore di vita (viaggi, telefonini, auto, case, sicurezze varie…) che l’occidente ha offerto ai suoi cittadini dalla ripresa postbellica in poi, innescando un’illusione irrinunciabile per i non occidentali.

Da mie riflessioni personali, non basate su calcoli scientifici ma solo su semplici sensazioni, mi sono convinto che 5 miliardi sia il numero totale di individui compatibile con l’equilibrio ambientale. Questo nell’ipotesi di una distribuzione abbastanza omogenea degli individui sull’intero pianeta: viceversa, se si dovessero creare specifiche concentrazioni in alcuni punti del pianeta, perché altri sono diventati assolutamente invivibili, allora il discorso potrebbe cambiare e il numero sopportabile ridursi ulteriormente.

Come scendere dagli attuali 7,5-8 miliardi al target di 5 miliardi? Una via incruenta è quella di porre il limite prospettico di un solo figlio per coppia. Questo deve valere per l’intera specie umana. Penso che la recente apertura cinese ai 3 figli derivi dalla loro convinzione che, in futuro, domineranno il mondo e quindi potranno permettersi di “piazzare” le loro nuove generazioni qua e là, a scapito di altri popoli che di fatto si estingueranno o saranno decisamente compressi.

A parte l’anomalia cinese (nonché quella antitetica dell’Europa, che è praticamente in fase autonoma di denatalità), occorre contenere la complessiva dinamica demografica. Con un solo figlio per coppia, ovunque sulla Terra, la curva demografica, seppur lentamente, tenderà a flettere.

Se non prendiamo dei provvedimenti nel contenere il numero di individui, ci penserà la Natura: una pandemia oggi, una variante più aggressiva domani, un’inondazione dopodomani… e poi carestie, siccità, acqua imbevibile e aria irrespirabile. Forse non è escluso che anche le guerre fra umani siano un modo indiretto della Natura per raggiungere i suoi scopi: può darsi che il Covid di domani sia costituito dalle azioni dei Talebani… chissà.

Meglio quindi anticipare l’azione della Natura, che potrebbe essere spietata e crudele. A chi mi pone una serie di obiezione (quali che, con un solo figlio per coppia, verrebbe meno il cameratismo fra fratelli, non si terrebbe conto delle aspirazioni genitoriali, né dell’amore che innesca una famiglia “grande”, ecc ecc ecc) contrappongo una sola considerazione: non c’è rosa senza spine. E’ chiaro che non è una soluzione perfetta, ma almeno è un’ipotesi da valutare.

Nessun scelta è immune da controindicazioni ed effetti collaterali. Comunque: non va bene questa specifica ipotesi? Allora focalizziamone un’altra: però qualcosa dobbiamo fare, una qualche forma di autoriduzione della nostra specie ce la dobbiamo inventare, altrimenti succederà il patatrac.

Con il patatrac a danno degli umani, in breve tornerà il mondo vergine, quello dei “vent’anni prima”, ma non ci saremo più noi a godercelo. E non ci saranno neppure i nostri figli, nipoti e pronipoti…

Nonostante la lunghezza del testo della Pivano, che si sviluppa ben oltre il tema dei “vent’anni prima”, penso sia interessante riproporlo interamente perché analizza a fondo il grande mistero hemingwayano: il rapporto fra se stesso, gli altri e la morte (“la gran puta”, come la chiamava lui).

Chissà, forse lo scempio che abbiamo apportato al mondo dei “vent’anni prima” non è altro che un meccanismo autodistruttivo di fronte all’inesorabilità della gran puta…

Ernest Hemingway

Isole nella Corrente
Introduzione di Fernanda Pivano a Isole nella corrente di Ernest Hemingway
(scritta nel febbraio 1974)

Lunghe spiagge accecanti, dorate sotto il sole o madreperlacee sotto la luna, soffici palmeti oleografici sullo sfondo azzurro del cielo o radi banani sul profilo delle colline, acqua cobalto al largo o veronese sugli strati grigi di coralli taglienti o magari giallastra sulla riva di sabbia, lento lambire di maree insidiose come emorragie o metafisici muri di vetro verde nella barriera del reef, pesci arancioni turchini gialli bianchi e neri o enormi conchiglie, conchiglie che adescano pesci o uomini che adescano conchiglie, boschi da Gilgamesh o da Paradiso Terrestre o da Grande Eden con frutti/leccornie grevi di umori e di odori, pappagalli piccoli come colibrì a far diventar verde di colpo sotto una raffica/sciame un albero senza foglie o grandi come scimmie a dipingere di azzurro o di rosso un angolo buio, strati di foglie bagnate a marcire tra gli alberi o a polverizzarsi nel sole; turismo di massa, chi non ha visto oramai in una crociera o almeno in un technicolor qualche traccia del Pianeta “vent’anni prima”?

“Vent’anni prima” l’inquinamento incominciava appena, e camminando su quelle spiagge ci si bucavano i piedi per via dei coralli ma non ci si sporcavano di bitume e di nafta, ci si bruciava la lingua a mangiare pesci selvatici ma non ci si avvelenava a mangiarli uccisi dalle bombe, si passavano notti all’addiaccio in attesa del prossimo battello, ma non si prendevano bronchiti nell’aria ghiacciata degli Hilton, si abbattevano altissimi cocchi per far entrare nel palmeto la luce ma non si vedevano tronchi consumarsi sotto il veleno portato dal vento e dal mare ammalati; la vita e la morte si fondevano in cicli naturali di cosmici destini segreti, non erano ancora decisi dalla violenza della profanazione ecologica: non erano ancora in balla del torvo i bulldozer inarrestabile dello sfruttamento di massa.

Bimini

La natura di Hemingway era la natura dei “vent’anni prima”: il suo Mar dei Caraibi, la sua Corrente del Golfo, le sue Isole nella Corrente non erano ancora molto diverse da quelle degli antichi pirati, molto più di “vent’anni prima”, secoli prima, uomini saggi che si divertivano a cercar tesori come immagini decorative da godere in quelle piccole baie dove in realtà nessuno se ne curava: laghetti blu cintati da frange bianche visti ora a ottomila metri d’altezza che pietosamente nascondono gli squarci che hanno lacerato le rive, le foreste, le colline per costruire aeroporti, depositi di benzina, capannoni, ma allora solcati da scialuppe a remi, gambe di legno e anelli all’orecchio, teschi sulle bandiere e mito/rito del coraggio e della temerarietà: quando le belle fanciulle bionde, sempre rapite e atterrite, passavano di lì abbastanza per caso da essere una rarità.

Ai tempi di Hemingway il mito/rito del coraggio era passato ai “duri” che cercavano di difendersi dai nuovi pirati, quelli dei “vent’anni prima”, senza gambe di legno e senza anelli alle orecchie, che al Mar dei Caraibi andavano per rubare altri tesori, palmeti di cocchi o piantagioni di caffè; e per quei “duri” le belle fanciulle bionde facevano parte del gioco ma sicuramente non erano né rapite né atterrite e sulla durata stavano sulle scatole a tutti, a meno che non avessero voglia di passare ore/giorni/settimane/mesi a guardare la caccia di un pescespada nei Tropici o di un leone nell’Africa o di una tigre nell’Asia.

Chissà cosa scriverebbe Hemingway adesso, tra i pirati dei nostri giorni mimetizzati in bizzarri travestimenti socioeticomoralistici per perpetrare l’inquinamento full-time job di un Pianeta prossimo alla sua disintegrazione ecologica, dove i “duri” sono quelli capaci di dilatarsi come gelatine, ventosarsi come meduse sui fondi melmosi per farsi scivolare sul dorso i rivali oppure sono inafferrabili bolle di sapone per poter star sollevati a fluttuare fuori dalla mischia e dove le belle fanciulle bionde sfilano per la difesa dell’orgasmo clitorideo o dei fantasmi di Lesbo. Allora, “vent’anni prima”, nella scenografia di Hemingway – rhum, whisky, champagne, Valpolicella, gin, deprecato Dubonnet e auspicato Daiquiri, ragazze col busto stagliato dal vento nei golfini di cachemire e ragazzi ansiosi di essere iniziati alla virilità, successo alla Sherwood Anderson come indispensabile base di vita e fallimento all’americana come inesorabile destino – la natura era ancora un ultimo rifugio, una estrema speranza nella realtà intrisa di morte: paesaggio di morte, contemplazione di morte, attesa di morte, agguato di morte, la morte eterna puta, l’eterna puta in mare, sulla terra e nell’aria; in quella natura da “vent’anni prima” si muoveva il mondo cantato da Hemingway in romanzi e racconti, fedeli a un codice d’onore mai violato, articolato in uno stile di vita rigido come una regola monastica, intriso di una disperazione senza salvezza possibile.

Ernest Hemingway

Era lo stesso mondo nel quale Hemingway viveva, con pochissimo scarto tra realtà quotidiana e invenzione narrativa; fu in quel mondo che fece la sua scelta tra la macchina da scrivere e il fucile da caccia la mattina insopportabile del 2 luglio 1961. Poi codice d’onore e stile di vita rimasero nei suoi manoscritti, Moveable Feast che Hemingway stava scrivendo tre mesi prima di morire, i reportages dal 1920 al 1956, questo Islands in The Strearn, postumi ormai, e 300 fascicoli di appunti e quaderni inediti conservati in una banca di New York dopo esser stati raccolti qua e là, in una banca di Cuba e in un bar di Key West, e chissà che prima o poi non ne saltino fuori degli altri. Grosso problema per superstiti ed eredi, per sopravvissuti e curatori; per tutti l’esigenza di non aggiungere e la necessità di tagliare, il dovere morale di non cambiare e quello di non nascondere.

Chissà se uno scrittore dovrebbe bruciare tutto prima di suicidarsi. Forse quando lo scrittore è molto “buono” (come direbbe Hemingway; noi diremmo “bravo”) può anche rischiare, perché sia pure da pagine non riviste, non definitive, non possono non uscire tracce, come si dice, di unghiate di leone o di carezze di cerbiatto, e a volte è fin troppo facile indovinare i tagli che sarebbero stati fatti da lui se ne avesse avuto il tempo. In questo caso il suo biografo Carlos Baker ci ha dato notizie precise. Ci ha detto che a Natale, nel 1950, Hemingway dichiarò che la seconda parte della sua trilogia sul mare, alla quale aveva lavorato per anni ma che non toccava più dal 1947, era finita; e alludeva alla trilogia costituita da The Sea When Young, The Sea When Absent e The Sea in Being.

Il titolo della prima parte della trilogia, The Sea When Young, doveva forse sostituire il titolo del vecchio The Garden of Eden, un romanzo quasi sperimentale incominciato nel 1946, che aveva per protagonista lo scrittore David Bourne appena sposato con Katherine, era ambientato a Parigi nel 1927 e descriveva in realtà il matrimonio di Hemingway con Hadlev Richardson. Nel 1947 il libro era già costituito da 100 pagine dattiloscritte e 900 scritte a mano e il tema si aggirava più o meno sulla «Felicità del Giardino destinata ad essere perduta dall’uomo»: nell’insieme pareva una storia edonistica di giovani amanti, e venne in parte ripreso e utilizzato nel romanzo Across thè River and Arnong thè Trees. Le parti non utilizzate vennero di nuovo riprese nel 1958 e Hemingway le stava elaborando quando Fulgencio Batista fuggì a Ciudad Trujillo e Fidel Castro conquistò la capitale (Nota redazionale: tanto per complicare la ricostruzione delle intricate vicende di questi testi, Il Giardino dell’Eden, comprendente la storia di David Bourne come accennata dalla Pivano, è un altro libro postumo con edizione italiana Mondadori 1987, ma non c’entra più nulla con Isole nella Corrente, NdR).

Bimini

Il libro dichiarato finito nel Natale 1950 era la seconda parte della trilogia, The Sea When Absent. Il protagonista era un Americano, Thomas Hudson, chiaramente ricalcato su Hemingway nell’aspetto, nei modi e nella storia personale. La prima moglie del libro, che ritornava con insistenza nel racconto, assomigliava a Hadley Richardson, mentre il figlio maggiore assomigliava a John detto Bumby, il figlio che Hemingway aveva avuto da Hadley.

La terza parte della trilogia, The Sea in Being, Hemingway l’aveva in mente da 16 anni ma non l’aveva ancora scritta. Incominciò a lavorarci il 5 marzo 1951, conservando come protagonista lo stesso Thomas Hudson che aveva fatto da protagonista al romanzo dichiarato finito nel Natale 1950: nel frattempo, tra Natale e marzo, aveva scritto The Old Man and The Sea, che a quei tempi chiamava The Santiago Story. The Sea in Being, che Hemingway chiamava anche The Sea Chase, raccontava l’inseguimento dell’equipaggio di un sottomarino tedesco affondato nel Mar dei Caraibi, che finiva con la morte dell’inseguitore, dove l’inseguitore era ancora Thomas Hudson; secondo il suo biografo ufficiale più tardi Hemingway disse che aveva avuto il terrore di scrivere questo racconto e aveva perfino sperato che non l’avrebbe mai fatto: la ragione del suo terrore non è mai stata chiara. Il 17 maggio, dopo aver descritto Hudson in punto di morte, scrisse FINE sul dattiloscritto e l’indomani disse al suo editore Scribner che aveva finito il terzo dei quattro libri che costituivano The Sea: il titolo, scritto a mano sul dattiloscritto, era: The Sea (Main Book Three).

Mentre scriveva questo libro faceva la revisione di The Santiago Story, e il 17 maggio, dopo aver dunque dichiarato finito (ma non rivisto), dopo due mesi e mezzo di lavoro, The Sea in Being, che andava considerato il seguito di The Sea When Absent (finito ma non rivisto nel Natale 1950), riprese a lavorare alla prima parte della vecchia trilogia, The Sea When Young, che si presentava come una specie di rielaborazione del vecchio The Garden of Eden: e la trilogia, ora che aveva scritto The Santiago Story (che il 5 luglio decise di intitolare The Old Man and The Sea), la allargò in tetralogia. Di questa tetralogia Hemingway considerava compiute in modo soddisfacente la quarta parte (The Santiago Story o The Old Man and The Sea) e la terza (The Sea Chase o The Sea in Being): quando ne parlava diceva che erano “impregnable to criticism”, inespugnabili alla critica, e dimostravano quanto fosse fallace l’idea avanzata da alcuni suoi denigratori, che con l’uscita di Across The River and Among thè Trees l’autore andasse considerato uno scrittore fallito.

Ernest Hemingway

Intanto aveva dato un titolo provvisorio alla prima parte The Sea When Young, chiamandola The Island and The Stream. Diceva che gli occorrevano molto tempo e fatica per riscriverla ma che conteneva «parti bellissime» che gli dispiaceva tagliare, era ormai convinto però di doverla riscrivere secondo lo stile e il ritmo delle altre tre parti.

Quando gli eredi/superstiti/sopravvissuti/curatori misero mano sui manoscritti inediti, presero queste tre parti, The Sea When Young, The Sea When Absent e The Sea in Being e le riunirono col titolo generale di Islands in the Stream, ispirandosi al titolo provvisorio di Island and The Stream che Hemingway usava per designare la prima parte della tri/tetralogia. Considerarono questo insieme un romanzo diviso in tre parti e alle tre parti diedero nome rispettivamente Bimini, Cuba e At Sea.

Vista nel suo insieme la storia è ambientata nel minuscolo gruppo delle Isole Bimini, che nell’arcipelago delle Isole Bahamas stanno a nord di Cuba e immediatamente a sud-est dell Florida, quasi nello Stretto della Florida e in piena Corrente del Golfo, nei “vent’anni prima” di Hemingway, ancora relativamente fuori dalle rotte turistiche e completamente fuori dal turismo di massa. Su una di queste isole vive Thomas Hudson, verso la metà degli Anni Trenta, dopo aver divorziato da alcune mogli e aver avuto tre figli che può vedere soltanto in base alla decisione delle loro madri. È un pittore ormai famoso di contorti paesaggi marini e vive nell’agiatezza perché una fortunata eredità gli permette di pagare gli alimenti alle sue varie mogli senza intaccare i guadagni che gli vengono dalla professione.

Bimini

Nel primo episodio, Bimini, il protagonista è presentato nella sua casa e nelle varie scene della sua vita abituale, nella quale si muovono soprattutto il suo amico scrittore Roger Davis e il padrone di un bar soprannominato Bobby. È tra questi personaggi che si svolgono alcuni tipici dialoghi hemingwayani: dialoghi da “duri”, pronunciati nel corso di azioni da “duri”, venati del sottofondo di melanconia tipica dei “duri”. Mentre avvengono questi dialoghi il pittore sta aspettando l’arrivo dei suoi tre figli che vengono a trascorrere con lui una vacanza e intanto assiste a una rissa nella quale è coinvolto l’amico Roger, in una tipica scena hemingwayana, con Roger che sconfigge l’aggressore secondo i moduli di un film alla Bogart o alla Clark Gable (quale giovanotto non ha sognato, negli Anni Trenta, di abbattere a pugni un prepotente e di riuscire a non mostrarsi impaurito quando il prepotente gli punta un fucile alle spalle?). Poi arrivano i figli, uno nato dalla prima moglie e due dalla seconda, e il pittore può mostrare senza ritegno le sue qualità paterne sia per l’amore col quale li circonda sia per la sua abilità nell’allevarli da “duri”: nel corso di una caccia al pescespada uno dei tre ragazzi è descritto come in un vero e proprio rito di iniziazione, circondato dall’attenzione degli adulti e impegnato nella sua azione in un clima di rispetto e intensità quasi mistica. La purezza e l’intensità di questa vita domestico-sacrale viene interrotta dall’arrivo di Audrey Bruce, una giovane donna della quale si innamora lo scrittore, che decide di andarsene con lei dopo che i ragazzi sono partiti per l’Europa. Poco dopo il pittore riceve un telegramma dal direttore della sua banca europea che gli comunica la morte in un incidente d’auto dei due figli minori e della loro madre. L’incidente è avvenuto a “Biarritz: l’ultima scena di questo primo episodio mostra il pittore in viaggio su una nave verso l’Europa, mentre legge i necrologi sui vari quotidiani e settimanali.

Il secondo episodio, Cuba, è ambientato a Cuba all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Anche in questo episodio ritornano i tipici dialoghi hemingwayani, questa volta a sfondo erotico-sentimentale, prima nella rievocazione di una principessa non meglio identificata con la quale Hudson ha avuto in passato un flirt pesante, poi nelle conversazioni con una vecchia prostituta dal cuor d’oro chiamata Honest Lil e infine nell’incontro con la prima moglie, della quale il pittore è sempre rimasto innamorato. La moglie, diventata attrice famosa, è venuta sull’isola a recitare per le Forze Armate e al suo arrivo Hudson ha appena ricevuto la notizia della morte in guerra, durante un attacco in Normandia, del loro figlio Tom. Questa notizia la trasmette alla moglie dopo aver passato con lei una notte d’amore, più o meno interrotta dall’ordine recapitato al pittore di riprendere immediatamente servizio: il servizio consiste nella caccia ai sottomarini tedeschi.

Fernanda Pivano ed Ernest Hemingway a Cortina, 1948

Il terzo episodio, intitolato At Sea (In mare), descrive il pittore mentre comanda la sua imbarcazione di irregolari americani alla ricerca di alcuni marinai tedeschi dispersi. La caccia è lunga perché i naufraghi tedeschi si sono rifugiati sulla costa cubana e fuggono da un isolotto all’altro; tra un episodio e l’altro dell’inseguimento Hudson sogna una scena d’amore con la moglie. Quando finalmente il pittore individua la scialuppa di naufraghi si accorge che è vuota perché i naufraghi sono a terra e con la sua ciurma l’affonda (o per meglio dire la fa rovesciare su un fianco, perché è già arenata). Nel corso di questa azione l’equipaggio del pittore ha perduto il radiotelegrafista; quando i fuggiaschi vengono individuati e incomincia una vera battaglia viene ferito Hudson, forse mortalmente.

Pare che Hemingway avesse in mente di finire il libro con la morte di Hudson ma che sia stata Mary (l’ultima moglie di Hemingway, NdR) a chiedergli di salvargli la vita. Secondo Mary, Hemingway voleva farlo morire soltanto perché era un modo più semplice di finire il libro; invece, diceva Mary, lasciandolo soltanto ferito gli restava una possibilità di farlo guarire dai medici. Pare che anche il pescatore di The Old Man and The Sea nelle intenzioni di Hemingway avrebbe dovuto morire e rimase vivo per intercessione di Mary: queste notizie risultano da un’intervista a Mary pubblicata sul “New York Times” al momento del lancio del libro.

Quale che sia la validità o l’importanza di queste comunicazioni alla stampa, forse può incuriosire di più qualcuno rintracciare nel libro (che, si è già detto, è vastamente autobiografico) i riferimenti alla realtà. Il riferimento più interessante è sicuramente quello alla perlustrazione compiuta da Hemingway nel Mare di Cuba durante la Seconda Guerra Mondiale. Gli amici sapevano, e ormai la notizia c riportata nella biografia ufficiale di Carlos Baker e nelle numerosissime altre non ufficiali, che Hemingway nel maggio 1942 ottenne il permesso di organizzare la sua barca d’alto mare Pilar come un’imbarcazione da perlustrazione, armandola di bazooka, granate, bombe e due mitragliatrici per perlustrare il Canale delle Bahamas; la barca avrebbe circolato col pretesto di cercare materiale scientifico per il Museo Americano di Storia Naturale ma con l’autorizzazione di sparare se avesse incontrato un sottomarino nazista. Queste autorizzazioni vennero concesse a Hemingway da Spruillc Braden, Ambasciatore americano a Cuba; e Hemingway riunì una ciurma di otto uomini fra i suoi amici più fidati, scegliendo come sigla di codice l’espressione “Friendless”, che era il nome di uno dei suoi gatti favoriti. A parte un atleta milionario che era stato di recente ospite alla Finca Vigia, la Vecchia Fattoria cubana dove viveva Hemingway, e un sergente dei Marines assegnato al Pilar dall’Ambasciata come fuciliere, nessuno degli altri sei uomini della ciurma erano americani: Hemingway volle con sé un Basco amatore del mare, uno Spagnolo giocatore di tennis, un Catalano cameriere in esilio, un indigeno delle Isole Canarie (che già da anni faceva il cuoco sul Pilar), il fratello cubano di un ex chirurgo della Guerra di Spagna e un altro Spagnolo di cui non si seppe mai granché; e nel giro di un mese il Pilar venne attrezzato con granate (arrivate in cassette di uova), due mitragliatrici (smontate e portate a bordo di nascosto), radio, scialuppe di gomma, remi di alluminio dipinti di arancione per essere visti dagli elicotteri e così via.

Questa dell’equipaggiamento bellico del Pilar è una storia così hemingwayana che per molto tempo si è stentato a crederla: pareva uscita di peso da una fantasia dello scrittore. Invece Hemingway la perlustrazione la fece davvero (e con grave preoccupazione dell’Ambasciata americana a Cuba) anche se in realtà sottomarini tedeschi non ne incontrò mai. Il diario di bordo del Pilar dal giugno 1942, quando la perlustrazione cominciò, segna ore innumerevoli di servizio di vedetta all’alba e di navigazione ininterrotta; segna anche qualche esercitazione e perfino una certa disciplina nella manutenzione delle mitragliatrici. Ormai si sa che Hemingway ha condotto questa operazione con impegno forse un po’ ingenuo ma certo molto dispendioso di energia, deciso perfino a sacrificare il Pilar se questo sacrificio fosse servito a liberare la costa cubana dalle insidie di un sottomarino tedesco.

Dalla biografia non ufficiale di Milt Machlin risulta che l’Ambasciatore Braden confermò che l’obiettivo di Hemingway consisteva nel farsi individuare e fermare da un sottomarino nazista per rispondere con un’azione che distruggesse il sottomarino; una missione molto pericolosa e considerata suicida, che però Hemingway non mise mai in esecuzione, limitandosi a raccogliere e dare informazioni importanti sulla navigazione sottomarina nazista. Tanto buone erano le sue informazioni che un giorno si trovò sul punto di dover iniziare l’esecuzione del piano: non poté farlo perché l’attaché navale americano lo richiamò all’Avana prima che l’azione cominciasse. Che il servizio volontario di Hemingway fosse di utilità alla Marina Americana venne dimostrato da una decorazione sollecitata per lui dall’Ambasciatore Braden; che lo spargimento di sangue nel corso della perlustrazione quale risulterebbe dai racconti di Hemingway fosse puramente immaginario è altrettanto certo: più certo di qualunque altra cosa rimane comunque la costatazione che “quella” guerra era in realtà un’avventura paracomunitaria di un gruppo di amici temerari e “duri”, sprezzanti e indipendenti, libertari e muscolosi.

Fernanda Pivano nel 1949

In quegli anni Hemingway era sposato con Martha Gellhorn, una giornalista che non vedeva con molta partecipazione questa attività extra giornalistica del marito. Nel luglio 1942, mentre Hemingway era nel pieno dell’operazione “Friendless”, vennero a passare con lui una vacanza i figli avuti dalla seconda moglie Pauline Pfeiffer, Patrick e Gregory detto Gigi, e Hemingway li portò con sé sul Pilar come neofiti della perlustrazione antisottomarina, certo di procurare ai ragazzi esperienze di bordo pari a quelle fornite in passato ai mozzi delle navi. Cinque anni dopo, mentre viveva a Cuba con la quarta moglie Mary Welsh e scriveva The Garden of Eden (dal quale come abbiamo detto derivò la prima parte della tri/tetralogia), Gregory e Patrick ebbero un incidente automobilistico mentre andavano a trovare la madre a Key West, in Florida: Gigi si ferì a un ginocchio e Patrick al mento; Patrick tornò subito a Cuba ma qualche giorno dopo entrò in delirio e la madre accorse a Cuba e rimase ad assisterlo quasi un mese. La vacanza del 1942 e l’incidente del 1947 sono riferimenti certi, anche se l’incidente reale non ebbe conseguenze mortali e se nella vacanza Hemingway include anche John detto Bumby, che gli era nato da Hadley Richardson; e John detto Bumby non morì in guerra come nel racconto ma diede ragione di temerlo durante i tre mesi del 1944-45 in cui venne dato per disperso prima di venire individuato in un campo di prigionia tedesco.

Anche la cazzottatura narrata nel primo episodio è un riferimento preciso. Nel maggio 1935 l’editore Joseph Knapp, che era venuto a Bimini sul suo yacht, iniziò una lite con Hemingway, che ne ebbe subito la meglio. In quei giorni Hemingway era in gran forma e infatti nel giugno lanciò una sfida pubblica a qualunque negro disposto a resistergli sul ring per tre minuti: il suo successo di boxeur culminò nell’estate quando sconfisse Tom Heeney, un peso massimo che in passato si era battuto con Gene Tunney.

Qualcuno ha voluto riconoscere nello scrittore semifallito Roger Davis un involontario autoritratto di Hemingway; mentre sono riconoscibili senza fatica i vari barman, camerieri, marinai, che vivevano a Cuba negli anni della prima stesura del libro. Anche l’attrice famosa è un ritratto facilmente riconoscibile: né Hemingway né Marlene Dietrich hanno mai fatto mistero della loro reciproca stima e nel dialogato di Hudson con la prima moglie maliarda sembra di riconoscere la voce sommessa e intensa dell’intramontabile attrice.

Fernanda Pivano

Sono riferimenti che rasentano il pettegolezzo, com’è destino per gli scrittori autobiografici o che comunque attingono a episodi della loro vita nella costruzione delle loro storie. Fra tutti i riferimenti, quelli più patetici restano forse gli ambienti naturali, Bimini e Cuba, dove Hemingway ha vissuto a lungo e intensamente. Di Bimini aveva sentito parlare ancora prima del viaggio in Africa del 1933-34, mentre abitava a Key West, l’isola della Florida dove era andato la prima volta nel 1928 e dove aveva comprato la «prima casa della sua vita» nel 1932, per abitarvi con la moglie Pauline Pfeiffer; ma non poteva arrivarci senza uno yacht o, diciamo, trovò la scusa per non poter arrivarci senza uno yacht per convincersi a comperarlo. Fu così che il Pilar entrò nella vita di Hemingway, con un anticipo pagato dagli articoli su “Esquire” e con il nome ricalcato come un madrigale sul nomignolo della moglie Pauline Pfeiffer (che a sua volta lo aveva ricavato da un tempio di Saragozza). Dopo aver collaudato il Pilar in una serie di pesche d’alto mare che facevano capo a l’Havana, Hemingway organizzò all’inizio di aprile 1935 una spedizione a Bimini insieme a John Dos Passos e altri amici e l’isola gli apparve col tipico aspetto dei Tropici “vent’anni prima” quali li abbiamo evocati sopra; Dos Passos scrisse: «C’era un molo e qualche capanna di indigeni sotto le palme di cocco e un negozio che aveva una specie di bar lì attiguo, dove la sera si beveva rhum, e c’era una vasta spiaggia magnifica sul lato della Corrente del Golfo ». Da quella visita Bimini entrò nel “sistema” di Hemingway che cominciò a fare la spola in idrovolante tra Key West e Bimini e sul Pilar tra Bimini e Cuba.

A Cuba si stabilì una decina di anni dopo. Era andato per la prima volta sull’isola nel 1932, mentre abitava a Key West, per una vacanza con Joe Russell, proprietario dello Sloppy Joe’s Bar di Key West, sulla sua barca d’alto mare. Poi nel 1940 comperò, come regalo di Natale per sé e per la nuova moglie Martha Gellhorn, la Finca Vigia, che presto Hemingway chiamò Crook Factory; e fu questa la sua casa fino a quando le circostanze politiche gli fecero regalare la tenuta al popolo cubano mentre egli si ritirava nella Sun Valley, una zona dello Idaho che aveva scelto come residenza provvisoria nel 1939 per condurci l’allora futura moglie Martha Gellhorn.

Lo hurricane, l’uragano, che rimase come un’ossessione nella sua memoria, lo vide nell’estate 1935 a Key West. Era appena tornato dalla prima permanenza lunga a Bimini, dove era stato dall’inizio di aprile all’inizio di agosto, e la sua preoccupazione maggiore era che il Pilar potesse venir danneggiato o distrutto: passò una notte a vigilare sul molo, nella burrasca, e tornò a casa all’alba. L’uragano aveva soltanto sfiorato Key West; ma l’indomani si seppe che nella zona realmente colpita c’erano state migliaia di morti: Hemingway volle andare sul posto e il resoconto che mandò al giornale radicale ‘‘New Masses” era impostato su una denuncia alla burocrazia di Washington. Al di là di questo resoconto il ricordo ossessivo della tragedia non l’abbandonò più e forse fu ciò che gli ispirò la descrizione del quadro di Tom Hudson che avrebbe dovuto descrivere un tifone: «Le tavole di legno che volano per l’aria come lance e i pellicani morti che passano nel cielo come se fossero raffiche di pioggia… Fa che l’onda della marea si gonfi e sommerga ogni essere vivente. Fa che le donne volino in mare con le vesti stracciate dal vento. Fa che i negri morti galleggino dappertutto e volino per l’aria». Ma di quell’uragano Hemingway ricordava anche una cosa confortante: «Sapeva che cosa voleva dire scampare a un uragano con gli altri abitanti dell’isola e conosceva il vincolo creato dall’uragano fra tutti quelli che ne erano stati colpiti».

AI di là di questi, i riferimenti si accavallano insieme alle immagini, ai ricordi, alle nostalgie: «La casa ombreggiata dalle alte palme di cocco piegate dagli alisei», «la sabbia così bianca che a guardarla feriva gli occhi», «la bianca sabbia farinosa coperta dalla luce verde dell’acqua», «le strade bordate dalle alte palme di cocco», «le foglie delle mangrovie lucide come se qualcuno le avesse laccate», «le notti rinfrescate dalla brezza che spirava dalle secche», «i tronchi grigi delle palme che affioravano dal grigio più chiaro della prima luce» nelle albe sconsolate su insonnie senza rimedio, il grande soggiorno dove ci si sedeva in poltrona a prendere il tè e il mare lontano che «era solo l’azzurro oltre la distesa della città bianca», le poltrone di vimini e i quadri di Juan Gris e Paul Klee, gli scaffali della biblioteca pieni di dischi, i trofei del safari per terra o sui muri, lo Old Black Dog per dare notizie del quale Hemingway telefonava da Cuba in Europa, gatti e cani, Floridita e Daiquiri, strati di bottigliette di medicine su strati di lettere non aperte, l’autista aborrito e la prostituta che ha fatto infuriare tutte le mogli di Hemingway: non c’è pagina di questo libro dalla quale non risulti una scena della vita quotidiana di Hemingway a Bimini o a Cuba o sul Pilar,

Ma queste pagine non sono state riviste da lui, o almeno non tutte. Si sapeva, lo aveva detto ripetutamente, che intendeva considerare le tre parti del libro come unità indipendenti, allo stesso modo che aveva considerato indipendente la quarta parte quando l’aveva pubblicata come The Old Man and The Sea; e qui le tre parti sono raccolte in un volume.

Ma il suo mondo è lì: le sue unghiate di leone e le sue carezze di cerbiatto si aggrovigliano con pagine che forse avrebbe tagliato, chi lo sa. Per lo più tagliava le scene troppo ricalcate sulla realtà (qui forse avrebbe tagliato la scena della cazzottatura), i dialoghi troppo ricalcati sulla realtà (qui forse avrebbe tagliato il dialogo con Honest Lil), le abitudini troppo ricalcate sulla realtà (qui forse avrebbe tagliato gli incontri con Bobby): forse proprio perché erano troppo ricalcate dalla realtà queste pagine ha aspettato a rivederle per ultime e ha lasciato soltanto degli appunti a matita sui margini. Qualcuno in America ha scritto che questo libro «dobbiamo leggerlo con l’occhio indulgente di uno che ha svaligiato il tavolo di un amico per leggere la sua posta»; ma un altro ha detto che «tentando di catturare l’essenza della vita, Hemingway ha lasciato impronte digitali su ogni bicchiere».

Di fronte alle recriminazioni dei critici, Mary Hemingway fece in un’intervista affermazioni che ribadivano la sua premessa al libro: «Abbiamo operato alcuni tagli… Il libro è interamente di Ernest. Noi non abbiamo aggiunto nulla». «Islands in thè Stream» disse Mary « non è stato riscritto. Alcune parti erano ancora scritte a mano, a matita, e noi le abbiamo copiate a macchina. Non le aveva riviste, ma aveva fatto degli appunti sul margine. Più che altro abbiamo tagliato le ripetizioni. Un pensiero o una conversazione a volte continuava a girargli in mente e a volte li ripeteva, ed è questo che abbiamo tagliato. Abbiamo tagliato con una penna attraverso la quale si può leggere. Il pubblico non ha perduto niente, ne sono sicura, di quello che Ernest avrebbe desiderato che fosse visto».

Ma noi non sapremo mai che cosa Ernest «avrebbe desiderato che fosse visto». Forse non avrebbe desiderato che fossero visti pensieri troppo facili, come: «Si aspetta sempre qualcosa che non arriva» o: «Perché non pensi a loro come a degli assassini?… perché siamo tutti degli assassini, si disse», o: «Abbiamo il nostro orgoglio… è un orgoglio senza vanità. Suo fratello si chiama fallimento, merda sua sorella e morte sua moglie». O forse non avrebbe voluto che fossero visti alcuni suoi dialoghi coi gatti, o alcuni lunghi menù, o certe richieste imploranti, come: «Ti prego, raccontami una storia divertente».

Ma sembra improbabile che invece non avrebbe voluto che fossero visti certi giudizi poetici o estatici, per esempio: «Una spiaggia dice molte bugie, ma in qualche punto ha sempre scritto la verità», o: «Quali sono stati i pensieri felici? Erano tutti felici, in realtà, nel tempo dell’innocenza e della mancanza dell’inutile denaro e quando si riusciva lo stesso a lavorare e a mangiare. Una bicicletta era più divertente di una macchina».

Anche il suo consueto andirivieni tra oleografia e realtà credo che avrebbe desiderato che fosse visto: dopo la descrizione idillica della casa nei Tropici, per esempio, l’immagine dei pescicani e degli uragani: «Era un bel posto sicuro per fare il bagno durame il giorno, ma non per nuotarci la notte. La notte i pescicani venivano quasi a riva e dalla veranda, nel silenzio, si sentiva lo sguazzare dei pesci ai quali davano la caccia», e più avanti: «Potevano venire anche gli uragani, e potevano scoppiare in qualsiasi momento capricciose tempeste tropicali»; o, nell’andirivieni definitivo: «Disteso sul pavimento poteva sentire il fragore della risacca cosi come ricordava di aver udito il rombo dell’artiglieria pesante quando da ragazzo, tanto tempo prima, si era gettato a terra ai piedi di una batteria ».

Sono quasi certa che avrebbe desiderato che fosse vista la frase che chiude il libro, pronunciata dal protagonista morente: «Si sentiva ormai lontano e non aveva più problemi… Alzò lo sguardo e c’era il cielo che aveva sempre amato… Credo di capire, disse».

Viene da pensare che anche Hemingway nell’illuminazione che seguì il fragore di quei colpo di fucile in bocca abbia creduto di capire o forse addirittura abbia capito, dopo un’intera esistenza passata a cercar di capire se stesso e gli altri e il misterioso, inenarrabile, allusivo rapporto fra se stesso, gli altri e la morte.

Noi che dall’illuminazione siamo lontani possiamo capire soltanto che di fronte a un libro postumo le recriminazioni ci sono comunque, che si tagli o si aggiunga, che si corregga o che si lasci intatto. Possiamo capire soltanto che la critica a un libro postumo è una critica dell’impossibilità ed è più saggio adattarsi al silenzio dell’eternità: leggere con nostalgia, scavalcando animosità e stizze destinate a finire comunque in un’unica comune urna di ceneri. La stessa che di Hemingway ha ospitato insieme nel suo silenzio il tormento umiliato degli ultimi elettroshocks e Fortore sbalordito sotto il bombardamento di Fossalta (dove il giovane Hemingway fu ferito nella Prima Guerra Mondiale, NdR).

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