Enrico Camanni sul Pollino
(la Montagna Sacra al Festival dell’Escursionismo)
di Saverio De Marco *
Per il Festival dell’escursionismo a San Severino Lucano (2025, ottava edizione), l’ospite d’onore è stato lo scrittore e alpinista Enrico Camanni, che il 30 agosto ha contribuito con la sua presenza e ad una serata di alto livello culturale. È l’esempio di come anche nei piccoli borghi montani si possa fare cultura con la A maiuscola, e come possano diventare luoghi di riflessione, dibattito e interscambio, creando reti che includano personalità anche di altre realtà.
Il Festival dell’Escursionismo, organizzato dalla Pro Loco di San Severino, dall’associazione Gruppo Lupi e dalle guide del territorio, ha vantato nelle scorse edizioni la presenza di nomi illustri del mondo dell’alpinismo e della cultura: basti ricordare Alessandro Gogna, Riccardo Carnovalini, Stefano Ardito, Matteo della Bordella, il regista Michelangelo Frammartino, gli scrittori Francesco Bevilacqua e Tiziano Fratus. Il Festival oltre a prevedere un programma di escursioni e attività outdoor ha da sempre proposto eventi sulla conservazione della natura: ne è un esempio la serata del giorno precedente, 29 agosto, con la presentazione dell’ “Atlante degli uccelli nidificanti nel Parco del Pollino”, opera monumentale presentata dall’ornitologo Egidio Fulco e dalla funzionaria del Parco Vittoria Marchianò (presente anche il Commissario del Parco del Pollino Luigi Lirangi e il sindaco di San Severino Lucano Giuseppe Ciminelli).
Il filo conduttore della serata ha riguardato la presentazione del libro di Enrico Camanni La montagna sacra, edito da Laterza (2024). Il tema del libro è chiaro già leggendo la quarta di copertina. “Le montagne esistono perché noi possiamo scalarle, possiamo camminarci, possiamo sciarci? Ha senso, in un ecosistema così fragile, perseguire un modello di sviluppo fondato sulla crescita, sull’aumento anno dopo anno di turisti e di impianti? Perché altre culture, dall’Himalaya alle Ande, hanno immaginato l’esistenza di montagne sacre, luoghi da cui l’uomo dovesse restare lontano? Cosa ci insegna questa idea del limite?”
La conferenza di Camanni non è stata unidirezionale, ma volutamente colloquiale e stimolata dagli interventi e domande di chi scrive, di Francesco Ciminelli (consigliere comunale di San Severino Lucano) Michele Mitidieri (Presidente della locale Pro Loco), nonché delle persone presenti nel pubblico che hanno seguito con interesse il dibattito.
Il libro è la“storia di una provocazione e di lotte ambientaliste, per riflettere sul rapporto fra gli esseri umani e la natura, indagando il concetto di limite, su cui si fonda il nuovo paradigma culturale”. La provocazione riguarda la storia di un progetto culturale molto discusso, quello di proclamare il Monveso di Forzo 3322 m “montagna sacra” del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Un’idea per certi versi “rivoluzionaria”, mai realizzata in Occidente.
Tale proposta provocatoria emerge in una situazione sociale in cui gran parte delle montagne sono state ormai esplorate dall’uomo. Da un approccio, quello storico, alla “conquista” della montagna si passa a quello di “tutela”, subentrato negli anni Settanta, per arrivare al concetto di “limite” o di “equilibrio”, che spinge a riconsiderare il ruolo della specie umana come facente parte anch’essa di un ecosistema precario, che è stato alterato dall’impatto della società urbana-industriale.
Il tema del “sacro” è stato un po’ il filo conduttore della serata e si è intrecciato alle questioni della conservazione delle aree protette, al rapporto con le comunità locali e al turismo di massa. Viviamo in una società desacralizzata, ma il senso del sacro può rivivere oggi – come sottolinea Camanni – anche in un’accezione laica, che fa sua la lezione di altre culture, basti pensare alle culture dell’Himalaya o delle Ande ma anche, aggiungo io, anche alla testimonianza degli Indiani d’America e di altri popoli tribali. Così scriveva l’indiano sioux “Ohiyesa” Charles Eastman, autore del libro “L’anima dell’indiano” (Adelphi 1983): “Presso di noi non c’erano templi o santuari che non fossero quelli della natura. Uomo della natura, l’indiano era intensamente poetico. Avrebbe ritenuto sacrilego costruire una casa per Colui che si poteva incontrare faccia a faccia nelle misteriose, ombrose navate della foresta primordiale, nel seno soleggiato delle praterie vergini, o sulle guglie e i pinnacoli vertiginosi di nuda roccia, e lassù nella volta ingioiellata del cielo notturno!”. Il senso del sacro può essere perciò anche il sentimento del non credente, che di fronte agli scenari di aree ancora selvagge può avvertire la presenza delle grandi forze che hanno plasmato il pianeta: “agli elementi e alle grandiose forze della natura – il Fulmine, il Vento, l’Acqua, il Fuoco e il Gelo – si guardava con sacro timore (…) L’albero, la cascata, l’orso grigio incarnano tutti una Forza, e come tali sono oggetto di venerazione”: sono sempre parole di Eastman.
Il tema del sacro rimanda al “valore in sé”, della natura, che viene prima del valore economico o ludico-sportivo delle attività outdoor. Ma si riallaccia anche al concetto di “wilderness”, che fa appunto riferimento sia ad una condizione geografica che ad uno stato d’animo; concetto a volte travisato, perché wilderness non significa natura incontaminata senza l’uomo, ma natura che non è stata stravolta, urbanizzata e addomesticata dalle attività antropiche. Del resto, luoghi selvaggi come la Monument Valley o le Black Hills, erano luoghi sacri agli Indiani d’America e la “wilderness” era vita quotidiana, come testimonia il già citato Eastman in “Infanzia Indiana”.
Dalle culture tradizionali gli stessi occidentali possono apprendere l’inviolabilità sacrale di alcune montagne, e ne sono esempio le iniziative di tutela di siti come Uluru, monolite sacro agli aborigeni australiani (dal 2019 è vietato scalarlo, dato che i flussi turistici avevano raggiunto livelli insostenibili e la montagna si può solo ammirare, stagliandosi da un deserto, da un punto panoramico). Si può ricordare del resto la grande sensibilità di un alpinista fortissimo come Reinhold Messner che, pur avendone il permesso, negli anni Ottanta si rifiutò di scalare l’inviolato Monte Kailash, quando scoprì che era una montagna sacra in Tibet sia agli induisti che ai buddisti.
La proposta della “montagna sacra” di Camanni ed altri del comitato promotore, ha ovviamente dei risvolti anche nel mondo dell’alpinismo e dell’escursionismo. In un periodo in cui il dibattito è ancora incentrato su cifre e numeri, sulla competizione, su chi ha davvero il primato di aver scalato tutti gli Ottomila e chi no, o sulla spettacolarizzazione ad opera degli influencer di certi luoghi d’alta quota, mentre ben altri sono i problemi della montagna, è necessario un altro approccio. Il dibattito oggi verte spesso sull’ “overtourism”, ma spesso le lamentele sembrano lacrime di coccodrillo, visto che il turismo di massa è una conseguenza dell’addomesticamento sempre più spinto della montagna, con strade, impianti di risalita, rifugi e alberghi d’alta quota che la rendono sempre più accessibile. Sulle Alpi non si arrestano i progetti speculativi, dalla questione delle Cime Bianche sotto il Cervino, ai progetti invasivi sulle Dolomiti, agli impianti per le olimpiadi di Milano-Cortina 2026.
Nel dibattito è emerso come un sano approccio alla montagna sia basato, come suggerisce lo stesso Camanni, sulla riscoperta delle montagne di casa propria, magari più basse e meno famose, ma che offrono ancora oggi avventurose escursioni in ambienti integri. Si è fatto l’esempio dello stesso Parco del Pollino, con montagne che superano appena i 2000 metri, in cui l’alpinismo invernale su neve e ghiaccio ha una storia recente ed offre la possibilità di immergersi in atmosfere wilderness su canali e creste poco frequentate, senza magari incontrare nessuno in certe giornate, mentre altre montagne più rinomate e accessibili sono affollate anche d’inverno.
E del Pollino, lo scrittore Enrico Camanni, assieme alla moglie Gabriella e ad altri partecipanti, ha potuto visitare il giorno dopo in un’escursione guidata da Leonardo Viceconte uno dei luoghi più esclusivi, “Il Giardino degli Dei”, ovvero l’area compresa tra Serra di Crispo e Serretta della Porticella, con pini loricati monumentali modellati dagli elementi, affioramenti rupestri e ginepri, da cui si aprono paesaggi sconfinati: uno scenario che induce nel visitatore più sensibile un sentimento di “sacro rispetto”, appunto.
Saverio De Marco * è Guida Ambientale Escursionistica, Consigliere Nazionale Associazione Italiana Wilderness e Presidente gruppo Lupi San Severino Lucano.







